XVII.
Due giorni dopo questo discorso madama Mouchard, Stefanella, la falsa baronessa, un falso conte, una falsa Creola e il vero Norvegiano si trovarono insieme in uno dei gabinetti riservati d’una trattoria dei dintorni di Parigi attorno a una lauta tavola della quale il Norvegiano stesso era l’Anfitrione.
Era un banchetto dato in onore di Stefanella ed aveva voluto che fosse splendido perchè, diceva quello Scandinavo Don Giovanni, doveva essere l’ultimo. Ormai egli credeva d’aver sospirato abbastanza e non voleva perdere altro tempo attorno ad una rocca che non dava alcun segno di arrendersi.
Ma le due negoziatrici avevano tutto disposto perchè la vittoria non sfuggisse. Prima loro cura fu di porre il Norvegiano fra due fuochi, tra Stefanella che gli versava coll’innocente sua grazia il magico filtro dell’amore, e la baronessa che gli mesceva con pensata prodigalità tutte le fiamme artificiali dei vini e dei liquori più squisiti. Il resto della compagnia intanto che faceva onore al pranzo col classico appetito di tali conviva, aggiungeva i sovraeccitanti delle risate, delle scede e degli epigrammi e finiva coll’ubbriaccare tre volte l’Anfitrione.
Tuttavia il signor Oscar era davvero un bevitore settentrionale e non si lasciava domare così presto. Anche quando le sue gambe vacillavano, la sua testa ragionava e il bastimento, sebbene male zavorrato, non aveva perduto la bussola. Quindi egli cercò, si sforzò, quanto potè, d’essere galante, seducente, spiritoso: lanciò anche dei motti a doppio senso, urtò persino sotto la tavola il piedino della sua vicina, ma non osò mai alzare una mano, nè sorpassare nemmeno colla parola, quella barriera, molto comoda del resto, che il rispetto umano pareva avesse eretta anche in quel luogo, ma che il pudore convenzionale di quella brigata gli avrebbe lasciato senza alcuna protesta atterrare. Brillo com’era, padrone di tutto, despota dell’ora e del luogo, pure qualche cosa lo conteneva ancora: lo conteneva quella forza, che per tutt’altri sarebbe stato un incoraggiamento, l’ignoranza di Stefanella.
Questa coll’eco sempre viva in cuore delle ultime parole dell’aguzzino si forzava, fin dove la sua casta intelligenza poteva arrivare, di adempierne i comandi, quindi ad ogni parola anche incomprensibile del Norvegiano rispondeva con un sorriso e quando si sentiva toccare il piede, in luogo di offendersene, lo ritirava dicendo al suo vicino:
— Scusi, le ho fatto male?
Ma più in là di questo e di qualche ingenua risata non sapeva arrivare. Però il banchetto era finito e il Norvegiano ancora allo stesso punto di prima.
Il gabinetto dava sul giardino; il cielo era calmo e stellato e fu proposto di fare un giro al fresco della notte. La proposta veniva dalle donne che speravano trovarsi sole durante la passeggiata e consultarsi sul da fare.
Uscirono tutti in giardino. Il Norvegiano a braccio di Stefanella davanti; poi a una buona distanza da non poter dare incomodo, la Baronessa e la Istitutrice, ultimi in serrafila il Conte e la Creola.
Il Norvegiano avea slanciato l’ultima sua dichiarazione e mostrava a Stefanella il palazzo incantato di delizie che egli le avrebbe aperto, se per dir la sua frase, «voleva essere buona con lui».
— E non lo sono buona, sig. Oscar? — rispondeva la giovinetta con un accento d’innocenza che sconcertava sempre più il mal destro corteggiatore.
Si sarebbe detto che qualcuno nell’ombra intendeva quel linguaggio più di lui, giacchè quando ella ebbe pronunciate le ultime parole, la siepe di dalie che fiancheggiava il viale s’era mossa come se una persona viva l’avesse a un tratto animata.
Intanto la coppia che seguiva era sprofondata in un discorso del quale, giunta che fu al punto della siepe che prima s’era mossa, uno che avesse teso l’orecchio avrebbe potuto udir chiaramente queste parole:
— Non c’è altro rimedio che farla dormire con una buona dose d’hatschick — diceva la finta baronessa.
— E voi credete alla virtù dell’hatschick?
— Lo credo perchè l’ho provato. Anch’io ho cominciato i miei amori a quel modo.
All’ultima frase la siepe stormì come se un soffio di vento le fosse passato in mezzo, e nell’istesso tempo una statua di Diana cacciatrice che sormontava la siepe, sembrò animarsi nelle tenebre e trasformarsi nello spettro d’un uomo.
Di tutta la comitiva però i soli che avevano notato quel rapido mistero erano stati il sig. Oscar e Stefanella. Ma Stefanella lasciò passare un fremito più di gioia che di paura e non disse niente. Il Norvegiano invece gridò:
— O che c’è un uomo in giardino?!
— Baje! ubbie! — gli fu risposto da tutte le parti; e siccome ognuno lo credeva brillo, non si badò altro, e finito il giro, rientraron tutti insieme nella trattoria.
Erano in casa da circa mezz’ora; il falso conte sparito ma «per tornare», aveva detto; il Norvegiano combatteva invano un duello a morte contro Bacco e Morfeo, invincibili avversari quando sono alleati, e sonnecchiava, quasi vinto, sopra una poltrona; le due vecchie aspettavano in silenzio sedute l’una accanto all’altra, e Stefanella sola non poteva star ferma e andava e veniva dalle finestre cercando giù nel giardino qualcuno o qualcosa senza sapere nemmeno essa chi e perchè.
A un tratto la porta del salotto si spalanca e un uomo compare sulla soglia. Le due femmine danno uno scatto, il Norvegiano spalanca anch’egli gli occhi che già avevano perduta l’ultima prova, e Stefanella sola guarda, sorride e irraggia.
L’uomo è un giovine forse non ancora ventenne. Ha il cappello in testa ma si vede che è biondo; la mesta luce della lampada non permette di cogliere subito il colore dei suoi occhi, ma il dolce sfavillio che ne emana avverte che debbono essere azzurri: egli non ha per barba che due sfumatissime fila d’oro sopra le labbra, ma un sorriso fiero e sdegnoso imprime a quel volto quasi infantile un carattere d’energia e virilità che il primo aspetto smentirebbe. È tutto vestito di nero, e giudicando a prima vista, poveramente; ma un brillante che gli sfavilla in dito desta il dubbio che quella povertà esteriore sia più un pensato artificio od una negligenza volontaria anzichè una vera impotenza.
Egli aspettò a parlare forse un minuto, poi si rivolse a Stefanella e cominciò:
— Vi tradiscono.... non avete ricevuto la mia lettera.... non l’avete letta? No?.... Oh me disgraziato! Ma io non vi ho abbandonata lo stesso.... e sono qui per salvarvi.... Stanotte vi avrebbero perduta.... vi volevano avvelenare, ma di un veleno che fa peggio che uccidere il corpo, che uccide l’anima e la seppellisce in una fossa di disonore.... Voi non avete altro scampo che fuggire con me... Io vi proteggerò.... venite Stefanella.
Ma intanto che egli allungava la mano per pigliare la fanciulla che già volava a lui con tutta l’anima sua, le due donne balzarono dallo scanno come due chiocciole inviperite, e il Norvegiano stesso, desto finalmente da quella scossa, si rizzò di fronte al giovane urlandogli un «Indietro» così stentoreo che tutto il giardino sottoposto ne echeggiò.
— Non posso dare addietro — rispose con voce calma e sottile il giovane. Si tratta di un dovere, e voi potreste farmi a pezzi, ma io non potrei rinunciarvi.
— Questa fanciulla è nostra, strillò madama Mouchard. — Che c’entrate voi?
— È nostra, replicò la baronessa.
— Questa fanciulla non è vostra nè sua, rispose freddamente il giovane, indicando il Norvegiano. Se fosse vostra non la vendereste con un delitto; se fosse sua non la vorrebbe comperare a questo prezzo. Io non so bene chi sia costei, ma essa non è qui di nessuno fuorchè mia, perchè io solo qui l’amo. Se non l’amassi, essa mi apparterrebbe come ogni vittima appartiene al suo salvatore. Ed ora non mi resta altro a chiedervi, o signore, se non che vogliate agire da gentiluomo.
— Non ti capisco, rispose il Norvegiano, e spero che oramai sbarazzerai la porta se non preferisci andartene per la finestra.
— Io non me n’andrò che con essa, ma mi spiego. Se voi volete questa fanciulla per amore, essa vi ha già risposto; se la volete per forza, ecco come l’avrete. Queste due donne in questa notte stessa, fra poco forse, propineranno in un confetto, in un bicchier d’acqua, in qualche cosa d’innocente insomma, uno di quei narcotici che inebbriano i sensi, prostrano la volontà, e trasformano ogni cosa reale in un sogno morboso e bugiardo. Il narcotico si chiama credo hatschick ed è molto usato a Parigi. Questa fanciulla, quando l’avrà ingollato, quando non sarà più lei, potrà essere vostra: la volete così?
Il Norvegiano aveva ascoltato attentamente, e mano mano che capiva, sbarrava gli occhi, gli rotava dalle donne al giovane, dal giovane a Stefanella, non potendo nè credere, nè inorridire, nè adirarsi, nè quasi più fiatare.
— È pazzo! gridò la Mouchard.
— È un mascalzone! replicò la baronessa.
— Zitto voi altre, urlò il Norvegiano. — Io voglio una prova, e guai a lui se non me la darà, ma guai a voi se me l’avrà data.
— Una prova? — rispose colla solita calma, il giovane. Udite il rumore di questa carrozza che arriva? Essa ve la porta.
Infatti la carrozza che aveva portato il conte a Parigi, rientrava in quel momento nel cortile della locanda.
— Voi non avete, continuò il difensore di Stefanella, che a proibire a queste due donne di uscire o di parlare coll’uomo che sta per entrare qui dentro, e quando sia entrato chiedergli che vi consegni quello che ha portato da Parigi.
— Va bene — rispose il Norvegiano dopo un momento di pausa. — Voi altre sedete lì, e non movete un sopraciglio; e voi, signore, non temete: anche in Norvegia vi sono dei gentiluomini.
In quel momento il falso conte s’affacciava alla porta della sala.
— Avanti, caro conte, lo apostrofò il Norvegiano appena lo vide. Potete gettare quello che avete portato, con voi, giacchè non occorre più. L’amore ha vinto, e l’hatschick non occorre più, non è vero, Stefanella?
— Rispondi che è vero, le sussurrò di sfuggita il giovane che le stava dappresso.
Stefanella non aveva mai mentito, ma tant’era immedesimata in quell’uomo che ormai egli le teneva luogo di coscienza, e le pareva che persino la menzogna suggerita dalle di lui labbra si trasformasse in verità. L’amore è una identificazione d’anime, e ciò che è bello, buono, orrido, malvagio per una, lo è per l’altra.
Due amanti vivono come due pianeti in un elisse: i fuochi sono doppi, ma la luce è una sola. Però Stefanella, quasi l’anima stessa dell’altro parlasse per lei, rispose:
— È vero.
Il conte che non era d’altra parte informato di tutto l’intrigo, credette a quest’affermazione dell’innocenza, e cavò di tasca una scatoletta dorata che conteneva sotto forma di seducentissime giuggiole il magico filtro.
Il Norvegiano gliela strappò di mano, l’aperse, guardò, s’accertò, e voltandosi umiliato al giovine sconosciuto, disse:
— Avevate ragione, o signore. Vedete però che io non sono guasto del tutto. Cercava i piaceri, e poichè v’erano coloro che li vendevano, io non esitava a comperarli. Più in là la mia coscienza settentrionale non può arrivare. In mezzo ai nostri ghiacci veggo che tutto non putridisce. Vi saluto. Questa giovinetta è degna di voi, ma portatela lontano da Parigi. Qui gli agguati sono troppi. Addio, Stefanella. Io fui brutale con voi, ma se aveste potuto amarmi, son certo che m’avreste fatto un angelo. Quanto a voi, femmine, non ho che un avvertimento. Vado a denunziarvi alla polizia, e a meno che la polizia non appartenga alla vostra associazione, spero che domani vi troverà un posto in galera. E detto ciò, il Norvegiano uscì dalla sala, e si fece ricondurre a gran trotto a Parigi, e nell’orizzonte di questa storia non ricomparve mai più.
Era un uomo, come ce ne sono migliaia: molto largo di morale, molto scettico di fede, ma incapace di una viltà. Giovinetto, sua madre gli aveva deposto ogni giorno nel cuore una parola di virtù; e dovunque andasse anche in mezzo ai delirii dell’orgia, egli ne sentì per tutta la vita l’acre ricordanza. Egli portava seco un sale che gl’impediva di corrompersi, sebbene non avesse in sè stesso tanta forza per redimersi.