XIX.
Gabriele credeva di esser figlio di un antico magistrato deposto ingiustamente dalla Repubblica di febbraio per le sue idee bonapartiste, e dopo il due dicembre salito in fortuna dietro il carro dell’imperiale vincitore. Però egli confessava di non conoscere bene la storia della sua famiglia essendo vissuto sino al 1851 in un collegio di provincia da dove non uscì che a 17 anni per venire a compiere il suo corso di matematiche alla facoltà di Parigi.
Non avea più madre: avea una matrigna che non l’amava, nè l’odiava nemmeno del classico odio delle noverche, perchè di passioni, d’amore come d’odio, era incapace. Venuta dal trivio e assunta per merito di una facile bellezza ad un matrimonio fortunato non pensava che ai piaceri e agli sfoggi della vita elegante, e non avea cuore nè per il marito, nè per il figliastro, nè per la casa, nè per lo stesso figliuolo suo che avea confidato ad una balia lontana, e rivedeva appena una volta all’anno, tanto per fare una trottata in carrozza al rifiorire della campagna.
Pertanto tutta la giovinezza di Gabriele trascorse in uno squallido inverno, non riscaldata mai da alcun calore di affetti, condannata a intravedere soltanto attraverso i libri e i sogni della fantasia senza mai conoscerla quella vita feconda del cuore che nella natura inanimata si chiama «sole» e nella animata «amore», senza della quale il fiore come l’uomo non sbuccia, od è l’erba parassita di una sepoltura che la produce e la riattende. A 19 anni però il bisogno di questa vita sospettata, desiderata e non mai posseduta, era fatto prepotente in lui come in un’aquila prigioniera l’istinto di volare verso il sole, e non vi fu segreto di amori umani ch’egli non tentasse e non penetrasse per un istante.
Interrogò con febbrile vicenda i libri, la scienza, l’arte, la religione, Dio, tutto quanto di più bello e di più alto parla allo spirito dell’uomo in cielo ed in terra, ma in tutti trovò una seduzione, un conforto, una promessa, un’illusione; in nessuno quella risurrezione dell’anima, quella seconda giovinezza per la quale Fausto, meno grande, ma più vero, si struggeva. Ma nell’ora più disperata della sua ricerca, e quando stava per abbandonarsi vinto al genio dello scetticismo che l’aspettava nell’ombra, incontrò Stefanella.
L’incontrò a caso per la via sotto una semplice veste azzurrina, accompagnata da una donna ignota e sinistra, come talvolta un fiore di campo s’accompagna ad una pallida ginestra e non potè più staccarsi da lei. Era la prima volta in vita sua che provava il bisogno di seguitare una fanciulla, e ne ebbe dapprincipio vergogna; ma qualche cosa di più forte lo traeva malgrado suo, e gli sussurrava nella coscienza che l’amore ha una morale tutta sua, divina di certo, come le altre, ma che si chiama la «fatalità».
Così scoprì dove stava di casa, così capì o credette capire che doveva essere una pensionante della signora Mouchard, e non seppe per molto tempo di più. Ignorava il nome e la condizione, la storia, per molto tempo insino la voce, ma suppliva colla fantasia.
Per il nome abbiamo già veduto che gliel’avea trovato; per la condizione dovea essere per forza l’orfana di un colonnello o di un generale morto in battaglia; la storia poi non dovea essere gioconda, ma ragione di più per tesservi sopra un poema. E quanto alla voce, dopo averla chiamata Psiche, le era facile farla parlare sull’arpa degli angeli. Ma poi a che pro tutti questi particolari: essa era il raggio da lui cercato, nè del pianeta da cui veniva, nè della strada che avea percorsa per arrivare a lui, gli doveva importare. L’anima sua, dopo la tenebra di venti anni, ne era tutta irradiata e perpetuamente, ed egli dovea adorare, senza cercare di più, il divino mistero al quale era per la prima volta iniziato.
Solamente egli non poteva più allontanarsi da quella contrada, nè staccarsi da quella casa. Quando qualche cosa di più forte della volontà lo trascinava lontano, il suo spirito era là di stazione davanti alle persiane verdi, e ci vedeva attraverso meglio ancora dell’occhio. Inoltre egli avea un’altra cura.
Stefanella, abbiamo detto, era costretta dalla industria di Madama Mouchard ad uscir molto; e Gabriele si sarebbe ammalato se avesse perduta una sola delle passeggiate della sua incognita. Essere dev’era lei: ecco il problema. Egli non andava quasi mai al teatro, e non andava più in chiesa, molto più sfuggiva il turbinio polveroso de’ pubblici passeggi. Ma dacchè Cherubina frequentava quei luoghi, il trovarvisi era per lui un dovere assai più grande, assai più imperioso di quello di un soldato per il suo posto di combattimento.
O dalla finestra, o traverso le persiane, o dall’angolo oscuro d’una navata, o dietro le colonne d’una platea co’ soli occhi i due ignoti si dicevano quanto bastava per intendersi. Se il giovine era fedele nella strada, l’altra era infallibile al balcone; se Gabriele non mancava mai al suo posto dietro i pilastri della chiesa, Stefanella non tralasciava mai di cercarvelo, e quando i loro sguardi s’erano incontrati tutto era detto. Si sarebbe potuto scrivere un canzoniere su quelle occhiate, ma non sarebbe bastato. Il vero, l’alto amore è silenzioso. Egli cova le sue espressioni per anni ed anni, e quando finalmente è costretto a parlare, si cruccia sentendo che una parte del suo ideale è svanito traverso le imperfezioni del linguaggio umano.
Così dopo due mesi di questa vita avvenne l’incontro sulla porta della chiesa di San Filippo che abbiamo narrato.
Fu l’ora solenne della loro vita, e sebbene anche in quel ritrovo non avessero parlato che gli occhi, tuttavia non ci fu cosa pensata da un’anima che l’altra anima non sentisse.
Poche sere dopo Stefanella fece la sua prima comparsa al ballo della baronessa. Gabriele aveva veduto fermarsi una carrozza di piazza davanti alla porta del collegio e di più udito il cocchiere dire al portinaio:
— Avvertite la signora Mouchard che il fiacre è alla porta.
Questo bastò per renderlo certo che anche Stefanella sarebbe partita tra poco con quella carrozza e volle mettersi in grado di seguitarla. Corse alla piazza vicina che era in capo alla contrada e vi fissò un’altra carrozza, dicendo al cocchiere:
— Seguirai il legno che vedi fermo alla sinistra della via; doppia mancia se non lo perderai.
A Parigi queste cose accadono ogni momento e non fanno meraviglia; però il vetturale di Gabriele si contentò di rispondere un «sarà fatto» e brandì la sua frusta pronto a lanciare al galoppo il suo ronzinante al primo segnale.
E infatti di lì a poco il legno di madama Mouchard si mosse e Gabriele dietro col suo. Ma ivi gli fu forza arrestarsi. Egli non era invitato e non poteva salire.... Poteva per altro restare in istrada finchè Stefanella ne fosse ridiscesa. Si trattava di aspettare al freddo quattro o cinque ore, ma chi ha amato sa che queste prove d’eroismo sono una delle voluttà dell’amore. Per fortuna c’era poco lontano un botteghino, di quelli che i Parigini chiamano cabarets ed almeno la prima metà della notte avrebbe potuto passarla al coperto. Quanto all’altra metà non aveva che a solcare la via da un capo all’altro, ma non se ne spaventava. Ne avea fatte tante di quelle ronde, che ormai gli pareva non ci fosse altro modo di far all’amore! Finalmente verso le tre dopo mezzanotte la signora Mouchard e Stefanella discesero, ma Gabriele non aveva più carrozza per seguirle e gli fu mestieri lasciarle andar sole.
Tutta la notte restante e il mattino vegnente egli non fu in preda che ad un tormento: sapere di chi era quella casa e vedere se gli era possibile di esservi introdotto.
La prima notizia l’ebbe dal caffè stesso dove s’era ricoverato, il secondo passo lo fece dal portinaio, il terzo dagli amici studenti, il quarto dalle amiche degli amici e così via, d’orma in orma, arrivò a scoprire la verità. Quando gli fu detto, e ne fu ben certo, che quella baronessa era un’avventuriera, la quale non ricettava che gente bastarda per tenebrose imprese, credette cascar morto. D’un tratto aveva misurato tutto l’abisso in cui Stefanella aveva inoltrato il piede e il suo atterrimento fu pari al suo amore. D’altronde, nello scoprire chi era la baronessa, aveva scoperta la storia di madama Mouchard e dapprincipio non gli pareva possibile lottare contro quella lega infernale.
In mezzo però al suo spavento l’idea che, ad altri men puro e meno amante di lui sarebbe venuta, che Stefanella potesse essere complice volontaria di quella rea congrega, non gli passò per la mente nemmeno in ombra; egli avrebbe giurato per l’innocenza di Stefanella, quand’anche l’avesse veduta legata ad un palo d’infamia. Egli tremava per una vittima, non per un tradimento. Pure, superata la prima scossa, egli non ebbe altro pensiero che quello di avvertire Stefanella del pericolo in cui si trovava esposta e di salvarla ad ogni costo. Ma come fare?... Parlarle non poteva, penetrare a forza nella casa era un partito disperato, buono tutt’al più quando ogni altra via di salvezza fosse chiusa.... E allora?... Scriverle? ma anche questo era più facile a pensarsi che ad eseguirsi, perocchè egli allora non sapeva nemmeno il nome della fanciulla ed era inoltre più che certo che tutte le lettere, a lei comunque dirette, sarebbero state intercettate.... Come fare adunque?..
Nelle fugacissime apparizioni che Stefanella, sfuggendo al divieto della sua carceriera, faceva alle persiane, Gabriele si provò a gettarle sul balcone delle pallottoline di carta nelle quali poche e minutissime linee la avvertivano del pericolo e la pregavano a mettersi in salvo con lui. — E Stefanella pigliava bensì al volo le pallottoline e si andava a nascondere nell’angolo più remoto della casa per svolgerle; ma quando le avea svolte e vedeva quella misteriosa cosa che le avevano detto chiamarsi «scrittura,» la poverina si lasciava andare sopra una seggiola e non aveva altra risposta che un dirottissimo pianto.
Gabriele ignorava ancora che Stefanella non sapesse leggere. Ma così era. Per lei come per tutte le miserabili sue pari l’ignoranza era condizione necessaria del servaggio a cui erano condannate, e il carcere del corpo si chiudeva nella più fitta notte dello spirito. Nessuno degli orrendi legislatori della società a cui Stefanella apparteneva ignorava che al primo raggio che fosse piovuto ad illuminare la via di abbiezione sulla quale la innocente era incamminata, essa a costo di restarne sfracellata sarebbe retroceduta.
I bigliettini erano dunque inutili, il parlarsi impossibile: e Stefanella era abbandonata, sola, inconsapevole, al suo destino, e Gabriele era disperato. Tuttavia egli non poteva finchè aveva fiato tralasciar di combattere, e poichè ogni altro mezzo di protezione gli era intercetto, si propose di montare una guardia ancora più assidua sotto le sue finestre e d’aspettare gli eventi, deciso al primo allarme ad uscir dallo ignoto ed a dare per la salvezza del suo amore tutto il suo sangue.
Così andò per circa una settimana, senza che Gabriele perdesse mai d’occhio la sua protetta. La vigilia del giorno in cui Stefanella doveva andare col Norvegiano a pranzare in campagna, Gabriele notò un gran viavai nella casa di madama Mouchard. La baronessa, il falso conte, lacchè e vetture non finivano mai di andare e venire da quella porta e il giovane s’accorse che qualcosa di nuovo s’apprestava. Laonde raddoppiò di vigilanza, e impostata la solita carrozza, si tenne pronto. Infatti, verso le tre del giorno dopo, vide arrivar in faccia alla casa le vetture degli amici che venivano a prendere Stefanella per condurla alla festa, e appena il corteo si mosse, egli vi si cacciò dietro e non lo perdette più. Arrivato alla locanda poco dopo di loro si fece dare il gabinetto vicino a quello occupato dai commensali del Norvegiano, e udì di là tutto il baccano del banchetto.
Ma non potè capir nulla di chiaro che riguardasse Stefanella, laonde quando intese che la comitiva si apprestava a scendere in giardino, la prevenne e corse a nascondersi nel cantuccio più selvoso colla speranza che finalmente qualche parola, che sarebbe ad alcuno sfuggita, lo mettesse sulla traccia di tutta la trama. E così fu; così egli udì al coperto d’un cespo di dalie il dialogo della Mouchard colla baronessa, e di là Stefanella lo riconobbe e lo vide fuggire attraverso l’ombra degli alberi e sparire nella casa.
Il resto è noto e basterà soggiungere che egli entrando aveva messo a parte dei suoi sospetti il padrone della locanda il quale, assicurato che tutto sarebbe stato appuntino pagato, promise non solo chiudere un occhio, ma dare, occorrendo, una mano alla giustizia.