WeRead Powered by ReaderPub
La tratta dei fanciulli cover

La tratta dei fanciulli

Chapter 23: XXI.
Open in WeRead

About This Book

The work portrays the trafficking of children from a poor Calabrian village to outside markets, combining evocative local scenes with testimonies and moral argument. Through episodic narratives of kidnapped youngsters and the suffering of their families, the author interweaves reportage, social analysis, and a direct appeal to public conscience and political responsibility. Prefatory remarks register frustration at official indifference even as debates and commissions circulate, while the text alternates vivid landscapes and domestic tragedy with calls for reform and charity, aiming to expose systemic causes and to rouse readers to practical intervention.

XXI.

L’ora del colpo di Stato si affrettava a gran passi, e se tutta Parigi la sentiva nell’aria, Mauvue ne era certo.

Infatti pochi giorni prima il suo capo d’ufficio, chiamatolo in gran segretezza, gli aveva tenuto questo discorso:

— Si vanno spargendo per Parigi voci assurde di violazioni della Costituzione, di colpi di Stato ed altre ree congiure. Codeste sono menzogne dei nemici della repubblica e del principe presidente. Ella da oggi in poi non ha altro incarico che smentire in pubblico ed in privato siffatte voci calunniose. Entri nei luoghi più frequentati, si mescoli a tutti i crocchi, e quando ode parlare di colpi di Stato, sbugiardi e ricordi la lealtà del presidente, la forza della repubblica, l’onore dell’esercito, l’immancabile vendetta del popolo.... Dica tutto quello che sa e che vuole.... purchè dica che non è vero... come non lo è. Soltanto le raccomando a notar bene le risposte e i commenti che il pubblico fa al suo discorso ed a riferirmeli senza ritardo.

Ognuno capirà che ce n’era anche di troppo per far capire a Mauvue, avvezzo da lungo tempo alle doppiezze del frasario poliziesco, che il colpo di Stato era non solo certo, ma imminente.

— Se io devo dire di no, io che non ho altra parte che mentire, pensava almanaccando sul discorso udito, è segno che è di sì; e l’argomento per quella coscienza era achilleo.

Noi non diremo tutti i servigi che ei rese nelle giornate del 2, 3 e 4 dicembre; basti che egli, incaricato di spargere i manifesti del presidente che annunziavano il progetto di Costituzione, si era disimpegnato a meraviglia della sua missione, mercè l’aiuto dei petits italiens che egli aveva fatto disseminare per tutta Parigi, coi fasci del proclama cesareo e coll’ordine di gridare ai quattro venti il grande avvenimento.

Ma il capo-lavoro della sua carriera fu la propaganda per la proclamazione dell’impero. Egli era stato mandato nei dipartimenti e vi si coperse di gloria. Il suffragio universale s’inchinava davanti a questo Dulcamara dell’impero che percorreva la Francia col treno d’un principe e spacciava per tutti i desiderii una promessa, per tutte le avidità una soddisfazione, per tutte le malattie uno specifico, per tutti gli scrupoli un cataplasma: oro e ciondoli, cariche e riforme, chiese e teatri, strade ed ospizi, e poneva tutti i miracoli di Cagliostro al servizio di un’idea.

Però quando i 7,800,000 voti furono incassati e la vittoria fu certa, la gratitudine dei vincitori non ebbe più condizioni nè riserve per un così portentoso agente e fu detto a Mauvue che era padrone di domandare.

— Volete impieghi o volete oro? gli fu chiesto....

— Voglio mezzo milione e il diritto di cambiar nome, — rispose secco Mauvue.

Quanto al nome non si fiatò nemmeno: tutti lo cambiarono in quell’epoca; il colpo di Stato non fu che un ribattezzamento generale dal quale era naturale che il plebeo volesse risorgere nobile e il nobile duca, come il principe era risorto imperatore. Però Mauvue s’accontentò rinascere De.... e, interciso l’u dell’ultima sillaba, si fece chiamare De-Mauve.

Chi avrebbe mai riconosciuto nella sua nuova carta di visita sormontata da tanto di corona baronale l’antico poliziotto Mauvue?!

Quanto al mezzo milione si tirò di prezzo: i servizi del signor De-Mauve erano grandi; ma molti avevano gareggiato con lui e chiedevano meno. Se si avesse dovuto pagare tutti in proporzione, che cosa si sarebbe dato ai caporioni? Le polpe della Francia intera non sarebbero bastate. De-Mauve dovette accontentarsi di trecento mila franchi in oro che egli corse subito a convertire in consolidati inglesi, tanta era la fede che aveva nell’impero da lui creato!

Allora De-Mauve, quasi ricco, giacchè bisogna contargli anche il danaro «che s’era messo da parte», diceva lui, rubato, diremo noi, durante la sua propaganda, avrebbe voluto liberarsi dell’associazione dei Petits italiens, turpe catena che lo teneva confitto, egli nobile e oramai riabilitato, alle Gemonie del mondezzaio sociale e non gli permetteva mai di camminare a testa alta nella società di galantuomini e gentiluomini alla quale aveva, con tutte le forze ond’era capace, agognato. Ma distruggere il passato è l’atto più difficile della vita. Il passato non perdona, il passato è implacabile e, quando credete averlo addormentato, egli risorge più minaccioso che mai, ed è capace di chiedervi per un’ora d’oblìo e di riposo tutto quanto avrete guadagnato con una vita intera di sudori e di lotte.

Ora De-Mauve non era uomo da mettere a repentaglio tante cose, per una vanità, uno scrupolo, un pericolo lontano, e poichè in Francia tornava in onore il vecchio proverbio: «Il y’a toujours des accomodements avec le ciel» egli cercava applicarlo al caso suo e studiava silenziosamente il modo di cavarsela amichevolmente dai Petits italiens senza guastarsi, e poichè non avea potuto strozzare il suo passato, renderselo amico. Ma l’associazione era tenace e non voleva lasciare la sua preda. Essa aveva subito veduto quale preziosa salvaguardia fosse per lei il patronato di un uomo che apparteneva ormai alla nobiltà dell’impero, e stretto da tanti rapporti coi rappresentanti del potere, e saggiamente ispirata dai suoi interessi, lo riconfermò per quattro anni successivi nella sua carica di presidente.

De-Mauve si schermì, mandò persino le sue dimissioni, ma una serie di lettere anonime avendolo minacciato di uno scandalo, si sentì sforzato a ripigliare l’ufficio ed a rassegnarsi. La quale rassegnazione per altro, confortata da 50 mila franchi all’anno, non era difficile esercitare.

Tuttavia egli pensò che una mezza ecclissi gli avrebbe giovato e si ritirò in campagna. Ivi comperò un podere, si consacrò all’agricoltura, al miglioramento del bestiame, alle scuole infantili ed alla fabbrica della chiesa; divenne in una parola un gentiluomo campagnolo, laborioso, filantropo, morigerato, popolare; l’idolo della comunità.

Fu allora che prese la seconda moglie della quale abbiamo parlato, e fu pure verso quest’epoca che Gabriele uscì dal suo collegio di provincia e rientrò dopo dieci anni d’assenza nella casa paterna. Ne era partito lasciandola triste, oscura, quasi povera, e la ritrovava ricca, splendida, gioconda. Ma se egli ne sentiva la differenza, non sapeva spiegarsela, e quando ne chiedeva qualcosa, nessuno gliela spiegava. «Suo padre aveva fatto una grande eredità» ecco quello che gli si diceva in casa. «Suo padre era un fior di galantuomo» ecco quello che si soggiungeva in piazza, e poichè quest’ultima voce pareva autenticare la prima, Gabriele se ne appagava e tirava via assorto nei suoi studi e nel suo amore.

Suo padre l’amava alla sua maniera come si ama un campo che frutta, un fuoco che riscalda, un liquore che ristora, un’avvenire che sorride. Dapprima nei giorni nefasti della miseria l’amava perchè doveva essere il bastone della sua vecchiaia, poi nei giorni della fortuna perchè doveva essere il vanto del suo nome e l’erede della sua prosapia; era insomma amore interessato, l’amore mercantile, l’amore degno dell’anima di De-Mauve. Però in tutti i tempi non aveva mai tralasciato di coltivare questo suo fondo di riserva incontrando tutti i sacrifici che gli erano stati richiesti per la sua educazione e togliendosi spesso letteralmente di bocca metà del vile suo pane per pagare la pensione del modesto collegio nel quale Gabriele era rinchiuso.

Un siffatto amore paterno aveva una disciplina ed una morale sua propria. De-Mauve non avrebbe mai permesso che suo figlio si scostasse d’un pollice dalla linea di condotta che egli, padre, gli aveva prefissa, ma quella linea finiva in una meta sulla quale era scritto: «far quel che giova».

E siccome De-Mauve credeva che le apparenze governassero principalmente la società ed il tempo, nei quali Gabriele era destinato a vivere, così egli era disposto a lasciare a suo figlio, anche studente, una certa larghezza di spendere, ed una comoda se non sconfinata libertà di seguire i capricci della moda e le abitudini del bel vivere. Gabriele invece usava con molta parsimonia del danaro paterno e man mano che procedeva negli anni diveniva sempre più parco ed austero. Tutto il lusso che si permetteva era la libreria. Il padre scrollava la testa dicendo tra sè:

— Col solo studio non si fa fortuna, ma poichè dell’ingegno e della dottrina di Gabriele risuonava ormai tutto il quartiere Latino e perfino i giornali avean cominciato a parlare, così De-Mauve, pensando che questo era buon principio d’apparenza, se ne accontentava e s’abbandonava ai più lieti pronostici sulla carriera del figliuolo.

Tutto a un tratto Gabriele scrisse a suo padre chiedendogli una forte somma di denaro.

La cosa era troppo insolita e straordinaria perchè De-Mauve non vi dovesse cercare una straordinaria cagione.

— Qui v’ha da essere di mezzo una donna, un viaggio od una buona azione, pensava De-Mauve commentando però quel buona azione con un sogghigno che voleva dire «follia». — Prima di dare il denaro sarà meglio che vada a Parigi a vedere.

E mentre si preparava a partire, trovò un telegramma in cifra del Comitato esecutivo dell’associazione che lo chiamava in tutta furia alla capitale.