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La tratta dei fanciulli

Chapter 25: XXIII.
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About This Book

The work portrays the trafficking of children from a poor Calabrian village to outside markets, combining evocative local scenes with testimonies and moral argument. Through episodic narratives of kidnapped youngsters and the suffering of their families, the author interweaves reportage, social analysis, and a direct appeal to public conscience and political responsibility. Prefatory remarks register frustration at official indifference even as debates and commissions circulate, while the text alternates vivid landscapes and domestic tragedy with calls for reform and charity, aiming to expose systemic causes and to rouse readers to practical intervention.

XXIII.

I due fuggiaschi occupavano il loro nuovo nido da soli dieci giorni. Dopo quella notte passata sui gradini della chiesa di San Sulpizio, Gabriele aveva condotto provvisoriamente la fanciulla nel suo piccolo appartamento del Quartier latin, ma col disegno di cercarne un altro in un luogo più nascosto e meno sorvegliato. D’altronde, ed è una circostanza che ci preme far notare, Gabriele nelle sue stanzuccie al quarto piano si sentiva troppo vicino a Stefanella e non già per il timore dei pericoli d’un tale contatto, pericoli tenuti insuperabili da tutta quella gioventù ardente e sbrigliata che lo circondava; ma perchè s’era accorto che fin dalle prime ore la maldicenza aveva cominciato a pettegolare e mormorare, aveva creduto unico rimedio contro di essa fuggire in campagna.

Infatti nella sera del giorno stesso aveva trovata presso Romainville la casetta che già in parte conosciamo. Ivi Gabriele aveva la sua camera e Stefanella la sua. La mattina si incontravano sull’uscio della sala comune e la sera si separavano: vivevano tutto il giorno come due fidanzati, e la notte come fratello e sorella. Non era insomma la vita comune dello studente e della crestaia: era il convegno perpetuo di due sposi e l’onore dell’uno e l’innocenza dell’altra, l’amore d’entrambi teneva luogo di barriera.

Ma per questo appunto Gabriele voleva sollecitare con tutte le sue forze la consacrazione del suo affetto. Vivere senza Stefanella non gli pareva possibile; ma far di Stefanella una concubina ancora meno. Egli l’aveva liberata, ed ora voleva compiere l’opera della sua redenzione, ponendo la fanciulla redenta sotto l’egida di Dio, della legge e del suo nome. Voleva insomma sposarla e per questo, come un primo scandaglio gettato nell’anima del padre, gli aveva scritto che aveva bisogno di denaro.

— Se mio padre mi chiederà cosa voglia farne, diceva a sè stesso, allora gli confesserò tutto.

S’immagini ognuno lo stupore, l’allegrezza, la follia che lo invasero, quando il servo del signor De-Mauve gli portò la lettera che conosciamo... Egli non sapeva trovarsi più, non poteva spiegarsi come suo padre avesse così presto scoperto il suo ritiro, e dicesse per giunta di saper tutto; molto meno poi concepiva come un uomo rigido e severo quale il signor De-Mauve potesse scrivere quel «ripareremo» pieno di tanta bontà e di tante promesse. Comunque, Gabriele vedeva la cosa bene incamminata e suo padre mezzo preparato, il consenso certo, l’avvenire felice, e dava per la sala balzi di gioia. Correva da Stefanella a leggerle e rileggerle la lettera, la commentava con lei e fabbricavano insieme tutti i castelli in aria della primavera e dell’amore.

Gabriele non volle indugiare un minuto ad ubbidire all’invito paterno, e baciata sulla cima dei capelli la sua Stefanella, si mosse per Parigi.

— Ma tornerai presto — gli disse trattenendolo per mano la fanciulla, subitamente assalita da un inesplicabile timore.

— Stassera stessa! a qualunque costo... A rivederci... È uno scherzo della nostra felicità che nell’atto di venire si trastulla a disturbarci. Ma ti lascio qui l’anima mia.

E con queste parole balzò in carrozza e si fe’ condurre alla casa di suo padre.

Questi lo attendeva nel suo studio. Quando lo vide entrare gli andò incontro per stringergli la mano, e modellando le labbra ad un sorriso affabile, insolito su quella bocca, gli disse:

— So tutto, ma compatisco e perdono... Stefanella sarà tua... un giorno... Ora non potresti sposarla... Prima devi farti un nome ed una carriera...

— Padre mio! — balbettò Gabriele metà sorpreso di quella bontà, metà spaventato da quella sentenza.

— Sì, Gabriele... Io proteggerò la fanciulla, la terrò per mia figlia... finchè tu ritorni.

— Ritornare?... dovrei dunque partire?

Il padre fe’ cenno col capo di sì...

— Oh mai, proruppe il giovane.

— Allora la perderai... Io non darò mai il mio consenso al matrimonio di un ragazzo con una bambina. Fàtti uomo, matura nel lavoro il tuo proponimento, acquista un grado ed un titolo sociale e allora io benedirò la vostra unione, senza guardarmi addietro, senza cercare se la fanciulla sia una zingara o una contessa, senza chiedere nemmeno dove sia nata...

— Ma... quanto dovrebbe durare questo esiglio di prova?..., si peritò a dire Gabriele che già cominciava a guardare la proposta di suo padre sotto un nuovo aspetto...

— Oh!... un paio d’anni al più... Ma forse anche meno. Ciò dipenderà da te....

— E Stefanella? Chi penserà ad essa?

— Io, ti dico. Non ti fidi della parola di tuo padre? Io, finchè sarò vivo... il mio testamento, se morissi.

— E... dove dovrei andare?...

— Parte stanotte istessa lo stato maggiore generale della spedizione di Crimea... Io ho già potuto ottenere che tu come baccelliere in matematica ed istruito nelle lingue orientali, avresti potuto seguitarlo come aggregato volontario. È il principio d’una strada che ti può condurre lontano. In Francia l’impero è militare ed è la sciabola che comanda. Tu sarai alla guerra e non la farai; gli stati maggiori non vanno alla mitraglia. È uno splendido e sicuro avvenire che ti preparo e... e Stefanella come corona dell’edificio.

Gabriele stava ad ascoltare rattenendo i battiti del cuore, a testa bassa, cogli occhi fissi sul pavimento, quasi cercandovi un’ispirazione... Alla fine dopo una pausa proruppe:

— E dovrei partire stanotte?

— Stassera fra due ore....

— Senza rivedere Stefanella.... Oh questo è impossibile....

— Dovrai forse fare anche questo sacrificio. Tu non puoi tornare a Romainville; non hai che il tempo per fare i preparativi del viaggio e recarti a visitare il colonnello X.... che sarà il capo della tua sezione.

— È impossibile come un delitto, replicò Gabriele....

— Ma è anche impossibile far due cose insieme.... facciamo una prova, se lo vuoi. Mandiamola a prendere.... Essa potrà ancora venire in tempo almeno per salutarti.

— Verrà in tempo?... chiese Gabriele, e voi me lo assicurate?

— Te lo assicuro. Manderemo i migliori nostri cavalli... in un’ora e mezza non vuoi che siano di ritorno?

— Me lo promettete, padre mio?

— Te lo prometto.... Ora scrivimi un biglietto per la fanciulla.

— Non sa leggere, fece Gabriele abbassando gli occhi; basterà gli diciate di venire in nome mio a casa vostra. Ella sa che io sono venuto qui.

— Sta bene, faremo così.... e chiamato lo stesso servo che aveva portato al mattino il biglietto a Gabriele, gli diede tutti gli ordini necessari per questa seconda spedizione....

— E, ventre a terra, soggiunse De-Mauve quand’ebbe finito.

Gabriele non poteva ancora rendersi conto di quello che gli accadeva o stava per fare, e in mezzo al vortice di dubbi, di ragionamenti e di terrori nel quale nuotava, un dilemma chiaro, inesorabile, minaccioso sormontava e diceva: «O restare e perdere Stefanella, o partire e conquistarla».

E intanto che nella agitata mente cercava indarno un’uscita, una fuga a codeste tenaglie nelle quali si sentiva da poche ore serrato, faceva macchinalmente quelli che suo padre chiamava i preparativi del viaggio e andava a far visita al suo futuro colonnello.

Questi lo accolse oltre ogni dire cortesemente e, dietro un cenno impercettibile che il signor De-Mauve gli fece, disse:

— Sono ben felice d’avervi con me, signor Gabriele. Vi prendo subito per mio segretario e passerò io stesso colla mia carrozza a prendervi per condurvi alla stazione.

In tutte queste bisogne, l’ora era già passata; non c’erano più che pochi minuti e Stefanella non era ancora arrivata. Gabriele era sopra brage ardenti: protestava che non sarebbe partito senza vederla, che sarebbe stato un tradimento, che avrebbe messo sossopra il mondo.

— Fanciullaggini, rispondeva il padre; non mancano che venticinque minuti e ce ne vogliono già quindici per arrivare alla stazione. Fra poco il colonnello sarà qui colla sua carrozza.... lascieremo ordine che Stefanella sia condotta alla stazione. Verrà a salutarti là.

— Salutarla!... salutarla non basta.... voglio chiederle quel che pensa di me.... come sopporterà questa partenza improvvisa.... questa lunga lontananza, se mi amerà anche lontano.

— È qui il colonnello interruppe il padre, sentendo il fragore d’una carrozza in cortile.

— O Stefanella, replicò Gabriele correndo alla finestra.

— Il signor colonnello X, annunziò un servo.

Il colonnello entrò frettoloso senza attendere, dicendo:

— Partiamo!... partiamo, signori, non abbiamo un minuto da perdere.... Milizia vuol dire puntualità, e chi arriva ultimo in guerra perde sempre.

E così dicendo si voltava per uscire di nuovo.

— Siamo a’ suoi ordini, signor colonnello.... Vero, Gabriele? rispose De-Mauve pigliando pel braccio il figliolo e traendolo verso la porta.

Gabriele non ci vedeva più: non aveva forza nè di resistere, nè di parlare, nè di risolversi; andava come un automa giù per le scale, come un automa fu messo in carrozza e portato di carriera alla stazione della strada ferrata del Mezzogiorno.

Durante la strada però aveva ripresi i sensi e la volontà e smontando davanti alla porta della stazione si piantò col piglio il più risoluto in faccia a suo padre e al colonnello e disse:

— Signor colonnello.... io non posso partire, se non ho veduto almeno un istante una fanciulla che amo. Mio padre me l’aveva promesso, e se egli non può adempire questa promessa io pure ritiro la mia parola.... e resto!... Non ci sarà forza umana che mi faccia smuovere da questo proposito.

La dichiarazione era categorica, e il volto, la voce, il gesto di chi la faceva non parevano ammettere replica. Da ogni accento si sentiva parlare il proposito della disperazione.

— Ecco Stefanella!... fece il padre voltandosi ad accennare una carrozza che arrivava in quel punto in mezzo a molte altre alla stazione.

— Ed ecco il segnale della partenza, fece il colonnello; signori io vado.... resti chi vuole.... il dovere anzi tutto.

Stefanella in quel momento scendeva da carrozza. Gabriele s’era slanciato incontro a lei e lì, in mezzo a quella folla di soldati, di cocchi e di cavalli, l’abbracciava stretta e le diceva:

— Devo partire.... ma per tornare.... per esser tuo per sempre.... Stefanella non capiva nulla, ma si sentiva svenire di dolore e aveva appena la forza di articolare una parola:

— Partire.... partire....

— Sì... ma tornerò.... addio.... mi vorrai sempre bene?

Stefanella non parlava più; le labbra illividite le tremicchiavano convulsamente, ma non poteva cavarne un solo accento. Rispondeva col capo automaticamente di sì.... ed era bianca come una morta.

L’ultimo squillo della partenza suonò. De-Mauve lo fece intendere a Gabriele, il quale alzati gli occhi in faccia a suo padre e coll’accento della più profonda ambascia gli disse,

— Voi la proteggerete, padre mio.

— Lo giuro, disse De-Mauve, col tuono solenne d’un santo.

Allora Gabriele, sferratosi dalle braccia della sua vergine, montò sul convoglio e partì. Stefanella lo intravide allontanarsi, diè un gemito leggiero come quello d’una colomba percossa nel mezzo del cuore e cascò priva di sensi.

De-Mauve la fece raccogliere e portare nel legno col quale era venuta: sussurrò una parola al suo cocchiere e, montato in un’altra carrozza, disparve.

Stefanella risensò soltanto quando la carrozza si fermò e le fu detto di dover discendere per montare in un altro legno. Essa era come ebete e macchinalmente ubbidì. Solamente quando fu nella seconda carrozza chiese al cocchiere che chiudeva lo sportello:

— Dove mi conducete?

— A casa vostra, disse sogghignando il sinistro auriga, e partì anch’egli al galoppo.