XXIV.
Era notte. Le case passavano via nelle tenebre innanzi alla rapida carrozza e non permettevano alla fanciulla di orientarsi. Vedeva però abbastanza per capire che faceva una strada diversa da quella ond’era venuta, e in cuor suo dubitava.
A un tratto, giunta in un luogo ampio e deserto che pareva una piazza, la carrozza si fermò e Stefanella fu fatta smontare. Ella smontò replicando ancora al cocchiere:
— Dove mi conducete?
— A casa vostra, ripeto, fece il cocchiere collo stesso sogghigno e additando le negre e luride muraglie dello stabilimento Maubert che si rizzava di fronte....
La fanciulla aprì gli occhi; osservò, riconobbe il luogo, formulò colla rapidità del terrore disperato un ragionamento, congiunse mentalmente le cause agli effetti, la partenza di Gabriele al suo ritorno in quell’orrido chiostro, e tramortì di nuovo....
La poveretta non si era sbagliata: svegliandosi, anzi svegliata dalla ruvida scossa dell’aguzzino, si trovò in uno dei covili della spelonca Maubert.
— Su, contessina... svègliati che sei aspettata a far nottata altrove.... T’abbiamo fatta venir qui solo per regolarità della ricevuta... ma il tuo collegio d’ora in poi è un altro... e ci si sta allegri.... vedrai! È un bagordo di giorno e di notte.... ma un pochino più di notte.... Prima però devi mettere giù questi fronzoli.... Sono dell’amministrazione e non deve essere frodata.... e così dicendo accennava i pendenti, la gonnella e gli altri ornamenti del vestito di Stefanella.
Essa ascoltava ancora, ascoltava sempre senza rendersi ragione di quello che le accadeva. D’altronde le emozioni che l’avevano percossa da un’ora in poi erano state così forti, che la facoltà di intendere e di sentire era in lei spenta.
— Spògliati dunque, fece l’aguzzino. Sì, spògliati!... O che questi gingilli sono suoi?... presto!... su!... presto, dico!... e già le poneva le mani sul corpo per levarle di dosso le vesti che madama Mouchard le aveva fatto fare per la pubblica rappresentazione. Stefanella corse colla mano a far riparo al suo seno, ma fu indarno; l’aguzzino, aiutato dalla Pica, sempre pronta ai martirii altrui, ridusse brutalmente ignuda la povera vergine e gettandole ai piedi un cencio di vecchia gonnella che avea coperta una morta del mattino, le disse:
— Mettiti questo ora, e partiamo. Se in collegio ne guadagnerai, ti vestirai di nuovo.
Stefanella si coperse di quel funebre drappo che le avevano dato e al secondo comando dell’aguzzino si mosse per partire. Di fuori aspettava la stessa carrozza che l’aveva condotta; ella vi fu fatta montare; vi si posero ai fianchi l’aguzzino e la Pica e partirono insieme per un’altra meta ignota.