WeRead Powered by ReaderPub
La tratta dei fanciulli cover

La tratta dei fanciulli

Chapter 27: XXV.
Open in WeRead

About This Book

The work portrays the trafficking of children from a poor Calabrian village to outside markets, combining evocative local scenes with testimonies and moral argument. Through episodic narratives of kidnapped youngsters and the suffering of their families, the author interweaves reportage, social analysis, and a direct appeal to public conscience and political responsibility. Prefatory remarks register frustration at official indifference even as debates and commissions circulate, while the text alternates vivid landscapes and domestic tragedy with calls for reform and charity, aiming to expose systemic causes and to rouse readers to practical intervention.

XXV.

Nella notte stessa in cui accadevano questi avvenimenti, Carluccio entrava per la porta di Montreuil a Parigi. Aveva promesso tornare a vendicare Stefanella e scioglieva la sua promessa. Per tre mesi aveva covato e maturato il suo disegno, tacendo, dissimulando, mentendo, divertendo la folla, mostrandosi contento, adulando i suoi padroni, entrando nelle loro grazie, conquistando la loro fiducia, divenendo il beniamino della compagnia, colla stessa astuzia, la stessa segretezza e la stessa pertinacia con cui il negro condannato alle piantagioni d’America e col quale aveva, meno il colore, tanta comunanza di dolori e di servitù, medita la fuga e la consuma.

Ma fuggire per Carluccio non era difficile; difficilissimo invece era fuggire senza essere raggiunto ed arrestato. Però tutto il problema per il Calabrese consisteva nel mettere fra sè ed i suoi padroni almeno 24 ore di strada. Invece la fortuna gli arrise tanto che egli potè mettervi tutto l’oceano.

Infatti la sua compagnia vedendo dimagrare ormai gli affari in Francia, aveva deciso andare a tentare la fortuna in quel paese dove vanno tutti i disperati, in America. Ed eccola tutta raccolta sul ponte di un battello a vapore che dovea partire la notte stessa dall’Havre per Nuova York. Carluccio capiva che non aveva più un minuto da perdere e guai per lui, se il bastimento fosse salpato: egli non avrebbe forse più riveduto la Francia. Però il tentativo, che aveva fino allora protratto di giorno in giorno per renderlo più sicuro, decise compierlo quella notte, a qualunque costo.

La partenza era fissata per le 11, ma fin dalle 10 tutta la comitiva del saltimbanco era già a bordo, sdraiata qua e là sul ponte e quasi tutta addormentata. Quello che pareva dormire più profondamente era Carluccio; egli s’era cacciato fra le gomene e le àncore di prua e non lo si vedeva nemmeno. I marinai erano attenti ai preparativi della partenza, i saltimbanchi russavano e nessuno badava a quel ragazzo, rannicchiato in mezzo agli ingombri del bastimento. Ma Carluccio non dormiva e dagli occhi socchiusi sorvegliava tutti i moti della gente che aveva d’intorno. E allora, quando si vide ben solo, côlto il destro, si calò per la corda dell’àncora giù in mare, e nuotando sott’acqua fin che fu in mezzo ai bastimenti del porto, andò a riuscire poco lontano da esso, alla riva. Mentre toccava terra, il bastimento si metteva in moto e usciva a tutto vapore dal porto. La mattina vegnente, svegliandosi in alto mare il saltimbanco cercò di Carluccio nella sua nicchia e non lo trovò più.

Carluccio intanto aveva fatto quasi venti miglia sulla strada di Parigi. Avendo meditato lungamente la fuga, aveva anche potuto mettere assieme tanto di denaro che gli potesse bastare per le spese del viaggio. Così, senza incidenti notevoli, giunse, come dicemmo, la notte del sesto giorno alle porte della capitale.

Prima, unica sua cura, era naturalmente cercare di sua sorella, e per abbreviare le ricerche, decise muovere di filato verso lo stabilimento Maubert, dove pensava o l’avrebbe trovata ancora o avrebbe raccolti gl’indizii della sua nuova dimora. Però, entrare nello stabilimento non gli pareva prudente, potendo avvenire che, invece di liberar la sorella, cadesse egli stesso in un agguato e tornasse prigioniero. Risolse quindi aspettare sull’angolo della piazza che qualche persona a lui nota gli passasse vicino.

Poteva essere alla posta da circa mezz’ora quando vide arrivare una carrozza, arrestarsi poco lontano dalla casa Maubert e scenderne due persone, un uomo e una donna. Carluccio dal suo nascondiglio tese gli occhi e gli orecchi per scoprire chi erano, e non tardò a riconoscere il capo aguzzino e la Pica. Egli si sentì rimescolare il sangue, ma poichè i due parlavano, egli raccolse tutto il suo fiato e stette ad udire.

— Anche la Calabrese è andata, disse la donna.

— E tutto per merito tuo, rispose l’uomo con un sorriso che pareva tolto a prestito dal demonio.

— Merito del mio odio, replicò la Pica, intanto che faceva un passo per entrare nello stabilimento.

Carluccio aveva udito abbastanza e con uno slancio si trovò in faccia ai due interlocutori prima ancora che essi avessero potuto capire donde era sbucato.

— Voi parlavate di Stefanella — urlò il giovine — dov’è Stefanella?

— Carluccio!... — sclamarono insieme i due sorpresi.

— Sì!... Carluccio che viene a chieder conto di sua sorella e vi strozzerà qui entrambi, se non gliela rendete. E compiendo coll’atto la parola afferrava i due per la gola, uno per mano e li atterrava sotto il suo ginocchio. L’aguzzino e la Pica rantolavano dentro il pugno di Carluccio come due volpi prese alla tagliola, ma il furente atleta non lasciava loro alcun attimo di respiro e li investiva con quest’unico grido: — Mia sorella?... dov’è mia sorella?...

L’uomo resisteva ancora e non fiatava, ma la Pica più debole e ormai esausta di forze, accennava colle labbra palpitanti di voler parlare. Carluccio, essendosene accorto, allentò la mano e le lasciò tanto respiro quanto le bastasse per poter pronunciare la parola. E per udirla meglio, abbassò l’orecchio sulla bocca della sua prigioniera e stette ad aspettare. Di lì a poco colla voce affiochita d’una morente la fanciulla balbettò un nome mostruoso che strappò a Carluccio un urlo di orrore e gli fece ribollire nel sangue le fiamme, fino allora signoreggiate, del furore. Egli rivide ad un tratto le persecuzioni della Pica, il suo spionaggio, le verghe inflitte a sua sorella ignuda, tutti i patimenti e le vergogne di cinque anni, e lasciando per un istante il collo dell’aguzzino che teneva colla sinistra, afferrò con ambe le mani la gola della donna e con una stretta finale e disperata le fece schizzar fuori gli occhi e la vita. Poi, senza nemmeno più pensare all’altro suo prigioniero, si alzò e si diede a correre forsennato nella direzione che la parola della Pica gli aveva indicato.

Egli non ignorava, per fama, quell’orrendo luogo e dopo una breve corsa vi si trovò di faccia.