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La tratta dei fanciulli cover

La tratta dei fanciulli

Chapter 29: XXVII.
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About This Book

The work portrays the trafficking of children from a poor Calabrian village to outside markets, combining evocative local scenes with testimonies and moral argument. Through episodic narratives of kidnapped youngsters and the suffering of their families, the author interweaves reportage, social analysis, and a direct appeal to public conscience and political responsibility. Prefatory remarks register frustration at official indifference even as debates and commissions circulate, while the text alternates vivid landscapes and domestic tragedy with calls for reform and charity, aiming to expose systemic causes and to rouse readers to practical intervention.

XXVII.

Accusato d’assassinio e ratto violento a mano armata; caricato da cento circostanze aggravanti o vere o immaginarie; attaccato da una turba di testimoni scellerati, spergiuri, deliberatamente nemici e non difeso da alcuno; senza passaporto, senza professione, senza parenti; solo, vagabondo, forestiero quale tribunale non avrebbe condannato Carluccio? D’altronde in pochi giorni non tardarono a venire da Nuova-York i reclami del saltimbanco che accusavano il pagliaccio fuggitivo di furto e di mancata fede e ne aggravavano la situazione. Certo, se si fosse fatto un processo in una solenne assisa e se i Calabresi avessero trovato per avvocato un uomo di cuore e d’ingegno, la verità sarebbe comparsa e gli accusati sarebbero ben presto cambiati in accusatori, e il sangue stesso che Carluccio aveva versato, sarebbe parso agli occhi di ogni tribunale e della pubblica coscienza, legittima difesa della vittima, giusto castigo dei carnefici.

Ma Carluccio era ancora agli occhi della legge un fanciullo; egli non poteva essere condannato ad alcuna pena infamante; poteva bensì essere rinchiuso in un ospizio di vagabondaggio o tutt’al più condannato ad un carcere correzionale; inoltre era straniero e la miglior misura a prendersi era quella di liberarsene. Perciò, compiuto sommariamente un processo e dichiarato reo convinto di assassinio e di invasione violenta a mano armata, colla sola circostanza attenuante dell’età, fu decretata la estradizione e la consegna ai tribunali del suo paese.

Stefanella poi, persistendo a dichiararsi sua complice e secondata in questo da Carluccio che ne aveva indovinato fin dalla prima il secreto pensiero, fu ritenuta tale e fu deciso che avrebbe seguita la sorte del fratello e la polizia borbonica avrebbe provveduto.

Dopo molti mesi di interrogatorio, giacchè per questa sorta di processi i tribunali non hanno fretta, i due Calabresi, udita la loro sentenza colla quale Carluccio era condannato a sei anni di carcere correzionale e Stefanella ad un anno, furono caricati sopra uno dei carrozzoni della polizia francese, e così di tappa in tappa, cioè di prigione in prigione, arrivarono fino alle Alpi. Alle Alpi li raccolsero i carrozzoni della polizia sarda, e sempre di veicolo in veicolo e colla stessa compagnia e collo stesso alloggiamento, assaggiando i gendarmi, i ladri, le prigioni delle altre cinque o sei polizie che dovevano attraversare per arrivare a Napoli, cascarono finalmente nelle braccia della borbonica.

È noto che cosa fosse la giustizia del Borbone. Ella non era che la salvaguardia di chi la pagava. Ora chi si sarebbe curato di due fanciulli mandati via per estradizione da un governo potente e accusati e convinti di tanti delitti? Carluccio fu rinchiuso nelle carceri di Castel Capuano e Stefanella in quelle di Santa Maria Apparente, e nessuno, tranne i secondini che li custodivano, pensò più a loro.

La schiavitù trae seco la fatalità del male: essa finisce necessariamente al delitto ed all’infamia: quando si rassegna diventa prostituzione, quando resiste ha nome ribellione, e nell’uno e nell’altro caso la società fa pagare a lei sola il proprio misfatto. E talvolta i più puri ed innocenti son quelli che scontano per tutti, come era accaduto a Stefanella e Carluccio. Ma Carluccio entrando nella sua nuova prigione lanciò al cielo un giuramento di vendetta che fece impallidire persino il carceriere.

Stefanella appena rinchiusa, s’inginocchiò contro la grata della sua triste muda e cominciò a pregare per colui che ella credeva accanto a Dio, e cercava incessantemente in ogni angolo di cielo perchè là era salito e di là doveva tornare.

Erano passati due anni; Stefanella pensava a Gabriele e Carluccio alla vendetta, quando un mattino il carcere della fanciulla fu aperto e le fu detto: «Andate, siete libera».

— Libera!... essa sorrise ed uscì. Appena fu in istrada tutti si diedero a guardarla, ed alcuno ad inseguirla: verso sera ebbe fame e si azzardò rivolgersi ad un signore vecchio per chiedergli del pane.

— Va a lavorare che sei giovane, rispose colui, e tirò diritto senza darle nulla.

Si rivolse allora ad un uomo giovane, ed egli si inchinò e le sussurrò all’orecchio una parola che la fece fuggire svergognata. Si indirizzò ad una signora elegante che s’era fermata in carrozza davanti ad un caffè, ed ella, gettandole un soldo, le disse;

— Stupida! perchè non fai come me?!...

Continuò a stendere la mano giacchè un soldo non le bastava, ma una guardia di polizia le disse che l’accattonaggio era proibito.... Insomma la libertà era più terribile della prigionia.... Il carcere aveva il digiuno ma non la fame, aveva la scuola empia delle compagne ma non la seduzione lussureggiante del mondo, aveva una catena di ferro ma non una catena di leggi, di pregiudizii, di errori sociali tutti congiurati contro la miseria!...

Pure ella non aveva che un pensiero: tornar a rivedere il villaggio dove era nata e dove forse alcuno dei suoi vecchi parenti viveva ancora. Lì essa voleva passare il resto dei suoi anni attendendo le sole persone che amasse ancora e l’avessero amata al mondo: Gabriele che dovea tornare dall’esiglio incontrato per lei e Carluccio dalla prigione sofferta per essa. S’avviò a piedi verso la sua Calabria, ora accattando, ora lavorando a giornata per vivere; qua spigolando le olive, là raccattando i frantumi di corallo lungo le spiaggie del mare; ora ospitata da qualche pietoso convento di monache, ora raccolta nella barca di qualche caritatevole pescatore d’Amalfi, ora sul carro di qualche solitario pastore lucano, e così traversò le rovine di Pompei; le industri vallate della Cava e di Vietri; la conca ridente di Salerno; i colli pianeggianti di Eboli; le acque sotterranee del Negro; la classica Lauria ancora echeggiante dalla energica sfida di Giovanni da Procida; le nevose vette della Rotonda, porta della Calabria Citeriore; il murato Castrovillari; Tarsia dai due fiumi, famosa per il martirio dei Riformati italiani; finchè una sera vide sull’orizzonte, traversò i crepuscoli del sole morente, il povero campanile del suo Ritorto. Allora, come il Crociato all’apparire delle torri di Gerusalemme, come il Mussulmano al luccicare dei minareti della sacra Mecca, si prostese a terra, baciò la prima zolla dei suoi campi natii, e ringraziò il Signore.