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La tratta dei fanciulli cover

La tratta dei fanciulli

Chapter 3: I.
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About This Book

The work portrays the trafficking of children from a poor Calabrian village to outside markets, combining evocative local scenes with testimonies and moral argument. Through episodic narratives of kidnapped youngsters and the suffering of their families, the author interweaves reportage, social analysis, and a direct appeal to public conscience and political responsibility. Prefatory remarks register frustration at official indifference even as debates and commissions circulate, while the text alternates vivid landscapes and domestic tragedy with calls for reform and charity, aiming to expose systemic causes and to rouse readers to practical intervention.

LA TRATTA DEI FANCIULLI

I.

Nel cuore della Calabria citeriore, a tre ore da Cosenza e ad una dal porto di Paola, la culla del santo taumaturgo, là dove le acque del Crati furono deviate per scavare nel suo letto al barbaro Alarico un sarcofago che nessun piede umano potesse calpestare, sorge un misero villaggio che probabilmente dalle ritorte correnti del fiume piglia il nome di Ritorto. È un mucchio di squallidi casolari gettati a caso sul dorso d’una nuda pendice, come un fanciullo orfano gettalo in mezzo ad un deserto fra i fantasmi della notte. Alle spalle lo incalzano le ombre delle alte quercie della Sila, classico asilo di ribelli; di fronte gli si stende, altro infinito misterioso, il mare; ai lati, sulla testa, all’intorno lo minacciano i giganteschi profili dell’apennino Bruzio e le bocche aperte di qualche spento cratere. Ivi tal volta tutti gli orrori del cielo e della terra si dànno convegno come in un sabato festivo, e mentre la Sila manda i sibili de’ suoi abeti che la fantasia popolare crede ancora abitati dagli spettri redivivi di Spartaco e di Rufo, il mar Tirreno inferocito scaraventa sulla montagna i suoi cavalloni, e la montagna risponde di sotterra col terremoto, e dalla cima con un’eruzione di briganti, unici re di quelle solitudini e di quelle notti, l’orrido vivente di quell’orrido inanimato.

La notte del 24 febbraio 1850 era una di queste. I briganti non erano comparsi sulla montagna, ma in ricambio vi era caduta la neve; le viscere della terra tacevano, ma un terribile vento di levante soffiava dalla foresta, e passando collo scroscio d’una mitraglia attraverso le case del villaggio andava a gettarsi sul golfo di Policastro, e vi destava tutte le collere della tempesta. Poteva essere un’ora di notte, contando all’italiana, e il coprifuoco era appena suonato, ma il casale era muto come un sepolcreto. Non un fil di luce trapelava, non una voce zittiva, non un atomo si moveva. Ogni porta era sbarrata, ogni imposta chiusa, ogni animale accovacciato: i bambini tremavano sotto le coltri e le madri sveglie pregavano per sè e per essi. Sola la campanella della chiesa scossa dal vento, mandava di quando in quando un suono gemebondo, quasi assumesse ella sola di far sonare al cielo il lamento che gli uomini non osavano.

In quell’ora, in uno degli ultimi e più miserabili abituri, isolato in quell’isolamento come un figlio reietto, si presentava questa scena.