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La tratta dei fanciulli cover

La tratta dei fanciulli

Chapter 30: XXVIII.
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About This Book

The work portrays the trafficking of children from a poor Calabrian village to outside markets, combining evocative local scenes with testimonies and moral argument. Through episodic narratives of kidnapped youngsters and the suffering of their families, the author interweaves reportage, social analysis, and a direct appeal to public conscience and political responsibility. Prefatory remarks register frustration at official indifference even as debates and commissions circulate, while the text alternates vivid landscapes and domestic tragedy with calls for reform and charity, aiming to expose systemic causes and to rouse readers to practical intervention.

XXVIII.

Levatasi, mosse diritta all’estremità del villaggio, tremando ad ogni istante di veder comparire la negra muraglia del povero abituro dove era vissuta bambina. Ma ella avanzava e l’abituro non c’era più. Al suo posto c’era un campo d’orzo e vi brucavano poche capre guardate da un giovane mandriano.

— Oh buon capraio, sapreste dirmi che avvenne di questa casa?...

— Eh ehee!... vecchia storia, l’ha portata via il terremoto, — rispose il capraio.

— E quelli che l’abitavano?...

— Storia breve!... Lo Storpiato l’hanno ucciso i gendarmi e la Marinella, dopo aver mendicato un anno di porta in porta fu trovata una mattina stecchita sul ponte di Crati.

— Morti tutti!... sclamò la fanciulla dando in uno scoppio di pianto.

— Erano forse vostri parenti? disse il capraio, accostandosi intenerito alla piangente. Mi duole allora d’avervi fatto pena col mio brutale racconto, perdonatemi.

— Erano mio padre e mia madre, replicò Stefanella con un nuovo singulto.

— Poveretta!... e voi d’onde venite?...

— Vengo.... qui la fanciulla s’arrestò e diventò rossa; doveva dire «vengo di prigione» ma non n’ebbe il coraggio.

— Da Napoli forse?...

— Anche da più lontano; dalla Francia!...

— Dalla Francia?... Chi sa dov’è la Francia!?... ed ora cosa farete a Ritorto?...

— Cercherò di lavorare se ne troverò.... e se no.... qui la fanciulla ebbe un altro assalto di pianto.

— Ne troverete!... ne troverete.... Sentite, bella paesana.... Mio padre è vecchio e non può più attendere ai mercati ed alle grosse mandrie.... Io farò per lui e voi guarderete queste mie capre per me....

— Oh sarebbe troppa fortuna.... ma vostro padre....

— Mio padre dirà di sì.... e mia madre anche.... sono buoni i miei parenti.... non credo che in tutta Calabria ce ne sieno di compagni.... qui tutti vendono i figliuoli, ma dite un po’ che abbiano voluto vender me?... E ci furono annate di fame!... Ma niente.... o tutti insieme o nessuno.... Venite.... farete la capraia e aiuterete mia madre a far le focaccie.... Come vi chiamate?...

— Stefanella!...

— Ed io Marco.... non è un bel nome?... ma non è il nome che fa.... venite con me.... è già sera, le capre sono gonfie come otri.... venite!... venite a casa mia.... la casa è quella su verso il monte... pare un guscio, ma è allegra come un nido di primavera....

Stefanella non potè dire di no; non poteva respingere la provvidenza e seguì la sua guida.

I due vecchi pastori accolsero le raccomandazioni del figliuolo per l’orfana paesana da quella buona gente che erano, e le dissero:

— Siate la benvenuta; lassù nel granaio ci sarà un lettuccio per voi e qui a questo desco un posto sicuro. Pregate il Signore che ci renda il bene che vi facciamo.

Stefanella trasformata in capraia trovò così alcuni mesi di pace apparente. Apparente perchè c’era un vuoto dentro il suo cuore che nessuna felicità mondana poteva colmare: il vuoto lasciatovi dall’esiglio del suo amante e dal carcere di suo fratello. Però la mattina all’alba, prima di andare al lavoro e la sera al suo ritorno, ella montava sul suo granaio, e seduta all’abbaino vi passava le lunghe ore a guardare sulla strada se un’ombra nota, l’ombra di Gabriele o di Carluccio, vi spuntava.

Quale dei due aspettava, desiderava di più?... Chi è stata sorella ed amante lo dica! La sola filosofia non basta a spiegare questi sottili enigmi del cuore umano.

Un giorno, era già trascorso un anno, Marco sbucò improvvisamente sul campo dove Stefanella faceva pascolare le sue capre, e andando diritto verso la fanciulla la interrogò così:

— Ho una cosa da domandarti, Stefanella.

— Parla, rispose la fanciulla.

— Mi vuoi bene?

— Come a mio fratello.

— E non di più?...

— E non basta?...

— E se ti domandassi di volermi bene come ad uno sposo.

Stefanella esitò.

— Sii sincera, Stefanella....

— Allora ti direi che non posso.

— Ah!... lo prevedeva.... tu ne ami un altro!?...

— Un altro che deve tornare e che aspetto.

— Un vile che non tornerà e che ti avrà già dimenticata.

— Marco, se vuoi uccidermi... parlami ancora così....

— Non te ne parlerò più, ma saremo infelici entrambi.

Da quella volta in poi Marco non le parlò più del suo amore, e in capo a un anno, diciamolo, non ci pensò neanche più. Stefanella era divenuta per quella famiglia qualcosa di sacro, e ogni sentimento mondano avea finito col tacere innanzi a lei. Ella s’era risolta a raccontare la storia della sua vita e tutti la riguardavano come un miracolo vivente del cielo. La voce delle sue avventure, dei suoi patimenti, della sua virtù, del suo prodigioso salvamento s’era sparsa a poco a poco nel paese e una specie di superstiziosa tradizione avea cominciato a formarsi intorno al suo nome. Da molte parti si veniva a consultarla come una fata od a pregarla come una santa, ed era credenza universale che la casa del mandriano, finchè fosse abitata da quella vergine miracolosa, non avrebbe patito disgrazie.

Protetta da questa specie di aureola che le cresceva d’intorno quanto più la ricusava, Stefanella trascorse tranquilla e rispettata altri tre anni.