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La tratta dei fanciulli cover

La tratta dei fanciulli

Chapter 32: XXX.
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About This Book

The work portrays the trafficking of children from a poor Calabrian village to outside markets, combining evocative local scenes with testimonies and moral argument. Through episodic narratives of kidnapped youngsters and the suffering of their families, the author interweaves reportage, social analysis, and a direct appeal to public conscience and political responsibility. Prefatory remarks register frustration at official indifference even as debates and commissions circulate, while the text alternates vivid landscapes and domestic tragedy with calls for reform and charity, aiming to expose systemic causes and to rouse readers to practical intervention.

XXX.

Da un mese le due Calabrie vivevano nel terrore. Una banda di briganti che la spaventata fantasia ingrossava, e della quale una più feroce non era mai comparsa a memoria d’uomini in quella contrada, occupava tutti gli sbocchi della Sila e minacciava con le più audaci scorrerie fino l’interno delle città.

Erano dieci... venti... cento persino, diceva la voce pubblica; avevano ramificazioni su tutti i gioghi, manutengoli in tutti i villaggi, minacciavano tutte le strade, ponevano ricatti a tutte le famiglie, il fuoco a tutte le fattorie, assalivano, qualche volta, persino i posti dei gendarmi e della truppa destinata a contenerli. Nessuna vita, nessuna sostanza erano più sicure. Miravano però alle alte cime e specialmente agli ufficiali del governo. Un generale avea dovuto riscattarsi con ventimila onze; un intendente era stato messo a brani, arrostito e spedito così cucinato alla città che aveva presieduto; sopratutto, se capitava loro nelle mani una donna, la loro rabbia non aveva più umano confine. Erano obbrobriosamente pollute, uccise e appese ignude sulla pubblica via. Inseguiti, traccheggiati, cercati a morte da numerose colonne volanti, aveano saputo fino allora resistere a tutti gli assalti e sparivano fuggendo nelle loro spelonche, dove nessun occhio poteva penetrare nè piede umano avventurarsi. Qualche volta battuti pareva trovassero nelle viscere stesse della terra inesauribili riserve e quando giungeva la notizie che erano decimati in un luogo, ecco ricomparivano moltiplicati in un altro. Era la favola dei denti di Cadmo.

Il loro capo sopratutto era il fantasma di tutti i terrori, e il protagonista di tutti i racconti, l’eroe di tutte le imprese.

Gli affibbiavano una forza favolosa, una giustezza di colpo portentosa, una carabina infallibile, una gamba inarrivabile, una ferocia insaziabile, un coraggio indomabile, una specie di potenza miracolosa. Chi lo faceva vecchio e chi giovane; chi alto e chi basso, chi erculeo e chi sottile, chi gli prestava una lunga barba e chi lo voleva imberbe come un giovinetto. Tutti lo dipingevano a capriccio, tutti sognavano di averlo veduto vestito in mille foggie, da gendarme, da prete, da mercante, da donna, da frate, da gran signore, da accattone, ma nessuno infatti l’avea veduto, perchè chi l’aveva veduto non era più tornato a raccontarlo. Chi diceva che era francese, chi napoletano, chi calabrese; volevasi che parlasse tutte le lingue, che sapesse tutti i giuochi, che ballasse tutti i balli, che suonasse a meraviglia la zampogna e cantasse come un cigno.

Era la leggenda di Fra Diavolo ingigantita dal tempo, moltiplicata dagli aneddoti di un secolo di brigantaggio, esagerata da tutti i colori della fantasia meridionale.

Quanto a’ nomi glieli davano tutti, ma egli non ne portava alcuno. Non firmava mai nessuna carta, chi per lusso di precauzione diceva, chi perchè non sapeva scrivere; ma in luogo di firma adoperava un sigillo che portava una testa d’Erinni. Laonde il solo nome che gli sia rimasto presso i presenti e i futuri fu la Furia... Bastava che un qualsiasi uomo o donna per celia o per minaccia pronunciasse quella parola «la Furia» perchè tutti gli astanti fuggissero tremando, come se la Furia stessa fosse loro stata alle spalle.

Un suo decreto mandato anche da lontano per mezzo della posta e segnato del suo terribile suggello valeva come un decreto del re: tutti l’ubbidivano e non osavano parlare, sapendo che la Furia non perdonava le delazioni e le scopriva tutte. In molte chiese si erano cominciati tridui, novene e pubbliche preci per allontanare il grande flagello, ma la Furia comparve un giorno, solo, in mezzo alla chiesa in piena messa cantata e bastò a mettere in fuga in un baleno, preti e preganti ed a vuotare la chiesa. Egli prima di partire bollò del suo sigillo la porta e ordinò che per tre mesi non fosse più riaperta, e non lo fu.

Perciò la tradizione ripete ancora che «la Furia mise in prigione Domineddio e nessuno ebbe il coraggio di liberarlo».

L’uomo che menava tanto rumore e tanto spavento di sè, il lettore l’avrà già indovinato, non era altri che Carluccio. Nessuno sapeva ch’ei fosse il fratello della Stefanella e nemmeno che fosse di Ritorto. La polizia stessa ignorava il suo nome e la sua patria, e quest’aria di mistero aumentava la sua forza. La credulità popolare aveva di certo ingrossata la cronaca delle sue imprese, ma anche facendo molte concessioni alla favola ed al terrore, restava pur sempre una gran parte di vero!

Carluccio non comandava infatti che una banda di 24 briganti, ma erano tutti eccellentemente armati e muniti; aveva complici e manutengoli in tutte le provincie del regno e in tutti gli ordini della società; disponevano di somme favolose di denaro, e quel che è più, conoscevano i più nascosti recessi della contrada, dalla foce del Crati al golfo di Squillace, come i gendarmi che indarno li inseguivano, conoscevano gli angoli della loro caserma. Le truppe regie spedite ad attaccarli caddero due o tre volte nelle loro imboscate e furono costrette a fuggire decimate e sconfitte. Attaccati, si battevano furiosamente ma non si lasciavano mai circondare, e prima che il nemico li avesse avvolti, erano già spariti nei burroni inaccessibili della montagna. Carluccio primeggiava naturalmente per ordine, destrezza e ferocia, e due o tre imprese compite da solo avevano finito coll’assicurargli sopra i compagni una incontestabile autorità.

Oltre la famosa comparsa nella chiesa che abbiamo narrato, fece anche questa:

Sapeva che un ricco barone della contrada maritava la figlia e che il corteo della sposa dovea partire una notte da Cosenza per avviarsi a Rogliano dove l’aspettava lo sposo.

Il convoglio di cocchi e di cavalli doveva essere scortato per pompa e per difesa, sebbene allora la Furia fosse creduta lontana, da una squadra di 24 servi a cavallo armati di tutto punto, coll’ordine di marciare all’avanguardia e alla retroguardia con tutte le precauzioni militari. Ma erano fuori poche miglia da Cosenza che uno dei servi a cavallo avvicinatosi al barone, che l’avea richiesto per non so quale servizio, lo afferrò improvvisamente per la gola e puntandogli una pistola alla testa, gli disse a bassa voce:

— Io sono la Furia, non ti muovere o sei morto.

Il barone, a quel nome, a quell’atto, al freddo di quella canna che gli toccava la fronte era già morto prima di essere ucciso e appena ebbe coraggio di dire:

— Salvatemi, cosa volete?...

— Ordinerai ai tuoi servi che raccolgano qui ai miei piedi tutto l’oro che hai nella tua carrozza e le gemme che porti a tua figlia e tutte le armi delle quali sono armati.... poi che tornino tutti indietro, cocchi, cavalli e uomini alla gran carriera e senza voltarsi indietro... Tu resterai con me, finchè l’ordine non sarà eseguito... Obbedirai?...

— Obbedirò...

E il Barone ordinò, come aveva suggerito la Furia. I servi ad uno ad uno venivano pallidi e frementi a deporre chi uno scrigno tempestato di pietre preziose, chi un’arma rabescata d’argento, e se alcuno si peritava a brontolare a mezza voce,

— Voi volete ammazzare il signor Barone, diceva la Furia, giuocando col grilletto della pistola.

In pochi minuti la volontà della Furia era adempita, e quando l’ultimo dei servi sparì nella risvolta della strada, allora la Furia lasciò il Barone dicendogli:

— Va, e non t’avventurare più di notte dove regna la Furia.

Il Barone non se lo fece ripetere, e con quanta forza aveva nelle gambe il suo cavallo, fuggì anch’egli alla volta di Cosenza.

Carluccio, rimasto solo, diè un fischio; quattro o cinque de’ suoi compagni uscirono dalla macchia e raccolto lo splendido bottino, lo portarono nei nascondigli della selva, tutti compresi di stupore e di rispetto per l’audacia e la fortuna prodigiosa del loro capo.

Alla fama di tali imprese una persona sola pativa in segreto senza averne paura, nè provarne meraviglia: era Stefanella. In sulle prime tutte le volte che Carluccio mandava a lei o per chiederle o per darle notizie, od anche per domandarle l’asilo d’una notte, Stefanella, come aveva promesso, non s’era mai ricusata, e più d’una volta il granaio della vergine aveva ospitato il terribile la Furia. Una cosa sola Stefanella non aveva mai voluto acconsentire, cioè, ricevere i doni di denaro e di gioielli che il fratello le faceva.

— I tuoi regali mi fanno orrore... tu non sei più il Carluccio che ho amato — gli diceva, e correva a nascondersi in un angolo del granaio e piangeva a dirotto.

Un giorno essa prese una risoluzione. Carluccio era venuto a vederla proprio a quel risvolto della strada di Ritorto ove l’avea riveduto la prima volta: Stefanella gli si mosse incontro fredda e risoluta. E prima che l’altro le avesse potuto toccar la mano, gli disse:

— Carluccio!... volete lasciare la vita che conducete?... ve lo chieggo in nome della vostra e mia eterna salute!... Ma, per l’ultima volta, lo volete voi?...

Carluccio, senza esitare un istante:

— No, rispose. No!... non mi sono ancora vendicato... Quando avrò bevuto il sangue del cuore di un francese, allora chiederò a Dio perdono dei miei peccati, e finirò da me stesso.

— Basta!... fratello... noi non ci vedremo mai più, io sono morta per voi... voi lo sarete per me.

— Sia fatta la vostra volontà... Ciascuno per la sua via... La Furia ha il suo destino... e non è quello degli angioli... addio... per sempre... ma se un giorno tu udissi che sulle montagne è accaduta una ecatombe di francesi... allora dirai che quell’ora fu l’ultima della mia vita... Addio.

E l’uno cacciandosi nel fitto del suo bosco, l’altra rifacendo lentamente la sua via, si separarono.