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La tratta dei fanciulli cover

La tratta dei fanciulli

Chapter 34: XXXII.
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About This Book

The work portrays the trafficking of children from a poor Calabrian village to outside markets, combining evocative local scenes with testimonies and moral argument. Through episodic narratives of kidnapped youngsters and the suffering of their families, the author interweaves reportage, social analysis, and a direct appeal to public conscience and political responsibility. Prefatory remarks register frustration at official indifference even as debates and commissions circulate, while the text alternates vivid landscapes and domestic tragedy with calls for reform and charity, aiming to expose systemic causes and to rouse readers to practical intervention.

XXXII.

Qui n’è d’uopo aprire una parentesi, per dare al lettore un indispensabile schiarimento.

Gabriele s’era mantenuto fedele alla memoria di Stefanella fino al suo ritorno a Parigi. Il tempo e la compagnia di uomini che erano soliti a trattare l’amore come un trastullo avevano finito coll’attiepidire l’ardore primitivo dei suoi vent’anni; ma tuttavia, tornando in Francia, egli credeva sentire ancora tanto affetto nel cuore da poter sciogliere senza sforzo la sua promessa. Infatti, scorsi tre anni e tornato a Parigi, la prima cosa che chiese a suo padre fu della sua fidanzata, ma suo padre assumendo un contegno di tristezza e facendo precedere le sue parole da un sospiro, gli rispose:

— Che vuoi, figlio mio!?... io l’ho custodita e protetta per un anno intero ed era felice di potertela conservare pura ed intatta... Illusione!... Un giorno ella disparve con un altr’uomo ed io per quanti sforzi facessi non ne ebbi mai più notizia.

— Menzogna, gridò il giovane.

— Tu dimentichi che parli a tuo padre, replicò severamente De-Mauve, ma ti perdono; poniti tu stesso alla ricerca e lo vedrai.

Gabriele infatti si diede a cercare di Stefanella per tutta Parigi.... Ne chiese al mondo elegante, al mondo equivoco, al mondo turpe, alla polizia, agli ospedali, alle carceri, e in capo a molti mesi ebbe la conferma che una calabrese della quale non si sapeva nemmeno il nome era uscita da un luogo infame per passare in un carcere.

Restò atterrito e per più mesi istupidito e quasi pazzo. Egli non poteva credere che Stefanella fosse discesa spontaneamente in tanta abbiezione e la credeva vittima d’un tradimento; ma intanto ella non c’era più, ella era perduta, era come morta. E i fedeli alla morte son pochi; sopravvive forse nei più gentili il fiore della ricordanza, ma a poche anime elette è dato eternare sopra una tomba il fiore ardente dell’amore.

Però Gabriele, bella ma non perfetta natura, più generoso che costante e abbastanza buono per vagheggiare, ma non abbastanza forte per consacrare la sua vita al culto di un ideale che la scettica saviezza del suo tempo e del suo paese derideva, piegò agli eventi, agli anni, al destino; si credette obbligato a vivere come tutti gli altri, sciolto dalla sua promessa; ricordò qualche volta con una lacrima il suo mesto idillio di gioventù e vi posò sopra una pietra.

Scorso alcun tempo, il padre, sempre intento ad apprestargli la fortuna, gli propose un ricco matrimonio. Gabriele mostrò dapprima qualche riluttanza, ma poi si arrese. La sposa parve gentile, la coppia bene assortita: il padre insisteva, il mondo applaudiva, Gabriele finì col credere d’amare la sua promessa e di essere felice con lei. Egli si sposò e nella settimana stessa col padre, la matrigna e la sposa si mise in viaggio per l’Italia. Il resto ci è noto: il primo viaggio di nozze doveva finire nella caverna del brigante.