WeRead Powered by ReaderPub
La tratta dei fanciulli cover

La tratta dei fanciulli

Chapter 5: III.
Open in WeRead

About This Book

The work portrays the trafficking of children from a poor Calabrian village to outside markets, combining evocative local scenes with testimonies and moral argument. Through episodic narratives of kidnapped youngsters and the suffering of their families, the author interweaves reportage, social analysis, and a direct appeal to public conscience and political responsibility. Prefatory remarks register frustration at official indifference even as debates and commissions circulate, while the text alternates vivid landscapes and domestic tragedy with calls for reform and charity, aiming to expose systemic causes and to rouse readers to practical intervention.

III.

L’uomo, malgrado i visibili guasti del tempo e della miseria, era uno dei tipi più puri del montanaro calabrese. Poteva avere cinquant’anni, ma in quella notte ne dimostrava venti di più. Trent’anni prima nessuno aveva portato sull’orecchio con maggior garbo di lui il cappello appuntito coronato di nastri di velluto, nessuno maneggiata con maggior destrezza la lunga carabina, nessuno balzato con maggior agilità pei dirupi delle sue montagne e snodate le gambe con maggior grazia in una paesana ancioca. Oggi la tinta lucida e olivigna del suo volto, leggiadria de’ magno-greci antichi e de’ palicari moderni, s’è corrotta nel color giallo degl’itterici: le sue chiome, un dì corvine e ricciute, gli scendono da tutti i lati setolose, arruffate e canute: l’occhio nero, una volta pieno di fòlgori, ora divenuto un morto cristallo incavernato in due profonde occhiaie: i garretti ossei e nerboruti d’un tempo gli tremolavano flosci e cascanti: tutte le sue vesti non erano più che un immondo ciarpame a stento tenuto insieme dall’industria dell’ago e del filo, e da quell’ontume addensato dal tempo che, facendo ufficio di colla, ne cementava i brandelli.

Abbiamo detto montanaro, ma potevamo dire senz’altro brigante, perchè tale era stato per tutta la vita il suo mestiere. Nè egli l’avrebbe lasciato, se nell’ultima levata dei repubblicani rifugiati in Calabria dopo il colpo di Stato del 15 maggio, la palla d’un gendarme napoletano non gli avesse fracassato il braccio destro e postolo nella impotenza di sostenere gli stenti della vita randagia e pugnace alla quale s’era votato.

Ma il ferito aveva saputo nascondere il fatto tenendosi rimpiattato per due mesi in uno dei burroni della Sila, sicchè quando ricomparve alla luce, aiutato anche dalla fida clientela dei manutengoli, potè dar ad intendere perfino alla polizia borbonica di essersi frantumato quel suo braccio cadendo da una balza nell’inseguire alla caccia un caprone selvatico. E della avventura serbava nel braccio appeso costantemente al collo la visibile ricordanza, e nel soprannome di Storpiato, impostogli da tutta la vallata, la popolare testimonianza.

Lo Storpiato però, chiamiamolo subito noi pure così, era stato brigante per fame, per tradizione, per amor della vita libera e selvaggia, ma avea combattuto sempre per i carbonari e la rivoluzione. Perocchè non bisogna dimenticarselo mai, il brigantaggio non ha altra bandiera politica, quando ne ha, che la ribellione al governo che impera, e in Calabria fu repubblicano contro Manhnes, reazionario col cardinal Rufo, carbonaro contro re Bomba, borbonico e reazionario adesso, salvo a riprincipiare il suo ciclo appena il potere, contro il quale soltanto combatte, muti nome ed insegna.

La perdita di quel braccio era stata per lo Storpiato il segnale della sua rovina. Egli non aveva saputo in vita sua far altro che il bandito, ed ora si trovava da un anno come il navigatore che abbia un buco nella chiglia, e che più s’avanza più s’avvicina al naufragio. Quindi, dopo aver consumati nei primi mesi i pochi risparmi, era arrivato di gradino in gradino fino all’orlo della miseria.

L’ultima sua risorsa erano quei due animali che convivevano con lui: ma non erano nemmen essi cosa sua. Gli erano stati dati per carità nell’epoca della sua disgrazia da un barone carbonaro e manutengolo, ma l’annata era stata scarsissima di ghiande e la coppia mal nutrita non aveva fecondato. Ora gli restava l’estremo partito di venderla alla prima fiera, ma poi?... impotente a lavorare, impotente a pirateggiare, con madre, moglie e due figlioli da sostenere, il vecchio brigante era alla disperazione.

La moglie, fida sua compagna da oltre quindici anni, era stata una bellezza e ne faceva ancora testimonianza un ampio fascio di capelli biondi, pregio invidiatissimo fra le brune calabresi, e l’avorio ancora immacolato de’ suoi denti, ultima reliquia di quel decadimento, e in cambio dei quali ogni più avara matrona napoletana avrebbe date le più candide perle del suo scrigno. Ma sebbene avesse appena sorpassato i trent’anni, essa era già una rovina, e chi la osservava provava lo stesso senso che si prova alla vista d’un avanzo di statua greca. Si presente, si indovina la classica fattura, ma si sente che intera non la si rivedrà mai più. Essa pure non aveva che ciarpe dintorno alle membra, e di tutto quel grazioso costume calabrese, dal busto azzurro e dalla gonnella cremisina, il più pittoresco di quanti ne abbia il pittoresco Mezzogiorno, non restava altro che uno squallido cenciume.

Ella si serrava in grembo i suoi due piccini credendo forse, pietosamente illusa, di riscaldarli; ma non faceva che intirizzirli del suo freddo. La bambina era ben fatta, e aveva i capegli biondi e la tinta bruna della madre; il fanciullo era una riproduzione del padre a dieci anni. La bimba per veste aveva un pezzo di tela turchina cinta intorno alla vita; il bimbo vestiva ancora più semplice: era nudo come l’aveva fatto la mamma.

La vecchia rinuncieremo a dipingerla. Bisognerebbe mettere insieme tutte le laidezze delle Eumenidi, delle streghe del Valpurga e della foresta di Birmano per formarne la tavolozza. Era una donna dei climi meridionali a ottant’anni, ecco tutto. Chi sa quanto sia rapida e profonda la trasformazione del bello nell’orrido sotto quel cielo, e come sia breve la giovinezza e disastrosa la vecchiaia; chi ha incontrato qualche volta una vecchia siciliana, greca o spagnuola; chi ha sognato bambino la morte che si muove, chi può immaginare una mummia colla vita potrà averne un’idea.

Però la nostra vecchia aveva ancora due prerogative tutte sue: per respirare rantolava e per parlare fischiava.

Lo Storpiato stava a testa bassa attizzando con un moncone di ferro le ceneri e parlava. Sua moglie guardava tra le travi del soffitto cercandovi il cielo, i ragazzi sbadigliavano: la vecchia seduta sul suo giaciglio, tratteneva il rantolo ed il fischio, ed era tutta orecchi ad ascoltare.