V.
Al mattino, appena giorno, si sentì bussare. Lo Storpiato era già in piedi e corse ad aprire. La Marinella balzò dal letto spaventata come i condannati a morte che vedono aprirsi la prigione l’ultimo mattino della loro vita. I bambini corsero col padre a vedere chi fosse.... La vecchia non si mosse perchè non poteva.
— Ah è lei!... disse lo Storpiato.... non lo aspettava più.
— Uomo onesto non ha che una parola sola.... — rispose l’arrivato, tipo di mercante di buoi indurito dall’aria marina — sbrighiamoci, perchè ci ho il vento fresco di terra e mi preme di partire.... Sono questi i marmocchi?...
— Questi!
— Uhm!... la femmina è troppo gracile e il maschio è troppo forte.... la prima rischia di restare per istrada e l’altro non troverà un cane che voglia commuoversi per lui.
— Ma quando li vedranno ballare la ancioca — fece il brigante ammiccando coll’occhio....
— Merce mediocre.... appena sostenibile.... Vediamo questi quattro salti....
— Piccirilli, fece il padre.... un colpo di ancioca, da bravi ch’io vi darò la misura colla zampogna....
E staccato lo strumento dalla parete si mise a soffiarvi dentro, cavandone quella monotona e stridula cantilena, che è tutta la musica dal Tronto allo Stretto.
I bambini alla voce del padre ed al suono della zampogna si posero lì, ignudi come erano ad agitare le loro magre gambe per diritto e per traverso, battendo di quando in quando le loro palme in segno di tripudio e mandando dalla bocca quel grido che assomiglia all’Evoé bacchico degli antichi e che ne è probabilmente l’eco.
La Marinella intanto, accoccolata in un angolo della stanza, recitava sommessamente il rosario e piangeva in silenzio.
— Basta così... non ne posso più del vostro satanico sgambettìo — gridò il mercante — ma son troppo grandi.... Quanti anni?...
— Nove la piccina e dieci il maschio — rispose il padre.
— Via, mi rubate quelli della balia....
— Per i chiodi del nostro Redentore vi dico la verità.
— E sia.... son pronti a partire?
— Prontissimi.... vero, Marinella?...
Marinella rispose con un singulto, e la vecchia sibilò due mostro dal fondo del suo canile.
Allora il mercante si mise a passare in rivista i due bambini, tastandoli, girandoli e rigirandoli, guardando loro i piedi per accertarsi, se erano buoni alla marcia, picchiandoli nel petto per sentire, se avrebbero resistito alla fatica.
A questo giuoco i fanciulli, già commossi dal pianto della madre, si misero a piangere anch’essi. Ma il padre:
— Ohè, ragazzi.... punto strilli ora... andate con questo signore.... Voi ballerete e canterete sempre.... Vi vestirà bene proprio come da figli di galantuomini.... vi darà della focaccia finchè ne abbiate voglia.... vero, signore?
— Certo che sì.... Allegri, marmocchi....
I due ragazzi si diedero a contemplare l’uomo che doveva fare tanti miracoli e si acchetarono.
— E il prezzo?...
— Quaranta pezze — rispose secco il brigante.
— Che!... baie! Maitre Gaubelet non ne fa di questi contratti, saranno già troppe venti....
— Allora i bambini resteranno con me.... e voi ve n’anderete....
— Via non riscaldiamoci, pensate che i prezzi sono ribassati, perchè la merce è abbondante. Quaranta pezze! sono 200 franchi.... mi fate celia.... se si dicesse trenta ci si arriverebbe!...
La Marinella alzò gli occhi sopra suo marito per aspettare la sua risposta.
— Mettilo alla porta — urlava la nonna.
— Siete pazzi.... E domani?... No!... vada per le trenta.... i ragazzi sono vostri.... Su voi altri! Addio, Carluccio, addio, Stefanella... andate, gli è inutile, adesso siete di questo signore.
— E queste sono le trenta pezze, fece il mercante tirando fuori un rotolo dalla tasca del giubbone e deponendole sul cassabanco.
Poi, voltosi ai ragazzi,
— Ed ora andiamo, petits chiens — fece allungando la mano per pigliarli.
— Prima bisogna farli benedire — gridò la madre slanciandosi davanti alle sue creature e facendo loro schermo della persona con un coraggio che nessuno avrebbe mai sospettato in lei. — Non è vero, Salvatore?
— Ma io non ho tempo da perdere, rispose il mercante.
— Ha ragione la donna, fece il brigante... In dieci minuti è bello e sbrigato. Vado e torno.
Lo Storpiato uscì a salti e in meno che non avea detto, tornò conducendo seco un figuro nero, unto, sinistro, tutto inferraiuolato. Era il pievano del villaggio.
— Ci sono da benedire questi due bimbi, disse il padre.
— Se ne vanno? chiese freddamente il prete come di cosa consueta e naturale.
— Se ne vanno.
— Allora è subito fatto.
E cavata di tasca la stola se la gittò sulle spalle e si mise a brontolare le giaculatorie della benedizione. Quando ebbe finito segnò egli stesso col segno di croce i due ragazzi, e con un sorriso di soddisfatta compiacenza esclamò:
— Eccoli serviti!
— Siate benedetto, fece la madre.... Tenetela, cari miei, questa benedizione, ed anche queste due medaglie di san Francesco di Paola; non lasciatele mai.
— La mezza pezza — disse il prete allungando la mano — perchè ho premura anch’io.
— Ne abbiamo una intera per voi, rispose il padre. Coll’altra mezza direte una messa per la salute di questi due figliuoli e delle anime nostre.
— Così sia. Salute a tutti; — e intascato il suo prezzo, il prete uscì dalla capanna.
Di lì a mezz’ora il mercante spingeva innanzi a sè i due calabresi sulla strada del porto di Paola, e quando s’arrestavano per fiatare o voltarsi indietro li incalzava con un minaccioso Ohè, come fa il boaro colla mandra che riconduce dalla fiera.
Così lasciarono la loro casa quei due fanciulli senza saper dove andassero, nè qual mano li conducesse: il padre li gettava per trenta danari nell’ignoto: la madre, impotente a contenderli a quel destino, li lasciava partire, non serbandosi altro conforto che la prezzolata preghiera d’un prete, e la poetica speranza di una giustizia futura.
Nel porto una goletta con bandiera francese allestiva per la partenza. Il mercante vi fece entrare i fanciulli, e dopo averli consegnati al nostromo con queste parole: «Registrare, numerare, e nella stiva» se ne andò pei fatti suoi.
Il nostromo aperse un libraccio foderato di catrame ed olio, e vi scrisse sopra il nome, il cognome e la provenienza dei due ragazzi: poi cavò da un armadio due pezzi di cartone, li infilò in una funicella, e fattone una specie di collare li passò nel collo dei bimbi con questa avvertenza:
— Codesto è il vostro numero: tutte le volte che vorrete mangiare presenterete il cartone: chi non l’avrà non mangerà.
Carluccio aveva il num. 47 e Stefanella il 48.
— Ora scendete lì — fece il nostromo — e aspettate il rancio. E additò la scala di corda della stiva.
Carluccio e Stefanella, agili come ogni figlio di montagna, si calarono pei nodi nel fondo della nave, e vi trovarono una numerosa compagnia.
Erano altri quarantasei fanciulli di ambo i sessi, ma quasi tutti nella loro età. Dividevano la stiva coi barili d’olio e l’altra paccottiglia, colla sola differenza che la merce inanimata aveva il migliore posto, ed essi il peggiore. Vedendoli si pensava subito agli Africani stipati nel legno del negriero; ma la razza bianca aveva anco in questo il suo privilegio. I negri, oltrechè stipati, son tenuti impilati, e l’uno giace addosso all’altro senza potersi più muovere per tutta la durata del viaggio. I bianchi invece avevano tanto spazio da poter stare seduti; solamente erano forzati a sedere all’orientale ed a sopprimere interamente le loro gambe. La condizione dei bianchi era quella del riccio, e quella dei negri dell’acciuga: in verità lasciamo ai naturalisti dire quale dei due sia preferibile.
Scorsa un’altra mezz’ora la Volpe, era il nome della goletta, salpò con un vento fresco di mezzogiorno a vele e fiocchi spiegati colla prua su nord-ovest nella direzione di Marsiglia. Il sindaco, il cancelliere del comune, due canonici della cattedrale, il pretore, ed un’altra serqua di persone, che dall’abito nero sembravano signori, o come là si dice, galantuomini, venivano a dare il buon viaggio al capitano Gaubelet, il quale ritto sul suo cassero comandando la manovra, rispondeva alle scappellate con dei cenni di mano che Cristoforo Colombo non avrebbe certo saputo trovare quando partiva dal porto di Palos in cerca dell’America.