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La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1 cover

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1

Chapter 10: Capitolo VIII.
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About This Book

Quest'opera ricostruisce la vita pubblica e privata di Palermo nell'ultimo ventennio del Settecento, descrivendo lo stato politico ed economico, le istituzioni municipali, l'igiene urbana e i bandi cittadini. Offre dettagli su senato e corporazioni, sui cartelli e sulle satire popolari, sulla diffusione di idee rivoluzionarie e sulla poesia politica, oltre a pratiche di viaggio per mare e per terra, corsari, locande, posta, portantine e carrozze. Analizza l'assenza dei proprietari e la condizione dei campagnoli, il fasto nobiliare, i divertimenti, le mode, i lutti, le passeggiate e le villeggiature, combinando documenti ufficiali, diari di viaggiatori e materiali poetici per ricreare costumi e consuetudini.

Capitolo VIII.

I GIACOBINI E LA POESIA POLITICA.

I versi popolareschi che abbiamo riferiti a proposito del pericolo francese nel Mediterraneo, e dei Napoletani ribelli alla monarchia potrebbero fornir materia d'un capitolo sulla poesia politica del tempo. Questa materia non sarebbe scarsa, perchè in nessun secolo di storia civile dell'isola s'incontra una fioritura di componimenti politici pari a quella determinata dal precipitar degli eventi nell'ultimo decennio in Palermo del sec. XVIII.

Se non che, l'argomento ci condurrebbe troppo in lungo, e noi lo sciuperemmo a scapito degli studiosi, che ai dì nostri, con cure indefesse, attendono a questa manifestazione dello spirito pubblico nei tempi passati. Non intendiamo però lasciarlo senza una parola che giovi a chiamar su di esso l'attenzione di coloro che volessero quando che sia percorrere a tutto loro agio questo campo inesplorato.

Mano mano che l'eco della rivoluzione di Francia si ripercoteva tra noi, e le mosse dei Francesi turbavano la olimpica tranquillità d'Europa, la così detta pubblica opinione si commoveva ed accaniva contro [pg!134] di questi in Palermo. I Francesi erano i nemici del trono e dell'altare. La Raccolta di Notizie di Palermo, come il Compendio delle notizie e le Nuove di diverse Corti di Messina, nelle loro periodiche comparse non lasciavano mai di dipingerne a foschi colori le imprese istillando nell'animo dei leggitori avversione invincibile per la Francia, covo di settarî e di malviventi. Guai a seguire le idee di essa! Chi ne avesse avuta la tentazione, si sarebbe buscato il carcere e la galera; perchè non era ammissibile che un suddito di S. M. Siciliana partecipasse a principî sovversivi e, peggio, ad atti di ribellione.

Le carte segrete della Polizia e le cronache private offrono in questo un triste spettacolo della politica del Governo e delle inclinazioni reazionarie delle classi alta e bassa dei cittadini. L'alta, aggiogata al Governo, non poteva non parteggiare per esso: e vi parteggiava anche per la propria conservazione. Lo Stato era salute ed ordine; ogni avversario del Monarca, avversario della casta che con la monarchia faceva causa comune. La classe bassa, abbrutita dalla ignoranza, non era in grado di comprendere, e, compresolo, di discernere quel che fosse di vero nelle vaghe, contraddittorie notizie che giungevano fino ad essa; la quale nel più frivolo fatto del giorno, in una festicciuola, p. e., in uno spettacolo interno, tutta si assorbiva, ignara od incurante dei grandi avvenimenti di fuori. Ogni francese era un giacobino: ed il giacobino un anarchico, pronto a sconvolgere l'ordine sociale, a radere al suolo la chiesa, a manomettere la proprietà privata. Contro i partigiani della Francia e i dottrinarî del tempo un libriccino [pg!135] scritto pei vescovi da un vescovo ammoniva: «Oggi ogni pastore deve sapere come condursi colla porzione di gregge composta di fiere orribili, sanguinolenti e voraci: pantere, lupi, orsi e molto maggiormente di volpi astute e maliziose; voglio dire questa razza che scorre per tutto di filosofastri, massoni, saccentoni, politici ecc.»183.

Il Domenicano P. Crocenti consacrava una opera alle tendenze giacobinesche184: e queste ed altre pubblicazioni simili evocando antiche memorie riaccendevano e rinfocolavano vecchi rancori, non ispenti ma sopiti, verso i Francesi del Vespro. Così tenevasi la popolaglia disposta a menar le mani là dove capitasse un francese, od anche un sospetto sorgesse, che il tale e tal altro forestiero fosse dell'aborrita Francia.

E la classe media?

La classe media, non iscarsa di cultura, offriva qualche caso di simpatia, più che verso la nazione nemica, verso il giacobinismo, ma non per l'attrattiva che una setta od anche una segreta società suole esercitare su spiriti facilmente eccitabili, bensì per un senso di reazione alla tirannia dei governanti, alla prepotenza dei maggiorenti, alla corruzione marcia degli uni e degli altri, ma specialmente per quel fascino che in molti esercitano certe novità. [pg!136]

Se di tendenze repubblicane francofile e di Giacobinismo deve pertanto parlarsi in Sicilia (e non può non parlarsene poichè vi fecero qualche apparizione), bisogna metter gli occhi sul ceto civile in generale e, come per analogia, sul clero secolare e regolare.

È curioso che per tutto un secolo non si preparasse movimento rivoluzionario in Sicilia senza che qualche prete o frate se ne credesse parte attiva, vera o presunta che essa fosse. La fine del settecento, il 1820, il 1848, il 1860 sono per questo memorabili date. Nello scorcio del sec. XVIII, dopo l'editto reale contro i Giacobini (14 Marzo 1795), i sacerdoti la passavano tra sospetti continui: ed ora veniva arrestato l'arciprete di Troina (Luglio 1797); ora, acremente ripresi l'abate Cancilla, professore di algebra e di geometria all'Accademia degli Studî, ed uno dei due sacerdoti bibliotecarî della Libreria del Senato; ora trascinati al Castello il sac. Mario La Rosa e varî frati Conventuali e frati Minori.

Le indicazioni di persone sospette venivano da Napoli; da Napoli gli ordini di cattura. Sovente i sospetti eran così deboli che il darvi retta riducevasi ad una puerilità crudele.

Da Marsiglia un tale per burla o per vendetta od anche per insipienza mandava una carta, una semplice carta, con l'indirizzo: Al cittadino N. N., a Troina: e tosto alcuni Troinesi venivano improvvisamente investiti, catturati e condotti come Giacobini a Palermo. Cinquantadue tra nobili, civili, frati, monaci, additati come pericolosi dal Governo centrale, erano chiamati e sgridati acremente solo perchè sparlavano del Governo [pg!137] locale: come se questo dimostrasse addirittura una intesa coi rivoluzionarî. Non era persona pacifica che potesse sottrarsi ai sospetti, non persona sospetta che non fosse vittima di vessazioni persistenti.

La introduzione di libri ritenuti pericolosi si combatteva con tutti gli espedienti dei quali il Governo era maestro. Non si doveva attendere che i libri uscissero dalla Dogana. Il teatino P. Sterzinger revisore aveva l'obbligo di andarli ad esaminare uno per uno appena giunti e depositati in dogana; e poichè alla merce egli solo non bastava più, attivi cooperatori gli si associavano in una Commissione di revisione, che era insieme di vigilanza, di censura preventiva e soppressiva185.

Il provvedimento non era nuovo; ma pur sempre stupefacente. Siamo sempre all'antica paura governativa di tutto ciò che potesse scuotere l'ordinamento dello Stato; e quando non s'informava al principio politico, si camuffava sotto quello morale e religioso. Il solo dubbio che il libro fosse brutto, bastava al provvedimento che dovea impedirne la entrata in commercio. Non si parlava più della Philosophie de l'histoire, de La chandelle d'Aras, dell'Examen important par Mylord Bolingbroke, del Catéchisme de l'honnête homme e del Dialogue de qui doute ecc.; non si parlava dei Derniers mots d'Epictète à son fils e del Mémoire sur les libertés de l'église gallicane, pubblicazioni tutte bandite già fin dal 1769186; non si parlava neppure dei libri di Rousseau, [pg!138] di Voltaire, di Diderot, di Volney, di Elvezio, stati inappellabilmente proscritti; ma delle Novelle del Casti, dall'Adone di G. B. Marino, del Pastor fido del Guarini, del Decamerone del Boccaccio e dell'Elegantia latini sermonis187.

E se questi libri si trovassero già per caso in città?...

Ecco un dubbio tormentoso per la Censura; la quale, non sapendo trovar modo di liberarsene, ordinava a tutti i librai fissi e girovaghi la presentazione del catalogo delle pubblicazioni in vendita nei loro magazzini. L'ordine non poteva rivelare maggiore ingenuità in chi lo emanava o provocava; mirando esso per tal modo a scovare libri proibiti, come se i librai fossero tanto disaccordi da dichiararsene all'autorità possessori con la certezza di esser buttati in fondo a un carcere. Pure venne scrupolosamente eseguita; nè c'era da discutere trattandosi d'un ordine del Presidente (il Presidente era per antonomasia il cav. G. B. Asmundo Paternò), il quale, per farla breve, minacciava la chiusura degli spacci ai ritardatarî.

E come se la lista dei libri proibiti fosse scarsa, il Presidente vi aggiungeva la Scienza della Legislazione del Filangeri e l'Orlando furioso dell'Ariosto188; mentre Ferdinando in persona si riserbava l'autorizzazione delle scuole private, ed anche concedendola, vi vietava l'insegnamento delle scienze189.

[pg!139]

Dalle semplici catture si passava alle espulsioni ed ai confini. Alcuni catturati in Palermo venivano imbarcati per Napoli; altri catturati in Napoli imbarcati subito per Palermo. Giuseppe Gallego, Principe di Militello, era di quelli; un figlio del Marchese Palmieri, dei secondi. L'uno, bollato come degenere dalla sua casta, veniva mandato a disposizione del Governo centrale; l'altro, in un monastero di nobili, alieni da relazioni con Giacobini, a S. Martino190, dove più tardi i Reali doveano essere accolti con pranzi lautissimi, doni preziosi e poesie riboccanti di fedeltà per essi, di orrore pei loro nemici di Terraferma.

Tenevan dietro le esecuzioni: ed aprivano l'odissea funeraria il giovane giureconsulto F. P. Di Blasi coi suoi compagni, e la continuavano D. Pietro Lesa, tenente della truppa, il segretario di Jauch ed altri non pochi.

Lo spettro del Giacobinismo si aggirava pauroso nella Reggia di Napoli dapprima, in quella di Palermo dappoi, e rincorreva e perseguitava Ferdinando e, innanzi che abbandonasse la città nostra, Mons. Lopez, sognante, come il Sovrano, cospirazioni e rivolte.

Quali fossero da questo punto di vista le condizioni della Capitale ce lo dice il Villabianca in una pagina del suo Diario; e noi, anche con la certezza di tornare su quello che abbiam detto, la trascriviamo come informe ma fedele pittura dello stato dell'Isola mentre vi mettevan piede i sovrani.

«Li Giacobini nel nostro paese, cioè in Palermo [pg!140] e nella Sicilia tutta, non sono nè i nobili, nè i popolani, ma sono le persone che non ànno da perdere, birbi ed assassini. Da costoro nasce il fermento tumultuante che tanto tanto travaglia il Governo e a tutti strappa la quiete. L'impegno di questi ribaldi è di saccheggiare le case dei ricchi e mettere tutto a soqquadro, perchè coi spogli degli assassinati si provvedessero nei lor bisogni.

«Che fanno dunque li più maligni di questa terza specie di gente? Dànno a sentire a' plebei popolani e persone minute come li Giacobini e traditori del Re sono li nobili, ricchi e li ministri di Stato: e come tali esser di bene che il popolo piccandosi della fedeltà al Re prendesse l'armi contro detti Giacobini, li massacrasse e ne facesse l'esterminio con portarne le teste al Re. Così quindi praticando il popolo, da una mano fa un servigio alla maestà del Sovrano, e dall'altra mano, saccheggiandone le case, si arricchisce delle lor rapine.

«Le persone minute e i plebei, come che ignoranti ed innocenti quasi tutti, si persuadono di tai consigli, e ne ànno cominciato l'opera; per disgrazia incendia città e paesi, tutt'ora con accompagnarla di omicidij e furti sebbene di poca leva.

«Li nobili, ministri e ricchi non se l'àn sognato di essere Giacobini, e nè pure le maestranze e popolani, anche di buon senno; ma soltanto quelli vili uomini scellerati e vagabondi.

«E questo quindi è il fermento che sta bollendo a' tempi nostri nelle popolazioni e luoghi della Sicilia. La cosa intanto è seria e pericolosa. Il Governo ora [pg!141] pensa al riparo di un luogo, ora pensa all'altro. Si trova in una continua agitazione»191.

Se questo era l'ambiente governativo, nobilesco, popolare contro i novatori e contro i Francesi, dei quali facevasi tutt'uno coi detestati Giacobini, facile è presumere quale dovesse esser la poesia politica che lo ritraeva.

Uno dei primi componimenti nel genere era un sonetto di Giuseppe da Ponte. Questo sonetto, appena comparso, andò a ruba e, divenuto raro, per onorevole eccezione veniva ristampato dalla Raccolta di Notizie, come vedremo, specie di giornale ufficiale d'allora in Palermo. La imitazione dell'Alfieri ci si sente in ogni verso.

Vantar tra ceppi libertà di Stato
In discorde Anarchia per l'uguaglianza,
Buon Governo cercar dall'ignoranza,
D'ogn'Erostrato far un Numa, un Cato;
Orrida povertà mirarsi allato,
E gli agi immaginar dell'abbondanza,
Cangiarsi a ogn'aura, e poi vantar costanza,
Chiamar felice un popol disperato;
Stragi, sangue, ruine, ire, spaventi
Piantar per base del Dominio eterno,
E grandezza chiamar vil tradimento;
Mostrare assassinando cuor fraterno,
Un trono rovesciar, e alzarne cento;
È questa, affè, Repubblica d'inferno192!

Tipico altro sonetto Contra li Giacubini, del Meli, il quale celiando schizzava veleno sopra la Francia e [pg!142] sopra quanti parteggiassero pei nuovi apostoli che da essa partivano e in tutta Europa si diffondevano:

L'antichi ànnu vantatu a Santu Sanu
'Ntra li strani prodigj astutu e finu:
Sanava un ugnu e poi cadia la manu;
Cunzava un vrazzu, e ci ammuddia lu schinu.
Ora c'è n'autru apostulu baggianu,
Chi si 'un c'è frati, almenu c'è cucinu,
È natu in Francia, e poi di manu in manu
Scurrennu, s'è chiamatu giacubinu.
Duna a tutti pri re 'na staccia tisa;
Li fa uguali, però 'ntra li guai sulu,
Liberi, pirchì in bestij li stravisa.
Porta appressu frustati supra un mulu,
'Na Roma nuda, un Napuli 'n cammisa
E un'Italia scurciata e senza....
Nè resta ddocu sulu;
Chi li Fiandri o l'Olanna.... e 'nsumma pati
Desolata l'intera umanitati.
Cristi sù li vantati
Prodigj, ahimè, terribili e funesti
Di lu giacobinismu, orrenna pesti!
Oh scuncirtati testi!
Camina cu li cudi stu sunettu
Pirchì veni a li bestii direttu.

Nessuna allusione, come si vede, a Giacobinismo in Sicilia. Lo spirito conservatore del poeta, monarchico più del monarca, non voleva neanche supporre, che esso potesse trovare eco e far proseliti fra noi; ma, caso mai, il corrosivo che è nell'apparente anodino sarebbe valso a distogliere dai pericolosi principî coloro che ne avessero avuta la tentazione.

In poche settimane, in fogli volanti, venivan fuori [pg!143] due inni di guerra minaccianti strage ed esterminio ai Francesi. Il primo tuona in termini abbastanza fieri perchè possa sospettarsi delle convinzioni dell'autore, che sarà stato un mediocre uomo di lettere, ma che fu certo un cattivo verseggiatore. Comincia così:

Chi s'aspetta? All'armi, all'armi!
Si mora tra un serra-serra,
Vinni l'ura di la guerra
Disiata da quant'à!
Ceda a nui la Francia infida
E 'na vota almenu impari
Cosa sù li frutti amari
D'una insana libertà.

Continua:

Nui lu pettu comu un brunzu
Alli baddi espuniremu,
Scrittu in pettu purtiremu:
«O la morti, o Diu e lu Rè!»
Impia Francia mmaliditta,
Abbastanza ài gaddiatu;
Pirchì troppu l'hai stiratu:
Rumpiremu l'arcu sò.
L'armi nostri s'hannu vistu
Di Francisi sangu lordi;
Forsi ancora 'un ti ricordi
La Sicilia quali fu.

E finisce:

Chi s'aspetta? All'armi, all'armi!
Via, curremu, o fidi amici;
Si lu Vespiru si fici
La Cumpeta si farà.

[pg!144]

È la nota dominante in tutti gli scatti contro la Francia ed i Francesi, la eterna minaccia della sonata delle campane e riscossa. Sarebbe da vedere che cosa avessero fatto di eroico gli scamiciati e raccogliticci volontarî, pei quali, e in bocca ai quali risonarono spavalderie di questa fatta. Chi vide quella milizia ricordava con rincrescimento come nella leva contro i Francesi fossero stati, secondo un'ordinanza, accettati ed iscritti «inquisiti per delitti non gravi e non infamanti anche se carcerati», e notava con soddisfazione che a buoni conti con siffatto mezzo erasi «sbarazzata la folla de' ladri, de' malviventi o della gente oziosa, che infestavano la pubblica tranquillità»193.

L'altro inno è del notissimo D. Raffaele Drago, monaco cassinese, a proposito della Seconda Divisione del Corpo franco de' volontarî siciliani ordinato per cura e spesa di D. Saverio Oneto, Duca di Sperlinga, della famiglia di quel Michele che freddava il suo provocatore Beccadelli nell'anno 1799.

Vinni l'ura di cummattiri;
Già la trumma all'armi invita:
Damu, amici, e sangu e vita
Pri la patria e pri lu Re.
Opponèmucci a stu turbini,
Chi scurrennu va la terra;
Comu chista, nautra guerra
Santa e giusta nò, nun cc'è.
Già s'avanza l'avversariu,
Chi ha seduttu tanti genti
Cu prumissi fraudolenti
D'uguaglianza e libertà.

[pg!145]

E segue con altri trentasei versi che battono sul medesimo tono194.

Alla testa del suo Corpo franco partiva lo Sperlinga a raggiungere l'esercito reale; ed un caldo augurio di D. Pellegrino Terzo salutavalo in un sonetto italiano. Il principio era questo:

Saverio, all'armi, all'armi, ecco rimbomba
L'italo ciel degli oricalchi al suono;
E l'empio Gallo al buon Fernando il trono
Stolto minaccia, a tal che mugghia e romba195.

Quali tesori per quella spedizione profondesse il soverchiamente liberale Duca, e con lui per la medesima causa altri nobili palermitani, non sarebbe credibile se non ci fossero documenti, che fanno pensare ad un vero sperpero di gente inconscia196.

L'odio dei poeti illetterati andava di pari passo con quello dei poeti dotti. Dalle strade e dalle piazze passava nelle chiese. In tutti gli abecedarî del tempo è riportata una canzonetta alla Madonna, canzonetta che risuona ancora nelle argentine voci dei fanciulli portanti nella prima quindicina d'Agosto i piccoli simulacri in cera di Maria Assunta. Quivi i Francesi vanno [pg!146] di conserva coi Turchi nello attentare alla religione cristiana:

Li Turchi e li Francisi
Nni vonnu arruinari:
A Maria âmu à chiamari;
Idda nn'ajutirà.

E nasceva e giungeva fino a noi in frammenti una filastrocca, con questo principio:

Ò milli setticentu
Ottantanovi orrennu,
Annata mmaliditta
Di (da) chiddu Diu tremennu!
Tu la porta grapisti
Di danni e di ruina,
Pri tia muntau 'n triunfu
La Setta Giacubina.
Sunnu li Giacubini
Chi portanu sta pesta:
Triunfa lu Diavulu
E si cci fa la festa.

E si trasformava in siciliano e cantavasi a coro un'aria italiana, giunta del Continente:

A sti 'nfami Giacubini
Cchiù la terra 'un li ricivi;
Cala forti la lavina
E a mari li purtirà!
A sti 'nfami Giacubini
Pezzi pezzi li farannu,
E li donni e picciriddi
La simenza si pirdirà.
A sti 'nfami Giacubini
Li viju afflitti e scunsulati
[pg!147]
'Ntra lu 'nfernu straziati
Di lu Cifaru di ddà197.

E spuntavan fuori e s'imparavano da tutti e in tutti i siti lunghe storie leggendarie della rivoluzione di Francia, nelle quali la tetraggine delle scene parigine acuiva nel popolo l'orrore alla nazione avversa, ed il nome di Giacobino perpetuavasi come ingiuria ai nemici dell'ordine sociale198.

Nuovo aspetto assumeva la poesia politica all'arrivo di Ferdinando III e Carolina a Palermo. Non più i Giacobini, ma i Napolitani repubblicaneggianti eran l'obbiettivo de' verseggiatori. La Francia però era sempre presa di mira, la prima, la più evidente, essa che con i suoi eserciti, coi suoi libri, coi suoi giornali, con la sua moda si era riversata sull'Italia e sul Regno di Napoli, beato, secondo i pacifici gaudenti, sotto l'egida dei Borboni. La libertà in nome della quale a squarciagola si grida, è vana lusinga, inganno, tradimento. Chi cerca in essa la sicurezza dello Stato, chi in essa vuol trovare la felicità, è un illuso; il quale non tarderà a vedere che cosa costi l'aver abbandonato il migliore dei re pel peggiore dei popoli.

Queste le manifestazioni comuni ed unanimi delle poesie stampate e delle poesie scritte d'allora: e molte devono essere state, se ancora tante oggidì ne avanzano. Appena poi la prima notizia della reazione trionfante in Napoli giungeva a noi, all'odio pei ribelli si associava [pg!148] il desiderio che nessun atto di clemenza venisse a temperare il rigore delle leggi contro di essi.

Nell'atrio del R. Palazzo, verso le tre pomeridiane d'una afosa giornata del Luglio 1799, una comitiva di cantanti recavasi a felicitare i sovrani della recente loro vittoria oltre Faro. I versi della cantata non son perfetti; ma il difetto non è dell'ab. Catinella, il quale dovette scriverli come sapeva scriverli lui, in perfetta prosodia, benchè potesse comporli meno servili:

Pr'un piattu di linticchi,
Di libertà figura,
Si curri a la malura
E si tradisci un Re.
O brutta sciliragini
Di sti ribelli indigni!
Tutti viraci signi
C'amuri nun ci nn'è.
Grida l'età cadenti
E grida la 'nnuccenza:
Nun cchiù, nun cchiù clemenza,
No, nun si nn'usa nò.
A forza d'armi e sangu
Si superau ssu mostru:
Castel Sant'Elmu è nostru,
Li spassi senti mò.
Sacra Real Famiglia,
La cosa è già finuta:
La libertà è battuta,
Favuri 'un cci nn'è cchiù.
Tocca a scialari a nui
Vassalli fedelissimi
E sempri nimicissimi
Di tutti sti monsù199.

[pg!149]

Ma mentre nelle aule della Reggia, tra una pietanza e l'altra della giubilante Carolina, l'esultante coro inneggia ai Reali e freme a parole verseggiate contro i rivoluzionarî di Napoli, fuori, nella città, in Sicilia, una voce severa levasi dal popolo, per ben altro sofferente. La vista cotidiana di un Re che nella Capitale dell'Isola consuma in divertimenti e sollazzi un tempo che dovrebbe impiegare nelle cose dello Stato, lo spettacolo indegno di mille cortigiani che mangiano e bevono senza neanche guardare alla povera gente che muore di fame, scuote le fibre di chi ne resta scandalizzato. Molti odono quella voce, nessuno l'ascolta, nessuno la raccoglie; ma, dopo un secolo, la tradizione ce ne ripercuote l'eco viva, come se quella voce parlasse ora la prima volta. È un'alata sestina siciliana, della quale ogni verso è una pagina storica:

Quattru scazzuna, cu' mancia e cu' vivi:
Li puvireddi morinu di fami;
Lu Re l'avemu ccà, nun cc'è' chi diri!
Autru nun pensa chi a caccïari;
'Nsutta po' joca cu li Giacubini,
E nui ristamu misi a li succari200.

Che amara ironia di versi, e quale contrasto con la storia, descrivente la gioia dei Siciliani per la presenza dei Reali a Palermo! [pg!150]