Capitolo IX.
COME SI VIAGGIAVA PER MARE, I CORSARI E LA CATTURA DEL PRINCIPE DI PATERNÒ.
Una tradizione popolare siciliana attribuiva virtù salutari maravigliose a chi fosse riuscito a traversare incolume lo Stretto di Messina: ed il berretto da lui usato in quella traversata era buono ad agevolare le donne soprapparto.
La tradizione è speciosa; ma ha un grande significato, in quanto conferma la vieta credenza nei pericoli del Faro, e nella fortuna di chi li superasse. Non dimentichiamo la paura degli antichi pel vortice di Cariddi e per lo scoglio di Scilla, onde il motto Incidit in Scyllam cupiens vitare Charybdym. I Greci localizzarono in quel sito la leggenda delle Sirene, le quali addormentavano col canto i naviganti e li perdevano.
A passare dunque lo Stretto ci si pensava due volte.
Sotto il Governo spagnuolo i viaggi ordinarî erano per Barcellona o per altri porti della penisola iberica; sotto il borbonico, per Napoli; rari quelli per approdi più lontani, salvo che non si fosse marinai di mestiere.
Un pacchetto (packet-boat), spesso regio, teneva il [pg!151] traffico tra l'Isola ed il Continente. Il legno partiva ogni dieci, quindici giorni: e la partenza, non meno che l'arrivo, era cosa albo signanda lapillo. Bisognerebbe leggere qualche poesia del tempo per comprendere ciò che rappresentasse agli occhi di certuni un viaggio nel Mediterraneo201.
Poco dopo il 1770 la feluca di padron Parata faceva da corriera tra le due capitali, o portava lettere di privati e carte del Governo. Più tardi, il regio pacchetto Tartaro, comandato dal cap. D. Filippo Cianchi, e dipoi dal pilota D. Giovanni Fileti (anima di Mons. Gioeni, e vita del Seminario nautico da quello fondato), eseguiva il medesimo servizio, condiviso poi dal Leone, dall'Aurora e dal brik inglese The Progress. Il passeggiere aveva un camerino, una cuccetta e vitto, e pagava ventisette ducati in Napoli, o nove onze in Palermo (pari a L. 113,50 d'oggi). Poteva pagare metà, ed anche meno, fino a tre ducati, o un'onza; ma doveva rassegnarsi a diventare una merce, non diciamo da stiva, ma da prua, con la razione e la branda dei marinai.
Al primo salpare, specialmente per un lungo viaggio, il bastimento dava il segno della partenza col solito tiro di leva202, colpo di cannoncino: e tutti sapevano che un legno lasciava il porto. Una canzonetta del tempo, che ogni giovane bacato d'amore cantava alla [pg!152] sua bella nelle serenate estive, così frequenti allora, avea questi versi da colascione:
Ahimè! salpâr' già l'ancoraI legni alla Marina!Già l'ora si avvicina,Nice, del mio partir.Senti il cannone, ascoltalo,Che di partir m'invita;Addio, mia cara vita,
E noi daremo al legno che parte il buon viaggio: augurio del quale esso ha gran bisogno.
I corsari infestavano i mari, specialmente mediterranei, ove le loro galeotte, equipaggiate da uomini rotti ad ogni pericolo e delitto e armati di coltellacci, jatagani, pugnali, pistole, tromboni, saette, fiocine, viveano di catture gavazzando nel sangue dei morti e dei feriti e nelle lacrime dei catturati.
Il legno, nel caso nostro, siciliano, palermitano, era alla sua volta munito di cannoni e di moschettoni carichi sempre a palla, pronti a far fuoco al primo appressarsi di galeotte sospette. Il timore era incessante in tutta la navigazione; marinai stavan sempre alle vedette, quale sul castello di prua, quale sulla carrozza della camera, e quale sulla coffa dell'albero maestro: e non sì tosto scoprivano un punto nero, una vela, un segno equivoco, ne davano avviso. In un batter d'occhio la ciurma era tutta in piedi: chi dietro i cannoncini, [pg!153] chi col suo enorme schioppettone a pietra focaia in braccia, chi con le accette in mano ad impedire l'abbordo, pronti tutti a vender cara la vita.
I non lieti incontri non erano rari, e quando i barbareschi, misurando le proprie forze con quelle probabili del legno che incontravano, non viravan di bordo fino a dileguarsi, gli abbordaggi erano improvvisi, fulminei; feroci gli assalti: e se una parte soccombeva, l'altra restava mal viva.
Le coste della Sicilia erano anche per questo fortificate, e a brevi distanze custodite da torri di guardie, le quali di notte corrispondevano con fani, fuochi e segni di vigilanza alimentati da torrari. La torre più vicina a Palermo era quella dell'Acqua de' Corsari, contrada triste per infami approdi. La villa S. Marco di Bernardo Filingeri, seconda per antichità tra quelle di Bagheria, avea nel mezzo una torre con ponti levatoi a guisa di fortezza per resistere alle incursioni204.
Un canto popolare, nato probabilmente tra noi, e certo diffuso in tutta Italia, accusa l'imminente arrivo di predoni, che vogliono precipitarsi sul tugurio d'una terra e, tra il ferro ed il fuoco, manometter tutto, portarne via fanciulle e giovanotti da vendere ai mercati d'Algeri. Quel canto è un grido di guerra:
All'armi, all'armi, la campana sona,Li Turchi sunnu junti a la Marina!
E la campana della torre di S. Antonio coi suoi improvvisi, precipitati colpi chiama all'armi: e le donne de' [pg!154] minacciati villaggi fuggono atterrite: e gli uomini corrono a difendere contro i cani infedeli le loro case, i lor figli, i loro santi.
Palermo avea bene i suoi «soldati di marina», che ne custodivano le spiagge dal Pellegrino allo Scoglio di Mustazzola ed anche a Bagheria; ma che potevano essi fare, questi soldati, impotenti come erano a resistere ai pirati che giungevano fino a Mondello, anzi fino al tiro della Lanterna del Molo?
I ricordi dell'ardimentoso Spalacchiata, corsaro trapanese della galeotta del Principe di Furnari contro i Turchi, eran sempre vivi; ma vivi eran del pari quelli delle dieci prede del rinnegato Vito Scardino, trapanese pur esso, che con ferocia inaudita e crescente a danno dei Siciliani corseggiava pei nostri mari. Se il Re ai voti del Parlamento del 1778 concesse a ciascuno dei suoi vassalli dell'Isola di armare legni contro i pirati205, non ebbe modo d'impedire che due figli del Marchese Lungarini, recandosi in Madrid alla Corte del Re Cattolico come guardie del corpo, cadessero nei lacci degli astuti Algerini, a poche miglia da Majorca.
Le notizie della vita miseranda alla quale i captivi andavano assoggettati erano commoventi. «Spogliati e lasciati in camicia e con un bastone sugli occhi», essi venivano trascinati schiavi al bagno; poco e muffito pane, il nutrimento: scarsa e malsana l'acqua, pesanti i ceppi ai piedi. Più fortunati, i Lungarini scioglievan vele dalle galere, se le caricavano sulle spalle, le rappezzavano, [pg!155] attendendo a non men bassi servizi. E frattanto, quanti loro compagni di sorte non gemevano in tormenti!...
Il forte di Castellammare, che avrebbe dovuto essere la principale difesa della città, non era nè la principale nè l'ultima. Quando la sera del 17 Maggio 1779 giungeva la fregata francese Attalanta e faceva il consueto saluto, e i nostri artiglieri dovevano restituirlo, due lunghe ore ci vollero perchè si caricassero i cannoni sugli affusti206.
Con questa prospettiva non era coraggio che bastasse. Alla più lieve occasione, alla visita di pirati i marinai, i passeggieri, dissennati dalla paura, prendevano il largo o raggiungevano la spiaggia. Il 19 Aprile del 1797 (si noti la data!), V. Emanuele Sergio, Segretario del Presidente del Regno, emanava una circolare a stampa per dire che «le perdite considerevoli dei bastimenti mercantili che cadono in preda dei corsari barbareschi» derivano da questo: «che facendo la maggior parte de' bastimenti nazionali la lor navigazione nel Mediterraneo radendo terra, all'apparire un corsaro barbaresco i rispettivi equipaggi, senza fare la minima resistenza, abbandonano subito il proprio bastimento e corrono a salvarsi in terra. Tali frequenti volontari abbandoni, nell'atto che privano i proprietarj de' loro bastimenti e delle merci di cui sono carichi, aumentano le forze del nemico, che, con il considerevole guadagno che ricava dalla vendita di essi, si alletta vie più alla pirateria; per cui si vede di giorno in giorno [pg!156] crescere il numero dei corsari». E finiva raccomandando che non potendosi resistere, pur salvandosi l'equipaggio, si colasse a fondo o si bruciasse il legno che non si potesse altrimenti salvare.
Il consiglio, dato da un uomo pratico come il Sergio, ad istigazione di un lupo di mare come il Maresciallo e Comandante della R. Marina Forteguerri, mostra la supina incoscienza dello stato vero delle cose. La pirateria era diventata una istituzione internazionale ed un pericolo cotidiano per tutti. Alle prime avvisaglie di movimenti in Napoli, i pirati algerini facevano causa comune coi corsari francesi (1794). Qualche legno inglese andava in corso anch'esso. Nè solo bastimenti in viaggio eran minacciati di cattura! Il porto di Palermo restò alla mercè dell'ultimo ladrone straniero. Un giorno (13 Luglio 1797) una nave inglese voleva dar la caccia ad una nave spagnuola; non potendo riuscirvi, volge la prua verso un veliero palermitano carico di mercanzie e, incredibile! lo cattura innanzi la Lanterna. Senza contrasto, imbaldanzisce; oltrepassa imperterrito il capo del Molo e ruba a man salva quanti più legni può, nel porto, proprio dentro il porto, «divenuto (dice indignato un ottimo prete d'allora) asilo di ladri, ossia, per servirci delle stesse parole [dei cittadini], portella di mare»207.
Così le indisturbate scorrerie di Algerini, Tunisini, Tripoletani nelle nostre spiagge son presto spiegate, e si comprende perchè i torrari non rispondano più come una volta al loro ufficio, ed il Senato si rassegni [pg!157] in silenzio alle sollecitazioni del Vicerè per la provvista della polvere nelle torri208, ed i cannoni vengano inchiodati, e la gente senza colpo ferire vigliaccamente fugga. Così ancora si spiega la famosa cattura del Principe di Paternò; la quale per la maniera onde fu perpetrata ed ebbe fine, appresta dolorose pagine alla storia della pirateria nell'Isola. Noi non la lasceremo senza una breve notizia, questa cattura; ed il lettore non vorrà rifiutarsi a scorrere con noi questo episodio della nostra vita passata.
D. Gian Luigi Moncada, Principe di Paternò, Duca di S. Giovanni, Conte di Caltanissetta, di Adernò, di Cammarata ecc. ecc., partiva da Palermo per Napoli sopra un veliero greco, la notte del 30 Luglio 1797. Nelle vicinanze di Ustica per tradimento del capitano veniva assalito da una galeotta turca e condotto con altri cinquanta passeggieri e sedici sue persone di seguito a cinque miglia da Tunisi.
Il fatto era grave; ma ancora di più per le complicazioni che doveano avvenire dopo.
Giunto a Tunisi, egli credeva di poter comandare come in Sicilia; dovette però persuadersi di essere divenuto un semplice schiavo, e che la sua altezzosità era vana con coloro ai quali era affidato in custodia. Raccoltosi allora in se stesso, cominciò a fare assegnamento sulla interposizione del Re, di cui era Cavaliere di S. Gennaro e Gentiluomo di Camera con chiavi d'oro, e del cognato Principe del Bosco di Belvedere: nè mal si appose. Ferdinando fu sollecito di raccomandarlo al [pg!158] Sultano; questi mandò un suo agente come ambasciatore al Reggente di Tunisi; ed il cognato si mise in moto per la desiderata liberazione. Tutto questo faceva sperare una buona riuscita; ma non bastava senza l'argomento potentissimo del denaro. La preda era grossa, ed il Reggente, o chi per esso, non se la sarebbe giammai lasciata improvvidamente sfuggire di mano. La cattura di un Principe non era fortuna di ogni giorno: e di principi di Paternò, ricchi sfondolati e strapotenti, non vi era che un solo in Sicilia.
Cominciano le trattative pel riscatto. Il Paternò chiede di affrancare sè ed i suoi sedici servitori. Lunghe, difficilissime le pratiche. Il predatore impone, condizione sine qua non, e dopo quattro mesi e mezzo di captività il Principe sottoscrive (14 Dic. 1797): il pagamento di 300,000 pezzi duri sonanti, pari ad un milione e cinquecentotrenta mila lire d'oggi. Il pagamento si sarebbe fatto in tre rate eguali a brevi distanze, impegnando il Principe i suoi beni presenti e futuri.
Rimesso in libertà e tornato a Palermo, il Principe a tutto pensò fuori che all'obbligazione contratta: ed è naturale. Egli s'era trovato a viaggiare pei fatti suoi; andava a prestar servizio al Re; una masnada di ladroni avealo proditoriamente assalito e tradotto in catene; condannato contro ogni diritto di natura e delle genti a perpetua schiavitù, avea soscritta, per liberarsi, un'obbligazione quasi superiore alle sue forze presenti: ed ora lo presumevano tanto sciocco da buttar via quella somma ingentissima!
Sdegnato della mancata promessa, il Bey fa sollecitare il moroso, e minaccia rappresaglie. Il Governo [pg!159] tentenna un poco; poi messo al bivio tra i danni conseguenti dall'ira del Bey e quelli del suo fedelissimo suddito e benefattore (bisognerebbe leggere la lettera scritta dal Re al Principe captivo per comprendere il significato di questa parola), anteponendo alla giustizia la ragion di Stato ed il quieto vivere con la Reggenza, ne prende le parti e fa citare in tribunale il Principe amico....
Era seria questa citazione? Al collegio degli avvocati del Principe, eterno litigante, non parve. Un'obbligazione strappata col coltello alla gola non potea, dicevano essi, avere effetto legale; nessun tribunale dover costringere a un patto imposto da una causa ingiusta, per illegittimità di preda; mostruoso il solo pensare a legalità in un atto di così sfrontata pirateria.
Ma Principe ed avvocati facevano i conti senza l'oste: e l'oste, cioè il Reggente, faceva intendere al Governo di Napoli che se esso non gli rendeva giustizia, la giustizia se la sarebbe fatta da sè. Laonde il Governo, tutto sossopra per la paura, con una di quelle risoluzioni che non paiono assolutamente credibili ai dì nostri, commetteva all'Avvocato fiscale del R. Patrimonio di perorare le ragioni del Reggente contro il Principe. Speciose codeste ragioni in bocca al Sovrano: «Attesochè si tratta di articolo che interessa non che il privato, ma il pubblico diritto, l'armonia fra le potenze, la fede delle convenzioni e che per le dichiarazioni fatte dal Bey potrebbero seguirne le più dannose conseguenze per gli Stati e i soldati del Re se non si vedesse amministrata la più rigorosa e la più sollecita giustizia, ha [pg!160] comandato e vuole che l'Avvocato fiscale del Patrimonio assista alla difesa di questa causa e per la pubblica sicurezza che vi è interessata proponga avanti il Magistrato del Commercio tutte quelle ulteriori istanze che fossero opportune per la soddisfazione della comunicata polizza debitoria».
E l'Avvocato fiscale, ossequente e sollecito, assume per tesi della sua requisitoria un bel passo di Cicerone, che suona così: Si quid singuli temporibus adducti, hosti promiserint, est in ipso fides servanda209.
La difesa del Reggente trionfa: il Principe è condannato «a soddisfare il debito contenuto nella polizza di cui trattasi»; e la sentenza vien fatta di pubblica ragione210.
A tanta enormità di giudizio il Principe di Paternò comincia a pensare sul serio ai fatti suoi; ma il Re non gliene dà il tempo, e direttamente gl'intima che depositi nella Tavola (Banco pubblico) di Palermo la somma che è stato condannato a pagare al Bey; e si affretta a darne comunicazione al Senato della città211: ed il Principe, per pagare il riscatto e le spese del processo, è costretto a fare dei prestiti dando in ipoteca tutti i suoi feudi212.
[pg!161]
Cose turche!...
Chiusa la digressione, torniamo ai disgraziati che capitavano nelle zanne dei corsari.
L'Ordine religioso dei Mercedarî avea per istituto la redenzione degli schiavi. Quest'Ordine avea in Palermo un convento al Capo, nel quartiere di Siralcadi, ben diverso dall'altro, e maggiore, dei Mercedarî scalzi ai Cartari, la cui Chiesa, maravigliosamente solida per costruzione, veniva anni fa, per inconsulta deliberazione del consesso civico, demolita. Cooperavano al medesimo fine pietoso e con espedienti poco diversi, uomini per censo, dottrina e pietà insigni. Tutte le somme che costoro accattando riuscivano a mettere insieme, spendevano per restituire alla patria, alla famiglia ed al culto della Religione cristiana quanti fosse loro concesso di riscattare.
Una sera del 1787 (12 Apr.) Goethe stando a chiacchierare nella bottega di quel tale merciaiuolo che già conosciamo213, vide passare a destra ed a sinistra del [pg!162] Cassaro due staffieri vestiti con molta eleganza, i quali portavano entrambi preziosi vassoi con monete di rame e d'argento. Nel centro del Cassaro, in mezzo ad essi, non curante della mota che gli sporcava le elegantissime calzature, il Principe di Palagonia, «serio, senza darsi pensiero di tutti gli sguardi rivolti sopra di lui.... percorreva la città facendo la colletta per il riscatto degli schiavi...». Goethe corre subito col pensiero ai tesori profusi nella villa di Bagheria; ed il merciaiuolo osserva che questa pietà del Principe «vale a mantenere sempre viva la memoria di quegl'infelici. Onde sovente, coloro i quali ebbero a provare nella loro vita sventure consimili, legano morendo somme ragguardevoli per il riscatto. Il Principe di Palagonia, conchiude il venditore, è da molti anni Presidente della pia opera che mira a quello scopo, ed ha fatto molto bene»214.
Sedici anni prima, nell'Agosto del 1771, si erano con siffatto mezzo riscattati ottantun cristiani dell'Isola, e l'Ordine dei Mercedarî avea speso la ragguardevole somma di tredici mila onze.
Allora fu oggetto di private discussioni se non sarebbe stato meglio impiegare tanto danaro in armamenti marittimi buoni a fare rispettare il paese, ed a tenere a freno i barbareschi; ma si posò senz'altro il quesito se fosse più civile premunirsi da future insidie che riscattare gli sventurati i quali gemevano sotto il bastone degli inumani predatori: e la pietà pei captivi del momento prevalse su quella per le catture avvenire215.
[pg!163]
Il dolore attuale, dice Epicuro, determina la volontà.
In cosiffatte delizie, il viaggiatore tribolava da due a quattro giorni per la traversata da Napoli a Palermo, che oggi lamentiamo di dover compiere in sole dieci, undici ore216. E non mettiamo in conto il fatto ordinario della bonaccia, che immobilizzava il legno, lo scirocco contrario alla rotta per Palermo, e i temporali, ai quali si scampava come per miracolo.
Ma finalmente il legno giungeva in porto; e allora nuove tribolazioni attendevano l'arrivato: la contumacia. E come sottrarvisi se regnavano ora le febbri petecchiali in Napoli; ora le febbri maligne in Civitavecchia, ora il vajuolo nero in Livorno; e qua e là il sospetto di pestilenza?!
La contumacia si scontava al Lazzaretto pel viaggiatore: sulla nave per l'equipaggio, ed anche per esso e pel viaggiatore. Come si passassero i sette, i quattordici giorni di attesa all'Acquasanta, dove è adesso la Regìa de' Tabacchi, segregati, quasi carcerati in una nuda cameretta, immagini chi può; mentre il legno, non ammesso a libera pratica, ancorato in rada e sotto vigilanza facile ad eludersi, caricava in quarantena e ripartiva pel Continente.
E quando i lunghi giorni della espiazione della pena contumaciale eran trascorsi, allora quante formalità a compiere per la libera pratica! [pg!164]