Capitolo X.
COME SI VIAGGIAVA PER TERRA.
Se questo era il viaggio per mare, immaginiamo quale fosse quello per terra.
Un antico detto siciliano raccomandava ai viandanti la recita di una certa preghiera al loro santo protettore:
Si vô' junciri sanu,Nun ti scurdari lu patrinnostru a Sanciulianu.
S. Giulianu l'Ospitaliero custodiva i viaggiatori: ed il paternostro, comune anche fuori Sicilia, ha questa strofe:
Sanciulianu, 'ntra l'äuti munti,Guarda li passi, e pöi li cunti:Tu chi guardasti l'acqua e la via,
Virtù preservatrici avea pure il Postiglione, ossia l'Epistolario di S. Francesco di Paola, del quale correvano [pg!165] varie stampe palermitane, tanto più ricercate quanto più antiche218, e che si portava addosso e particolarmente in seno.
Tanta preoccupazione spiega perchè prima di avventurarsi ad un viaggio, chi avea un po' di roba al sole pensasse talora a far testamento, e sovente a confessarsi e comunicarsi219.
Guardando ai mezzi moderni di locomozione, noi non potremo formarci un'idea di quel che fosse in passato un viaggio per terra. Il venire a Palermo da Trapani, p. e., da Girgenti, da Messina, e viceversa, era tal cosa da mettere in pensiero: e la frase: jiri d'un vallu a 'n' àutru per significare: recarsi da un luogo all'altro molto lontano, è lì ad attestare quel che ci volesse per giungere ad un posto, specialmente dovendosi muovere dall'interno dell'Isola. «Il Re stesso» scriveva nei primi dell'ottocento un tedesco, «se vuole andare in carrozza, non può farlo oltre Monreale e Termini», le sole vie carrozzabili d'allora, o almeno le sole buone a tragittarsi. Le altre eran sentieri (trazzeri), dove s'affondava nel fango a mezza gamba d'inverno, si soffocava tra fitti nembi di polvere, di estate.
Giungendo alla sponda d'un fiume, bisognava attendere che si abbassasse, se ingrossato a cagion di piogge [pg!166] torrenziali, per guadarlo, con che pericolo, lasciamo considerare220. Non rari quindi gli annegamenti. V'era poi un altro guaio: la mancanza di sicurezza in certe contrade e in certi tempi.
Dei viaggiatori alcuni esagerarono questo pericolo; altri recisamente lo negarono. Due esempi in questo ci soccorrono. Dotti venuti da Vienna e fermatisi quasi nel medesimo tempo in Palermo, affermarono cose dei tutto contrarie tra loro. A sentire il primo, il cav. De Mayer: «In Sicilia si viaggia con sufficiente sicurezza ed a torto s'è perpetuata la tradizione dell'esistenza di briganti che desolano il paese»; se diamo retta al secondo, il Dr. Hager: «Il paese è tuttavia un soggiorno continuo di masnadieri che girano per le contrade deserte e abbandonate, assalendo viandanti solitarî ed uccidendoli senza pietà dopo averli svaligiati»221.
Chi dei due ha ragione?
Tra il 1801 ed il 1802 due altri stranieri percorrevano, tenendo quasi il medesimo itinerario, la Sicilia: Creuzé de Lesser francese e Johann Seume tedesco. L'uno scrive cose de populo barbaro del brigantaggio, l'altro si loda della sicurezza; anzi costui narra l'inatteso incontro con un noto perseguitato dalla Giustizia, il quale, trovando lui (Seume) sfornito di mangiare (giacchè il Seume, infastidito della mula, andava a piedi), lo avrebbe generosamente provvisto222.
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Giammai furono contraddizioni più aperte!
Necessario, ad ogni buon fine, che il viaggiatore provvedesse alla propria sicurezza: al che riusciva prezioso l'accompagnamento dei campieri, dei quali si chiedeva, come oggi si fa dei carabinieri, il numero occorrente. «I Siciliani», scriveva il Barone di Riedesel in Girgenti, «non farebbero sei miglia di cammino senza averne uno almeno.... Il costume e l'abitudine che hanno di viaggiare, li rende così timidi, che fa loro riguardare come indispensabile siffatta scorta»223.
Ma il Riedesel, potrebbe osservarsi, è già un po' antico, e le sue notizie sono stantie: nientemeno del 1771! E va bene: sentiamo allora un altro viaggiatore più recente.
Purtroppo, le cose non mutano d'una linea.
L'autore italiano delle Lettres sur la Sicile osservava che «andando per l'Isola i signori son circondati dai loro vassalli, armati da capo a piedi e con buone cavalcature. I borghesi hanno sempre qualcuno che li segue a piedi, e portano a cavallo il fucile di traverso. I forestieri son provvisti di cavalieri assoldati dal Governo»224.
I campieri, che diremo governativi, andavan divisi in tre compagnie in ragione dei tre valli.
Nel 1770 si facevano ammontare a 120; nel 1791, a 200 circa225. Si dice che fossero dei ladri matricolati, [pg!168] i quali però si facevan mallevadori delle persone che prendevan sotto la loro custodia. Si dice che fossero schiuma di ribaldi, dei quali però il Governo servivasi per tenere a freno coloro che avessero la intenzione di disturbare i viandanti. Si dice.... si dicon tante cose, che codesti campieri, a traverso le lenti paurose dei viaggiatori d'oltralpe, son divenuti tanti orchi maravigliosamente terribili. La verità poi è questa: che, traendo o no origine sinistramente oscura, essi mantenevano quella che si dice sicurezza pubblica, e consegnavano incolume al posto, a cui s'indirizzava, il passeggiero senza che gli fosse torto un capello, anzi, senza che nessuno osasse guardarlo in faccia. Avevano bensì certe loro teorie intorno a quello che si chiama punto d'onore, ma rispettavano e si facevan rispettare.
I signori ne tenevano anche per proprio conto e servizio personale, nè più nè meno di quel che facciano ai dì nostri, nei quali i campieri vestono divisa con distintivi speciali e con l'arme della casa a cui appartengono.
Limitato il genere dei veicoli: la lettiga e la mula. Il cavallo di S. Francesco, sovente preferito da chi non sapesse rassegnarsi ad una disagiata cavalcatura. Per certi posti era possibile il carretto, ed anche qualche carrozza o biroccio.
La lettiga era padronale e da nolo: l'una, come vedremo per la portantina, finemente dipinta, miniata, ornata all'esterno, rivestita all'interno di velluto, di raso, di broccato; l'altra, quale poteva fornirla un Mariano Campanella qualunque, che viveva di [pg!169] quell'industria226. Ma, bella o brutta, era sempre lettiga: e le due persone vi sedevan dentro vis-à-vis (donde il nome che sovente pigliava la lettiga), sospese in alto, sorrette da due lunghi timoni appoggiati alle due mule, l'una avanti, l'altra dietro, che col tardo andare imprimevano ai timoni medesimi, per la loro elasticità, un movimento di saliscendi che faceva dar di stomaco. Paolo Balsamo, recandosi in questa maniera da Palermo alla Contea di Modica, s'indispettiva pensando che a questo mondo vi fossero persone le quali tenessero la lettiga «un migliore eccitante per il ventricolo che quello della carrozza»227. Ombre venerate dei medici d'allora, il Cielo non vi ascriva a peccato l'errore onde macchiaste la vostra coscienza di sacerdoti d'Esculapio! Il vostro errore trova appena riscontro in quello dei medici di sessant'anni fa, quando a centinaia dei nostri borghesi ed impiegati, tutti affetti da ostruzione di fegato, consigliavasi di fare un po' di equitazione; sì che ogni mattina, di primavera o di autunno, frotte di uomini di età avanzata su pazienti asinelli della Pantelleria si vedevano a trottare verso le falde del Monte Pellegrino, o verso la Rocca di Monreale, o verso Boccadifalco: spettacoli non sai se più comici o pietosi!
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La lettiga aveva due uomini di accompagnamento: uno a lato dei viaggiatori, inteso a guidare ed aizzare gli animali; uno a cavallo, dietro la lettiga. Viottole ripide e scoscese per creste di monti, fiumi gonfi per recenti piogge, greti infocati dal sole, mettevano paura ai viandanti più arditi; ma la pratica degli animali e quella vigile ed esperta dei guidatori scansavan pericoli e danni. «Io mi meravigliava», scriveva il Rezzonico a proposito della sua gita da Palermo a Segesta, «come potessero i muli ora inerpicarsi all'erta di que' dirupi sassosi, ora passare fil filo d'uno in altro solco sulla margine d'un viottolo che qual tenue cornice scorreva intorno all'inclinato piano d'un colle; e più volte per l'orrore dell'imminente pericolo rivolgeva gli occhi altrove, e morivano gli sguardi miei contro la schiena ardua del monte, che quasi quasi poteva toccare distendendo la mano. Altre volte scendeva in una cupa ed oscura voragine anzichè strada, e la lettica sugli omeri de' muli rimbalzando per la scossa mi faceva temer vicina una gravissima caduta. Ma veggendo che mai non ismucciava il piede a' solerti animali, e più di loro fidandomi ormai, che de' condottieri vociferanti con noioso metro, mi lasciava trasportare nella mobile carcere per que' luoghi e sentieri sol culti dalle bestie, e valicava intrepido valli e monti».
E ricordandosi pure di altra gita da Aci a Giarre sotto un violento acquazzone, nel suo abituale stile ricercato raccontava:
«Cessata alquanto l'acqua, da cui mi fu preciso l'entrare in Jaci, ripresi il cammino e fui per pentirmene amaramente; imperocchè sorvenne la pioggia più [pg!171] di prima abbondante e dirotta; gonfiaronsi i torrentelli e fiumiciattoli che scendono dai vicini monti, e l'acqua inoltre raccogliendosi in varj canali, strariparono siffattamente che la valle, per cui vi andammo, divenne una terribile e larghissima fiumana. Il suolo tutto sassoso e declive rompeva l'acque, e feale rimbombare con grande strepito, e i muli attoniti a tal vista e impauriti da sì grande frastuono e flagellati sul dorso da' violenti scrosci, non volevano più gire oltre. Il mulattiere a piedi non poteva punzecchiarli, giacchè doveva per forza allontanarsi dalla lettica, e cercare saltellando di sasso in sasso un luogo per porre i piedi; cosicchè, privo omai di consiglio, l'istesso caporedine non sapeva come superare sì vasto pelago, e più volte io temei che smucciassero i piedi a' travagliati muli, e saltasser nel fiume. Da ogni banda accorrevano intanto nuovi flutti, e traevano seco de' grossi ciottoloni, che minacciavano di frangere la lettiga e di rompere gli stinchi dei miseri animali, che colle orecchie abbassate l'iniqua lor mente e l'estrema fatica appalesavan, rimprocciando tacitamente la temerità di loro guide coll'arrestarsi ad ogni due passi»228.
Per buona ventura le cose non andavano sempre così, anzi ci andavan di rado: e solo chi cercavali, certi guai, li trovava.
Nelle condizioni ordinarie, i mulattieri, camminando a passo, fornivano quattro miglia l'ora e, tenuto conto della natura delle strade, che, in generale, erano una [pg!172] serie di rovine, di precipizî e di sentieri pieni di sassi, compivano viaggi straordinari.
Dai seguenti particolari il lettore può formarsi un'idea delle distanze e del tempo necessario a percorrerle. Li desumiamo da un viaggio affrettatamente fatto da Vaughan per andare a raggiungere il pacchetto da Messina a Catania, in un sereno mese di Ottobre, e poi nel centro della campagna di Girgenti. Da Messina a Fiumedinisi, partendo martedì sera su tre muli, si facevano 18 miglia in quattr'ore e mezzo; da Fiumedinisi a Caltagirone, dalle due di mattina del mercoledì alle sei di sera, 42 miglia; da Caltagirone, dalle tre del mattino del giovedì alle sei di sera, a Catania, 40 miglia; e poi a S. Maria, 12 miglia, partendo alle dieci; dopo un riposo di due ore, a Licata, 30 miglia senza fermate io non so quante altre ore. Cosicchè i muli della lettiga compirono un viaggio di quella fatta dalle tre del martedì mattina alle otto del venerdì229.
I muli portavano attaccati dei fili di campanelli alle testiere e in giro sopra i selloni. Questo suono continuo, cadenzato, confuso con le voci monotone e le cantilene dei mulattieri accresceva il supplizio del viaggio230. Vogliamo sentirne una di siffatte cantilene? Ce [pg!173] la dice il Rezzonico, che la udì nelle sue escursioni per l'Isola: Au! cani, cani, Spaccafurnu, cani! (Spaccafurnu era una delle mule della sua lettiga comprate a Spaccaforno), e si compiaceva di avere scoperto che queste maniere d'incitare le mule lettighiere si chiudevano sempre in versi endecasillabi231.
Dove va a ficcarsi la prosodia!
Solo di tanto in tanto, a prestabilite distanze di sei, otto miglia, il soffrire veniva interrotto dalle così dette catene, presso le quali la comitiva fermavasi; ma anch'esse erano nuove molestie agli stanchi molestati. La via, il sentiero trovavasi sbarrato da una catena di ferro, tesa di traverso per impedire il passaggio dei veicoli e degli animali da tiro, ai quali era fatto obbligo del pagamento d'un diritto di barriera. Moltissimi comuni aveano facoltà di metterne: e non pochi dei nostri coetanei ricorderanno i fastidî che s'incontravano nel passaggio di Villabate, presso il fondaco della Milicia, presso Trabia prima di giungere a Termini, e al ponte di Boarra, poco oltre Monreale. Non si pagava molto in vero: due grana (cent. 4) per un animale da sella o da basto; uno per un asino; quattro per un carretto; sei per una lettiga con passeggieri, quattro se vuota232; speserelle che gravavano sulla spesa maggiore concordata col lettighiere, il quale doveva [pg!174] perciò pagarla di suo, ma, al contrario, molte volte, fingendo di mancare di moneta spicciola, non pagava, chiedendola per la urgenza al suo passeggiere, che, pur sicuro di non più riaverla, si affrettava a metter fuori, impaziente di giungere dov'era indirizzato.
E meno male che un decreto del Caracciolo avea fatto cessare il grave abuso di certi birboni di riscuotere dai viandanti in alcune strade del Regno una specie di taglia sotto il pretesto di sicurezza di esse! Altrimenti, chi sa dove si sarebbe arrivati! Quel provvido decreto assimilò per la pena l'abuso al furto di passo, cioè di campagna233.
Oltre la lettiga c'era, come abbiam detto, il cavallo ed il mulo, forse più comodo per chi sapesse adattarvisi, o fosse armato di giobbica pazienza. Voleva andarsi da Palermo a Messina? Potevasi aver guide e muli a propria disposizione per 10 onze e 15 tarì, tutto compreso: mulo, guida, vitto. Voleva percorrersi la Sicilia, a tutto suo piacere? Pagare 14 tarì il giorno per una guida ed un cavallo; ma se non si pensava in tempo a provvedersi da mangiare a spese proprie, c'era da rimanere a stomaco vuoto234.
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