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La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1 cover

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1

Chapter 14: Capitolo XII.
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About This Book

Quest'opera ricostruisce la vita pubblica e privata di Palermo nell'ultimo ventennio del Settecento, descrivendo lo stato politico ed economico, le istituzioni municipali, l'igiene urbana e i bandi cittadini. Offre dettagli su senato e corporazioni, sui cartelli e sulle satire popolari, sulla diffusione di idee rivoluzionarie e sulla poesia politica, oltre a pratiche di viaggio per mare e per terra, corsari, locande, posta, portantine e carrozze. Analizza l'assenza dei proprietari e la condizione dei campagnoli, il fasto nobiliare, i divertimenti, le mode, i lutti, le passeggiate e le villeggiature, combinando documenti ufficiali, diari di viaggiatori e materiali poetici per ricreare costumi e consuetudini.

Capitolo XII.

PORTANTINE E CARROZZE.

Chi si fosse messo a percorrere le vie principali della città, facendo una punta alla Marina e, in certe ore del giorno, fuori altre porte della città, si sarebbe sempre incontrato in portantine, o sedie volanti, o seggette, come vogliamo chiamarle.

Chi oggi fa di queste una medesima cosa con le lettighe, cade in un grosso errore. È vero, sì, che le une e le altre avevano stretta somiglianza di forma; ma diverse ne erano le proporzioni, diversi i trasportatori, diverso l'uso. Quelle erano per una sola persona; queste per due e, in ragione, il doppio; quelle per affari, per visite, per passeggiate; queste per viaggi più o meno lunghi; la sedia era portata a mano da uomini; la lettiga caricata da animali.

Le portantine però avevano comune con la lettiga e con la carrozza la qualità padronale e da nolo.

Diremo partitamente di esse.

La padronale era un'eleganza di fregi e dorature allo esterno, di ricche stoffe all'interno: le facoltà di chi la possedeva si traducevano nel maggiore o minor lusso. Dalla portantina della famiglia Sperlinga a quella [pg!189] di casa Trabia, quali esse ci son giunte, è una scala ascendente di particolarità l'una più bella dell'altra; imperciocchè dal severo rivestimento in pelle nera sparsa di borchie indorate dell'una, alla smagliante decorazione dell'altra, quali e quante gradazioni! Le quattro fiammoline della prima, sprigionantisi dagli angoli, quasi a difesa dell'aquila del centro, figurano come i puttini, i piccoli mostri in giro della seconda, ripetentisi venti, trenta volte innanzi, dietro, ai lati, nello sportello, nelle maniglie e perfino ai piedi: e non è spazio libero che si sottragga ad un ghirigoro, ad un arabesco qualsiasi, scolpito, intagliato, messo lì per incorniciare, nobilitandoli, quadri mitologici di Aurore, Nettuni, Sirene, Satiri, Genietti dipinti, o quasi miniati.

Rivaleggiano con questa, senza vincerla, altre portantine, dove la profusione degli ornati, congiunta alla gaiezza delle figure simboliche, inebbriatisi al profumo dei fiori onde s'inghirlandano, è tutta gaiezza d'arte.

Dentro, altre bellezze, altre eleganze. Difese a destra, a sinistra, di fronte, da tersi cristalli, riparate da rosee tendine, sopra soffici cuscinetti e molli spalliere dal colore blasonico del casato, sotto seriche bande, che da su in giù si aprono come a far largo ad una candida testolina nell'angustissimo spazio di broccati, frange, trine d'oro, stanno solennemente adagiate dame di grande levatura.

Pallido il viso, largamente scollata in alto la veste, stretta in basso per fascette che a tante grazie ammezzano il respiro, ed a chi guardi fan sognare voluttuose penombre, queste regine della nobiltà raccolgono inchini e riverenze dei passanti. [pg!190]

Nè solo per diporto s'incontrano nelle feste profane ordinarie, ma anche per occasioni eccezionali e rare e per ricorrenze sacre e religiose. Una delle quali è quella della visita dei Sepolcri in date chiese, nella quali la esposizione del Cristo morto, nel Giovedì Santo, ha l'attrattiva di artistici tappeti di sabbia, di composizioni di fiori di passione, di rappresentazioni sacre, di splendide mostre di vasellame d'argento. Il Senato ha le carrozze sontuose che già conosciamo, ma di portantine si serve eccezionalmente per la gita al Monte Pellegrino nella festa delle quarantore dentro la grotta del Santuario. Queste portantine non son sue; forse appartengono al Pretore, o a qualcuno dei Senatori, o ad altri che si pregiano di metterle a sua disposizione per occasioni così solenni. Ne ha la Corte del Vicerè, come la Corte dell'Arcivescovo; ne hanno le più aristocratiche famiglie, come qualche ricca casa del ceto civile; ne hanno Valguarnera, Castelnuovo, Regalmici, Belmonte, Partanna, S. Marco, Cassaro, Paternò, Sandoval ed altri ed altri assai.

Mano mano che dalle alte si scende alle medie sfere, lo splendore scema, e gli stemmi si riducono a semplici velleità emblematiche.

La tradizione parla di sedie volanti nei conventi e nei monasteri. Dei Domenicani ne ricorda una, ad uso di non so qual P. Maestro, forse supremo dignitario, e probabilmente della Inquisizione prima del 1782. Portava dipinto l'emblema dell'Ordine: un cane con una fiaccola accesa in bocca e varî motti biblici, tra' quali: Quis ascendit in montem sanctum Domini? da un lato; e dall'altro: Innocens manibus et mundo corde. [pg!191]

Questa portantina non vuol far dimenticare la famosa carrozza del terribile Tribunale, stata ceduta al Senato250.

La tradizione ricorda pure portantine nei monasteri della Pietà, delle Stimmate, di S. Vito, della Concezione, usate pel trasporto ed anche per diporto di superiore e, in casi d'inabilità fisica, di semplici suore nei giardini e nei baluardi facienti parte dell'edificio251.

Nella portantina comune o da nolo l'ornamento mancava del tutto. Lo scintillio delle dorature cedeva al nero della pelle rasa. Gli usi diversi a tutto piegavano, fuori che a quello del semplice diporto. Qualche medico se ne serviva per le ordinarie sue visite; qualche magistrato per accessi giudiziarî; i predicatori per recarsi in chiesa e da chiesa a casa. A quando a quando un delinquente, sotto valida scorta, vi era chiuso dentro e portato in carcere; così del pari certi ammalati gravi dal carcere (Vicaria), prima che la infermeria vi fosse costruita, all'Ospedale grande e nuovo. I becchini poi vi ficcavan per forza e vi raccomandavano con corregge alla vita cadaveri da condurre ai Cappuccini, od al cimitero comune.

Potremmo esaminare uno per uno questi diversi stridenti ufficî; ma troppo ci dilungheremmo; l'opportunità [pg!192] però di certe coincidenze non ci dispenserà da notare debitori e falliti essere stati accolti in seggette fiancheggiate da poliziotti, e, come un tempo alla pietra del vitupero, condotti alle prigioni252; carnefici in espiazione di pena, portati sotto custodia in una piazza a giustiziare un condannato, e levatrici in tutta pompa a battezzar neonati. Nella farsa Li Palermitani in festa, quando nel cuore della notte Nòfrio va a bussare all'uscio di Tòfalo, perchè si levi, essendo improvvisamente giunto il Re (Ferdinando III), Tòfalo esclama:

Seggia a st'ura? ch'è medicu, o mammana?
O runna chi a qualcunu s'attapància?253.

Il Dr. Hager, che trovò molto comune anche in Palermo la seggetta, si maravigliava che l'uso la estendesse al trasporto dei morti non meno che dei vivi. Quasi ogni giorno egli vide sedie portatili per cortei funebri, nelle quali però, al primo suo giunger tra noi, nulla gli era parso di scorgere. Un aneddoto in proposito fa parte di altro capitolo di questo libro254, e spiega perchè il colto orientalista non volle mai entrare, finchè [pg!193] stette tra noi, in cosiffatte sedie, e molto meno mettervi piede. Galt notò l'uso anche lui, e se ne ricordò sempre255.

E pensare che in questo arnese, proprio in questo medesimo arnese, il Venerdì Santo, i cappellani delle parrocchie si facevano condurre alla Cattedrale a prendere l'olio santo per la Estrema Unzione da somministrare ai moribondi durante l'anno!... Costume, questo, che parrebbe stato introdotto nella Settimana Santa del 1777 per rispetto all'altro, pietoso, di non andare in carrozza per la città nel giorno commemorativo della Passione di G. Cristo256.

Secondo le sedie, i portantini. La differenza tra padronali e da nolo costituiva due classi diverse di seggettieri; quelli da nolo facevan parte da sè; si associavano nella devozione dei loro santi protettori Euno e Giuliano, componendo la confraternita di S. Uniu, e abitavano vicoli che prendevano nome da loro a Ballarò ed al Capo257. La vecchia e non più ribattezzata «Via delle sedie volanti», che si apre di fronte alla chiesa S. Cosmo, era loro abitazione e posto de' loro veicoli.

Facchini nati e cresciuti, i portantini erano rotti [pg!194] a qualunque strapazzo del mestiere: e, la cinghia alla nuca, le estremità della cinghia e le mani alle aste, si addossavano il gran carico, ansando e sudando come.... bestie. Da ciò il loro soprannome di mastru o vastasu di cinga (facchino da cinghia), il quale, ridotto a quello semplicissimo di cinga, è giunto fino a noi, in un traslato di dispregio di uomo che faccia e goda di fare atti incivili e bassi della peggiore specie.

D'altra condotta e foggia i portantini padronali. Come parte del servitorame d'una nobile casa vegetavano nelle anticamere, e conoscevano a menadito tutte le forme della buona creanza e del bon ton. Ad un cenno di Sua Eccellenza la Principessa, o la Duchessa, o la Marchesa, e quando occorresse, di sua Eccellenza il Principe, o il Duca, o il Marchese, erano in completo assetto di livrea, parrucca, nicchio gallonato; assetto oh quanto scomodo, che rendeva loro difficile il servizio, cui non bastavano ad alleviare aste artisticamente intagliate, nè cinghie vellutate, come le catene d'oro non renderebbero meno penosi i dolori della schiavitù.

Di sera, quando portavano a veglie ed a festini la dama, si aggiungeva loro un numero di sei, otto paggi, che reggevano torce accese, le quali essi, appena arrivati nel vetusto palazzo, si affrettavano a spegnere nei buchi nascosti dietro le porte dei vestiboli.

Bella o brutta che fosse la portantina, l'andarvi dentro per affari costava. Un viaggio, o per dir meglio, una corsa pel Cassaro o per la Strada Nuova pagavasi due, tre tarì; poco o molto di più fuori città: spesa non a tutti consentita dal proprio bilancio. C'erano, è vero, i carrozzini; ma in paragone delle molte e molte [pg!195] sedie volanti, e del gran numero di carrozze signorili, potevano dirsi pochissimi, o bisognava contentarsi di quelli del noto Vituzzu.

In tanta scarsezza, un giorno, certo Antonio Bruno, accorto commerciante, concepisce un'idea ardita per allora, ma pratica; quella di acquistare un numero di carrozzelle nuove e di metterle a disposizione del pubblico; pagamento d'una corsa, un tarì (cent. 42). Fu una gran pensata! Il pubblico le accolse con gran favore, e dal prezzo veramente medio del tarì o tariclu prese a chiamarle tarioli.

Se non che, la nuova impresa non poteva non danneggiare l'antica delle portantine, e dal primo apparire dei tarioli i lettighieri se ne risentirono. Si principiò col sorriso del giocatore che perde; seguì la derisione dei cocchieri dei tarioli, e quando gl'interessi del mestiere cominciarono, col considerevole sviluppo dei nuovi veicoli, a pericolare, vennero gl'insulti, le ingiurie, i battibecchi, le zuffe, a sedar le quali occorse l'intervento della Polizia. I tarioli si moltiplicarono; nel solo Piano della Marina, rimpetto la Vicaria, sotto le torve occhiate dei portantini della vicina posta, se ne contarono fino a trenta il giorno. Nel 1785 i trenta erano ottantacinque, e due anni dopo, centoventuno, che, secondo una opportuna ordinanza del Capitan Giustiziere, portavano già segnato in cassetta il numero progressivo del ruolo258. Oltre i fiacres ordinarî, erano nel medesimo Piano calessini [pg!196] a due ruote, coi quali, come a Napoli, si poteva andare in mezzo alla più fitta popolazione259.

L'uso di questi e di altrettali veicoli divenne così comune che forse più non si sarebbe potuto, date le condizioni topografiche della città ed i bisogni degli uomini d'affari. Questo stesso avvenne fuori Palermo. Il Giornale di Commercio ed il Giornale di Sicilia ne annunziavano sempre qualcuno in partenza per Partinico, indicando posti vuoti per passeggieri che volessero profittarne. N'erano proprietarî, ciascuno per proprio conto, Matteo D'Aquila e Girolamo Montalbano. Quest'ultimo nome è giunto fino a noi come ditta di carrozze corriere per l'Isola, e specialmente di carrozze per la città, ed è finito in quell'azzimato nanerottolo che nella sua altezza di una spanna, colla sua posa di personaggio importante, esigeva rispetto (e se lo faceva portare) da chi potesse aver la tentazione di ridergli in faccia al solo vederlo.

Carrozze si annunziavano anche in vendita: e le offerte giornaliere erano di carrozzini, di calessi come di «vis-à-vis con aste di ferro», di berlingotti, di «carrozzini di gala» e di «carrettelle per campagna, che si chiudono intieramente»260.

Tanto favore, non nuovo nè eccezionale, è espressione dell'indole palermitana molto proclive alla vanità ed alle apparenze, e risponde alla condizione delle cose del tempo ed allo spirito d'imitazione di ciò che facevano gli altri, nel campo suggestivo della moda. La [pg!197] passione per le carrozze, quasi innata in molti Siciliani, avea modo di affermarsi specialmente nella Nobiltà; in seconda linea, nel ceto medio; quindi, in qualsivoglia persona che avesse da poter comprare, o presumesse mantenere un carrozzino pur che sia. Le cronache cittadine abbondano di notizie su questo argomento, avvalorate dalle relazioni dei viaggiatori. Due di questi, senza essersi veduti nè intesi mai, nel medesimo tempo (1777), trovarono «prodigioso il numero delle vetture». Uno, l'abate de Saint Non, notava esser «così proprio dei Palermitani il gusto di farsi portare, che la carrozza era diventata oggetto di prima necessità in un clima costantemente bello; godimento per godimento, spesso ottenuto con sacrificio delle cose più utili alla vita»261.

Un altro, parlando del Cassaro e della Strada Nuova, nella seconda metà di Maggio diceva: «La sera, il gran numero di botteghe e di caffè illuminati, gli equipaggi che vi corrono rischiarati da torce, la poveraglia che vi preme, nella principale e più larga di queste strade (intendi il Cassaro) vi richiama allo splendore ed al fracasso della Via St. Honoré di Parigi. I Siciliani vanno soltanto in carrozza; per una persona agiata non sarebbe niente decente fare uso delle proprie gambe. Le vetture sono moltissime, ed i forestieri possono procurarsene di veramente buone per sette, otto franchi al giorno»262.

La inclinazione alla carrozza, in gente che aveva buone gambe, nel tempo che la città chiusa non girava più di quattro miglia, e tutti gli affari si potevano sbrigare [pg!198] nelle poche vie maggiori, fu primamente rilevata da Brydone, e fino a certo punto messa in dubbio da de Borch; ma, per quello che diremo, è vera, verissima.

Il testimonio più sicuro del tempo, Villabianca, sotto la data del 1782, scriveva: «Ai dì nostri il mantenimento delle carrozze è un lusso de' nobili, credendo il volgo doversi reputar soltanto cavaliere colui che ha carrozza e non va a piedi come le persone minute». Ecco adunque la vettura segno manifesto di ricchezza. «Cangiano i tempi (continua il sincero, ma aristocratico diarista), e sempre più invade la moda corrente di tener carrozze per far mostra ognuno di sua nobiltà e del carattere di sua persona, se non vogliam dire per una forza di frenesia che ha invaso le persone degl'ignobili e molto più coloro che per la ristrettezza degli averi non potrebbero farlo [com'è vero quel che trovò de Saint-Non su questo godimento, ottenuto col sacrificio delle cose più utili!...]; il che può bene compararsi all'antica moda, che è oggi in disuso, di mantener schiavi in servizio di lor casa»263.

I dati statistici confermano questa notizia.

Fino al 1647 soltanto le dame della prima aristocrazia si servivano della carrozza. Gli uomini andavano a cavallo, ed i ministri regi del Sacro Consiglio, i Presidenti ed i giudici, in chinea bianca, preceduti da valletti e con gli algozini a fianco, che portavan alto le verghe della potestà. Ebbene: fino a quell'anno le carrozze non erano più di 72. Un secolo e trentacinque anni dopo, nel 1782, erano più che decuplicate: 784! [pg!199] senza, contare le timonelle, le carrozze dei militari, dei signori regnicoli (provinciali), e non so quali altri veicoli del genere.

Questa la ragione dell'eccesso di vetture notato dagli stranieri.

Eppure esso sarebbe stato comportabile, anche nel suo movimento vertiginoso, se gravi inconvenienti non lo avessero accompagnato nelle solite vie maggiori. Cocchieri padronali che voglion sopraffare cocchieri da nolo; padroni che lasciano soverchiare, anzi impongono ai loro cocchieri che soverchino il pubblico dei pedoni e passino primi ed oltre, quali che i pedoni siano; carrozze e portantine che si fermano a tutto comodo ed a tutta jattanza di chi vi è dentro, od escon dalle file prescritte dall'autorità, invadendo il limitato spazio ed arrestando il passaggio, non pur loro, ma anche di quanti debbono o vogliono andare a piedi: ecco quello che si vede tuttodì. Ciò che oggi si dice 'mbrogghiu di carrozzi (inviluppo, confusione; impedimento di libero corso) trae appunto da questo abuso, che nè raccomandazioni, nè minacce, nè punizioni, nè multe riuscivano ad infrenare264.

Di siffatta jattanza volle trarre partito per migliorare [pg!200] certe vie della città, battute di continuo da veicoli e da uomini, il Vicerè Caracciolo.

Amico di lui era il Regalmici, che non poteva non approvarne le audacie edili; e di questi erano amici, e del Vicerè ammiratori, il Sorrentino, il Prades, il Castelnuovo, il Cefalà, sulla energia dei quali poteva fare sicuro assegnamento.

Allora, guardando alle deplorevoli condizioni delle strade ed al guasto che tuttodì veniva ad esse dalle carrozze, pensò come da tanto male trarre altrettanto bene: richiamò certa disposizione di una tassa annuale di tre onze non prima applicata, e ne decretò l'attuazione per la durata di soli quattr'anni, tassa da pagarsi da tutti i padroni di carrozze. Ciascuna rata avrebbe dato un introito di 2352 onze all'anno, e questa sarebbe bastata al lastricamento di una parte delle vie Toledo e Macqueda.

Dodici onze, per quanto scompartite, erano una spesa, ed i proprietarî di carrozze si misero a sbraitare. — «A buoni conti (mormoravano) che si pensa di fare questo paglietta?... (paglietta, come si sa, nobili e civili chiamavano il Caracciolo). Di punto in bianco vuole aggiustare il mondo! Dopo di essersela presa con Dio ed i Santi, viene a prendersela con la Nobiltà, solo perchè essa ha delle carrozze». — «Sta a vedere (osservavano altri) che il Cassaro, la Strada Nuova vanno in rovina per noi! come se le carrozze delle Autorità non sciupassero il pavimento esse pure!...». E con queste ed altre querimonie molti si accordarono di non cedere, o, tutt'al più, di cedere solo alla forza.

La Deputazione incaricata della nuova tassa, sicura [pg!201] dell'appoggio vicereale, si disponeva ad energiche risoluzioni. Venne l'ora delle riscossioni, e mentre molti imprecando pagavano, altri si rifiutavano bravando. Allora s'impegnò una lotta accanita, ma disuguale; piovvero le coerzioni giudiziarie. Il Governo, limitando la libertà personale, che era sua recente preoccupazione, faceva pegnorare molte carrozze: questa sorte toccò anche alla Marchesa Geraci. Alle pegnorazioni seguirono le vendite. Il Duca Colonna di Cesarò con gran rumore e generale dispetto vide portata via la sua carrozza alle Quattro Cantoniere, dove, tra perchè il provvedimento pareva odioso e perchè la popolazione era ostile, nessuno volle comperarla.

I ricorsi alla Corte di Napoli non tardarono: e la Corte fece dare alla potente Marchesa soddisfazione del pubblico affronto; ma permise sequestri alle rendite dei morosi. I nobili ne sorrisero; i Deputati per le strade sogghignarono; gli uni e gli altri in apparenza soddisfatti; in sostanza scontenti, perchè, correggendo la forma, il provvedimento regio lasciava le cose come stavano.

Esenti dalla nuova tassa e quindi liete rimasero le timonelle e i carriaggi comuni di persone del popolo.

Così davasi opera ai lastricati (balatati; 21 marzo 1782), che poi dovevano costituire la gloria non solo del Regalmici, ma anche di altri Pretori.

Quasi contemporaneamente avveniva un fatto che ha relazione col nostro argomento.

Menava gran vanto di sè una certa Unione di locatarî di vetture e di cavalli, la quale accampava non so che diritti di privativa concessi dal Senato. Un [pg!202] D. Vincenzo Bosio, rappresentante di essa, visto che gli affari della Società non andavano bene, pensò di richiamarsene al Vicerè.

Evidentemente D. Vincenzo non conosceva l'uomo: e l'uomo, appena letto il ricorso e sentito il parere della giunta dei Presidenti e del Consultore, scrisse al Senato una delle sue taglienti lettere annunziandogli di avere sciolta l'Unione, cancellati i capitoli di essa e conceduto piena libertà ai privati di prendere a loro scelta vetture e cavalli265.

Torniamo alla tassa. Scorsero i quattr'anni prescritti, e si sperava non se ne sarebbe più parlato; ma essa venne inasprita con la inclusione di altri veicoli non tenuti di conto dianzi. Il 16 marzo del 1786 si torna a pubblicare il bando sopra le carrozze con la seguente gradazione di imposta: carrozze padronali, onze tre; birocci, timonelle, ossia tarioli, canestri a due cavalli senza cocchiere, padronali o di affitto, due; carriaggi ad un cavallo, carri da buoi, carretti, da città e da fuori, onza una e tarì quindici; sedie volanti, onza una266.

Stavolta le mormorazioni dei nobili trovarono eco tra' civili e tra' plebei, e nessuno potè negare che l'esempio del Caracciolo era stato fatale anche alla povera gente, che per un tozzo di pane dovea lavorare giorno e notte all'aria aperta, alla pioggia, al sole, al vento, e di questo scarso pane farne parte in danaro alla Deputazione per le strade. Quello poi che toccava il colmo [pg!203] era la gravezza sulle seggette, per le quali incominciava già la crisi della concorrenza dei tarioli, e la fatica era, più che da uomini, da bestie.

La tassa rimase fissa per gli anni che seguirono, e l'ottocento, sotto questo punto di vista, ereditò dal settecento un introito sicuro di quasi tremila onze all'anno.

Scorrendo la lista dei tassati per quartieri nel giugno del 1801, sorprende la differenza tra alcuni di essi. Quello di Siralcadi (Monte di Pietà) era 559 onze; quello della Loggia (Castellammare), 645,15; l'altro dell'Albergaria (Palazzo Reale), 650,15; quello, infine, della Kalsa (Tribunali) 1071,15: totale 2926,15.

Donde tanta grazia d'involontarî contribuenti nel quartiere dei pescatori della Kalsa? È chiaro: dal maggior numero di signori che vi abitavano. [pg!204]