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La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1 cover

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1

Chapter 15: Capitolo XIII.
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About This Book

Quest'opera ricostruisce la vita pubblica e privata di Palermo nell'ultimo ventennio del Settecento, descrivendo lo stato politico ed economico, le istituzioni municipali, l'igiene urbana e i bandi cittadini. Offre dettagli su senato e corporazioni, sui cartelli e sulle satire popolari, sulla diffusione di idee rivoluzionarie e sulla poesia politica, oltre a pratiche di viaggio per mare e per terra, corsari, locande, posta, portantine e carrozze. Analizza l'assenza dei proprietari e la condizione dei campagnoli, il fasto nobiliare, i divertimenti, le mode, i lutti, le passeggiate e le villeggiature, combinando documenti ufficiali, diari di viaggiatori e materiali poetici per ricreare costumi e consuetudini.

Capitolo XIII.

ABITUALE ASSENZA DEI PROPRIETARII DALLE LORO TERRE; TRISTE CONDIZIONE DEI CAMPAGNUOLI.

Una barbara parola recente, assenteismo, risponde alla inveterata abitudine di certi signori, di stare lontani dalle terre o dalle tenute di loro proprietà.

Quest'abitudine, divenuta sistema, era ordinaria e quasi comune. Vuoi per naturale ignavia, vuoi per carezzevole inclinazione alle beatitudini dei grandi centri, vuoi per difetto di sicurezza e di strade, essi abbandonavano a gabelloti i loro fondi. Li abbandonavano anche per altra ragione, o per altra serie di ragioni. Villani poveri, spesso impossibilitati a pagare, anticipazioni che occorreva far loro, lamenti sull'anno cattivo, sulle piogge abbondanti, sulle inondazioni devastatrici, sulle prolungate siccità; malsania insidiosa e letale di lunghi tratti di terreni, distoglievano dal tenere per proprio conto fondi, nei quali increscevole tornava loro lo stare. I baroni riconobbero molto commodo essere in relazione con una sola persona che pagava puntualmente ed anche anticipatamente267; si separarono dalla [pg!205] terra e dai coltivatori, e si ridussero nelle città inciprignendo così una piaga già da lungo tempo aperta.

I viaggiatori più spassionati, giungendo da Messina o da altri paesi dell'Isola per via di terra a Palermo, ne rimanevano impressionati, e non potevano non prenderne nota. «Noi trovammo, dice de Saint-Non, i nostri baroni palermitani passare voluttuosamente la vita in molle e dolce ozio mangiando a due palmenti il prodotto di quella loro terra che essi non visitarono mai»268. Il naturalista Stolberg, fermandosi un giorno (4 giugno 1792) nell'ampio, abbandonato palazzo del Marchese di S. Croce, di qua da Mongerbino, messosi a conversare con l'ospitale castaldo, potè per sicure informazioni scrivere che «questi palazzi non hanno mai visti i loro proprietari: e che vi son baroni, morti senza aver mai visitati i loro beni»269.

A siffatti inconvenienti alludeva Paolo Balsamo quando nel maggio del 1808, presso il Ponte di Vicari, si permetteva di raccomandare al Principe di Fitalia che con le sue splendide carrozze e livree trottasse di meno nella passeggiata della Marina e di Toledo, e che invece cavalcasse di più per le campagne270. Eppure il Fitalia era uomo molto serio!

Questa lontananza si rifletteva sulla cultura delle terre e su coloro stessi che dovevano attendervi. Un mediocre ma pomposo economista palermitano del tempo, dopo avere riconosciuto il principio che in un paese agricolo come la Sicilia le campagne debbano essere [pg!206] popolate più che la città, lamentava la pratica siciliana del tutto contraria, cioè che non si pensasse a popolare la campagna, e che di tutte le popolazioni dedite all'agricoltura non si formasse una città sola. E, con vedute nuove tra i suoi contemporanei, aggiungeva: «che in essa tutti i coltivatori che voltarono le spalle alle campagne si ammettono tra il numero di domestici; e per nostra maggiore vergogna si lasciano unire al folto stuolo dei poveri volontarj e sovente dei vagabondi viziosi. Con ciò si accresce il lusso, si moltiplicano le spese, ed intanto! Ed intanto la nazione diviene sempre più miserabile»271.

Anche questo fatto era evidente pei forestieri, ed uno tra i più temperati osservava: «Le abitazioni son troppo lontane dai fondi. Il contadino perde quattr'ore il giorno per andare e venire. Stanco di queste gite, ha poca energia di lavorare. Bisognerebbe trovar modo di diminuire tanta perdita di tempo e di accrescere le abitazioni rurali. Qua e là i lavori mi son parsi solo per metà compiuti: nè io saprei dire se per difetto di braccia o per mancanza di danaro; il che però non si riterrà improbabile quando si pensi che nella raccolta dei frutti non si attende che maturino.

«Il contadino diviene proprietario con un censo ch'egli paga al suo padrone. A questo censo, molto acconcio a moltiplicare i coloni ed a migliorare il suolo, bisognerebbe aggiungere la costruzione di vie praticabili, in guisa da rendere agevole ed a buon patto la [pg!207] circolazione delle derrate e soprattutto del grano, il cui trasporto vien compiuto a schiena di mulo, e perciò con difficoltà, lentezza e spesa»272.

Su quest'altro punto i lamenti dei forestieri non hanno riserbo. Münter, andando da Palermo ad Alcamo, rilevava, cosa notata dianzi, che la strada buona non andava oltre Monreale. «Al di là non si trova quasi vestigio di pubblica via carrozzabile, e quindi l'unione ed il traffico tra le città siciliane sono straordinariamente impediti, ed in certi punti, quando la neve cade in abbondanza, tagliati. Invece di strade, oltre quel paese, non sono altro che sentieri, su dei quali appena due cavalli possono andare tra loro vicini: e perchè l'intera contrada è molto montuosa e di nude balze ripiena, così tali passi sono assai ripidi, formando al tempo stesso delle tortuosità che allungano sino a trenta miglia circa la strada da Palermo ad Alcamo, che in linea retta non sarebbe più di diciotto»273.

Chi sappia come il Münter viaggiasse tra noi nel 1785, penserà che, a buoni conti, qualcosa di meglio possa essere stato più tardi. Ma non è così. Sul finire del secolo, un altro economista palermitano non sapeva acconciarsi al pensiero che una derrata prodotta in un distretto dovesse, a cagione delle difficoltà e delle spese di trasporto, consumarsi nel distretto medesimo; «donde l'abbondanza disgustosa, al tempo stesso che un altro distretto n'era privo e che avrebbe pagata ad un mediocre prezzo». Necessarie quindi le strade agevoli al [pg!208] trasporto verso le città e i luoghi marittimi. Le spese sarebbero state minori «non solo a riguardo di un minore tempo da impiegarvi, ma a risguardo pure che ai cavalli ed alle mule da soma si sarebbero agevolmente potuto sostituire delle carrette ben serrate, senza esporre i grani e le derrate all'adulterazione, bagnamento ed altre solite frodi dei vetturali»274.

Un'altra osservazione, pur essa nuova, scaturisce dalla coltivazione della terra, resa, per difetto di animali, insufficiente.

La zappa non basta: ci vuol l'aratro, e l'aratro ha bisogno di bovi. Ora i bovi, quando i baroni tenevano per conto proprio i loro feudi, producevano. Da un certo tempo una pessima pratica era venuta consigliandone la macellazione. L'esiziale esempio partì da due illustri signori palermitani. Le campagne rimasero prive o scarse di bestiame: e quando la crisi non potè più nascondersi, fu coraggiosamente gridato doversi rifare, anche obbligandosi i signori all'antica economia rustica di coltivare per conto proprio i loro feudi; il bisogno di far maggesi, di abilitare gl'inquilini, avrebbe riprodotto il bestiame grosso, ed i baroni si sarebbero rimessi nell'avita ricchezza. Gran danno invece l'abbandono della cultura dei propri feudi, la perdita dei capitali dalla campagna estratti; onde la decadenza dell'agricoltura, la povertà dei bracciali, uomini addetti alla cultura della terra! Tutto, nel modo che vedremo nel seguente capitolo, fu speso e consumato: ed il lavoratore, [pg!209] che si conduceva conformemente a ciò che vedeva praticare e che aveva appreso dai suoi padri, rimaneva sempre nella ignoranza dei migliori metodi di coltivazione275. La terra produceva solo quello di che la forza della natura benefica era capace; terra sfruttata sempre, limitatamente aiutata dalla mano dell'uomo più che l'opera di viete e dannose pratiche.

Pietro Lanza di Trabia ripeteva la decadenza dell'agricoltura in Sicilia dalla povertà dei contadini, dalla falsa loro credenza che il lor mestiere fosse il più vile, dalla condotta dei proprietarî che davano le loro terre in estaglio, o in amministrazione, a persone che scrupolosamente ripetevano quel che avevan visto fare ai loro nonni, dal difetto di cognizioni agrarie, comuni fuori Sicilia276; proponeva quindi un «Teatro agrario, o un Educandario», in cui potesse la gioventù istruirsi nell'agricoltura277.

Il concetto, non raccolto allora da nessuno, neanche dal Re, al quale veniva manifestato, doveva più tardi [pg!210] con altezza d'intendimenti patriottici esser tradotto in pratica dal Principe di Castelnuovo; concetto ragionevole, giacchè molti dei proprietari di grandi territorî non avevano essi stessi idea esatta, compiuta di quel che occorresse per migliorare i campi senza perder di vista la classe minuta che vi sudava.

Quanti han vissuto la vita della seconda metà dell'ottocento e respirano le prime aure del novecento credono coscienza nuova, e però affermazione suggerita dalla evoluzione dei tempi, il diritto degli umili a vivere per mezzo del lavoro, la considerazione per la loro triste condizione278. Scendendo a particolari, essi guardano con singolare interesse quelli tra gli umili che intristiscono nelle asprezze dei campi.

Eppure dovrebbero ricordare, e con soddisfazione ricordiamo anche noi, che prima assai di essi e di noi (che con premuroso affetto seguiamo le sorti dei diseredati dalla fortuna), una eletta di scrittori siciliani nel secolo XVIII, senza apparato teatrale, senza pubblicità di giornali, ma con idee che potrebbero dirsi moderne e sono antiche quanto il Vangelo, perorava la causa di questi grami lavoratori e ne metteva in evidenza l'opera proficua. Noti sono agli studiosi Antonio Pepi e l'Ayala, il Guerra ed il Gallo-Gagliardo ed il forte Sergio; ma costoro non son soli, nè, forse tutti, i più energici per quanto autorevoli. Altro uomo, illustre nella poesia, sentì la missione rigeneratrice pei poveri campagnuoli assai più e meglio che qualsivoglia [pg!211] altro contemporaneo. Alle più sane fra le dottrine sociali d'oggi egli precorse con un contributo di osservazioni maturate nel silenzio delle pareti domestiche e nel raccoglimento dello spirito stanco delle brutture della società. Qualcuno saprà che Giovanni Meli, scendendo alcune volte dalle sublimi sfere della fantasia studiasse l'amara realtà dei bisogni del popolino; ma pochi sapranno che argomento di sue cure speciali egli facesse le condizioni miserrime degli uomini addetti all'agricoltura ed alla pastorizia279.

Ora tra le verità da lui formulate è questa: che la gente civile era così affascinata dal guasto del tempo che non s'accorgeva di essere ingiusta verso i suoi benefattori. Questi benefattori, diceva, sono i bifolchi, sono i villani, che bagnano del loro sudore la terra per trarne i più salutari alimenti, d'alcuni dei quali non è loro concesso un boccone, perchè tutto devono vendere alla Capitale.

Nel poema D. Chisciotte e Sancio Panza questa verità egli, temendo che per la sua crudezza potesse destare l'indignazione dei maggiorenti, la mise in bocca allo stravagante eroe, il quale così ragionava:

Vui autri picurara e viddaneddi,
Chi stati notti e jornu sutta un vàusu
O zappannu, o guardannu picureddi,
Cu l'anca nuda e cu lu pedi scàusu,
Siti la basi di cità e casteddi,
Siti lu tuttu, ma 'un n'aviti làusu;
[pg!212]
L'ingrata Società scorcia e maltratta
Ddu pettu chi la nutri e unni addatta280.

Egli stesso, aprendosi intimamente ad amici che sapevano comprenderlo, e rimpiangendo che la Sicilia non avesse arti, nè manifatture, nè commerci, riaffermava: tutto doversi ripetere dalla terra, che forma la base, e dal mare che circonda l'Isola disagiata281.

E poichè un certo risveglio a favore dell'agricoltura e quindi della povera gente di campagna venivasi accennando e prometteva di fortificarsi per impulso specialmente di pochi intelligenti signori che vi pigliavan parte attiva, un amico del poeta, il Marchese Giarrizzo, sosteneva: «La Società è in obbligo di prestare agl'individui che la compongono i mezzi di sussistenza; questi non può procurarglieli, perchè siano reali ed effettivi, che con l'agricoltura; ogni altro mezzo è certamente precario»282.

Non meno esiziale agli interessi agricoli della Sicilia deve ritenersi la maniera ond'erano tenute le terre comunali. Il diritto di pascolare e di legnare, indispensabile alla vita delle popolazioni rustiche, anteriore a re ed a leggi, e da re e da leggi sempre riconosciuto, impediva la coltivazione dei terreni; come la coltura che in alcuni si faceva era sempre fittizia e poco o punto produttiva. I fondi del comune, sentenziava il [pg!213] Gregorio, non son di nessuno; se non si usurpano, si abbandonano o si trascurano, sì che divengono sterili e brulli. Le terre poi a colture, perchè in mano a fittaioli, che le smungono a più non posso, poco o punto ottenendone, ritraggono dai giurati che li danno a fitto, ed i quali, perchè amministratori temporanei, non si travagliano a promuoverne la maggiore e più permanente coltivazione. E del resto l'amministratore d'oggi potrà domani esser fittaiolo!283.

La impressione, pertanto, che lasciava la vista dell'interno e delle coste dell'Isola era penosa: e non si riesce a comprendere, esclamava maravigliato Hager, come mai la Sicilia possa essere stata, nei tempi antichi, il granaio d'Italia!284.

Qui un pauroso fantasma si leva a turbare le rosee speranze dell'affaticato contadino e, salendo per la scala agricola, del colono. Fissiamolo un poco questo fantasma, e riconosceremo in esso l'idra divoratrice della miserabile classe dei campagnuoli. Ci soccorre con una breve nota descrittiva un apologista del Senato, il Teixejra.

«Il colono riceve il frutto della terra inaffiata co' proprj sudori; fatta la recollezione, un'indispensabile dovere l'obbliga ad esitarlo, e ciò per soddisfare i diritti di terraggio, semente, cultura ed altri; e non trovando così sollecito un compratore convien che ricorra ad un trafficante usurajo, quale ceto di persone trovasi in ogni luogo: e da questo riceve il prezzo, non a seconda [pg!214] della giustizia, ma regolato dalla sola sete del guadagno. Ed ecco così, in pochissimo tempo, arrivare il frumento di proprietà di un numero strabocchevole di coloni al piccolo numero di trafficanti, o almeno de' fittajuoli, i quali, ingrossata la massa, con questi mezzi dispongono dell'acquisto da' padroni assoluti, e non lo mettono in vendita se non a prezzi strabocchevoli»285.

Che fremito di vita attuale in questa pagina, scritta più che un secolo addietro! Sunt lacrymae rerum!

Ben è vero che il Monte Frumentario si contrapponeva a tanto danno di uomini e di tempi; ma dal dì che venne istituito, esso non rispose mai adeguatamente a' bisogni di chi vi ricorse. Gli interessi del 4% agli appaltatori del Senato, del 5 ai proprietarî di grani introdotti nel caricatore della città, del 6 a tutti i padroni esteri nei principali caricatori del Regno, consumavano il capitale. Questo, già scarso, era messo a pericolo dalle esigenze di chi offriva le sue derrate al Monte rifiutandole a mercatanti avidi e disonesti: onde lo istituto venne a fallire e, presso al fallimento, impose agli esausti cittadini sacrificî superiori alle proprie forze, che li mettevano nell'alternativa o di rifiutarsi ribellandosi o di sobbarcarsi impoverendosi.

E tornando là donde siamo partiti, cioè ai baroni, che, per non averne i disagi, abbandonavano le loro vaste tenute, vediamoli un poco nella Capitale.

La città offriva tutte le attrattive del tempo e della moda, circoli, compagnie, feste, giuochi, passatempi, [pg!215] ai quali non era facile rinunziare, anche perchè a molti gli espedienti per ben vivere stando alle sicure entrate annuali non mancavano. Col fidecommesso i beni erano accentrati; i secondi, i terzi geniti avean modo di limitare i loro bisogni e certe esigenze fomentate dal fasto di famiglia. Il chiostro poi non c'era per nulla. [pg!216]