Capitolo XV.
PASSIONE PEL GIUOCO.
Nello elenco delle Maestranze del settecento comparisce per la prima volta quella dei cartari; questo significa che il numero dei fabbricanti di carte era tale da costituire una vera e propria corporazione, come le altre del tempo: e non poteva non esserne ragione il considerevole spaccio della tanto ricercata e tanto pericolosa merce. Un bando poi del 18 settembre 1785 imponeva la gabella per le carte da giuoco.
Comune era nelle conversazioni pubbliche e private il giuoco; senza del quale la distrazione più dilettevole, e quindi l'attrattiva migliore, sarebbe mancata.
Nelle grandi feste con solenni ricevimenti, Vicerè, Pretori e signori di alta levatura avrebbero creduto di venir meno alle regole elementari di cortesia non ordinando sale con tavole per giuoco: e «fare il tavolino» era, ed è tuttavia, la espressione propria di questa maniera di passare il tempo e di mettere in moto la borsa.
Alcuni vi si appassionavano a tal segno che ogni altra cura passava per loro in seconda linea. Il giuoco era fascino morboso, ossessione. Lunghe ore del giorno, [pg!242] intere notti, essi rimanevano attaccati a quelle sedie, a quelle tavole: gli occhi avidamente fissi sui gruzzoli di monete che facevano monticelli nel centro; lo spirito tremebondo al muovere di una carta, dalla quale dipendeva la sorte loro, della loro famiglia. Il ricco d'oggi poteva non esserlo più domani; senza testamento, l'ultimo giocatore diventare il facile erede d'un feudo. L'eguaglianza di ceto regnava sovrana tra disuguali per censo; ogni cuore chiudevasi alla pietà, ed il dolore d'uno era la gioia d'un altro.
Nè solo dei nobili era rovina il giuoco, ma, in generale, di qualunque persona vi si appassionasse; e però della sua condizione economica, della sua salute, della sua felicità di borghese320.
La calabresella, il tressetti, la primiera: ecco i passatempi preferiti, ma la bassetta specialmente, la quale si faceva anche con donne321. Come giuochi pericolosi d'azzardo, il Governo li bandiva sempre, e più severamente che mai il 14 dicembre 1776. Il secondo Marcantonio Colonna vietava non solo che si giocasse, ma anche che si vedesse giocare a «bassetta, biribisso, primiera di qualsivoglia sorte, goffo, stopo con invito, trenta e quaranta, cartetta, banco fallito, regia usanza, o sia tuppa, faraone, paris e pinta, passa-dieci, sette a otto, scassa quindici» ecc.; ed al contrario permetteva «quei giuochi leciti che si usano per onesto sollievo del corpo e dello spirito, quali sono i giuochi tresette, riversino, picchetto, gannellini, scarcinate, calapresella, [pg!243] gabella ed altri simili non espressati, nè proibiti, purchè non importino in qualunque modo e maniera invito e parata».
Non è già, ripetiamo, che il giuoco fosse passatempo esclusivo dell'alto ceto; tanto vero che il bando viceregio accordava che i giuochi permessi ed altri d'altro genere, pur essi tollerati, si potessero usare «nelle case de' particolari, nelle botteghe de' mercadanti, caffè, barbieri ed altri artigiani, ed avanti le medesime»; ma ci vuol poco a vedere che chi non possiede, non ha nulla da perdere: e le grandi fortune non potevano restar compromesse da queste piccole concessioni. Le gravi perdite avvenivano nelle grandi case, dove i pingui patrimonî erano fomite alla malsana inclinazione.
Il Caracciolo rinnovò gli sforzi dei suoi predecessori col vecchio bando, rimasto però lettera morta. Le condizioni dell'abuso eran sempre le medesime dei secoli precedenti, a nulla essendo valsi capitoli di Re, prammatiche e costituzioni di Vicerè. Il male si era invece acutizzato per modo che egli dovette in forma solenne confessare essere in Palermo il giuoco «funesta origine delle maggiori enormità...; tutti sieguono perdutamente nella istessa ostinazione, non curando neppure la propria rovina, nè lo scompiglio e desolazione delle proprie famiglie».
D. Ippolito de Franchis impiegò mezza giornata per leggere sulle pubbliche piazze l'ordine viceregio322; ma fu fiato buttato anche il suo, perchè la passione [pg!244] non riconosce impero di legge, ed i giuochi proibiti continuarono nelle sale dorate e nei rendez-vous d'ogni sorta. Meli, che più volte alluse all'ingrato tema, vi lasciò cadere in arguti terzetti la sua urbana satira, descrivendo i giocatori in gara nell'assalire il più potente tra loro:
E ddà si vidi càdiri da l'altuUn suldatu senz'arma, e l'autru restaCu l'occhi bianchi e lustri comu smaltu;N'autru di stizza e colira si 'mpesta,E n'autru cu la sorti 'ntra lu pugnuVa a tuccari lu celu cu la testa.La maggior parti rusica un cutugnu,Pirchì si senti supra l'anca dritta
Accecati come erano, non facevano mistero dell'audace trasgressione, e non pensavano a nascondersi, neanche quando persone estranee al paese, tra lo stupore e la paura per l'insensato sperpero, stavano a guardarli. In barba al Governo, il biribissi faceva proseliti più che altro passatempo; la attrattiva di poter prendere sessantaquattro volte più della somma puntata sopra un numero, trascinava. Gli stessi giuochi leciti, consentiti da Re e da Vicerè, compreso il Caracciolo, eran tutt'altro che innocui, e bisognerebbe sapere che cosa ci fosse sotto, se gli scacchi, stati introdotti dal Fogliani, destavano tanto entusiasmo nelle conversazioni nobili e civili, come non sarebbe inutile ricercare [pg!245] perchè infiniti proseliti contassero i tarocchi, fatti conoscere dal Vicerè Gaetani di Sermoneta.
Quando poi giunse Hager, molto rari eran gli scacchi, perchè (il perchè non ce lo dice lui, ma il Villabianca), trattandosi di lunghe partite, i tavolini ad hoc ed i lumi portavano sempre una spesa. Non nei caffè come in Germania, ma in apposite sale, il bigliardo contava pure i suoi cultori. Non birilli, non bersaglio e, incredibile, non tabacco da fumo.
Ben altro vide Hyppolite d'Espinchal nei beati giorni della estate del 1800 in mezzo all'alta Società palermitana. Udiamolo da lui: «Dalle 9 p. m. in poi, noi restavamo liberi e andavamo alle numerose riunioni della città, nelle quali molte graziose ed eleganti dame eran sempre occupate in balli, musica e passatempi ordinarî in questo dolcissimo paese: mentre i mariti, gli zii, i fratelli con vera frenesia si abbandonavano a giuochi d'azzardo, dei quali son fanatici. Così non passava sera senza probabilità di perdite enormi, tanto in ducati d'oro rotolanti sul tavolo, quanto in debiti che si contraevano, di somme alle volte spaventevoli»324.
Eppure in Inghilterra, dalla bocca del celebre Fox, era uscito il famoso detto: essere il primo piacere della vita quello di guadagnare al giuoco; il secondo, quello di perdere!
Sotto la data del 2 marzo 1798 la cronaca cittadina riferiva la notizia della morte d'una delle più illustri dame di Palermo, una Principessa puro sangue, la quale al giuoco avea consumato non pure il suo, ma anche [pg!246] l'altrui, rovinando il marito, degno, invero, di ben altra sorte.
L'unico suicidio del tempo avvenne per ragion di giuoco. Il patrizio palermitano Giuseppe Chacon, non trovando conforto alle immense perdite nel giuoco in Londra ed alla vergogna di non poterle pagare, si toglieva la vita (1799), corsa fino allora gioconda per larghi guadagni nella rivendita di quadri ch'egli ritirava dall'Isola in quella capitale325.
Nuove di zecca le teorie sul giuoco, forse non dimenticate ora dopo un secolo. Le somme perdute andavan pagate a qualunque costo, perciocchè non esistendo un articolo di legge che costringesse a quel pagamento, e dovendo starsi alla parola di chi giocava; questi, [pg!247] naturalmente, voleva fare onore al suo nome ed alla sua parola, detta o scritta.
Un tale, che sopra un signore rovinato pel giuoco, vantava un vecchio credito, pensò una volta, con uno stratagemma, di trar profitto da questa rigida e fiera consuetudine per riavere il suo, che in cento guise aveva sempre invano richiesto. Nelle prime ore d'una uggiosa giornata, si presenta torvo in viso al suo nobile debitore, il quale dormiva tuttavia la grossa. «Eccellenza, gli dice con aria di mistero e di disperazione, stanotte, tentato dal mio maligno genio, ho giocato, e perduto dugent'onze. Io non ho come pagarle...; vengo da V. E., non a riscuotere il mio credito, ma ad implorare un aiuto...».
Il Principe, anima di vero giocatore, senza profferir parola, si alza da letto, s'accosta ad uno scrigno, l'apre, ne trae fuori un sacchetto e conta all'ingegnoso inventore della storiella cinquecento scudi l'uno più lucente dell'altro, e lo ammonisce: «Caro mio, il danaro che si perde al giuoco è danaro sacro, e si deve pagare. Ecco le dugent'onze; ma guardatevi bene d'ora innanzi dal giocare più».
L'autore della trovata con due lacrime spremute dagli occhi si profuse in ringraziamenti e benedizioni, e, tra riverenze e scappellate, scese a precipizio le scale, non credendo a se stesso di aver potuto, per tale sotterfugio e per una teoria di quella fatta, ricuperare il suo danaro.
Un'altra.
Nelle sale da giuoco non si doveva andare mai per curiosità: questa regola, incomprensibile per chi [pg!248] non senta la brutta passione, era pur tanto comunemente intesa da essersi fatto strada sin nelle basse sfere. Uno dei facchini, che nei giorni di piogge impetuose allaganti certe strade della città, facevano da marangoni ai Quattro Canti o in altri posti del Cassaro, una notte trasportava a spalla un dopo l'altro parecchi uomini, che venivano da aver giocato; ma quando l'ultimo di essi, gli disse che egli tornava, non da giocare, ma da aver visto giocare, lo lasciò, senz'altro, cadere nel torrente.
Costui non meritava nessun riguardo326.
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