WeRead Powered by ReaderPub
La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1 cover

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1

Chapter 18: Capitolo XVI.
Open in WeRead

About This Book

Quest'opera ricostruisce la vita pubblica e privata di Palermo nell'ultimo ventennio del Settecento, descrivendo lo stato politico ed economico, le istituzioni municipali, l'igiene urbana e i bandi cittadini. Offre dettagli su senato e corporazioni, sui cartelli e sulle satire popolari, sulla diffusione di idee rivoluzionarie e sulla poesia politica, oltre a pratiche di viaggio per mare e per terra, corsari, locande, posta, portantine e carrozze. Analizza l'assenza dei proprietari e la condizione dei campagnoli, il fasto nobiliare, i divertimenti, le mode, i lutti, le passeggiate e le villeggiature, combinando documenti ufficiali, diari di viaggiatori e materiali poetici per ricreare costumi e consuetudini.

Capitolo XVI.

CIRCOLI DI CONVERSAZIONE, ROMANZI PIÙ IN USO.

Non fu nel settecento viaggiatore che non restasse impressionato di quei «casini di conversazione», che per noi passavano inosservati. Di questi casini, o circoli, o clubs, o rendez-vous, ce n'eran parecchi in Palermo, e tutti per la Nobiltà. La quale se nel quattrocento e più tardi, nelle ore antemeridiane, usava al largo della Cattedrale, onde la denominazione di «Piano dei Cavalieri», rimasta per lungo tempo a quella piazza327; verso la metà del settecento si adunava là dove ora son le botteghe a pianterreno del monastero di S. Caterina, quasi rimpetto la Chiesa di S. Matteo; il 1º settembre del 1769, nella casa del D.r Domenico Caccamisi, presso la Cattedrale, e tre anni dopo anche nel palazzo Cesarò328, di fronte alla Chiesa del Salvatore. Quivi in [pg!250] tutte le ore della sera gran numero di signori dell'aristocrazia convenivano; e le dame più note della città allietavano della loro presenza il geniale ritrovo, come di mattina la passavano in compagnia dei cavalieri presso a S. Matteo.

I due circoli non bastavan sempre. In estate se ne avea un altro, che temperava i calori della stagione; ed era (1782) una delle casine della Piazza Borbonica (Marina), dove «la nobiltà del corpo della Gran Conversazione, cioè della maggiore, di cavalieri e dame, se la godono nelle sere al fresco, facendovi dei tavolini a giuoco nel piano, e allo spesso tenendovi feste da ballo. Il popolo intanto, che vi fa circolo e n'è spettatore, e specialmente con esso la marineria vicina della Kalsa, va a partecipare di tal godimento»329.

Ottimo club della buona compagnia, tenuto con magnificenza e poca spesa da tutta la Nobiltà, la quale vi si raccoglieva e vi riceveva i viaggiatori che le venivan presentati, il Cesarò restava aperto tutta la giornata; ma le adunanze di esso cominciavano ad un'ora di notte (alle nove di sera, cioè, in luglio), e finivano, alla maniera italiana di computar le ore, a quattro o cinque ore, cioè, all'una dopo mezzanotte, nella quale andavasi alla Marina330.

Quali fossero i giuochi, abbiam veduto nel capitolo precedente.

Qui accade confermare la buona decorazione de circolo, le vaste sale, l'amabilità di chi vi si adunava [pg!251] e la incantevole libertà tra i due sessi»: e la conferma viene appunto da un signore viennese che vi fu ammesso331.

Il tema della conversazione è facile a indovinarsi. Gli uomini, secondo i tempi e le occasioni, si occupavano di fatti interni del giorno, giunti ultimamente a loro conoscenza per via di volanti, di cocchieri, di servitori, di lacchè, gazzette ambulanti tutti; de' fatti esterni, per mezzo di corrieri, fittaioli, procuratori, vassalli, amici, o per sentita dire dai fogli stampati, o dalle persone giunte sia con l'ultimo pacchetto da Napoli, sia con legni mercantili da Genova e Livorno, sia con la vettura corriera da Messina, sia con forestieri provenienti da Siracusa, Catania e Trapani332. Difformi per le cose nostre, uniformi fin con le medesime parole per le straniere, i giudizî eran pronunciati a traverso tanti «si dice» che era bazza se di dieci notizie riferite nei circoli ve ne fosse una esatta.

La politica estera vi entrava sempre; ma negli ultimi anni, poco o punto. Se la Francia vi facea capolino, e non potea non farvelo, ciò era pei suoi Giacobini.

Le donne, si comprende bene, non conversavano se non di cose loro, dei loro abiti, dell'ultima moda. Un nuovo costume le interessava quanto può interessare al sesso femminile il comparir belle, graziose, ben portanti. L'uso voleva ricevimenti e feste: e ricevimenti e feste erano argomenti dei loro discorsi. I piccoli e grandi intrighi d'amore si prestavano a confidenze attraenti, che tutte le donne si sussurravano all'orecchio [pg!252] e tutte si confidavano rinfronzolandole con particolarità di luoghi, persone, parole, date, sulle quali si poteva giurare. Era il solito crescendo di circostanze nella vecchia storiella del marito che, volendo mettere a prova la segretezza della moglie, le confidò d'essersi sgravato d'un uovo, il quale dalla mattina alla sera si era moltiplicato fino a cinquanta.

Se talora una di esse usciva dalle frivolezze, per entrare in un campo d'idee generose, poteva avere, avea magari, uditrici affettuosamente, coscenziosamente benevoli, ma chi sa! forse non tali che si determinassero all'iniziativa d'una opera nobile e santa. Le nobili e sante opere della collettività dell'età moderna, non sono se non l'attuazione di idee largamente pensate, vivamente illuminate dalla fede nel bene e dall'abitudine all'esercizio della carità, di una o poche persone.

«La maldicenza, diceva Hager, è di casa a Palermo come a Parigi. Gli scherzi spiritosi e gli aneddoti faceti vengono raccontati nel gergo siciliano, come in gergo si raccontano nella Senna»333.

Questa facile critica di persone e di cose veniva ordinariamente interrotta dal giuoco, al quale anch'esse le dame, si davano un cotal poco, o dalla conversazione coi cavalieri. Allora questa mutava aspetto: la galanteria saliva dai teneri sguardi alle espressioni della cortesia nell'antico significato della parola, ma scendeva alle dichiarazioni più audaci, senza peraltro smettere i misurati inchini, i saluti compassati, gli studiati complimenti, stereotipati sulla mimica dell'affettazione e [pg!253] sulle formole d'un ghiacciato galateo334. Ed è senz'altro comico che la etichetta imponesse, non solo da cavalieri a dame, ma anche da cavalieri a cavalieri, un certo gergo ed una inflessione di voce che oggi desterebbe la più grande ilarità. Di rito era il Voscilenza, contrazione di Vostra Eccellenza, che essi si davano a tutto pasto.

La conversazione però non si faceva solo nei circoli, ma anche, e forse più, nei palazzi privati, per ricorrenze ed occasioni alle volte eccezionali. Occasione non infrequente e pur sempre lieta il parto di giovani donne. «Ogni notte si hanno molte conversazioni particolari (nota P. Brydone), e vi recherà non poca sorpresa questo: che si tengono sempre nelle camere delle puerpere». Questa circostanza era ignota al Brydone, il quale una bella mattina vedevasi comparire il Duca di Verdura (l'amico che a lui e ad un suo concittadino faceva gli onori del paese), che in tutta fretta veniva a dirgli esser conveniente, anzi indispensabile, una visita. «La Principessa di Paternò, ci disse, è stata presa stanotte dai dolori del parto, ed a voi corre il dovere di presentarle stasera i vostri omaggi. A bella prima credetti ad uno scherzo; ma l'amico mi assicurò che parlava sul serio, e che sarebbe stata grave mancanza la nostra di non farle quella visita. Così sull'imbrunire ci recammo dalla Principessa e la trovammo seduta in letto, in elegante déshabillé, circondata da varî amici. Parlava al solito e pareva stèsse benissimo.

«Questa conversazione si ripete ogni notte, per [pg!254] tutta la convalescenza, la quale dura da undici a dodici giorni: costumanza generale, poichè le signore son molto prolifiche [sfido io, se sposavano dai 12 ai 15 anni!]; le conversazioni nella città son tre o quattro contemporaneamente»335.

Codesta piccante notizia venne confermata pienamente dal Cav. de Mayer. Nel 1791 egli trovò che «a Palermo non s'invita, non si riceve ordinariamente; ma le persone si vedono due, tre volte il giorno ed anche più se hanno relazioni. Le adunanze si tengono presso le donne in puerperio; e poichè esse sono feconde, frequentissime son le adunanze»336: nè più nè meno che vent'anni prima avea veduto e detto Brydone: salvo, s'intende, la parte di altri ricevimenti ordinarî e straordinarî da aggiungere, come vedremo, a questa, esclusivamente puerperale.

Brydone rimase lietamente sorpreso della facilità onde le dame conversavano seco lui in inglese; facilità che crebbe a vera disinvoltura al tempo degl'Inglesi in Sicilia. Più familiare ancora il francese, che quasi ogni nobile possedeva, avendolo appreso, gli uomini al R. Convitto S. Ferdinando, le donne al R. Educandario Carolino o, in generale, sotto la guida d'una bonne o d'un aio, che raramente mancava nelle case signorili. Bisognava anche tener presente che non poche signore erano state all'Estero, e ne avean preso lingua e fogge.

Di siffatta familiarità col francese, specialmente [pg!255] dame, usavano a tempo e a luogo. Alla presenza di forestieri, che non comprendevano l'italiano e meno ancora il siciliano, da persone finamente educate, con una gentilezza, dice un tedesco, che confondeva, parlavano il francese, ovvero, occorrendo, l'inglese337; e nel francese aveano, secondo la mondana espressione d'un nobile ecclesiastico338, «una chiave facile ad aprire i gabinetti del cuore».

Parlare poi di cultura femminile nel significato moderno della parola, non si può, senza creare equivoci. Quella che vi era (e certo rappresentava qualche cosa, allora) si raccoglie dal programma di studî del Carolino per le nobili donzelle, dalla Regola dei Collegi di Maria per le civili. Ordinariamente, poco leggevan le donne, e questo poco era la minima parte di quel che si leggesse in Continente: in Venezia, p. e., in Firenze, in Napoli, centri di pubblicazioni romanzesche; là, in Venezia, sovente originali; qua, in Napoli, quasi sempre tradotte.

Di romanzi originali siciliani neppur uno ce n'è giunto: e forse non ve n'ebbero; o, se mai, furono manifestazioni sporadiche, non riuscite a farsi strada oltre lo scorcio del secolo, come l'invisibile Romanzino utile e piacevole di quel Francesco Carelli, che fu anima venduta del Governo. Quando lo stampatore veneziano Rapetti, sotto gli auspicî della Duchessa Anna-Maria Gioeni, volle iniziare in Palermo una Biblioteca galante, dovette fermarsi al solo primo volume, mentre la medesima [pg!256] Biblioteca, per il gran numero di compratori, veniva su prospera a Firenze ed a Venezia.

I libri ameni, meglio favoriti dal sesso gentile, venivano per la via di Genova e di Livorno, e più comunemente di Napoli. Le novelle e i romanzi inglesi e francesi, pessimamente tradotti, tenevano il campo conquistato dagli italiani.

Entrando nel boudoir d'una dama, o d'una signora del ceto civile, l'occhio si posava subito su qualche volume elegantemente rilegato della Nuova Biblioteca da campagna, o della Biblioteca piacevole, o della Biblioteca di villeggiatura: tre collezioni napoletane levate alle stelle dalle leggitrici delle due Capitali del Regno. L'ab. Galanti, autore d'uno studio sopra la morale e i diversi generi di sentimenti, avea curato una di queste Biblioteche, ricca di ventinove tomi; ma anche qui tutto era forestiero, dall'Orfanella inglese alle Memorie di Fanny Spingler, dalle Novelle morali di Diderot agli Amori di milord Bomston di Rousseau, dalle Novelle e dalle Favole di St. Lambert alla Lucia, alla Giulia, al Varbeck, agli Aneddoti del ricercato d'Arnaud. E vi si appassionavano le nostre damine, e vi facevan cadere sopra le loro discussioncelle. Conversando con esse in francese, Hager credette di accorgersi che difettassero di letture francesi; e si maravigliò che ragazze e signore non sapessero di Marmontel, di Crebillon, di Mercier339; ma ebbe il torto di appoggiarsi a vaghe notizie negative; e dimenticava, o ignorava forse, che ve n'erano appassionate per Rousseau e per Voltaire, [pg!257] le pagine dei quali si facevano spiegare in luoghi nei quali nessuno potesse sentirle340. Vero è che in pubblico mostravano molta simpatia per l'Alfieri, il Metastasio, il Parini; vero che amavano molto il Meli341; ma la loro predilezione era per la letteratura galante, da gabinetto, come vogliamo chiamarla: e questa era tutta francese. Che se gli scrittori nostri se ne scandalizzavano, è bene ricordare che essi non aveano nulla di proprio da contrapporvi, e non pensavano a soppiantarla. La Scelta raccolta italiana di Romanzi di Milano (1787, tredici volumi), rimase ignorata; ignorata pure la larga produzione di quell'Antonio Piazza, che fu conosciutissimo nell'alta Italia. Solo qualche racconto dell'inesauribile ab. Chiari penetrò in Sicilia, non giungendo peraltro a scalzare nè il Telemaco di Fénelon nè il Belisario di Marmontel, nè il Diavolo zoppo e molto meno il Gil Blas di Santillana di Le Sage, che con i Viaggi del Cap. Gulliver dello Swift ed i Viaggi di Enrico Wanton del veneziano Sceriman tenevano il posto d'onore. Siffatti libri piacevano a donne e ad uomini, a vecchi ed a fanciulli; ma non riuscirono mai a inumidire tante ciglia quante ne bagnarono gli Amori di Adelaide e Comingio, il fortunatissimo tra i fortunati racconti divulgati per l'Isola.

Tornando ai circoli dei nobili, dobbiamo aggiungere che il principale tra essi (poichè, come s'è visto, ve n'eran parecchi), era quello della Grande conversazione, lì nel Palazzo Cesarò. [pg!258]

Di minute particolarità ce ne diede il Conte de Borch, da cui le riportiamo.

Questo circolo è «una specie di club inglese, o di Caffè pubblico per la Nobiltà, al quale vanno tutte le Dame e quanto di più eletto abbia la città. In esso i forestieri ed i regnicoli, colmati d'ogni maniera di garbatezze, sono come a casa loro, lieti di poter parlare di affari, di contrarre conoscenze gradite senza soggezione e senza disuguaglianza. A qualunque ora vi si ha caffè e rinfreschi a proprie spese. I socî debbono esser tutti nobili, e vi sono ammessi a bussolo secreto e strettissimo; sono dugento e pagano un'onza all'anno, e con questa somma e con quella che si ricava dal giuoco si fa fronte alle spese di pigione della bellissima casa, di servizio (servi e massari) e di illuminazione.... Io ho veduto, conclude il nobile visitatore del 1777, molte istituzioni simili, ma sento il dovere di dichiarare che quella di Palermo supera le migliori che io abbia viste nel genere in Italia»342.

La Conversazione sul finire del secolo non era più da Cesarò. Ai socî parve un po' fuori centro: e centro per ogni buon palermitano è la Piazza Vigliena. «Martedì 9 dicembre del 1800 il Re assiste alla processione della Immacolata dalla casa del Barone Gugino (Bordonaro), destinata alla Conversazione dei Cavalieri e Dame della città». Così dice il n. 97 della Raccolta di Notizie, di quell'anno.

Ott'anni dopo, nel 1808, presso la casa di D. Giuseppe [pg!259] Valguarnera e Gentile Peveri, Marchese di S. Lucia, allato della piazza di S. Caterina, veniva demolito l'antico teatro dei Travaglini e ricostruito nella forma dell'attuale Bellini, allora, dal nome della regina, Carolino. Una parte della casa del Marchese aggregavasi al nuovo teatro, con diritto al proprietario di entrata e di libero accesso dallo interno della propria abitazione; diritto passato più tardi a D. Teresa Fasone, detta di S. Isidoro, rimasta celebre fino ad oggi, anche per una certa avventura galante avuta con Ferdinando III343.

In quella casa trapiantavasi da ultimo, e prospera ancora, l'antica Grande Conversazione. [pg!260]