Capitolo XVII.
OSPITALITÀ E GENTILEZZA. BALLI E DUELLI.
Una frase del Conte De Borch dianzi riferita suona lode della ospitalità palermitana, virtù per la quale potè il Barone di Riedesel affermare che gli uomini «amano ricevere gli stranieri, e questi passan con quelli piacevolmente il tempo»344. Quella frase dobbiamo raccoglierla per avvalorarla con testimonianze autorevoli. Facciamo parlare gli stranieri, i quali ne fecero esperimento.
Il dovere di ospitalità era (e con lieto animo possiamo dire è) profondamente sentito da ogni siciliano, fosse anche il meno colto. Questo i viaggiatori decantavano a coro, e c'impongono di confessarlo anche noi. Dei tanti che visitarono l'Isola, pochi furono quelli che non ebbero occasione di accorgersi e di provare questa qualità, che agli stranieri riusciva provvidenziale. In Palermo si spingeva fino alla delicatezza. Il vecchio Genio della Città, cui la recente creazione dello scultore Marabitti faceva nella Villa Giulia pompeggiare con un'aquila ed un cane dappiè, simboleggia la [pg!261] naturale tendenza del palermitano a nudrire lo straniero pur divorando sè stesso. Questo Genio è ormai noto al lettore. I Palermitani, non benevoli verso i loro concittadini, apron le braccia al primo che venga da fuori. Nel commercio stesso, la bottega d'un nazionale (come si diceva il siciliano) era meno simpatica di quella d'un forestiere; e le botteghe dei Lombardi aveano un concorso che altre non sognavano.
Nel 1787 l'Ab. Delaporte diceva: «La Sicilia offre ai viaggiatori vantaggi veramente preziosi e quasi sconosciuti nei paesi nei quali si crede supplire col danaro a molte virtù: è l'ospitalità generosa di tutti gli abitanti, avanzo venerando di costumanze antiche, che formava un legame invidiabile e sacro tra uomini di nazioni diverse. Io ne feci più volte lieta esperienza. Provvisto di semplici lettere di raccomandazione ricevute a Messina, io trovai amici dappertutto, accolto, festeggiato con ogni maniera di servigi e sempre con una gentilezza, con una cordialità che mi ha colmato di riconoscenza, e addolcito le fatiche del viaggio»345.
Così pure un altro Abate, R. de Saint-Non: «Poche sono in Europa le città nelle quali il tono generale sia più amabile, più onesto, e la Nobiltà abbia tanta politesse, tanta naturale affabilità, quanta in Palermo; al che concorre specialmente il club» dianzi citato346.
Così il Dr. Hager: «L'indole del siciliano non è meno orgogliosa che superba o sostenuta; ma i forestieri, come in una campagna che sia poco frequentata, [pg!262] vi son ricevuti con ispecial dimestichezza ed ospitalità. Si è lieti quando si vede arrivare qualcuno da lontane contrade: ogni forestiere è veramente il benvenuto»347.
«Un forestiere che si regoli bene, non ha bisogno di commendatizie: è subito accolto nelle migliori società. Nelle passeggiate pubbliche le signore più aristocratiche gli rivolgono la parola, come pur fanno a teatro se esse si accorgono che egli cerchi far la loro conoscenza; gli domandano del suo paese, non dell'esser suo. Eccellenza è il titolo che gli danno. Soventi volte, tanto nelle passeggiate, quanto a teatro, io non ebbi a durar fatica per conoscere le primarie famiglie. Invitato ai loro circoli, ho avuto le prove d'una ospitalità amichevole, che si cercherebbe invano in altre grandi città anche per via di lettere di raccomandazione». Proseguendo, Bartels aggiunge: «Anche oggi, standomene a contemplare in un palco la leggiadra bellezza della Principessa X, ho avuto il piacere di veder cominciare da lei la conversazione, finita con un suo invito al ricevimento di domani. In quali luoghi si va tanto incontro al forestiere? Ma in quali altri luoghi si acquista tanta celebrità ricevendo dei forestieri nella propria casa quanto a Palermo?»348.
Più tardi, nel secondo decennio dell'ottocento, Gino Capponi, percorsa la Sicilia e giunto a Palermo, serbava nel suo Diario finora inedito questo ricordo: «Non vi è forse altro paese dove questi (i forestieri) siano così accetti, nè in altro luogo può il viaggiatore adempiere [pg!263] meglio che qua l'oggetto che dovrebbe esser principalissimo, di vivere, cioè, coi connazionali»349.
Egli poteva ben ripetere quello che un altro toscano, Filippo Pananti, reduce da Algeri, e ammaliato della franca affabilità e della gentilezza affettuosa dei Principi di Villafranca e di Valguarnera, avea detto con Catullo a proposito di certi uomini: «Coloro che li conosceranno un giorno, li ameranno; e coloro che li avranno amati una volta, li ameranno sempre»350.
Quali i padroni, tali i loro dipendenti; quali i nobili ed i civili, tali i popolani. Questo principio di ospitalità era ed è innato in tutti. La liberalità nel ricevere e trattare il forestiere senza un fine, che non fosse quello di compiere un atto di convenienza e di buona educazione, era pratica ordinaria.
Particolareggiando sulla squisita cortesia, il prof. Bartels ragguagliava della ospitalità delle dame. Pareva a lui di trovarsi non in un'isola, ma in un paese in contatto immediato e continuo col mondo.
Nessuno capitava mai in una casetta, in un abituro che non vi venisse cordialmente festeggiato. Quando Stolberg, prima di giungere a Bagheria, si fermò innanzi il palazzo del Marchese Celestre di S. Croce, il castaldo (che per la sua gentilezza già conosciamo) offrì subito a lui ed al suo compagno di viaggio, vino, letto e commodi d'ogni genere, che lo confortarono dell'insopportabile scirocco della giornata351.
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Ma noi abbiamo parlato di ospitalità e gentilezze senza parlare delle forme con le quali l'una e le altre si svolgevano.
Accompagniamo un forestiere in una visita che egli, giungendo tra noi, vada a fare. Ad immaginarla ci vorrebbe poco; pure non occorre giocare di fantasia quando ci son testimonî di vista.
Il Bartels descrive una di codeste visite fatte da lui, e ricorda i sonori annunzî dei servitori: Signori forestieri! al suo inoltrarsi nel salotto; ed il dignitoso ricevimento dell'ospite e la presentazione di esso Bartels alla signora ed alla compagnia: tutto condotto in guisa da mostrare la importanza del luogo e la solennità del momento352.
L'inglese Vaughan scende a particolari, che hanno dello spiritoso e sono verissimi. Riassumiamoli.
Facendo una visita a persone ragguardevoli, voi siete, secondo l'etichetta, condotti per una lunga fila di stanze, probabilmente fino ad un'ultima, in fondo, piccola ma bella, che è forse quella da letto, ove, se indisposta, la dama riceve. In inverno vi viene offerto caffè; in estate, acqua diaccia.
Finita la visita, il padrone di casa attraversa con voi le stanze e vi accompagna, pronto a farvi un inchino. Importa che voi conosciate tutto il cerimoniale del momento per non venir meno a' doveri che v'incombono. Voi, p. e., cominciate ad inchinarvi pregando il Signore che non si dia pena (by no means); ed egli vi risponde che non fa se non lo stretto suo dovere. Voi vi provate [pg!265] di nuovo ad impedire tanto disagio, ma egli vi prega di non privare il più umile dei vostri servitori di tanto onore e piacere.... Se vi capita di lodare le sue belle sale, vi dichiara che esse sono a vostra disposizione, e che tutto è merito delle vostre lodi. Vi mostrate disposto ad esprimere la vostra obbligazione agli amici che vi presentarono a Sua Eccellenza? Ebbene: Sua Eccellenza vi assicura che la obbligazione è proprio sua, e che gli amici lo giudicavano discretamente prevedendo il piacer suo nel ricevere un forestiere di meriti così singolari, che — voi rispondete — «sono bontà sua».
Il resto si passa come si può, con ripetute insistenze per impedire altro disturbo, e con le migliori espressioni di rincrescimento da parte di lui per la occasione che gli si toglie di mostrare altrimenti la propria stima: frase, questa, che, pronunziata a capo della scala, v'impone le maniere più cortesi e gentili e le parole più rispondenti alla vostra riconoscenza. Così inchinandovi e indietreggiando sempre, potete andar soddisfatto di avere alla meglio compiuta la visita. Un'ora dopo, riceverete una carta o una visita nell'albergo o nell'abitazione da voi scelta.
Grande è lo stupore che un inglese prova nel sentirsi rispondere, quando loda alcun che, case, cavalli, carrozze, che tutto è a disposizione di lui. Un inglese vede in questo un complimento che basta esso solo a dimostrare la differenza tra Siciliani ed Inglesi353; ma un italiano, il Rezzonico, prima di lui, vi avea riconosciuto [pg!266] ben altro, e ne avea preso argomento delle seguenti parole, lusinghiere per ogni isolano, ma più ancora per la Nobiltà:
«L'urbanità, lo spirito, la bellezza delle dame di Palermo, l'affabilissimo carattere de' cavalieri, ed i loro gentilissimi modi co' viaggiatori sono invisibili catene che gli ritengono dolcemente in una città tranquilla e piena d'ozio beato, che dopo il tumulto di Napoli riesce aggradevole e deliziosa, per quell'equabile tenor di vita e quella soave dimenticanza d'ogni cura e d'ogni fastidio che gli uomini talvolta cercano indarno nelle torbide ed inquiete capitali del continente»354.
Poichè nei ritrovi c'incontriamo sempre con donne, qualche altra notizia di esse non dovrebbe tornare superflua. Ma dove cercarla se i nostri scrittori, meno il Villabianca, non ne hanno alcuna? Peraltro, o essi la danno buona, e allora son sospetti di piacenteria; o la danno cattiva, e allora fanno nascere il dubbio di malanimo personale: e poi, v'è sempre quell'ingrata figura del Palermo con quel brutto serpente!...
Facciam capo dunque ai forestieri. Hager, che si trattenne a lungo e volentieri nei salotti eleganti e nei circoli di compagnia, ce ne dice più di tutti.
«Il pianoforte, mobile di quasi tutta l'Europa, è anche qui abituale dappertutto. Per mezzo di questo magnifico strumento ho imparato in Palermo, accanto a dive siciliane, arie appassionate di Cimarosa e di Fioravanti, e duetti di Andreozzi e di Tritto. L'amore si unisce inosservato col canto; l'armonia del suono porta [pg!267] quella dei sentimenti, e non si può immaginar nulla di divino più che un momento così celestiale.
«Col pianoforte, pel quale si hanno in Palermo eccellenti sonatori e compositori, va anche la chitarra, come nelle case della Spagna. Di questa le ragazze si servono per accompagnare, con la delicatezza che è propria di siffatto strumento, brevi canzonette popolari siciliane, il cui contenuto scherzevolmente amoroso non cede in acutezza ed in arguzia al tedesco. Pure la melodia è diversa, non solo dalla nostra, ma anche da quella italiana, perchè suona proprio secondo il gusto asiatico, nel modo che l'arte chiama moll minore, nè più nè meno che io la udii sulle rive del Bosforo. Essa fu importata dagli Arabi o dagli Aragonesi, che ancora più lungamente tennero il dominio della Sicilia»355.
E parlando delle donne palermitane:
«La loro andatura, i loro balli, ogni loro movimento tramandano un non so che di dolce e di delicato; di esse tutto somiglia alle mimiche attitudini che Rehberg a Napoli ha ritratto in assai gentile maniera in Lady Hamilton. La loro conversazione è vivace, il loro sguardo espressivo, ora con fisonomia languida, ora con sorrisi maliziosi, ora con parole scherzevoli; il suono della loro voce è dolce, e la loro presenza spira in tutti gli astanti serenità»356.
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Non ti pare egli, amabile lettore, che il prof. Hager, dimenticando per poco il suo brutto arabo, per cui fu chiamato dal Re a giudicare della impostura saracena del Vella, abbia perduto la testa per qualche bella ragazza, o bella dama?
I balli! Oh i balli eran pure un gran divertimento! Peccato che nessuno d'allora abbia pensato a descriverli! Neanche questo stesso Hager, che ci si trovò così di frequente; neanche d'Espinchal, che vi prese parte godendo i beati ozii palermitani del 1800.
E che balli! Uno dei più graditi e forse dei tenuti più in conto, era il minuetto, espressione della società d'allora, ma pur sempre grazioso. Quando oggidì si vuole alludere a cosa che ci si somministri a spilluzzico, sì che si rimanga un cotal poco in pena, usa dire in Sicilia: Mi fa lu manuettu cu lu suspiru, frase che ricorda una particolare figura della cerimoniosa danza, con pose mimiche di prestabiliti sospiri. Avverso per indole a qualsiasi caricatura di vita, il popolino non poteva guardare con piacere tutte quelle finzioni, e vi creava sopra il non benevolo motto.
Ma il ballo non era un semplice esercizio fisico e di educazione, come quello che s'insegnava alle nobili donzelle del R. Educandato Carolino ed ai nobili giovinetti del R. Convitto S. Ferdinando; nè poteva, in vero, dirsi uno svago da cenobiti. Francesco Sampolo, che ballò la parte sua, perchè anche lui fu giovane, e della società del suo tempo studiò i difetti, scrisse qualche verso in proposito; donde si vede a che ufficio la danza servisse, e come le mani, i piedi, che si palpano, si toccano, s'intrecciano, si stringono, s'avvinghiano, [pg!269] siano, ed eternamente saranno, lacci potenti d'amore. Egli stesso, numerava un per uno questi lacci, raffigurati da altrettanti balli. La seguente lista è la più copiosa che da noi si conosca:
Lu quàcquaru, la starna, la scuzzisi,Lu savojardu, lu 'ngaggiu d'amuri,Lu valson, lu pulaccu, l'olannisi,Lu manuettu di lu stissu Amuri.L'ussaru, lu 'ngongò, lu tirolisi,Lu sursì, l'alemanna, su' d'amuriMinistri, chi cci 'mbrogghianu li cartiE fannu cchiù ruini chi 'un fa Marti.
Pedanteggiando, potrebbe discutersi sulla triplice comparsa della parola amuri; però ci vuol poco a capire che essa non è fortuita, ma fatta con arte. Se poi il lettore ha nel genere una certa erudizione che a noi difetta, non troverà difficoltà a riportare ai nomi originali parte dei quattordici nomi sicilianizzati di danze. Quei nomi, altronde, nei ritrovi correvano quali erano giunti dall'estero, e bisognava sentire con quale correttezza di pronunzia li dicesse, con quale franchezza di tatto li insegnasse il più scrupoloso ministro d'Euterpe d'allora, Domenico Dalmazzi.
Oh tre volte e quattro volte benedetto Maestro, che, lasciando per Palermo la natia Genova, tante generazioni educasti all'arte che fu tua! Morendo (1797), tu lasciasti largo compianto di fanciulle e di giovani desiosi di danze; e chi sa che, trasportato per le vaghe regioni della fantasia, non ti sarai, anche tu, abbandonato alle ineffabili dolcezze sognate dal poeta, che cantava: [pg!270]
Mentri ca godi grata sinfuniaDi trummi, contrabassi e vijulini,E senti lu cuncertu e l'armuniaDi citarri francisi e minnulini,E ammira lu 'ntricciu e la mastriaDi li balletti e di li ballerini,Ed è 'ntra li piaciri tutt'astrattu
Con questi ardori è facile immaginare quel che dovesse avvenire tra le teste calde dei giovani. Ad ogni menoma occasione sorgevano contrasti; per lievi malintesi di inavvertite preferenze nei balli, per impercettibili violazioni di etichette, passavasi a vie estreme; e cartelli di sfida venivano issofatto lanciati, specie nei giorni di ridotti carnevaleschi o al giungere di qualche bella, compromettente artista del S. Cecilia o del S. Caterina (oggi teatro Bellini).
Ai duelli, altronde, si era per antica consuetudine adusati. Al S. Ferdinando, tra le varie discipline che s'impartivano, non mancavano le cavalleresche. La scherma, una delle cinque piaghe, non già d'Egitto, ma della Sicilia, lamentate dal poeta benedettino P. Paolo Catania358, possedeva un abilissimo insegnante in un tal Torchiarotto. A lui faceva codazzo uno stuolo interminabile di ammiratori; a lui si rivolgevano per esser [pg!271] preparati coloro che cercavano nelle vertenze di cavalleria farsi ragione.
Una poesia, andata in giro tra gli schermidori di Palermo (1784), dà la misura dell'ammirazione che gli professavano i suoi devoti. È una stampa del tempo, che fedelmente ripubblichiamo:
«In lode del celebre maestro di spada D. Antonino Torchiarotto, inventore e direttore del battimento nella contradanza allusiva alla presa della fortezza di Algeri:
SONETTOMarte, cui deve il primo onor la spada,Rese nel campo mille eroi guerrieri.Ma fra l'orride stragi agli alti imperiSchiude di gloria sanguinosa strada.Nuovo Marte tu sei, e fai che cada,L'audace Moro ai colpi tuoi non veriFormi col brando i nostri, i tuoi piaceri;Porti illustre vittoria u' più ti aggrada.I tuoi seguaci in eleganti pruoveCon grati giri e con maestri passiSpingi fra loro a belle pugne e nuove.Così tu vinci il natural dell'arte,Mentre i limiti suoi dolce sorpassi.
E poichè Marte ha ceduto le armi a Torchiarotto, giova avvertire che anche nei più grossi scontri le cose non si facevano troppo sul serio, perchè poche tracce cruente si scoprono di partite cavalleresche. [pg!272]