PREFAZIONE
Sorprendere e fissare, prima che cominciasse a trasformarsi, la vita pubblica e privata delle varie classi sociali nell'antica Capitale dell'Isola, nell'ultimo ventennio del Settecento: ecco lo scopo del presente lavoro.
Quella vita, così diversa dall'attuale, è in certe sue esteriorità, per chi non se ne sia occupato di proposito, poco o punto nota: ed è tale, non tanto pel comune preconcetto che la storia contemporanea sia familiare a tutti, quanto perchè da molti si confonde la storia scritta dei principali e più clamorosi avvenimenti con la vita, da scriversi, del popolo in mezzo al quale gli avvenimenti si sono svolti.
I costumi, le consuetudini e le istituzioni nel periodo illustrato in questo libro sono d'una importanza che ha pochi riscontri nella storia generale di Sicilia. Perchè, se, per esempio, il quattrocento ha grande somiglianza o analogia col cinquecento e questo col seicento, in quanto inalterato rimaneva sempre l'ordinamento politico e civile, e con esso le condizioni fisiche, morali e religiose, il settecento invece non ha nulla che lo ravvicini all'ottocento. I due secoli divide un abisso, in fondo al quale è facile scoprire che non cento ma quattro, [pg!xii] cinquecent'anni ha corsi la Sicilia dagli ultimi decennii di quel secolo all'ultimo del seguente. Ciò che il 1789 ed il 1793 lasciarono intatto tra noi, solo per lenta, impercettibile evoluzione di tempi e di uomini si venne modificando, e potè del tutto mutarsi pei rivolgimenti politici, che principiarono dalla sapiente rinunzia (imposta, peraltro, dall'incalzare degli eventi) dei Baroni ai diritti feudali nel 1812; e finirono ai moti siciliani del 1860; onde più tardi le nuove idee e riforme sociali.
Come e per quali espedienti abbia io potuto dettare questo Palermo, parrà solo in parte dalle citazioni a piè di pagina. Dico «in parte», perchè esse son le poche indispensabili a confortare le notizie da me accennate. Se tutto quel che dico avessi dovuto documentare, le note avrebbero affogato il testo, ed io avrei scritto non già un libro pel gran pubblico, che cerca fatti in forma spigliata, ma un'opera per più ristretto cerchio di persone.
Atti, Provviste, Bandi del Senato Palermitano nell'Archivio del Comune, documenti svariati nell'Archivio di Stato, registri ed elenchi nella Congregazione dei Bianchi ed in alcuni Reclusori, carte e manoscritti d'ogni genere, e soprattutto diari non mai fin qui posti in luce (per non citare se non le cose inedite) del Torremuzza, del D'Angelo, del Camastra, e dell'inesauribile Villabianca1 son le fonti alle quali ho largamente attinto. [pg!xiii] Da questo, le moltissime vicende, ed i fatti, per certi argomenti, nuovi, che io son riuscito a mettere insieme. Ma il soffio della vita del momento, non avvertito, perchè ordinario ed abituale, dalla vigile Polizia, dal provvido Senato, dal severo Governo, dai diligenti diaristi, io non ho potuto altrimenti raccogliere che tenendo dietro ai forestieri venuti tra noi. Le loro impressioni nessuno fin qui mise a profitto nello studio dei costumi e delle condizioni della civiltà nel secolo XVIII, nonostante che un illustre storico lo avesse autorevolmente raccomandato2.
I trenta e più viaggi dell'ultimo terzo del settecento, distribuiti in meglio che cinquanta volumi pubblicati all'estero e non sempre reperibili, contengono preziose e quasi tutte sicure notizie di costumanze, pratiche, scene, qua e là vedute e udite da uomini colti, i quali da curiosità mossi, con gravi disagi, ingenti spese, pericoli immensi erano venuti a visitare un paese tagliato fuori del consorzio d'Europa, e rappresentato come l'ultima Tule. Qui essi non compievano inchieste in una sola settimana, come oggi purtroppo usa, correndo, volando con la vaporiera da Messina a Taormina, a Catania, a Siracusa, a Palermo, e viceversa, facendo escursioni a Girgenti, a Segesta, a Selinunte, ed [pg!xiv] interrogando i primi sfaccendati che s'incontrino nella piazza, o i primi malcontenti d'una amministrazione comunale del giorno. Essi invece si fermavano mesi e mesi girando, visitando attentamente ogni cosa, in portantina, su muli, a piedi, e patendo sovente il digiuno, il freddo, lo scirocco e gli inenarrabili supplizi delle osterie e dei fondachi.
E però non fu solo Goethe colui che, è stato detto, scoperse la Sicilia ai Tedeschi. Le sue lettere del 1787 non videro la luce prima del 18173; e le dolci carezze tra le quali egli durante la primavera di quell'anno si cullò nella città mollemente adagiantesi ai piedi del Pellegrino, rimasero lungamente ignote. Prima e dopo di lui, durante cinque, sei lustri, percorsero, descrissero la Sicilia — Palermo soprattutto — i suoi connazionali Riedesel, Salis Marschlins, Stolberg, Reith, Hager4, e quel Bartels, che, tanto ingiustamente da tutti dimenticato, ha il maggior diritto alla considerazione di ogni buon siciliano. La percorsero il danese Münter ed il viennese de Mayer e, prima di Swinburne, l'inglese Brydone, che del suo soggiorno tra noi offriva il primo modello di viaggio nell'isola con intendimenti moderni. Il suo Tour ebbe una dozzina di edizioni, versioni e riduzioni5, nonostante il controllo che volle farne il Conte de Borch.
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Nè ciò è bastevole: oltre le cose non originalmente descritte da Audot e da de la Porte, i francesi de la Platière, Houel, de Saint-Non, de Non, Derveil, Sonnini, d'Espinchal, e gl'italiani Onorato Caetani, E. Q. Visconti e Rezzonico, assai cose descrissero delle molte che videro, e videro quelle che i siciliani non guardavano, come vecchie e non degnate di attenzione.
A tutti questi viaggi io ho avuto la fortuna e la pazienza di far capo con insperato frutto; e le affermazioni di essi ho potuto controllare, corroborare e compiere con testimonianze d'altro genere: quelle dei poeti contemporanei.
Giovanni Meli, cui vieti pregiudizi d'oltremonte non ha fatto mai spassionatamente guardare in uno dei principali suoi aspetti, è il primo gran pittore morale dell'età sua. Nessuno più coraggiosamente, più argutamente di lui rilevò il guasto dell'ambiente e della società d'allora; nessuno fu più realista del Meli, cui, solo nel 1874, nella sua patria nativa, presso alla cattedra nella quale il simpatico poeta insegnò, un improvvisato professore d'Università dovea con audacia senza limite battezzare «arcade di buona fede!».
Se io sia riuscito a ricostruire nelle multiformi sue manifestazioni la vita di Palermo nei giorni del suo vero o fittizio splendore, quando questa vita per ineluttabile necessità di eventi si disponeva a cangiamenti radicali, giudicheranno coloro che vorranno seguirmi nella rassegna, forse apparentemente severa, ma sostanzialmente [pg!xvi] spregiudicata, di ciò che facevano, di ciò che pensavano, di ciò che volevano i nostri bisnonni.
Chi ha visto con quanto ardore e con quanta coscienza io mi sia preparato per conoscere appieno ed intimamente questo passato, mi terrà conto, se non altro, del buon volere e del mio culto per le memorie storiche della Sicilia.
G. Pitrè.
Palermo, 10 Febbraio 1904.
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