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La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1 cover

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1

Chapter 20: Capitolo XVIII.
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About This Book

Quest'opera ricostruisce la vita pubblica e privata di Palermo nell'ultimo ventennio del Settecento, descrivendo lo stato politico ed economico, le istituzioni municipali, l'igiene urbana e i bandi cittadini. Offre dettagli su senato e corporazioni, sui cartelli e sulle satire popolari, sulla diffusione di idee rivoluzionarie e sulla poesia politica, oltre a pratiche di viaggio per mare e per terra, corsari, locande, posta, portantine e carrozze. Analizza l'assenza dei proprietari e la condizione dei campagnoli, il fasto nobiliare, i divertimenti, le mode, i lutti, le passeggiate e le villeggiature, combinando documenti ufficiali, diari di viaggiatori e materiali poetici per ricreare costumi e consuetudini.

Capitolo XVIII.

DAME BELLE, DAME BUONE, DAME VIRTUOSE.

Le donne che abbiamo qua e là, nel corso di queste pagine, incontrate, non son le sole della società del tempo. Astri maggiori, splendenti di luce propria nel firmamento muliebre della Nobiltà siciliana, esse gareggiavano in attrattive di grazia dominatrice, in distinzione di eleganza.

La vaghissima Marianna Mantegna, col suo delizioso neo sul seno d'alabastro, ispirava al Meli la canzonetta Lu Neu, che contiene non innocenti arditezze:

Tu filici, tu beatu
'Nzoccu si', purrettu o neu!
'Ntra ssu pettu delicatu
Oh putissi staricc'eu!
'Ntra ssi nivi ancora intatti
Comu sedi, comu spicchi!
Ali! lu cori già mi sbatti,
Fa la gula nnicchi nnicchi!360.

Gli occhi non sai se più penetranti o voluttuosi della Duchessa di Floridia, Lucia Migliaccio, facevano [pg!273] battere cento cuori e penetravano fino alle midolle del buon Poeta361, che nella dolcissima tra le sue dolci odi L'Occhi cantava:

Ucchiuzzi niuri,
Si taliati362
Faciti càdiri
Munti e citati.
Ha tanta grazia
Ssa vavaredda363
Quannu si situa
Menza a vanedda,
Chi, veru martiri
Di lu disiu,
Cadi in deliquiu
Lu cori miu....364.

Riandando con la memoria e celebrando nel suo Gemälde le principali fattezze femminili da lui viste, il prof. Hager metteva in prima linea la Principessa di Leonforte (poi di Butera), una vera Aspasia per le sue forme e pel suo ingegno. Beltà come la sua, nessuno tra quanti la conobbero ricordava: e tutti dicevano dei suoi occhi di gazzella, della sua testa scultoria, [pg!274] resa maravigliosa dai ricchissimi gioielli365. Chi stenta a riconoscerla, la identifichi con la seconda Caterina Branciforti, e saprà subito chi ella fosse, anche senza il ritratto che ne fece il siculo poeta delle venustà del tempo366.

Leggiadre le signore di Calascibetta, di Villarosata, di Castelforte e molte altre minori. Rimettendo il piede in Terraferma, sul Ponte della Maddalena, Hager incontrava (dicembre 1796), un'ultima volta ammirando, la simpatica Principessa di Petrulla e la Marchesa d'Altavilla, di casa, crediamo, Bologna, accompagnate dal Marchese di Roccaforte e dal Principino della Cattolica367.

E lì, a Napoli, gemme l'una più dell'altra preziosa, queste dame componevano la corona della altera Maria Carolina, confermando con la loro presenza l'antica reputazione del tipo estetico dell'Isola: forme giunoniche e taglie mezzane, volti rosei ed ardenti e visi sentimentalmente pallidi, chiome dai riflessi dell'ebano alternantisi con le bionde oro, grandi occhi neri lampeggianti allato a languidi cerulei, quali più, quali meno, imperiosi e carrezzevoli, dalle interrogazioni rapide e dalle meste vaghezze d'un sogno.

Esse si eran chiamate Aurora Filingeri, Maria Gravina, Caterina Bonanno: Principesse di Cutò, di Palagonia, di Roccafiorita (1775) e Marianna Requesen Contessa di Buscemi (1777). Scomparse dalla vita e ritratte dalla società, ricomparivano nelle grazie delle [pg!275] loro incantevoli figliuole, o congiunte, o amiche, od anche emule: Marianna e Ferdinanda Branciforti, Principessa di Butera l'una, Contessa di Mazarino l'altra, Stefania Bologna Marchesa della Sambuca ed Anna-Maria Ventimiglia Contessa Ventimiglia-Belmonte (1780). Belle, superbamente belle tutte, come la Principessa di Carini Caterina La Grua, nome che richiama ad una forte leggenda368: la Duchessa di Belmurgo Rosalia Platamone, la Principessa di Villafranca Giuseppina Moncada, la Principessa di Scordia Stefania Valguarnera e Felice di Napoli Marchesa di Giarratana (1797), la quale non vuolsi confondere con la Lionora.

Dame d'alto lignaggio, costoro brillavano con l'ideale di loro gentilezza nei circoli, con la prestanza di loro signorilità nel ceto, col fasto di loro casato nelle due Capitali e fuori.

Pieni d'ammirazione per tante dive dell'Olimpo siciliano, alcuni scrittori del tempo non sapevano far differenza tra bellezza e bellezza. I tipi più eletti eran lì, sorriso gaio di natura, fascino potente di uomini, invidia mal celata di donne. Profili spiritualmente greci, dagli occhi e dalla capigliatura corvina, dai lineamenti correttissimi, quelle dive passavano ammirate tra la folla, corteggiate tra le conversazioni. Bartels, astraendosi talvolta dalle sue severe lucubrazioni economiche e storiche, vide «a Palermo ed a Venezia le più splendide donne, in faccia alle quali anche Paride sarebbe restato incerto a chi assegnare il pomo d'oro»369.

[pg!276]

Le figure più snelle offrivano anche allora agli osservatori stranieri «un'idea di quelle bellezze che una volta servirono di modello a Prassitele ed a Policleto in quest'Isola greca, e che infiammarono Aci per Galatea». E lanciandoli fantasticamente in mezzo alle favole ed alla storia, li richiamavano a quella siciliana che fece girare il capo ad Eufemio, quando nel secolo IX l'Isola cadeva sotto la dominazione degli Arabi370.

Tra le rare onorificenze e, perchè rare, pregiate, qualcuna concedevasene a donne, per meriti e virtù preclare.

Dopo il quarto ventennio del secolo la Marchesa Regiovanni, Sigismonda Maria Ventimiglia, veniva insignita del sacro militare ordine gerosolimitano con la medesima croce ed i medesimi privilegi che avean goduto e godevano la Principessa di Valguarnera e la Marchesa Fogliani-Malelupi. Lionora Di Napoli, Principessa e Marchesa di Spaccaforno, indossava l'abito di Malta e la gran croce di devozione371: e quando ogni anno il Gran Maestro dell'Ordine mandava il solito tributo solenne del falcone a Re Ferdinando, ella, in mezzo ai pochi cavalieri che della distinzione si onoravano, attirava gli appassionati sguardi della folla.

Con queste, altre dame con altre insegne.

Poco prima dell'abolizione del S. Uffizio un Grande Inquisitore viaggiava per le campagne di Sciacca. A un tratto, nel feudo Verdura, una masnada di ladri [pg!277] sbuca da una macchia, lo assale ed è quasi per finirlo. Non discosto da lui è la Duchessa Leofanti coi suoi uomini; alle grida dell'assalito ed alle voci degli assalitori, ella, con ardimento più che virile, accorre, investe e mette in fuga i ribaldi salvando il malcapitato uomo. Per quest'atto la Duchessa veniva decorata in perpetuo, per sè e per le sue discendenti, dell'Ordine cavalleresco della SS. Inquisizione372. Quella crocetta verdescuro e bianca, pur dopo la soppressione dell'aborrito Tribunale, fregiò più d'un petto femminile, coprì molti palpiti, oggetto di fiero, inestinguibile odio e di viva ammirazione.

E con le valenti erano anche le dame colte e virtuose, nelle quali l'ardore del vero era così intenso come fecondo il culto del bello.

La spiritosa giovane Baronessa Martines metteva in musica con dolcezza degna dell'originale qualche canzonetta che l'amabile Cantore delle «Quattro Stagioni» scriveva per lei. Anna Maria Bonanno, ingegno pronto e luminoso, con profondo intelletto studiava gli scelti volumi del suo ricco studio; sì che a lei faceva omaggio della sua Biblioteca galante il tipografo Rapetti373. Educando la prole alla pietà, non fu lieta dei frutti della sua buona educazione; chè il figlio Agesilao si rendeva un giorno colpevole di contumelie ad un Giudice del Concistoro374.

Una figliuola del Principe di Campofranco, monaca [pg!278] in uno dei principali monasteri, scriveva sapientemente di morale375: e fresca era la memoria della povera Anna Maria Alliata, primogenita di Pietro, Duca di Salaparuta, la quale, morendo a trentanove anni, lasciava nome di cultrice di filosofia376.

Parlandosi della Principessa di Villafranca, a titolo di lode fu scritto (1794) esser ella tutta dedita a conversazioni istruttive e ad occupazioni ben diverse da quelle di altre donne. Il lettore prenda nota di questa lode377, e si procuri le Lezioni sulla educazione della culta dama.

Triste esperienza della vita ammaestra che gli uomini s'inchinano al sole che nasce e voltano le spalle a quello che tramonta. Chi è in auge od anche in ordinaria prosperità di fortuna è carezzato, corteggiato, adulato; la sua stella declina, ed egli cade in dimenticanza. Il Dum eris felix di Ovidio si ripete assai più frequente di quel che si possa immaginare.

Nei momenti più tristi del Marchese Fogliani, quando una turba incosciente urlava: Viva il Re! Fuori il Vicerè! pochi serbarono al Principe contro cui s'imprecava i riguardi prodigati al Principe fino allora regnante. [pg!279] Tra questi e sopra questi pochi fu una donna, la Contessa di Caltanissetta, vedova Ruffo Moncada. Costei, degna di sue copiose ricchezze, affrettavasi a far sapere all'afflitto Marchese che teneva a disposizione di lui i suoi beni, e pronte a qualunque di lui bisogno le migliaia di scudi della sua cassa378: offerta di anima nobilissima, la quale aveva anche il coraggio di affrontare non pur la impopolarità del momento, ma anche le ire della plebaglia d'allora.

Tra tante dame che non negavano un sorriso ai lodatori e forse s'inebbriavano ai profumi del loro eccelso casato e del sangue generoso dei loro avi, erano donne casalinghe ed economiche, tutte cura di famiglia: tipo non unico ma perfetto, Rosalia dei Principi di Resuttana, che meritò un bel ricordo in un libro di viaggi del tempo379.

Ad atti di religione attendeva la Consororita di S. Maria delle Raccomandate, presso Porta di Vicari (S. Antonino). Per lungo volger d'anni ne tennero le sorti ora Caterina Tommasi Principessa di Lampedusa (1794), ora la Principessa di Furnari Maria Teresa Marziano (1800), coadiuvate dalle congiunte. Alla Principessa Maddalena Gravina vedova Rammacca e a Bernardina Oneto di S. Lorenzo (1794) seguivano la vedova Duchessa di Castellana Antonia Bonanno (1795), la Baronessa Teresa Schittini e la Principessa d'Aragona Marianna Naselli-Agliata (1798-99); ed a queste Stefania Branciforti Principessa di Scordia (1800), sempre [pg!280] piene di fiducia nella perpetua tesoriera vedova Principessa di S. Giuseppe, Maria Barlotta.

Il numero delle vedove nella pia congrega fa pensare ai disinganni della vita dopo le grandi sventure, per le quali il bisogno di conforto religioso si fa più che mai imperioso, e le pratiche divote si levano dal semplice misticismo al più profondo sentimento di Dio. Non abbiamo le fedi di battesimo e di stato civile delle altre nobili consuore, ma ci sentiamo quasi autorizzati a credere che tra esse non erano, poche eccezioni fatte, nè giovani, nè ragazze, nè donne, alle quali più sorridessero gioie di idealità avvenire.

Presso che ignoto l'uso moderno dei comitati. Il bene, chi sentiva di doverlo fare, sapeva dove e come farlo. Tuttavia, eccezionalmente, un Comitato misto di signori e di signore s'incontra verso la fine del secolo. Nel luglio del 1796 l'Arcivescovo e Presidente del Regno Lopez y Royo, affine d'ingraziarsi la Corte, nominava una commissione di dame, di cavalieri e di mercanti che raccogliesse danaro tra i nobili ed i civili a favore del Re. Col Pretore Principe del Cassaro era la Pretoressa Felice Naselli, col Capitan Giustiziere Conte di San Marco la Capitanessa Vittoria Filingeri nata Agliata, e Rosalia Di Napoli Marchesa di Montescaglioso e la Principessa della Trabia Marianna Branciforti Lanza, alla quale la carità non era impedimento negli uffici di Dama della Regina, come non pareva distrazione alla passione, che in lei si disse potente, pel giuoco.

La somma che questo Comitato potè mettere insieme fu cospicua, ma chi si fosse trovato a sentire [pg!281] coloro ai quali chiedevasi una contribuzione, si sarebbe senz'altro turate le orecchie.

Non un libro d'oro ci ha tramandato coi nomi le opere di codeste donne; anzi i nomi stessi ci mancano, perchè molte di esse si restavano nell'ombra. Giornali che le mettessero in evidenza non c'erano: e la cronaca mondana correva orale piuttosto che stampata e divulgata come ora tra i curiosi e gli sfaccendati. Eppure a noi è consentito affermare che se non furono tutte Veneri le belle, la beltà di molte fu fine e soave; se non eroine le buone, la loro benemerenza, chi se l'acquistò, non fu fittizia nè bugiarda. Molte le creature deboli e leggiere, ma molte anche le forti: e di fronte ad amori avventurosi, quali comportava con la suggestione la triste morbosità dei tempi, vi ebbero affetti elevati, che alle ebbrezze chimeriche contrapposero serenità ragionevoli ed alle seduzioni materiali del corpo le sublimi idealità dello spirito.

Veniamo ora alle dolenti note dell'ambiente nel quale donne belle ed avvenenti poterono non partecipare all'esercizio delle virtù ed esserne distratte dalla influenza d'allora. [pg!282]