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La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1 cover

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1

Chapter 21: Capitolo XIX.
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About This Book

Quest'opera ricostruisce la vita pubblica e privata di Palermo nell'ultimo ventennio del Settecento, descrivendo lo stato politico ed economico, le istituzioni municipali, l'igiene urbana e i bandi cittadini. Offre dettagli su senato e corporazioni, sui cartelli e sulle satire popolari, sulla diffusione di idee rivoluzionarie e sulla poesia politica, oltre a pratiche di viaggio per mare e per terra, corsari, locande, posta, portantine e carrozze. Analizza l'assenza dei proprietari e la condizione dei campagnoli, il fasto nobiliare, i divertimenti, le mode, i lutti, le passeggiate e le villeggiature, combinando documenti ufficiali, diari di viaggiatori e materiali poetici per ricreare costumi e consuetudini.

Capitolo XIX.

LIBERTÀ DI COSTUME, CICISBEISMO.

La storia non mai scritta della vita siciliana offre, per la seconda metà del settecento, lo strano e quasi incredibile fenomeno d'una certa rilassatezza di costume. Si tratta d'un lungo episodio — chiamiamolo così — del poema morale dell'Isola, e bisogna rassegnarsi a percorrerlo anche quando l'amor proprio di chi scrive e di chi legge ne resti mortificato per la tradizionale aureola di rigidezza onde ogni buon isolano si abbella. Per fortuna, gli attori dell'episodio sono, relativamente alla popolazione intera, di numero sparutissimo, e di quasi una sola classe.

Siamo dunque nello scorcio del secolo XVIII. La moda straniera, come diremo, valicando monti e mari, veniva ad assidersi sovrana tra l'eterno femminino della Capitale. La galanteria francese con orpelli ed insidie tutto informava il costume dell'alta classe e, per imitazione, o per esempio, o per contagio, della media.

La libertà di fogge e di maniere, come sprigionata dalle secolari pastoie, veniva arditamente fuori in non corrette manifestazioni. La Francia era la gran tentatrice, e le sue lusinghe giungevano apertamente o sottomano. [pg!283] Dalla Francia un galateo non prima sognato, dalla Francia libri ed oggetti licenziosi. Le autorità civili e le ecclesiastiche vigilavano zelantissime, confondendo sovente il male reale col male immaginario, il bene assoluto col bene relativo; ma i loro occhi d'Argo e le loro braccia di Briareo non riuscivan sempre ad impedire relazioni occulte di commercio malsano, o creduto tale380. E che cosa, d'altronde, non poteva penetrare in città, quando in una sola volta, non meno di venti forestieri residenti in Palermo, usciti col pretesto di andare a bere un thè sopra un legno straniero ancorato nel porto, ritornavano di pieno giorno, carichi di preziose merci di contrabbando?381. Nel 1782 si riusciva a metter le mani sopra non so quanti ventagli giunti intatti da Parigi. Due anni dopo, per ordine dell'Arcivescovo Sanseverino, non so quanti altri, con figure che facevano arrossire anche i libertini, ne ardeva il boja; e nel 1790 si diffondevano davanti alla polizia figure che erano il colmo della sconcezza. Pure il malcostume al quale si chiudeva la porta entrava per la finestra; e le frequenti arsioni di merci proibite non impedivano che si facessero strada costumanze licenziose; anzi esse diventavano patrimonio comune appunto quando le autorità si moltiplicavano nello sbarrar loro la strada.

Le prime conseguenze della inconsulta condotta del Governo le risentiva la educazione, non più madre, ma madrigna; la quale preparava un avvenire poco [pg!284] edificante per le donne anche delle buone famiglie. Mentre, secondo Brydone, prima della celebrazione delle nozze non era permessa domestichezza di sorta tra i giovani dei due sessi in Italia, le signorine palermitane, disinvolte, affabili senza affettazione, cominciavano a rallentare la severa consuetudine di stare ai fianchi delle mamme. Mentre queste in Continente conducevano le figliuole in società guardando non al diporto, ma al secondo fine di disporle al matrimonio, pur sempre paurose che esse non venissero loro ad ogni istante rapite, o che prendessero la fuga; in Sicilia mostravano una certa confidenza nelle loro figliuole, e permettevano che il loro carattere si svolgesse e maturasse382.

Bartels volle indagare lo spirito di questa nuova educazione, e ne trovò le ragioni, alle quali facciamo larghe riserve. Ecco in proposito una sua pagina, che gioverà come informazione, ma non già come apprezzamento; perchè, alla maniera di altri del medesimo genere, questo apprezzamento non corrisponde tutto alle condizioni del paese di allora.

«Il tenore di vita di società è libero e piacevole, e più leggiadro per le nubili, le quali in tutto il resto d'Italia non compariscono mai. Qui non si guarda più che tanto alla età acconcia a prender parte ai piaceri del mondo. Una filosofia ben intesa, non più offuscata da principî religiosi, ha preso piede fermo nella Capitale dell'Isola: e già si riconosce quanto sia pericoloso per una ragazza ignara della vita il passaggio improvviso dalla oscurità del chiostro alla luce abbagliante del [pg!285] mondo, tanto più pericoloso in quanto il temperamento, per ragione del clima, è ardente. Qui per le ragazze si stima necessaria la entrata prematura in società, acciò non manchi in esse la conoscenza dei pericoli stando ancora sotto la direzione dei genitori. Nè accade fermarsi sulle particolarità di quest'argomento, perchè basta solo il fatto che qui, come altrove in Italia, usa il cavalier servente, e che per passione irrefrenata il palermitano cerca di spendere quanto più può, e, in ogni occasione, di primeggiare. Così la madre non si occupa assolutamente della educazione dei figli, i quali, com'è ovvio supporre, non avranno alla loro volta imparato nulla. Però incontra in Palermo ciò che non incontra fuori, in Italia: una ragazza che possa facilmente dare un passo falso: e questa è conseguenza naturale della conoscenza precoce dei piaceri mondani; conoscenza che, trovando la ragazza un cotal poco emancipata dalla sorveglianza paterna e materna e completamente abbandonata a se stessa, dà ad essa agio di profittare dei molti godimenti.

«Non è pertanto a dubitare della influenza che questa pratica debba esercitare sulla salute di lei, e del come essa sia ragione degli infelici matrimonî che si contraggono, della rovina dei mariti e della nervosità delle mogli»383. Al che concorrevano anche e in alto grado gli sposalizî anticipati dei quali abbiam fatto cenno384, e pei quali, mogli a dodici, quattordici anni di età, erano nonne a trenta385.

[pg!286]

Durante ventun anno (1767-1787) tre tedeschi ed un francese scrissero in termini niente lusinghieri delle donne palermitane; ed è notevole che i loro giudizî indipendenti l'uno dall'altro, non presentano carattere d'imitazione. Cominciò primo Riedesel dicendo che esse erano in preda ad una grande libertà, e che i mariti s'avviavano a spogliarsi della vecchia gelosia386. Goethe, non già perchè portava al petto come un breviario il viaggio di Riedesel, ma perchè pensava con la sua testa e vedeva coi suoi occhi, notava che le persone all'occorrenza si corteggiavano a vicenda387. Terzo, un anonimo francese, facendo un passo avanti, affermava essere soprattutto le donne che fornivano aneddoti alla cronaca scandalosa388; e quarto, e malauguratamente non ultimo, Bartels, passando il segno, imprimeva delle vere stimmate all'alto femmineo sesso389.

Queste ed altre accuse generali ci preparano a qualche notizia, meno vaga per i luoghi e le date.

Il grande laboratorio, la fucina diciamo così, degli articoli onde si componeva il nuovo o recente galateo sorgeva fuori la città chiusa. La Marina era l'attrattiva più potente di chi amasse divertirsi senza troppi scrupoli di.... morale.

Brydone, impressionato della sfrenata passione degli abitanti per le pubbliche passeggiate, scriveva:

«Siccome i Palermitani in estate sono obbligati a mutare la notte in giorno, il concerto musicale non [pg!287] principia prima della mezzanotte. Il tocco è il segnale perchè i virtuosi diano fiato ai loro strumenti per la sinfonia. A quell'ora la passeggiata formicola di pedoni e dì carrozze, alle quali, perchè sian meglio favoriti gl'intrighi amorosi, è vietato, qualunque sia il grado della persona, di portare lumi. Questi vengono spenti a Porta Felice, ove i servitori attendono il ritorno de' loro padroni: e tutti i passeggianti restano un'ora o due nelle tenebre, a meno che le caste corna della luna, insinuandosi ad intervalli, non vengano a dissiparle. Il concerto finisce verso le due del mattino, e tutti i mariti rincasano a trovare le loro mogli.

«Questa usanza è ammirevole [vedi un po' che cosa vuol dire viaggiatore giovane, come era il nostro inglese!] e non cagiona scandali. Un marito non rifiuta mai alla sua metà il permesso di andare alla Marina; e le signore per conto loro son tanto circospette che spessissimo coprono il viso con maschere»390.

Questo passo, per la crudezza delle affermazioni, è d'una estrema gravità. Giammai nulla di simile era stato detto in proposito. Vietati i lumi, che perciò si spegnevano a Porta Felice, la Marina rimaneva al buio completo, come quello che meglio favorisse gli amori. Le signore potevano andarvi senza i mariti, ed alcune anche mascherate.

Invero, non c'è da rimanere edificati! Ma è poi vero codesto? Il Conte de Borch, che scrisse per controllare il viaggio di Brydone, spiega così l'affare dei lumi: «Siccome la maggior parte dei nobili di sera si [pg!288] reca alla Marina in veste da camera e le donne in semplice mussola bianca, si ha tutta cura di non far entrare fiaccole accese; altronde, non se ne ha bisogno, perchè la bella luna riflettendosi sul mare illumina tutto d'intorno.

«Io, aggiunge, non mi farò il paladino della galanteria delle donne, qui come altrove civette; ma sostenere che vi sia una legge positiva, un uso pubblico stabilito che protegga il disordine, e questo abuso siasi mantenuto da tempo immemorabile, è per me quanto di più assurdo si possa immaginare»391.

Il nobile savoiardo disegna con matita di rosa il paesaggio che il viaggiatore inglese avea disegnato col carbone; ma la matita di rosa non illumina la scena; e resta di fatto: che se non c'era una proibizione ufficiale di lumi, c'era una consuetudine per la quale carrozze, sedie volanti ed altri veicoli uscivano a lumi spenti nell'allegra piazza. Mutate le parole, le cose suppergiù restano. Nell'Archivio del Comune, a farlo apposta, non siamo riusciti a trovare documento di un solo fanale in quella piazza. Altri forse lo troverà. La pubblica illuminazione, principiata in Palermo nel 1746, quando ancora molte metropoli d'Europa (lo dicono quelli che venivano dall'Estero, non lo diciamo noi) erano allo scuro, non si estese oltre alle due vie principali, e quando vi si estese non ebbe premure per la Marina, che, proprio nel secolo XVIII, restava a discrezione della luna e degli habitués.

I viaggiatori di quello scorcio di secolo ripetono [pg!289] la notizia del Brydone, non per sentita dire, ma per vista personale. Tutti furono a Palermo, tutti assistettero alla scena; qualcuno solo ne trasse particolarità che si prestano a sfavorevoli discussioni.

Il lettore abbia pazienza di proseguire con noi la galante rassegna.

Per un italiano del 1776, che non volle farsi conoscere, «la Marina è la passeggiata universale ed il convegno della sera. La Polizia ne vieta l'accesso alle fiaccole [non sarà stata la Polizia, sarà stato l'uso]. Al coperto d'una oscurità fitta passeggiano i mariti gelosi ed i timidi amanti, nascondendo gli uni i loro possessi, attutendo gli altri le loro fiamme. Ho visitato più volte queste tenebre misteriose, e non son rimasto mai senza una certa penosa emozione alla vista del turbamento che suole sempre accompagnare la felicità dell'uomo»392.

Che cosa debba intendersi per «possessi dei mariti gelosi» cerchi di indovinare chi ci sa ben leggere! Noi procediamo oltre.

Per un altro scrittore del medesimo tempo la faccenda non è diversa. L'abate de Saint-Non, persona colta e senza scrupoli, rilevava (1778):

«La promenade charmante è un convegno dove nessun palermitano rinuncia a fare un giro prima di andare a letto. Pare un sito privilegiato con indulgenza plenaria per tutto quel che vi avviene, e pare altresì che i Siciliani abbiano per esso dimenticato a tal segno la loro naturale gelosia da proibire le fiaccole e tutto ciò che possa recare incomodo alle piccole libertà clandestine. [pg!290] Molto difficile sarebbe darsi ragione di siffatta singolarità, se non si sapesse già che essa, facendo partecipare tutti ai medesimi vantaggi, soffoca e fa cessare le mormorazioni di quei gelosi che per essa soffrono tormenti. Qui regna la oscurità più misteriosa e la meglio rispettata: tutti vi si confondono e smarriscono, tutti vi si cercano e vi si trovano»393.

A brevi intervalli noi possiamo con altri viaggiatori visitare il piacevole ritrovo. Possiamo farlo col tedesco Bartels (1787), e troveremo inalterata l'usanza della spengitura delle fiaccole, che «senza etichetta, senza gelosia e con gentili scherzi» concorre a rendere più brevi le notti394. Possiamo farlo col Cav. de Mayer (1791): e se ci recherà fastidio la polvere sollevata dalle vetture, confessiamolo candidamente: non è per la polvere in se stessa, ma perchè la polvere «nuoce ai piaceri della sera»; e piaceri sono «il fresco, il laissez aller, la libertà, gl'incontri»395. Possiamo farlo con altri ancora; ma che più, a fronte di testimonianze così concordi?

E le donne mascherate? Queste si, lasciamole alla responsabilità di Brydone, che nessuno ne parlò mai e prima e dopo di lui. Solo la tradizione ne fa timido cenno, accusando certe illustri dame (e dice tre nomi), le quali a nascondere infedeltà colpevoli avrebbero ricorso al mal sicuro espediente.

E del resto, perchè questo sotterfugio quando gli stessi italiani in Palermo giudicavano preoccupazione [pg!291] non necessaria quella delle donne borghesi di coprirsi del manto nero?396

Ed ora, lasciamo il costume estivo della Marina, tanto esso non è se non una delle molteplici esteriorità della vita palermitana, e veniamo ad altro.

Siamo nel 1800. La Famiglia reale di Napoli è in Palermo. Il Duca du Berry, con un seguito di brillanti ufficiali, arriva nel nostro porto e viene a chiedere la mano d'una figliuola di Ferdinando III. Maria Carolina è a Vienna e la si attende da una settimana all'altra. Il signor d'Espinchal, uno degli ufficiali, senza perdere un solo dei divertimenti della giornata, prende nota di quel che fa e di quel che vede. Ecco una delle sue note:

«Maria Amelia ha diciott'anni: figura molto gradevole, ma nulla di particolare in un paese dove di beltà non è difetto. Le sue maniere dolci, gentili, timide anzichè no, ritraggono dalla etichetta troppo affettata della Corte, in contrasto delle costumanze molto rilassate della Sicilia».

Appressavasi l'estate: e la ducale comitiva francese passava la notte tra le numerose conversazioni della città, nelle quali splendevano donne eleganti e graziose, «dedite ai balli, alla Marina, ai passatempi abituali in questo paese dolcissimo». La Flora era «il ritrovo delle più belle donne della città, des intrigues amoureuses». Le dame, appassionate pel fasto e per gli ornamenti, amavano «le feste, i piaceri, e soprattutto [pg!292] les intrigues de coeur, leur passetemps habituel, così che gli stranieri consideravano Palermo «come l'Eldorado di Europa».

Dopo quattro mesi di attesa, non inutile per nessuno: non per il Duca che, a buoni conti, passava buona parte del giorno presso l'Amelia, non per la sua compagnia, che divideva gradevolmente, troppo gradevolmente, il suo tempo tra le visite ai monumenti e quelle alle conversazioni; si fu costretti a partire.

D'Espinchal, che è il solo cronista di quei giorni avventurosi, evocava «le deliziosissime ore passate in questa città incantatrice, dove i capricci della graziosa e vaga Duchessa di Sorrento aveano tali fascini da render veramente felice chi vi si sottoponesse; dove era la Marchesa Aceto, più costante in amicizia che in amore, e la bella, altera e superba Principessa di Hesse, ai cui desideri tutti servivano specialmente in amore, del quale ella era una delle più ardenti sacerdotesse»397.

Ma d'Espinchal era giovane, e la sua accesa fantasia poteva dar corpo alle ombre, ed attribuire a molti il facile godimento di pochi, tra i quali era pur lui. Tuttora giovane, benchè persona molto seria ed artista di grande valore, l'architetto Houel che, visitando la casa del Principe di Campofranco, rimaneva sorpreso di trovarvi più libertà che in Francia398. Giovane e maldicente quell'altro ufficiale francese Creuzé de Lesser che trovò «la Marina la passeggiata del miglior tono specialmente di notte, ove si danno i ritrovi d'ogni [pg!293] genere»399: tutti e tre da noi chiamati a testimonî stranieri nella non bella causa di moralità.

Più che straniero, poi, il figlio del Sultano del Marocco, Mohammed Ben Osman, assistendo nel gennaio del 1783 ad una festa da ballo al Palazzo Vicereale, si dichiarava scontento della libertà delle donne, «vedendole comandar dappertutto gli uomini», dai quali esse «erano poco men che adorate»400. Volgiamoci pertanto ai non giovani ed a Siciliani, anzi a Palermitani, che non avevano ragione di esagerare, anzi dovevano aver tutto l'interesse di attenuare ciò che non faceva loro onore.

E qui con amaro sorriso presentasi l'abate Meli. Nessuno più civilmente di lui studiò la società del tempo, nessuno la ritrasse con maggior fedeltà; l'opera sua quindi rispecchia quella vita. Più e più volte lo sdegno del poeta eruppe contro la leggerezza dei suoi contemporanei; e l'apparente sua festività era collera, tanto più grave quanto viva era la interna lotta ch'egli dovea sostenere per non offendere il ceto nel quale egli, medico retribuito e poeta carezzato, vivacchiava. Tutta, col Meli, si percorre dispettando la scala di questa galanteria: dalla misteriosa trasparenza dei veli che volevan coprire il collo delle ragazze alla procace evidenza dei seno delle maritate, dalla furtiva occhiata della monachella al fremito inverecondo della donna mondana.

Ecco qua la Moda. Tra le malattie in voga predomina [pg!294] quella dei deliquî, pretesto all'amore, e certe smorfie per accreditarli; si finge di

Trimari d'un cunigghiu, anzi sveniri,
Sfùjri li corna di li babbaluci,
Ma di l'autri mustàrrinni piaciri.

Si gioca a carte: guerra di spade, bastoni e dardi d'amore; nubili, mogli e vedove, tutte posson dirsi paghe e contente, in quanto

A un latu ànnu l'amanti o niuru o biunnu,
Secunnu lu capricciu, e all'autru latu
La sfera, lu quatranti e mappamunnu401.

Ecco Non cchiu Porta Filici. L'estate è finita, cessata è la Marina, i nobili tornano assidui alla conversazione del palazzo Cesarò, dove tra i due sessi

Si tratta a la francisa,
Nun su' nenti gilusi,
Su' tutti afittuusi,
Nun c'è nè meu nè tò.
Per iddi è impulizia
Qualura la sua dama
'Un joca, 'un balla, 'un ama.
Ma fa lu fattu sò.
Anzi taluni stilanu
Chi lu maritu va,
Pri stari in libertà,
Unni la mogghi 'un c'è.
Hannu morali a parti;
La liggi sua briusa
'N'è nenti scrupulusa,
Ognunu fa per sè.

[pg!295]

E come la libera moda ha riconosciuto naturale l'uso di prendere a braccio la prima ballerina che s'incontri a passeggio, così per questa si spende e si spande402.

Ecco Ma chi pittura! Il buon Meli, disgustato delle scene alle quali gli tocca assistere, pennelleggia le condizioni dei tre ceti. A lavoro finito, egli non ha il coraggio di dare alle stampe la sua poesia, e la lascia manoscritta. È carità di patriota, o incontentabilità d'artista? Nol sappiamo; però è certo che in essa vuolsi vedere un documento di quella vita che non ha avuto ancora un illustratore con le vedute moderne.

In Palermo tutto vede bizzarria e sfacciataggine il poeta; la vanità regna immoderata:

Nun c'è vergogna,
Nun c'è russuri,
Pocu è l'onuri
E l'onestà.

La desiderata Marina è sempre il luogo favorito di certa gente. L'amore vi assume carattere di liberalità; la gelosia ne fugge; e se vi fa capolino, vi è, come avanzo di barbarie, derisa. Ogni donna — continua piacevoleggiando, il poeta — ha il suo amante e chi non ne ha, potrà occhieggiando procurarselo; e allora complimenti a tutt'andare, e subito confidenza.

Chi tocchi amabili,
Chi duci vezzi,
Chi pezzi pezzi
Lu cori sfa!

[pg!296]

Le vesti di queste donne sono scollacciate quali si addicono al tratto, che la moda impone libero dai vieti pregiudizî di dignitoso riserbo nelle donne, di sommo rispetto alle mogli altrui. Tutto questo al buio,

A la francisa,
Senza cannili:
Chistu è lu stili
Di la cità.
 

E sempre nella fortunata piazza,

E specialmenti
La siritina
'Ntra la Marina
C'è libertà.

E così, sempre alla Marina, ove Palermo, la Sicilia, accentra quanto del suo peggio moderno abbia mandato Parigi:

Chista è la Francia
Di sta Marina403.

Se così è al palazzo Cesarò, nelle case private, ai pubblici passeggi, che c'è mai da aspettarsi altrove? L'ambiente è sempre uno: tutti lo respirano, e vi prosperano.

Queste le scene reali che tuttodì cadono sotto gli occhi del Meli. Cent'anni dopo, un dilettante di lettere, dovea venire a battezzare «arcade di buona fede» il poeta che così aveva scritto! [pg!297]

Un prete contemporaneamente cantava:

Oggi viju introdutta certa usanza,
Chi pari chi cci sia qualchi indecenza;
In ogni casa, cui canta, cui danza,
Va pri li pedi pedi l'Eccellenza.
Nun si vidi cchiù un quatru 'ntra 'na stanza,
Cu cornacopi speddi (finisce) ed accumenza.
Li credituri e la povira panza
Sunnu custritti a fari pinitenza404.

E non isfuggirà a nessuno il calembour della cornucopia.

Il Villabianca, raccogliendo le voci popolari del tempo in cui il Regalmici faceva sorgere la Flora, mentre prima avea pensato ad un camposanto o carnaio (carnala), osservava che:

La carnala fu in flora a commutari.
Acciò 'ntra chiddi fraschi e ddi virduri
Putissiru li vivi agumintari;

dove l'allusione è così trasparente che viene spontanea alle labbra la casta invocazione:

Musa, deh copri di benigno velo
L'incauta scena....

Quando poi la licenza si traduceva in fatti scandalosi, il medesimo Villabianca, acceso di sdegno contro coloro che ne erano gli attori, usciva in una invettiva che è forse la più sanguinosa ch'egli abbia lanciata contro la moda del libertinaggio, contro le famiglie che ne inalberavano la bandiera, contro la società che [pg!298] tollerava siffatte vergogne. Noi stessi, non osiamo riferirla405. Nè l'Arcivescovo Serafino Filangeri, Presidente del Regno, era stato meno severo406.

Prove indirette di questa realtà di cose potrebbero sorgere da particolari indagini da farsi sull'argomento in archivi speciali. Nei diversi reclusorî d'allora molte nobili e civili signore venivano ospitate. Quante le une? quante le altre? quali di spontanea loro volontà? quali per volere di parenti o per ordine superiore? Giacchè, per citare un solo esempio, se tra il 1770 ed il 1804 meglio che quattordici grandi titolate entrarono nel solo Conservatorio della Divina Provvidenza (Suor Vincenza) a Porta S. Giorgio407, bisognerebbe cercare quali lo fecero, se alcuna ve ne fu, per propria elezione, quali obtorto collo. In quel ritiro, come negli altri simili d'allora, nessuna dama andava a chiudersi senza gravi ragioni, e queste non potevano non essere d'indole estremamente delicata: o che i doveri coniugali avessero, per passioni inconsiderate, ricevuto qualche colpo, o che la condotta del marito si riflettesse sulla moglie, la quale, appunto perchè donna, rimaneva esposta alla solita maldicenza, che talora risparmia l'uomo notoriamente infedele ed accusa la donna forse lievemente indiziata di colpevolezza, quando non del tutto innocente.

[pg!299]

E se le quattordici dame, che pur tenevano ai loro servizi ciascuna le sue cameriere, rappresentavano l'undecima parte delle ricoverate in quel Reclusorio, quante saranno state le civili, maritate o vedove, che per le medesime ragioni vi convivevano?

Con questa vita e con queste abitudini è facile comprendere come potesse nella Capitale farsi strada il cicisbeismo, che tra le cattive fu la peggiore delle mode. Non si cerchi nel popolo, perchè la rigidezza della sua morale e quella gelosia che, per quanto esagerata da viaggiatori e da romanzieri, era ed è sempre intensa, mal ne avrebbe comportato le libere pratiche408. Il cicisbeo, o meglio, il cavalier servente (giacchè solo con questa parola si conosce la brutta cosa nel popolo) non esistette mai o, piuttosto, esistette solo di nome; il vero servente nacque, potè prosperare nelle alte sfere sociali. Brydone, quelle sfere le conobbe in Palermo, e trovò «generale anzi che no» la istituzione. Bartels, senza circonlocuzioni e sottintesi, ne confermava, come in altre parti d'Italia, l'usanza409; e tanto era comune che il non trovarne in qualche famiglia parve lodevole eccezione. L'ab. Cannella ascrisse a vanto della Principessa di Villafranca l'avere ella scelto un dotto sacerdote per la conversazione, in luogo d'un cicisbeo che [pg!300] le facesse la corte410; mentre, al contrario, un'altra giovane Principessa non seppe rinunziare all'ordinario conforto d'un vagheggino (un principone d'alto lignaggio) alla notizia che il marito fosse stato catturato dai corsari barbareschi; vagheggino, ch'essa si tenne schiavo d'amore in Napoli e in Palermo, come il Reggente si tenne schiavo di pirateria in Algeri il non più giovane marito di lei411.

Se riflettiamo un po' sopra queste cattive tendenze, verremo alla dolorosa conclusione che vi son simpatie non approvate dalla legge civile, vietate dalla ecclesiastica, le quali, secondo alcuni, non intaccano certi articoli del decalogo. La educazione d'allora, parliamo sempre del settecento, era, ahimè! troppo progredita perchè potesse arrestarsi a proibizioni, riconosciute grette da quella società.

Il cavalier servente guardava con serenità calcolatrice la perdita del tesoro che era suo; e seguiva istintivamente, forse senza conoscerla la dantesca Semiramide,

Che libito fe' licito in sua legge.

Simile ad accorto capitano, egli dalla effimera perdita traeva ragione e forza a conquiste, tanto facili quanto meno consentite o permesse. Una fortezza che si perdeva, ne faceva supporre una che si vincesse; anzi la fortezza perdevasi appunto perchè il capitano, niente premuroso di essa, era alienato dagli stratagemmi di guerra necessarî ad espugnarne altra. Ed a questa, [pg!301] espugnatala, egli consacrava se stesso, ogni sua cura, dal primo istante in cui questo giovin signore, compagno del «giovin signore» lombardo del Parini, riapriva gli occhi al sole già alto, al far del nuovo giorno, in cui li chiudeva stanchi al sonno pertinace. Ad essa e per essa spendeva, senza riguardi a conseguenze economiche, le sostanze che aveva, se pure le aveva. Egli la custodiva, la teneva di conto, ne visitava ad ore determinate gli angoli più recessi, e l'addobbava e adornava di sua mano; giacchè a lui, solamente a lui, era dal nuovo codice galante fatto diritto di accedere, padrone e servo, signore e vassallo, cavaliere e valletto, capitano e soldato, là dove codici oramai fuori moda non consentiron mai di levare gli occhi, non che di mettere i piedi o di alzare le mani.

Usciamo di metafora.

Il cicisbeo era sempre in pieno esercizio in molte case signorili, in quelle specialmente dove la cascaggine dei zerbinotti e le smancerie dei ganimedi si credevano così innocue da limitarsi a leziosi inchini, e, tutt'al più, a languide occhiate. Se qualche puritano ne faceva le maraviglie, c'erano i non puritani, persone di mondo, che trovavano opportuno lasciar fare.

Alla fin fine, che cosa è il cicisbeo se non un cavaliere della galanteria, che volontariamente si rassegna ai capricci d'una bella o d'una brutta dama? Come ellera all'albero, così egli si attacca a lei; nè l'abbandona mai quando ella esce per la messa, per le prediche, per le passeggiate, quando va al giuoco, ai ricevimenti, agli spettacoli. Ella non va senza di lui, e quando la s'incontra è impossibile che egli, vagheggino fedele, [pg!302] in ogni guisa non si adoperi a tenerla divertita e soddisfatta di sua corte. A villeggiatura, in luogo solitario, legge alla signora Metastasio, e spiega Voltaire e Rousseau412. C'è da stupire, che sappia far questo; ma è così.

In città, la condotta non è diversa. La femmina

L'amicu sò sirventi
Chi a latu fissu teni
Càncaru! si manteni
Cu tutta proprietà.

Nè unica nè sola è questa femmina nel costume corrente; perchè

Teni ogni donna
A lu sò latu
Lu 'nnamuratu
Cu gravità413.

L'innamorato non era il cavalier servente. Quello era un infelice che trascinava la catena d'una passione ardente; questo, felice, perchè alieno da gelosie, sospetti, guai: distinzione fondamentale, fatta da un testimonio del cicisbeismo. Una cicalata di Fr. Sampolo è la più sottile psicologia del Cavaler serventi. Non conosciamo in proposito studio intimo più fine, come della voce cicisbeo non conosciamo etimologia più sicura di quella data da un vocabolarista siciliano d'allora414. Solo il cavalier servente, secondo il Sampolo, gustava i più [pg!303] deliziosi piaceri, veri o fittizî che fossero. Preferibile l'amore senza amaro, com'era il suo. La dama ed il cavaliere godevano d'una felicità senza limiti:

Accussì stannu sempri in jochi e sciali
Senz'essiri nè amanti nè mariti;
Guadagnanu cu pocu capitali
Tirannu frutti, ma frutti squisiti....
Lu gran nimicu chi ognunu avirria
Fora la maliditta gilusia.

Ma egli questa gelosia non la conosce, e molto meno lei. La gelosia, osserva il poeta, è morta, o presso a morire; talchè di giorno o di notte, in pubblico o in privato, camminando o sedendo, in campagna o in città, per tutti e due è cuccagna continua:

Cuccagna d'ogni gustu in generali:
La vista vidi così (cose) di allucchiri;
Lu gustu tasta così curdiali;
La 'ntisa senti cosi di 'nfuddiri;
Lu nasu ciàura (odora) così essenziali;
Lu tattu tocca cosi d' 'un si diri;
E l'armuzza 'mparissi assintumata
Cci fa lu lardu, ed è tutta scassata415.

Quello che fa difetto non son mica i piaceri; ma il tempo; chè dei piaceri se ne ha tanti che non si riesce tutti a goderseli; bisognerebbe allungare i giorni con le sere, le sere con le notti,

E succedi a li voti (volte) e forsi spissu
Chi pàrinu cchiù jorna un jornu stissu.

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Potrebbe osservarsi che non varrebbe la pena di perdere il sonno per passatempi di siffatto genere; ma chi la pensa così, aggiunge Sampolo, non capisce che l'uomo e la donna sono come la secchia e la fune, e che fuoco novello spegne vecchio fuoco. Un sorriso asciuga una lacrima, una giovane ringiovanisce un vecchio, e l'amore, a chi chiude, a chi apre un paradiso; i balli son fatti per legare le anime; e amore tesse i fili d'argento della tela della felicità.

Con un'analisi così delicata del cuore del cicisbeo, noi possiamo lasciare lo spinoso tema; tanto il cicisbeismo in Sicilia fu assai più temperato che in altre regioni d'Italia416, e se si protrasse anche fino ai primi del sec. XIX esso non fu se non l'ombra di se stesso. Heinrich Westphal, che si volle nascondere sotto il pseudonimo di Tommasini, parlando del nostro Cassaro, potè nel 1822 vedere soltanto questo: che «nelle botteghe di galanteria entrano donne elegantemente vestite, coi loro cicisbei o cavalier serventi, occupate a passare a rassegna le novità parigine, e comperare questo o quell'altro, ovvero anche a dare una specie di Avis au lecteur al povero accompagnatore, notando come veramente bello e di buon gusto il tale o tal altro oggetto»417.

Fortunatamente per noi lo stato morboso che in mezzo alla derisione del popolo ed all'aperto disprezzo delle persone sane, compiè il suo periodo, cessò del tutto. I cicisbei del settecento sono anche per la Sicilia semplici ricordi storici, anzi reminiscenze archeologiche. [pg!305]