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La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1 cover

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1

Chapter 22: Capitolo XX.
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About This Book

Quest'opera ricostruisce la vita pubblica e privata di Palermo nell'ultimo ventennio del Settecento, descrivendo lo stato politico ed economico, le istituzioni municipali, l'igiene urbana e i bandi cittadini. Offre dettagli su senato e corporazioni, sui cartelli e sulle satire popolari, sulla diffusione di idee rivoluzionarie e sulla poesia politica, oltre a pratiche di viaggio per mare e per terra, corsari, locande, posta, portantine e carrozze. Analizza l'assenza dei proprietari e la condizione dei campagnoli, il fasto nobiliare, i divertimenti, le mode, i lutti, le passeggiate e le villeggiature, combinando documenti ufficiali, diari di viaggiatori e materiali poetici per ricreare costumi e consuetudini.

Capitolo XX.

LA MODA DELLE DONNE, IL PARRUCCHIERE.

La moda, che per lungo volger di tempo fu spiccatamente spagnuola, nella seconda metà del settecento era senz'altro francese, o infranciosata.

Però, mentre le donne della campagna conservavano qualche cosa del vestire antico, le civili di Palermo, Messina, Catania ecc. indossavano lunghi manti neri, che scendendo dal capo coprivano interamente il volto. Del medesimo costume si servivano anche le grandi dame quando di mattina si recavano in chiesa: ma preferivano il bianco od il variopinto, che era di seta e formava un negligé ricco e piacevole.

Questo ci dicono i viaggiatori d'allora418; ma nessuno ci dice che l'acconciatura del capo era il massimo dell'eleganza, il centro a cui convergevano i raggi della grande ruota femminile: del qual silenzio dev'essere stata la ragione la generalità dell'uso e la notorietà della toilette in Francia, in Germania, in Inghilterra. Quando uno dei viaggiatori disse che le donne siciliane [pg!306] avevano chiome bellissime, e sapevano in particolar guisa giovarsene per accrescere grazia alla loro bellezza, disse molto e non disse nulla, perchè l'acconciatura del capo meritava ben altra notizia.

Riguardato con sottilissima cura, questo requisito di venustà muliebre occupava il parrucchiere, la cameriera ed altre persone di casa.

Fedele ministro della vanità femminile, il parrucchiere non poteva ogni giorno prestar l'opera sua; ma bastava che lo facesse una volta la settimana o più, per lasciar paga la sua eletta cliente. Giacchè, l'acconciatura del capo, così come per un certo tempo la ridusse il figurino francese che veniva da Napoli, era un edificio mirabile di mezza giornata di paziente, industre lavoro.

La vigilia di questo lavoro Madama andava a letto in ciocche accartocciate: e fin dalle prime ore del domani stava ad attendere il desiderato carnefice. Una intera batteria di ferri, ferretti, pettini, bambagia, fettucce, nastri era a disposizione di lui, capitano e stratego. Polveri e cosmetici popolavano la stanza. Il sapone di spiga andava con le polveri dentifricie; l'acqua nanfa gareggiava con l'acqua di rosa, la fior di mirto con la sans-pareille, e tutte con la costosissima acqua del paradiso. Le pastiglie profumatorie si associavano sovente con il ricercato liquore per togliere le macchie del volto.

Atteso con febbrile impazienza, ecco giungere il parrucchiere. Seguiamone le mosse con D. Pippo Romeo:

Si spoglia del vestito, si attacca un panno innanti,
Divide le incombenze a tutti i servi astanti.
[pg!307]
Chi scioglie papigliotti, chi intreccia nocche e veli,
Chi penne, chi fettucce e chi posticci peli;
E mentre al disimpegno ciascun di lor s'adopra,
Superbo di sè stesso si accinge il fabbro all'opra.
Principia con il pettine a dar la prima carica,
Indi pomata e polvere senza contegno scarica;
Torna a levare e mettere, dissipa senza frutto,
Suda a compor la parte, poscia distrugge il tutto,
Riede a ricciare il pelo, unisce, disunisce,
Lascia il deforme, e il bello annichila e sbandisce;
Innalza il promontorio con stoppa e crine riccio,
Guarnisce riccamente di nocche il bel pasticcio;
E dopo il gran lavoro, tutto sudato e sfatto,
«Signora, consolatevi, dice, il scignò sta fatto»419.

È fatto: e di nuova cipria si copre e di ornamenti di piume, che si prestano ad equivoci di begli umori e di poeti420. La cipria è il cavallo di battaglia del parrucchiere: e di cipria facevasi tanto consumo che il Senato, a corto di quattrini, non sapendo dove metter le mani, la gravava di due grani (cent. 4) il rotolo: gravezza che era costretto subito a sopprimere (1790)421. [pg!308] Altra cipria gialla, detta pruvigghia atturrata, usavasi per far bianche e rilucenti le chiome422.

Questa frisatura, una delle dieci diverse di moda, era chiamato gabbia: e vera gabbia era, sulla quale potè lepidamente dirsi che:

Di lu concavu ancora di la luna
Vinniru pri mudellu a li capiddi
Nuvuli fatti a turri e bastiuna.
Poi di l'autri mudelli picciriddi
Cui fa trizzuddi mali assuttilati
Cui d'intilaci fa gaggi di griddi,
Vali a diri ddi scufii sbacantati
Chi contennu li càmmari e li alcovi
Cu medianti di ferrifilati423.

Ma con questo arnese sul capo come prender sonno la notte?

Ebbene: la moda provvedeva con un apparecchio di tela inamidata, specie di fodera, di cuffia, della capacità di due teste, dentro la quale la studiata ricciaia veniva custodita, dovesse anche scomparirvi dentro una parte del viso. Il mimì, nome dello strano supplizio, era anche altra maniera d'acconciatura, con la quale la volontaria martire della vanità usciva di casa424.

[pg!309]

Tornando al parrucchiere, bisogna riaffermarne la importanza nelle case signorili. Quando un uomo si presenta per cameriere in una di queste, la cosa che gli si domandava era se sapesse pettinare da donna e da uomo: ed è curioso che la réclame rudimentale nei primi giornali di Palermo s'iniziasse proprio con questi lisciatori di dame. Nel Giornale di Sicilia, che conosceremo nel secondo volume di quest'opera, si legge:

7 Aprile 1794: «Un giovane palermitano della età di 22 a. vorrebbe impiegarsi per cameriere, sapendo pettinare da uomo e da donna.

«Altro giovane romano di anni 24 cerca impiegarsi da cameriere. Sa leggere, scrivere, far di conti, parlar francese, pettinare da donna...».

28 Aprile. «Una persona di abilità, e che sa pettinare da donna, vorrebbe impiegarsi da cameriere in qualche nobile casa».

7 Luglio. «Da Filippo Remajo, parrucchiere, che abita nel palazzo del Principe di S. Lorenzo, si cerca impiego di cameriere, sapendo pettinare da donna»425.

In Messina, il parrucchiere Di Carlo era l'enfant gâté della Nobiltà. Una sera che egli, reduce da Napoli, ove andava a prendere le ultime novità della moda, si recò, appena sbarcato, al ridotto carnevalesco della Munizione, tutto il teatro si mise a rumore426.

[pg!310]

Per il fatto che egli penetrava fino nei boudoirs delle signore, il parrucchiere era a parte di tutte le cronache d'alcova, e adibito in incombenze delicatissime. Il lettore potrà averne un'idea quando saprà di una certa vertenza tra i partigiani delle artiste Bolognese e Andreozzi nel S. Cecilia (1797-98), della parte attiva, eccessivamente attiva, che vi ebbe a favore di quest'ultima il Pretore Principe Giuseppe Valguarnera e del dietroscena delle dame cospiratrici ed occulte attrici per mezzo dei loro parrucchieri427.

Che perciò a furia di scatricchiar capelli e costruire toupets certi accreditati parrucchieri riuscissero a mettere insieme larghi guadagni, è naturale. Giuseppe Fraccomio potè per tal modo convertirsi in mercante, e come tale divenire principale impresario della grande Beneficiata di S. Cristina428. Carlo Biscottino, che nei giorni di maggiore splendore per lei servì la Duchessa di Floridia in Palermo, e la seguì poi alla Corte di Napoli, moglie di Ferdinando, potè con frequenti prestiti sopperire ai bisogni di essa, resi ogni dì più gravi dai nuovi doveri dalla sua altissima posizione e dalla taccagneria del vecchio Re: donde non guadagni429 gli vennero, ma influenza che pochi poterono vantare eguale, ed il conforto di due eccellenti partiti per le sue vaghe figliuole, una delle quali divenne Marchesa.

Lasciamo l'artista del capo, e prendiamo la moda di tutta la persona.

Con le munteri e gli scignò, con i chiuvetti ed i tuppi [pg!311] altissimi, andavano i cantusci o andriè, ed i tonti, detti pure guardinfanti, ed i busti, che avevano il loro complemento in scarpine di drappo ornate di rose e di altri fiori artificiali. Il cantusciu (forse da qu'on touche franc.) era una veste di lusso, composta di drappi a colori, lunga e ristretta alle maniche. Il tonto un forte, inflessibile crinolino di ossi di balena, sul quale il faceto D. Pippo sicilianamente piacevoleggiava coi suoi concittadini messinesi:

Spuntannu un guardanfanti l'omini tutti allura
Un largu ossequiusu facïanu a la Signura,
E chidda, cu ddu tontu, e dda gran cuda strana
Chi trascinava 'n terra, paria vera suvrana:
Chiudianu l'occhi tutti, nè cc'era di imbarazza
Pirchi scupava ognuna sarmi di pruvulazzu;
Ed era chiddu tontu un baluardu forti,
'Na rocca inespugnabili chi difinnia li torti.
(Mi servu di metafuri, chi la mudestia un velu
Esiggi in ogni cantu, nè tuttu vi rivelu!)
Ddu bustu trapuntatu, simili a un fucularu
Di pisu undici rotula, sirvia di gran riparu;
L'invernu li guardava di friddu e di punturi,
L'està li depurava a forza di suduri,
Eternu, inistrudibili, supra lu quali spissu
Fundava un testaturi lu sò fidi-cummissu,
Insumma era curazza, furtizza, bastiuni
Cchiù forti pri cummattiri l'Andria, Macrifuni430,
'Na vera citatedda ferma, sicura e soda.
Oh busti! oh guardinfanti! oh biniditta moda!431.

Lo spirito d'imitazione si attua specialmente nelle cose che forse meno lo meritano. Per esso la gara del [pg!312] vestire acuivasi nel medio ceto. Invano si rievocavano le leggi suntuarie a correzione del lusso e ad armonia dei ceti. Chi poteva mettere insieme, non cerchiamo come, i quattrini all'uopo, anche castigando lo stomaco voleva per la propria moglie, per le figliuole gli abiti più eletti e l'indispensabile parrucchiere coi relativi arnesi432. Cipria a profusione copriva toupets e chignons, patrimonio festivo delle donne civili; andriennes e scarpettine seriche ne completavano il costume.

Quando nell'ottobre del 1772 una vera alluvione venne a guastare la festa data dal Vicerè Fogliani a tutte le classi della cittadinanza a Mezzo Monreale, i cantastorie fecero argomento delle loro colascionate la rovina delle vesti e delle superbe pettinature delle donne non nobili; ed un poetucolo ne traeva ragione di avvertimenti alla città, una volta rigida di morale; e si scandalizzava

Di li fimmini attillati,
Schittuliddi e maritati,
Cu scufini e frisaturi433
Pri cumpàriri signuri.
Li fadeddi434 a mezza gamma,
La scarpetta cu la ciamma,
E lu pettu tuttu nudu
Chi a pinsàricci nni sudu.

E rimproverava mariti e padri che permettevano siffatte sconcezze, incentivi frequenti di liti, zuffe, sangue435.

[pg!313]

Anche il Meli rimava sul medesimo tono, e con fine ironia ammoniva una ragazza troppo modesta:

Nun ti vèstiri a l'antica,
Cà di tutti si' guardata;
Cumparisci pittinata
Cu la scuffia e lu tuppè.
Cu cianchetti436, veli e pinni,
Cu fadedda bianca e fina,
Cu la scarpa 'ncarnatina
Fai vutari a cu' c'è c'è437.

Non avendo ove riporre ciò che il bisogno od il capriccio imponeva o consigliava, le donne servivansi d'un elegante astuccio d'argento, specie di nécessaire da passeggio. Quest'arnese con altri gingilli pendeva dal fianco delle signore, flagellato ad ogni istante e per ogni loro movimento. Uno che ne abbiamo veduto, quante rivelazioni ci ha fatte! Fremiti e svenevolezze, palpiti e speranze, mal simulate gelosie ed ostentate freddezze, visioni fantastiche e delusioni amare, e gioie evanescenti come guizzi di baleno che rompa la notte e la renda più cupa....

Mentre non si conosceva ancora il sigaro, il tabacco da fiuto era lo chic per le donne, la delizia degli uomini. I medici non eran tutti d'accordo sulla vera azione di esso; e, come a Napoli ed a Parigi, chi lo vantava salutare, chi lo sprezzava come dannoso alla testa. [pg!314] Federico di Prussia, artistica fusione di genialità e di stranezza, di poesia e di prosa, il quale alla vigilia d'una battaglia scriveva barzellettando a Monsieur de Voltaire, ne portava ripiene le tasche; Ferdinando di Napoli regalava tabacchiere, ma non pigliava tabacco.

Un giorno uno dei più illustri professori dell'Accademia degli studî (Università) leggeva una palinodia contro gli effetti perniciosi di esso. Durante la firitera, in mezzo a continua ilarità del pubblico, non faceva altro che stabaccare; e quando, a lettura finita, uno degli uditori gli chiese a bruciapelo a chi dovesse credersi, se all'oratore che avea tanto gridato contro il tabacco, o al maestro che ne avea preso a manate, il dotto uomo, confuso, mendicando una risposta, tornava istintivamente a fiutare.

Pertanto si spiega come, stanco dei continui reclami dei consumatori, il Governo s'indusse ad abolire (1781) il dazio proibitivo del tabacco, gravando invece la mano sulla farina, sull'orzo, sul vino!

La tabacchiera era d'avorio, o d'argento, o di oro. I damerini che se ne stavano a tessere e ritessere la Marina, al primo incontrarsi con una dama, facevano a gara nell'offrirgliela438: e non v'era dama che non avesse la sua. Molte ragazze, nelle quali la buona educazione non sempre riusciva a moderare la vanità degli ornamenti, la volevano. L'aristocratico educandato Carolino [pg!315] proibiva alle alunne l'uso di «orologi, ricordini, odorini, astucci e simili cose inutili e vane», e permetteva le tabacchiere solo «in caso di tale infermità che non ammettesse altro medicamento che il tabacco».

Come devono essere state carine quelle amabili convittrici a gingillarsi coi loro ciondoli e mandar su l'odorosa polvere di Nicot!...

In mezzo a tante metamorfosi camaleontiche, la moda femminile serbava sempre la massima cura delle chiome. Questa cura subì una certa decadenza dopo la rivoluzione francese del 1793 ed in seguito al crescente progresso del giacobinismo in alcune parti d'Italia. Stranezza! Mentre si cercava di soppiantare la parrucca coi proprî capelli tra gli uomini amanti di novità, cominciavasi invece a studiare tra le donne ogni espediente per sostituirla alle proprie, anche più belle, chiome: codesti uomini e codeste donne appartenevano alla classe più alta.

Alle prime avvisaglie, il Sovrano rimase allarmato e, non sapendo fare di meglio, proibì le parrucche femminili. Il divieto ritardò, non impedì la graduale introduzione del costume, deformatore delle muliebri fattezze. Il primo tentativo partì (nessuno lo immaginerebbe!) da una dama della Regina, che era pure una delle tre più belle ma più discusse dame d'allora. Il marito, gentiluomo di Corte, Grande di Spagna, uno dei dodici Cavalieri siciliani dell'Ordine di S. Gennaro, con esercizio, ne rimase scosso; ma nulla fece per temperare il rigore del suo Re, il quale, contro la predilezione della capricciosa donna pel monastero della Concezione, la mandò all'Assunta, monastero di penitenza. [pg!316]

Ciò avveniva nei primi di giugno del 1799. Pochi dì appresso (18 giugno) partiva dal R. Palazzo una severissima lettera ai signori Capitani, Giudici e Fiscali di Sicilia del seguente tenore:

«È pervenuta alla notizia del Re che siasi adottata dalle dame e da altre donne l'uso delle parrucche, e che talune per uniformarsi vieppiù ai sistemi repubblicani son giunte tant'oltre che fino anche si son rasi intieramente i capelli trasformandosi in tal guisa notabilmente. S. M. ha risoluto perciò che si proibisca affatto l'uso delle parrucche alle donne sotto la pena della carcerazione, e per le dame in un monastero o reclusorio che S. M. giudicherà, e per coloro che le lavorano o le vendono soggiaceranno ugualmente alla pena della carcerazione parimenti per quel tempo a S. M. ben visto ed alla perdita dei mobili. Con tale espediente si renderà alla pubblica intelligenza la facilità di talune di adattarsi a sì strani modi». Seguiva la firma del Ministro: «Il Principe di Cassaro»439.

A dispetto di Re e di Ministri, il parrucchino, stavolta politico, si faceva strada anche tra coloro che non ne capivano il valore; e D. Pippo Romeo col suo fare in apparenza allegro, in sostanza serio, nel Carnevale del 1800, innanzi a numerosissimo pubblico dentro il teatro la Munizione, declamava:

Finiu la purcaria, è la pilucca in moda,
E da lu nostra sessu si esalta, encomia e loda,
Qualunqui signuruzza chi vanta gustu finu
La trovu providuta d'un beddu pilucchinu,
O niuru, o castagnolu, o comu quadra ad iddi;
[pg!317]
E quattru pila rizzi li portanu a li stiddi;
Li compranu salati. Tutti li frisaturi440
Di pila fannu un traficu, e vìnninu favuri!
Fineru li suspetti, scrupuli non cc'è chiù
D'esaminari e vìdiri.... di quali testa sù?441.

Vesti ed ornamenti, senza ombra di rispetto dovuto al pudore, si abbandonavano all'andazzo dei tempi; con l'antiestetica acconciatura del capo procedevano veli leggieri e civettuoli scialli, fascette cortissime e sottilissimi lini, che scoprivano ciò che volevan coprire e rivelavano appunto ciò che morali velleità miravano ad occultare. Anche qui il Meli va chiamato come testimonio autorevole, il Meli che non sapeva chiudere gli occhi ai calzoncini femminili alla turca, agli arnesi che colmavano i fianchi, alle bianche e sottili gonne, per le quali a tutte ed a ciascuna delle partigiane di tante risibili novità e francisarii,

Li gammi si cci vidinu,
Lu cintu cumparisci,
Ed accussì cchiù accrisci
La curiusità442.

Altronde, non sappiamo dirne di più quando per le particolarità di questa toletta abbiamo la franca dichiarazione dello stesso D. Pippo, il quale, sfogandosi contro la indecenza fin de siècle, si domandava: [pg!318]

Stu vèstiri mudernu senza cchù capu e cuda,
Chi parti su' cuverti, e parti su' a la nuda,
Senza cchiù spaddi e scianchi, senza principiu e fini,
Lu centru nun cchiù centru, la vita 'ntra li rini,
Fadetti di sei parmi, ch'appuntanu a li sciddi,
Scarpi cu li ligneddi, testi senza capiddi,
Pilucchi a battagghiuni, circhetti, castagnoli,
Senza disparitati di vecchi e di figghioli,443
Sta caristia di pila pri tantu gran cunsumu,
Stu beddu chi consisti in apparenza e fumu,
Sta razza di vintagghi, di menzu spangu a stentu,
Chi Suli non riparanu e mancu fannu ventu,
Sti scialli chi si portanu 'mparissi pri lu friddu
E pisa cchiù 'na pagghia, o un filu di capiddu,
Sti veli trasparenti, sta fina cammiciola,
Sti musulini oscuri, stu sciusciami chi vola,
Chi mettinu in prospettu chiddu chi duvirria
Ristari a lu cuvertu, su' rami di pazzia?444.

Il ricordo dei ventagli è una brutta tentazione ad una rassegna delle varie fogge che ne corsero. Quelli richiamati da D. Pippo erano di forme nanerottole, ai quali, degradando sempre, si eran ridotti i mastodontici ventagli dei tempi anteriori. Ma noi non possiamo fermarvi la nostra attenzione; specialmente riflettendo che essi suscitaron la collera dell'Arcivescovo Sanseverino e, che è tutto dire, del Vicerè Caracciolo. Sotto la data del 7 luglio 1784 costui scriveva all'Avvocato Fiscale della Gran Corte, avere inteso di ventagli donneschi in vendita presso alcune botteghe di galanteria: ventagli con bizzarre figure, con la Confessione [pg!319] e la Comunione; e di esser rimasto scandalizzato del fatto che a maggior danno del veleno dell'empietà istillato negli spiriti deboli, si aggiungesse la stampa di certe canzonette francesi, per le quali mettevansi «pure in derisione i più sagrosanti misteri della nostra Religione». E però incaricava esso Avvocato Fiscale «di proibire immediatamente lo spaccio di tali ventagli, e formare al tempo stesso il legale processo contro coloro che li hanno introdotti, come rei di pubblicazione di stampa senza legali permessi»445.

Il Vicerè che scriveva in questo modo era un enciclopedista convinto; coloro che comperavano ed usavano i ventagli, erano delle donne che si picchiavano il petto. [pg!320]