Capitolo XXII.
PRANZI DI RICCHI E MANGIARE DI POVERI.
Tale essendo il lusso del vestire e dell'acconciarsi, facile cosa è lo immaginare la vita alla quale esso dovesse corrispondere. Conversazioni, feste da ballo, teatri, villeggiature si alternavano con feste e spettacoli sacri e passatempi religiosi. D'estate o d'inverno, la giornata era sempre breve, insufficiente alle occupazioni del corpo e dello spirito. Tolte le poche ore della siesta, essa era tutta divisa tra le molteplici cure volute dalla posizione sociale e dagli affari di famiglia. La siesta era l'ora che seguiva al desinare: e se per taluni il desinare era delizia, per altri era fastidio, se non sacrificio penoso.
Incredibile il lusso delle mense aristocratiche, quali lo videro alcune volte i forestieri invitati, e pieni di stupore. Mense imbandite di tutto punto, con servizî di singolar pregio; ricchi vasi d'oro e d'argento, spesso cesellati dai migliori artisti, miniature di squisita fattura, componevano e ornavano quelle mense: ricchezza sterile, non fecondata nè confortata da quella fruttuosa del capitale che circola e produce. Le posate splendevano al pari de' piatti d'argento, e in una festa datasi il 13 maggio 1799 alla nobiltà ed alla officialità militare nel palazzo [pg!332] Butera (Principe, allora, D. Ercole Michele Branciforti e Pignatelli) posate e piatti del prezioso metallo bastarono a più che 300 persone460.
Ad un inglese nel 1770 la cucina siciliana parve un misto di francese e di spagnuolo: e che l'olla podrida serbasse «sempre il proprio posto e la propria dignità in mezzo alla tavola, circondata da un trono di fricassè, di fricandò, di ragù ecc., come un grave Don spagnuolo in mezzo ad uno stuolo di piccoli marchesini attillati»461.
Dopo quell'anno la cucina, al pari della moda, della quale faceva parte, era presso la Nobiltà o tutta francese o molto infranciosata. Per qualche lieve modificazione bisogna attendere il tempo degli Inglesi (1806-1815).
Con ordine inappuntabile i servitori attendevano alle singole loro incombenze; nelle grandi occasioni le pietanze seguivano alle pietanze, con crescente soddisfazione dei trimalcioni e con pericolo degli stomachi più agguerriti. Il numero di queste pietanze era l'indice della grandezza della casa e del rispetto che essa imponeva a sè ed agli altri. Anche qui i forestieri guardavano stranizzati, non riuscendo a persuadersi che l'essere ricchi, o semplicemente agiati, imponesse, per onorare [pg!333] un ospite, di far passare sotto il naso di lui dieci, quindici piatti l'uno più costoso dell'altro.
Le principali specialità dell'Isola eran messe a contribuzione, e nelle portate di secondo e terzo ordine si vedevano i cefali della Cala di Palermo e le anguille del Biviere di Lentini, i caci di Calatafimi e le provole di Modica, il miele di Mascali ed il torrone di Piazza, il moscato di Siracusa e la malvasia di Lipari. I monasteri della città compievano l'opera culinaria, L'ab. Giovanni D'Angelo ci ragguaglia d'un pranzo tenuto nel Convento di S. Domenico (15 maggio 1796), nel quale, con l'intervento del Presidente del Regno, l'Arcivescovo Lopez y Royo, di trenta altri illustri commensali e di cinque frati dell'Ordine dei Predicatori, a compimento del Capitolo da questi tenuto e ad omaggio del nuovo Provinciale eletto P. Pannuzzo, furon serviti 24 piatti e 64 intramessi e tornagusti oltre il pospasto ed sorbetti462.
Prima ancora, Brydone aveva fornito curiose particolarità di un pranzo offerto nel giugno del 1770 dalla Nobiltà di Girgenti al suo Vescovo; pranzo al quale egli prese parte.
«Eravamo, egli dice, trenta commensali; ma, parola d'onore, non credo che i piatti fossero stati meno di cento. Si servì in vasellame d'argento, e, cosa singolare, una gran parte delle frutta portate al secondo servizio, ed il primo piatto portato in giro fu di fragole». Brydone le mangiò con latte e zucchero, ed i convitati gustarono il nuovo condimento. Il dessert si compose [pg!334] di frutta svariate e di sorbetti anche più svariati, in forma così perfetta di pesche, fichi, arance, nocciole, che uno dei commensali, inglese come Brydone, ne rimase ingannato. Perchè, finita la seconda portata, e presentatiglisi a guisa di retroguardia, altra maniera di gelati, un servitore gli pose davanti una bella e grossa pesca, che egli prese per frutta naturale: e tagliatala in mezzo, e portatane la metà alla bocca, a bella prima ne rimase scosso, e come per allargare lo spazio gonfiò le gote. Ma la intensità del freddo vincendola sul ripiego e sulla sofferenza, egli la palleggiò con la lingua, poi non potendo più oltre resistere, con gli occhi rossi di lacrime la rigettò disperato sul piatto, bestemmiando come un turco ed imprecando al servitore, dal quale si credette burlato quasi gli avesse profferto per quel frutto una palla di neve dipinta.
Tanto abuso di sorbetti richiama a quello della acqua gelata nella stagione calda. Come senza di essa non si sarebbe saputo dare un passo in città, così con essa si alternava ogni pietanza ed ogni intingolo. Il nostro bravo forestiere, lodandosene altamente in Palermo, riconosceva strano che questo lusso (a parer suo, il più grande e forse il più salutare tra tutti i lussi) fosse ancora tanto trascurato in Inghilterra: e rilevava con piacere la pratica dei medici siciliani di dare al malato di malattie infiammatorie acqua gelata in quantità; pratica spinta tant'oltre che un celebre medico d'allora copriva con esito fortunato il petto e lo stomaco del paziente, di neve e ghiaccio463.
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Se non l'abbiamo fatto prima, vogliamo ora che ci cade in acconcio, notare che l'etichetta del tempo non guardava al vestire da tavola; pare anzi che in questo non si andasse tanto pel sottile464. Alla eleganza delle vesti non si sacrificava punto la libertà del comodo: di che qualche viaggiatore si maravigliava come di costumanza incoerente alla vita di grandezza e di sussiego.
Alle mense nobilesche raramente mancava qualche parassita, vecchia piaga di chi ha. Quest'essere avea bene una casa, ma solo per dormire; il resto della giornata divideva tra' suoi potenti amici, presso i quali giungeva sempre con esattezza matematica. D'uno di essi fu detto:
Lu viditi affacciari a menzujornu,
Egli andava ben vestito, ma si hanno forti dubbî se il sarto del suo giamberghino fosse stato pagato. Il suo appetito era pari alla sua sfrontatezza. Degl'intingoli, dei manicaretti che si passavano in giro, tutto assaggiava, tutto mangiava, tutto trovava eccellente; e come per isdebitarsi col suo generoso ospite vuotava il sacco di tutte le notizie che avea potuto udire o leggere gironzolando di qua e di là. E l'ospite non poteva non esserne soddisfatto, solleticato nella sua vanità di ricco, di magnifico, e, altronde, non isdegnoso della compagnia di persone che alla fin fine erano le più innocue creature del mondo. [pg!336]
Un signore savoiardo ha una pagina aspra per codesti parassiti, i quali egli incontrava in ogni casa magnatizia, e che il padrone di casa, pur disprezzandoli, tollerava, perchè il loro rumoroso stuolo serviva ad accrescere pompa alla scena: «espediente infelice, diceva lui, che obbliga il signore alla compagnia di uno stuolo di miserabili che gli ronzano attorno, guidati dallo interesse di strisciare ai piedi del fortunato»466.
Meli vedeva una ingiustizia sociale nel favore accordato a questa gente a scapito di altra che lavora e non riceve nulla. Certi baroni
.... paganu beni e profumatiLi tanti parassiti muscagghiuni,Chi si fannu vidiri affacinnatiE usurpanu lu lucru tuttu interu
In mezzo a tanta festa di gola e di ghiottoneria, Palermitani e Siciliani, dal primo all'ultimo, dal più alto al più basso, le solite eccezioni fatte, erano frugalissimi nel mangiare, moderatissimi nel bere. Nelle grandi mense, solo dopo il 1770 cominciarono a brindare alle dame toccando i bicchieri, e bevendo alla loro salute: usanza, a quanto pare, non mai udita nè seguita prima dell'esempio datone in Palermo da due signori inglesi468.
Questa frugalità c'induce a guardare il rovescio della medaglia: il mangiare, cioè, dell'infima classe, dalla quale in parte, e in parte dalla superiore, ritraeva il ceto civile. [pg!337]
Non occorre uno studio per conoscere come si nutrisse la povera gente che viveva col lavoro delle braccia. I cibi meno costosi, presi dal regno vegetale, erano il suo alimento ordinario. Zuppe d'ogni maniera di legumi e di verdure, il meglio che essa potesse permettersi quando il frutto del lavoro glielo concedesse, o solo in qualche giorno della settimana. Il suo alimento però era sempre a base di pane, quando fino, di buona qualità, quando murino, di qualità inferiore; pane scusso, pane con cipolla e, secondo le stagioni, con pomidoro non maturo, con fave verdi, o con frutta fresche o secche, o con olive, o con formaggio della peggiore qualità, con copiose libazioni d'acqua o con un gotto di vino quando l'aveva469. Il caffè, la cioccolata le eran note solo di nome, per quel che ne sentiva dire, o che ne vedeva passando, o per qualche prova che poteva averne fatta in giorni di poesia. Questi conforti mattutini erano, come abbiam veduto, riservati a gente civile, e tale essa non poteva dirsi nella triplice partizione della società. Non caffè con latte quindi bevea, perchè il latte andava preso in giorni eccezionali, ed i medici preferivano per gli ammalati quello d'asina.
Al di sotto delle zuppe, come si chiamano tra noi, andavano altri cibi: fave lesse non isbucciate, minestre ed erbaggi, che costavano solo la cottura e non sempre esigevano condimenti di olio, bastando il vilissimo sale di Cammarata o quello migliore di Trapani ed il pepe selvatico della città470. Secondo le stagioni e le circostanze, [pg!338] usava anche baccalà e tonno, che, copiosissima essendone la pesca e del tutto mancanti i mezzi di esportazione, andava svilito al prezzo d'un baiocco il rotolo (4 cent. di lira gr. 800), e che chiamavasi perciò carni di puvireddu; e sciala, poviru! gridavasi dai venditori per le piazze.
Dall'agosto al dicembre i fichi d'India erano la provvidenza di quanti non avessero da sfamarsi; e ciò non solo nella Capitale, ma anche in tutta l'Isola. Galt sul principiare del secolo ne trovò quasi incredibile il consumo. «In ogni parte voi v'incontrate in piantagioni di fichi d'India, in ogni villaggio coperte ne sono le stalle. Ad ogni angolo di strada di Palermo sono articolazioni (pali) di fichi d'India. Se vi capita uno che mangi, il suo cibo non sarà che di fichi d'India. Se egli porta un paniere, questo non sarà d'altro pieno che di fichi d'India. Ogni asino che la mattina s'avvii alla città, è carico di fichi d'India. Un contadino che in sul far della sera stia sopra una pietra a contar monete di rame, non fa se non il conto di quel che gli han prodotto i suoi fichi d'India. Se un genere è cattivo si dice che non vale un fico d'India, mentre non v'è cosa più squisita al mondo che un fico d'India. Ecco il solo lusso che gode il povero»471.
Quale distacco tra chi avea e chi non avea! [pg!339]