Capitolo XXV.
PASSEGGIATE DELLA MARINA E DELLA VILLA GIULIA.
Fino al 1782 la piazza, già Colonna, poi Borbonica, comunemente Marina, era compresa tra la Garita, a sinistra di chi esce da Porta Felice, e a destra Porta dei Greci, trofeo glorioso dei giovani siciliani a Mahadia, nella spedizione africana del Vicerè de Vega (1556). Dopo quell'anno, raso il baluardo di questo nome e conservata la porta più religiosamente che non abbian fatto posteri incoscienti delle patrie glorie495, la piazza, o passeggiata, si protrasse fino alla Flora o Villa Giulia.
In questa Marina l'occhio spazia libero pel pittoresco golfo, circoscritto dal classico ferro di cavallo che ha un capo nel Zafferano ed un altro in quel Pellegrino che a W. Goethe parve «uno dei più bei promontorî del mondo», e della cui bellezza di forma egli si credette inabile a dar con le parole un'idea adeguata496.
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Il sole vi dardeggia di giorno il fulgore dei suoi raggi; la luna, di notte, ne inargenta le onde tremolanti; «solo il Bojardo e l'Ariosto, dice un tedesco, ricordano luoghi più incantevoli»497.
Là dove ora frondeggiano perenni le eritrinee, sorgevano, non sappiamo se tutte ammirate, le statue di Carlo II, Carlo III, Ferdinando III498, dal furore del popolo abbattute più tardi insieme con altre, forse per confuso dispetto di re fedifraghi e di regi patti non mantenuti; al qual furore potè solo sottrarsi nella piazza Bologni quella di Carlo V, che incarna pel popolo una dolorosa affermazione sul caro dei viveri in Palermo499. Quelle statue erano intramezzate da due fontane, decoro dell'artistico padiglione per la musica: e la cortina o bastione concorreva alla bellezza della scena con ornamenti di archi e di figure.
Forte, incessante il desiderio dei cittadini di recarsi ogni giorno a questo luogo di svago, forte così da diventare una specie di bisogno. La stagione inclemente e le giornate rigide non valevano a moderarlo. De Saint-Non osservava che nella estate nessun palermitano avrebbe saputo andare a letto senza aver prima fatto un giro in questo sito500. Ma anche d'inverno e col freddo di tramontana Bartels vide signore, nobili e borghesi, [pg!365] delicatissime di complessione affrontarvi una tempesta che in continente avrebbe fatto paura501. Il recente prolungamento esercitava un fascino su tutti.
Noi dobbiamo visitarla nella stagione in cui l'abitudine vi chiamava una volta il giorno la popolazione tutta; due volte il giorno, i ceti superiori502.
Il 24 giugno la passeggiata estiva inauguravasi in forma chiassosa. Delle vetture padronali, altre eran nuove, altre rifatte a nuovo. All'ultimo sole che andava a nascondersi dietro Monte Cuccio luccicavano, svariati e ricchi, gli stemmi d'argento. Cocchieri, lacchè, volantini pavoneggiavansi in abiti che l'uso voleva o supponeva usciti dalle mani dei sarti.
Uno sempre, ma variato fino a settembre, lo spettacolo. Godiamcelo sulle Mura delle Cattive. Qui (se la tradizione è plausibile) le vedove (cattivi) che non vogliono farsi scorgere, ma che invece si mettono in evidenza, vengono a prendere un po' d'aria, e la frequente loro presenza dà il nome all'alto viale, ed il nome è etichetta della merce.
Brulica nell'ampio corso la folla di cavalieri e di dame, di borghesi e di signore, di maestri e di donnicciuole. Preti e frati, impiegati e professionisti, soldati e studenti, monachelle e pinzochere animano la scena componendo e scomponendo, come in un caleidoscopio, gruppi multicolori e distinti503.
Verso la Garita siede maestoso in alto un uomo che narra e gesticola e con un bastoncello in mano in [pg!366] forma di furberta trincia in aria dei segni, o combatte corpo a corpo nemici che non ha. Egli è un contastorie, che sa tutte le leggende di Rinaldo, di Carlo Magno, d'Orlando, di Calloandro, di Guerino. Gli appassionati, chi in piedi, chi su pancacce, con la spesa d'un grano, pendono religiosamente dalle sue labbra.
A due passi da lui, in un teatrino di legno per farse e commedie in dialetto, popolani ed anche civili entrano premurosi a sentire i creatori della nuova arte nazionale504. Trombe e tamburi chiamano uomini attempati e giovani ad uno steccato vicino, ove i lazzi di pulcinella provocano ilarità e risa sgangherate; e dietro a tutti, con uno sforzo assolutamente fantastico d'isolamento, il luogo della contumacia (1788), non è guari scelto e costruito da chi trovò incomodo e pericoloso nelle procelle quello di fronte alla Garita, presso la chiesa di Piedigrotta (1787).
In mezzo a tanta confusione giungon distinte le voci dei venditori di seme di zucca tostata e di acqua del pozzo di Santa Ninfa che a piè del nostro bastione vengono ad attingere gli acquaiuoli della passeggiata.
Circolano, frattanto, nel centro «phaetons» secondo l'ultima moda e fornimenti inglesi ornati d'argento e carrozze indorate, con le più eleganti livree e con arditi cavalli allietanti non meno per le loro magnifiche forme che pel loro bel colore, e che attirano con la loro finezza e col loro fuoco gli sguardi di tutti. Qui un amico che guida da sè i cavalli spumanti, o una coppia di attraenti bellezze, che dalla vettura aperta mandano [pg!367] ardenti saluti, o che passeggiando, amichevolmente conversano.... Qui, si fanno nuove conoscenze, si sentono notizie interessanti, si combinano accordi di divertimenti e di piaceri»505.
Dall'altro lato, sotto della banchina, a cavalcioni, accoccolati, carponi, in piedi, stanno lunghesso la spiaggia raisi della Kalsa, chi a risarcire reti smagliate, chi a fornir d'esca e ad adugliare per la prossima notte palangani, e chi sui gozzi tirati o da tirarsi a terra, a frettare, ad aggottare con la vecchia sàssola l'acqua penetrata per le falle: e quando or l'uno or l'altro di essi alza gli occhi verso tanti sfaccendati, senza neppure fissarli, non sanno comprendere come possano dirsi palermitani essi pure, i Kalsitani, se palermitani son tutti costoro, che ogni giorno vengono qui a divertirsi.
E come possono essi, i poveri pescatori, veder di buon occhio, tutte fronzoli, trine e belletti, vecchie impiastricciate di cerussa nelle profonde rughe del viso e le quali vogliono gareggiare con le più fresche ragazze? E come non sentirsi rimescolare al passaggio di una che, tutta polvere e manteca, sfacciatamente invita un giovinotto a farle compagnia nel passeggio, mentre altri zerbinotti la colmano dei complimenti più leziosi?506.
In tanto viavai il bel sole ha abbandonato sul Pellegrino la pietra dell'Imperatore507: e noi, che dal [pg!368] baluardo non sappiamo più discernere quel che la mancante luce non ci consente, rientriamo in città. Stasera, chi ne avrà vaghezza, potrà rivenire a questo luogo bellissimo, ma quanto mutato! Le tenebre lo avvolgeranno nel loro velo misterioso, che solo la luna potrà per un istante diradare. Il curioso cercatore di aneddoti potrà sguisciare tra la nuova folla sotto i baluardi. Presso Porta Felice vedrà la Conversazione estiva della Nobiltà: un crocchio d'indifferenti chiacchierare con le dame del circolo; uno di annoiati ridire sul caldo della giornata, sulla mancanza assoluta di notizie, sulle ultime disposizioni del Senato. Più in là, fuori le casine incavate nei baluardi, vedrà un muoversi confuso di servitori carichi di sorbetti pei seduti lungo la cortina, pei nuovi arrivati in carrozza, schivi di scomodarsi a scendere. Più in là ancora, non lungi da Porta di Greci, potrà prender posto in una delle trattorie che lottano contro la recente concorrenza di quella dell'Astracheddi alla Flora, dove a tarda notte giovani spensierati accorreranno a sbraciare in compagnia delle artiste da teatro che avran potuto conquistare, cortigiane dei secoli passati, demi-mondaines dei secoli avvenire.
La Flora o Villa Giulia, creazione geniale del Pretore Regalmici, era l'ideale dei giardini non meno pei Siciliani che pei forestieri.
Quando Goethe venne a Palermo (1787) essa non era ancora finita; eppure parve a lui «maravigliosa», riflettente «un aspetto magico che vi trasporta nei tempi antichi..., un vero incanto per l'occhio»508. Un [pg!369] suo connazionale la disse «fatata», ed un altro ancora, «un vero paradiso»509.
Chi vi si rechi oggi, spettatore o spettacolo, di giorno o di sera, nei dolci tepori primaverili o nello splendore delle centomila fiammelle a gas delle fresche notti di estate, non immagina, forse neanche sa che quello fosse luogo di convegno della gente più spensierata; anzi, che fosse il tempio della spensieratezza. Quando si è varcata una mezza dozzina di decennî si è contati tra i laudatores temporis acti, tra i disgustati del presente, tanto diverso dal buon tempo antico; ma non dobbiamo disconoscere che il nostro umore oggidì è troppo nero perchè possa ravvicinarsi, per via di paragone, a quello di un tempo. La società moderna, risultato complessivo di condizioni psichiche, di problemi sociali, di speranze e aspirazioni indefinite, con spostamenti d'interessi, persone, cose, manifesta un turbamento abituale, permanente, quale forse non si ebbe mai per lungo volger di secoli.
Quanto diversi invece quei nostri nonni di un bel secolo fa!
Vedeteli con che premura s'avviano alla Flora. Si direbbero preoccupati di perdere un istante dello svago che li attende; si direbbe che in mezzo a tanto rigoglio di alberi non sorga neppure il ricordo delle cataste di legna che quivi si alzarono in orrendi auto-da-fè; ed al profumo di tanti fiori sentano imbalsamare l'aria, non più pregna dei sinistri vapori delle carni bruciate.
In tre ore diverse del giorno s'andava a respirare [pg!370] a pieni polmoni quest'aria che la città chiusa non dava. Noi possiamo venirvi nelle prime ore del mattino, nelle ultime del giorno, nel principio della sera. Un gentile cavaliere c'invita di mattina: «Venitele a vedere in questo giardino incantato le donne, in questa Flora che non ha la eguale. Esse passeggiano; la bellezza del loro corpo, la grazia del loro atteggiamento fanno di sè pompa naturale. Oh come vi guadagnano esse! Una semplice mussola le copre; il verde degli aranci, l'oro del sole, il bianco delle vesti scherzano con la luce e l'ombra. L'auretta mattutina pare avvivi coi suoi carezzamenti la freschezza della bella tinta. No, non manca nulla all'armonia del quadro!»510.
Torniamo più tardi.
Son ventidue ore: nei quattro viali che circondano in quadro la Villa circolano signori in carrozza. Civili e popolani, palermitani e regnicoli, attraversando i frondosi oleandri che tutta la chiudono in giro, entrano a frotte spargendosi alcuni a sentire la musica, liberalmente legata dal Principe Moncada, altri a numerare i cinquanta busti donati dal Presidente Paternò, o a contemplare la fontana del centro con l'orologio a sole e le vicine edicole di mons. Gioeni, altri infine ad ammirare la solenne posa del Palermo dello scultore Marabitti. Delle sgradevoli figure che in semicerchio, di fronte a Palermo, convulsamente si contorcono, tutti ignorano la ragione. Si chiamavano Scisma, Eresia, Maomettanismo quand'erano a piè del brutto monumento di Carlo III a S. Anna; ma qui davvero nessuno ne comprende [pg!371] il simbolo, specialmente dopo che Marabitti ve ne ha aggiunta un'altra, la Maldicenza.
Due ore son passate rapidamente: e se non fosse il suono dell'Avemmaria, che impone la cessazione della musica ufficiale, non se ne accorgerebbe neanche un annoiato. Meno male che la Villa non si chiude, e vi si può restare ad agio fino a tardi. I soldati di guardia la vigilano d'intorno, e respingono pezzenti, mendici e gente in livrea511. Quattro lioncini voglion farla da vigili anch'essi, ma.... sono di marmo e i due versi latini che il poeta Giuseppe Costa mise loro in bocca:
Adsumus hic vigiles. Florae sunt numine plena
non son altro che belle parole.
La scarsa luce della via Butera finisce in oscurità, fitta nella recente Porta Carolina (Reale), o nella Porta di Greci. La Villa nelle sere buie ha pochi fanali liberalmente apprestati dal Paternò Asmundo; ma di lumi [pg!372] serotini non si ha bisogno quando fin la stessa luna riesce talvolta molesta.
L'eco delle dolci note musicali del giorno si ripercuote ancora, e già d'altre note risuonano luoghi più recessi: tambussio di cembali, mesto pizzicar di chitarre, malinconia di voci argentine, lieto scoppiettar di mani ne prendono, con l'avanzar della sera, il posto. Son le serenate delle comitive dei canterini; è il fruscio delle coppie che ballano; sono gli applausi della folla che ascolta e non sempre vede. Se la luna ci favorisce, noi potremo ravvisare tra essa un modesto abate, la cui canzone:
'Ntra lu pettu nun ci ha coriCui nun godi la Marina,Cu sta bedda siritina'Ntra sta Villa chi si fa?
che prima salutò la trasformazione della deserta funerea campagna513, è uscita or ora dalla bocca d'un giovane innamorato alternandosi con le canzonette Lu Gigghiu, A Dori, Li Piscaturi da una donna del vicino viale. Egli, lo schivo Meli, lieto della scena, ricantando a sua volta le lodi della Flora, esclamerà commosso:
La luna mannaLi soi amurusiRai luminusiPri cui va ddà;
e si rallegrerà di aver veduto
Cui balla e sona,Cui canta e ridi,
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mentre altri sgrana cialde e biscotti ed altri sorbisce gelati514.
Povero Meli! condannato un secolo dopo alla berlina quando la berlina è rimasta solo di nome, lì nella medesima Villa Giulia, in una amara caricatura di statua, che il Municipio avea avuto la infelice idea di far sorgere nella Piazza di S. Teresa, ed il Municipio stesso ha avuto il buon senso di togliere per regalarla o relegarla in un angolo del pubblico giardino. Oh no! il primo poeta della Sicilia non meritava il ludibrio di quel monumento!
Se il chiaror della luna ci favorisce, noi potremo anche discernere lo Scimonelli, che però, men fortunato dell'amico suo, s'avviene in una «comitiva di cattivi dilettanti di canti, che più di una sera fu fischiata», e forte si maraviglia che essa non comprenda, gli applausi del pubblico essere una solenne canzonatura; onde è necessario smettere dallo straziare minerali, vegetali, animali: statue, cioè, piante ed uomini del luogo, dove pure
Li sònura e li canti
Questo svago non fu smesso mai per lungo volger di estati: ed i Palermitani attendevano ansiosi la stagione buona per goderselo sempre. E quale svago più delizioso che concerti e canti notturni dei cittadini più abili nell'arte della musica e del canto! Anche fuori di patria essi vi tornavano col pensiero e lo celebravano [pg!374] con le parole. Il barone Forno in Napoli diceva: «Due donne che abbiano sonora voce, cantando l'una e l'altra in terza, ed un uomo che l'accompagni, in voce di basso, cantando, dico, tutti e tre sull'unisono canzonette di gusto, non recan eglino il maggior piacere del mondo, anche oggigiorno (1792), che siamo per così dire sazj di sentire composizioni eccellenti della più scelta ed armoniosa musica? Simili ariette, così cantate, si sentono con gran diletto, tutte le sere estive, nella pubblica Villa di Palermo, e moltissime persone di ogni ceto corrono ad esserne ascoltatrici»516.
Kephalides vi assistette nei primordî del sec. XIX, e «da ogni lato intese chitarre e tamburelli e gran folla di spensierati ballando come pazzi al suono d'un violino e con le mani facendo scoppiettar le castagnette, mentre un vecchio batteva il sistro con le dita coperte d'un grosso ditale di ferro».
Il vecchio è morto e seppellito: il sistro (azzarinu) si batte con un ferro; ma la Flora non riecheggia più di cembali, nè di canti, nè di balli, nè di grida di venditori. Il chiasso di chi mangiava e bevea all'Astracheddi517 è appena un ricordo del Meli. Fino i giocatori alle bocce, incomodi e pericolosi ai passanti, sono per sempre scomparsi. Nel 1822 un forestiere trovava già chiusa all'Avemmaria questa Villa Giulia: ed ora, quando il popolo vi accorre numeroso, vuoi di giorno, vuoi di sera, la musoneria ne è sempre la nota dominante.
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