Capitolo XXVI.
DIVERTIMENTI A PORTA NUOVA E A ZE SCIAVERIA; VILLEGGIATURA AI COLLI E A BAGHERIA.
Ma non la sola Marina, non la sola Villa Giulia, eran teatri di passatempi e di svaghi.
Un giorno non si sa come e perchè, i Palermitani mettono gli occhi sopra la via fuori Porta Nuova e cominciano ad andarvi, dapprima in pochi, poi in molti. Quanti amano il piacere, nuovo come passeggiata giornaliera estiva, son tutti lì.
E la Marina? La Marina resta quasi deserta, solo frequentata dai signori. Andate a leggere nel capriccio del Palermitano!
La passeggiata fuori Porta Nuova finiva a mezzanotte. Beato chi poteva trovare un posticino nei sedili presso la fontana di S. Teresa! (Piazza Indipendenza). Qualche solitario sognatore di vecchie storie guardando la bella, anzi bellissima sirena della fontana versante dal seno copiosi zampilli d'acqua, avrà riflettuto sulla labilità delle umane cose, e sarà corso col pensiero al primo Marcantonio Colonna, alla più che dolce amica di lui Baronessa di Miserandino, ed alle turbinose vicende di quel marmo, di continuo, secondo i tempi e le esigenze estetiche, spostato da un luogo all'altro, e finalmente [pg!376] allogato qui, donde poi, al domani d'una rivoluzione (1860), doveva passare in un privato giardino518.
Ma il gran pubblico, il pubblico grosso, pensava ad altro, e forse neanche sapeva della passione gagliarda del Vicerè, forte così nella giustizia pei delinquenti come nell'amore della sventurata dama di Palermo. Per esso c'era più gusto a guardare le nuove baracche di frutta, dolci, ed i nuovi caffè, che a contemplare la muta sirena.
Anche qui fu visto aggirarsi il Meli; anzi proprio da lui si è saputo della diversione dalla Marina alla nuova passeggiata (nuova, s'intende, per la forma che pigliava e per la passione dei frequentatori). Fu lui che, cresciuto l'entusiasmo per Porta Nuova, volle andarvi, riandarvi, e cantarla nella vita novella e nel movimento incessante, allegro di coloro che vi si recavano. Fu lui che raccolse l'eco d'un
Coru di strumentiSunari a tinghitè,
e delle chitarre in mano ai più esperti figari della città; fu lui che assistette alla ressa dei buontemponi, ed allo spensierato gironzolare delle donne nel loro bianco costume di estate; e solo da lui sappiamo:
D'altro lato, non dobbiamo giudicare priva d'un certo gusto la nuova simpatia per la vecchia strada fuori Porta Nuova. Se oggi il Corso Calatafimi è comodo e buono, allora che si chiamava, come ancora volgarmente si chiama, strada di Mezzo Monreale, era anche bello, uno dei più belli dei dintorni di Palermo. Da quella Porta fin sopra i Cappuccini, platani, alvani e pioppi giganteggiavano in doppia fila difendendo dal sole d'estate, dalle piogge d'inverno i passanti. Di tratto in tratto, gaie d'aspetto vi sorgevano ville eleganti, e a distanze regolari fontane di limpide e salutari acque, le quali cent'anni dopo — non un giorno più, non un giorno meno — doveano come impure e non potabili essere sostituite con altre, «dedotte dalle eccelse vette dei Nebrodi» (come dice una sciocca iscrizione testè murata nel prospetto del Palazzo municipale). Ed il popolo, eterno poeta, non impassibile a tanta bellezza di natura e d'arte, cantava lietamente:
Quant'è bedda la via di Murriali!Cci su' li chiuppi (pioppi) fileri fileri,E 'ntra lu menzu, li quattru funtani
[pg!378]
Di là dalla Flora, oltre la Tonnarazza ed il Ponte di S. Erasmo, a Romagnolo era Zè Sciaveria, altra delizia palermitana. Zè Sciaveria (zia Saveria) era il nome della intraprendente donna, ch'ebbe il coraggio di convertire la solitaria spiaggia in ameno ed elegante ritrovo. Nulla di simile si era saputo ideare in città; e della città esso raccoglieva il meglio delle trattorie e dei caffè, senza essere nè trattoria nè caffè, o dell'una e dell'altro partecipando. La novità della impresa, l'amenità del sito, fronteggiato a sinistra dalla silhouette del Pellegrino, lambito di fronte dalle ondicelle del golfo, guardato a destra dalla batteria del Sacramento, dalla torre dei Corsari, dal Castello di Ficarazzi, che guida l'occhio verso la montagna di Solunto, e dietro ed intorno coronato dai monti Grifone, Gerbino e Gibilrossa, ne facevano la grande attrattiva giornaliera d'ogni persona che avesse voglia di passare qualche ora divertita.
Non era nata ancora ed era già celebre, ed a frotte vi andavano d'ogni classe persone; giacchè Zè Sciaveria era un posto buono per tutti. Poeti superiori come il Meli, mezzani come il Melchiore ne decantavano le maraviglie; questi, anzi, inventava una favola per provare che il sito avesse avuto origine divina, giacchè Encelado, sopravvissuto ai giganti subissati da Giove, venne a nascondersi presso Mostazzola, amò la Saveria, che durante tremila anni rimase incinta e diede poi [pg!379] in luce un nanerottolo, padrone di questo luogo, uomo che avea mente e pensieri da re.
Codesta allusione, in mancanza di notizie particolari, fa supporre aver avuto la Saveria un figliolo forse gobbetto: e così sarebbe spiegata la fortuna insolita del caffè-ristorante, come oggi si direbbe, o della elegante taverna od osteria, come si diceva allora,
E chi ha nobilitatu sta cuntrata:'Nfatti Dami, prelati e VicerrèVennu ogni jornu a fari passiata;E tanti e tanti senza li stestè521Vennu ccà apposta, lassannu la Flora,Sidennu a sti puliti canapè.L'occhiu guarda lu mari e si ristora,Godi vidennu culonni e perterra,
Meli conferma la inusata eleganza del nuovo posto nei tanti
Gran cornacopj,Specchi e lumeri,Ed autri mobiliDi cavaleri;
donde il favore, non solo dell'aristocrazia, ma anche d'ogni altro ceto. L'accorta padrona avea fatto le cose bene: larga réclame per la città; tende pel riparo dei signori e civili che si recassero da lei; tavoli illuminati da due candele, ciascuno per le singole famiglie che volessero divertirsi; per i villeggianti dei dintorni, ai [pg!380] quali non era proibito di accedere «coi reciproci galanti», e per chi volesse andarvi da Villabate, S. Cataldo, Mostazzola, Torrelunga. Zia Saveria era donna che la sapeva più lunga di qualsiasi altro commerciante di Palermo, e basta dire che, esempio unico nel genere di industria, faceva ordinarî trattenimenti di musica, al suono dei quali
Si balla e canta,Si canta e vivi,
o meglio vi si passa tra
Ora, dopo cent'anni, solo il nome rimane della divertente contrada, ed un documento di soggiogazione nell'Archivio del Comune524. Ma sul vicino scoglio echeggia la dolcissima canzonetta del Meli:
Supra lu scogghiuDi MustazzolaL'àipa vola,L'alba si fa!
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La città non bastava a chi avesse modo di procurarsi agiatezze e svaghi; ci voleva qualcos'altro fuori, nelle campagne dei dintorni. La povera gente ci andava (come ci va sempre) nelle tanto attese ricorrenze festive di Madonne e di santi, e nel calore della scampagnata consumava il guadagno d'una intera settimana, quando il guadagno l'aveva, o quando i pochi tarì ottenuti al Monte di Pietà dando in pegno un soggetto qualsiasi di casa, glielo consentissero. La quale risoluzione pratica non si arrestava in essa, ma passava ed estendevasi in un ceto meno modesto, quello di certi impiegati e di piccoli trafficanti, ai quali non sembrava vero di poter fare uno strappo all'abituale parsimonia della vita. Per costoro non ricorrevano invano le biennali quarant'ore del 14 settembre a Monte Pellegrino, il festino del 3 di maggio e le quinquennali dimostranze di settembre in Monreale o in altri siti, come una volta le feste di Maredolce e di Baida, la cui proverbiale Calata ha anche oggi la somigliante in quella del Pellegrino.
Senza aver sostenuto fatiche di corpo, e perciò senza un pressante bisogno di rinfrancarsi, rompendo la monotonia della vita cittadina forse perduta, i nobili cercavano nella campagna semestrali ricreazioni. Con le sue agiatezze e coi suoi ozî beati la campagna non era se non la continuazione della città. A Mezzo Monreale, ai Colli, a Bagheria essi andavano con la famiglia; [pg!382] e lungo stuolo di amici, di aderenti, di familiari li seguivano. Tra le varie ville come tra' varî palazzi aveano ben da scegliere. A guardare oggidì i palazzi magnatizi di Calvello, di S, Giuseppe, di Guggino, di Maletto, di Tommaso Natale, di Pantelleria ai Colli, e quelli innanzi ricordati525, si rimane stupiti della sontuosità di essi. L'architettura del tempo vi spiegò tutti i suoi capricci di scale esterne e di appendici ornamentali. La ricchezza vi tenne una corte di casette basse per la servitù, sulle quali signorilmente levavasi l'edificio superbo. Quanto la vita moderna possa immaginare di confortevole era apparecchiato con particolarità che rispondevano alle ricercatezze, ai gusti più delicati. Oh no! non erano solo gli Agrigentini che fabbricavano come se non dovessero morir mai e mangiavano come se dovessero morire il domani!
Mentre le strade carrozzabili erano scarse come le cose buone, una, conducente ai Colli, non mancava (1768); alla quale poteva accedersi anche per quella del Mulino a vento (Corso Scinà) uscendo da Porta Maqueda dopo il taglio del baluardo di questo nome (1780).
Bagheria era per l'alta aristocrazia di Palermo quello che per l'alta aristocrazia di Roma i Castelli. I grandi signori della Capitale siciliana vi aveano ville magnifiche, anche superiori ai palazzi loro in città. Giganteggiava su tutte quella di Butera, a cavaliere del nascente sobborgo. Grandeggiava sulle cospicue quella di Valguarnera; delirava sulle strane l'altra di Palagonia; e, sontuose [pg!383] tutte, quelle dei Principi della Cattolica, di Cutò, di Rammacca, di Campofranco, del Duca di Villarosa, del March. Inguaggiato, del Conte di S. Marco e di altri signori. Sdegnato della Corte, o sdegnoso di cortigianerie, verso gli sfruttatori Vicerè stranieri, dignitosamente ritiravasi nel suo nuovo palazzo nella seconda metà del sec. XVII, D. Salvatore Branciforti, Principe di Butera, e sul frontone, a lettere cubitali voleva scolpito: O Corte, addio, e dentro, i versi spagnuoli:
Ya la speranza es perdidaY un sol bien me consuela,Que el tiempo, qui pasa y buela,
Cento e più anni dopo (1797) il Principe Ercole Branciforti Pignatelli, sull'ingresso della Villa alzava «per novità di sua grandezza» un monastero di trappisti, nelle cui cellette, monaci in cera rappresentavano varî momenti della vita claustrale. Sa egli il lettore raffigurare quei due solitarî così pieni di sentimento reciproco? Sono un giovane e una ragazza, i quali, ignari l'uno dell'altro, dopo una vita tempestosa, perdute le speranze di congiungersi, nel mondo han vestito il bianco saio. I visitatori li chiamano ancora Adelaide e Comingio, e ne raccontano le avventure secondo il commovente romanzetto onde tanto si deliziavano giovani e vecchi. In altra cella son le figure di Don Ercole e di Ferdinando III, entrambi camuffati da monaci [pg!384] che giocano a carte. Ritratti più fedeli dei due personaggi non offre nessun monumento della Sicilia. Nelle frequenti visite fattevi col Principe di Butera dal 1799 in poi, S. M. riconosceva siffatta somiglianza, e non poteva trattenersi dal ridere vedendosi convertito in trappista, lui così acerbo nemico del silenzio, rumoroso nel parlare, sghignazzante nel ridere.
Idillio perpetuo di anime innamorate, la villa Valguarnera era la reggia tra le case principesche della verde vallata. I padroni vi tenevano corte bandita di cavalieri e di dame, di amici e di vassalli, di servitori e di valletti, ai quali offriva comoda residenza in ampie stanze, grandi saloni con quadri, pitture ed ornamenti, un teatro artisticamente decorato ed orti e frutteti e boschetti e giardini pensili e logge e cortili e fonti e statue e quella Montagnola che è la più deliziosa delle colline, il più giocondo asilo della pace e della poesia. Man mano che si va su pei larghi avvolgimenti di quella vetta, l'occhio si perde, tra i due promontorî, nella vista del mare turchino, nelle lontananze cerulee, nelle varietà di colori distribuiti su ruvidi macigni, e di fughe e degradazioni di luce per valloncelli e falde e costiere; e nel salire un amorino impone col dito sulle labbra silenzio; un genietto ti sorride lietamente, una Diana ti invita alla caccia, una baccante ti danza e un Polifemo fistoleggia quasi per farti cantare l'arietta del Metastasio scolpita ai suoi piedi:
Se scordato il primo amore....527
[pg!385]
A tanta profusione di ornamenti e di doni di natura il gusto dei patrizî spese tesori. Gli artisti più illustri vi tornarono sempre, chiamati a gareggiare di affreschi, di tele, di sculture, di ornati, che attestavano non solo il merito loro, ma anche il senso squisito dei signori che li chiamavano e largamente li retribuivano.
«Ma oh! quale contrasto all'atticismo della Valguarnera è la farnetica villa di Palagonia!» esclamava Rezzonico della Torre un giorno che recavasi a Bagheria insieme col Pretore di Palermo Duca di Cannizzaro, col Principe di Grammonte cognato di lui e col Duca Calvello (19 agosto 1793).
La triste fama di essa gli era giunta a traverso le pagine quasi incredibili dei viaggiatori che l'avean preceduto. Egli conosceva Brydone e Riedesel, Houel, de Saint-Non, e forse de Borch e Bartels. Ma il Cannizzaro ne ricordava altri, e più d'una volta avea sentito raccontare del gentile Vicerè Caramanico, — che avealo tenuto a pranzo, — d'un valente poeta e naturalista tedesco, il quale pochi anni innanzi vi si era fermato pieno di sbalordimento, ripetendo non si sa che frasi di sdegno e di orrore. Evidentemente parlava di W. Goethe, recatovisi nella primavera del 1787528.
Ora la fama era inferiore al vero circa i mostri della villa. Rezzonico trovava il viale spogliato di moltissimi gruppi e busti e vasi che preludevano a quelli fiancheggianti all'abitazione. Erano stati 200 e ne trovava [pg!386] appena metà, che riddavano all'occhio e alla fantasia di chi li guardasse.
«Sembravami il castello di Circe o di qualche fata, che di lemuri, di larve, di farfarelli popolando loggie e tetti ed archi e viali godesse atterrire, deludere, affascinare i pellegrini con istrani ludibrj infernali, ed apparenze grottesche di uomini, di animali e di mostri insieme accoppiati e misti. Qui vedi sopra un sol corpo annestate più teste umane e ferine, ciclopi non solo triocoli ma sestocoli, orecchie d'asino, di capra, di cinghiale e tempie d'uomini affisse, demoni che abbracciano streghe o suonano violoni, e vanno imbacuccate di larghe parrucche e di folte ricciaje anuti, cercopitechi, policefali, gerioni e pagodi indiani...»529. E se hai forza di resistere, vedi un uomo che cammina su due teste e sopra un piede, con occhi sul collo; e una testa collocata a mezzo lo stomaco, e una testa di toro sul corpo di un uomo appoggiantesi sulla coda d'un pesce530.
Completava tanta aberrazione di spirito del fondatore Gravina e del suo discendente Ferdinando juniore la palazzina, nella quale di sopra, di sotto, di fronte, ai lati, di dietro sei immensurabili specchi milliplicavano capovolti i visitatori e le visitatrici, con effetti indecenti. La fantasia e la mano di cento artisti e di cento artigiani erano state esaurite nelle multiformi decorazioni interne arrampicantisi su per gli angoli delle pareti, per gli stipiti delle aperture, fino alle volte, tempestando di rabeschi disordinati, di frutti e conchiglie [pg!387] sciupacchiate in mostriciattoli paurosi, il più piccolo spazio che rimanesse libero. V'eran sedie di inestimabile valore, di dorature eleganti e di marmi torno torno al soffice piumaccio: chi spensieratamente vi si adagiasse, sentiva spilli ed aghi acutissimi.
Centomila scudi furon buttati in tanta follia: e quando l'opera parve compiuta, il Principe Ferdinando non cessava di ripetere soddisfatto «di avere avuto al mondo l'abilità di dar supplemento alla creazione degli animali lasciata imperfetta da Domeneddio»531; ciò che dava piena ragione al Meli di comporre l'arguto epigramma:
Giovi guardau da la sua reggia immensaLa bella villa di Palagunia,Unni l'arti impietrisci, eterna e addensaL'aborti di bizzarra fantasia.«Viju, dissi, la mia insufficienza;Mostri n'escogitai quantu putia;Ma duvi tirminau la mia putenza,
Eppure quelle statue, parto di menti inferme, chi sa non debbano, nel concetto creatore, raffigurare dei nobili contemporanei, tra' quali la misantropia o la stravaganza dei Palagonia non trovava comunione!
Durante la villeggiatura, gli annoiati della vita cittadina ricevevano in queste loro reggie; e l'abituale splendore della città sfoggiavano pure nei lauti pranzi, nelle brillanti conversazioni, nei giuochi arrischiati, nei [pg!388] passatempi cavallereschi. Pei giardini, per le tenute pare ancor di sentire l'eco tarda ma sempre lieta del nitrir dei cavalli, del sonare dei corni, dell'abbaiar delle mute, del richiamo dei bracchieri e dei fischi e bussi delle battute di caccia, come delle sonagliere dei cocchi principeschi, al chiudersi del secolo, superbi della presenza di Re Ferdinando.