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La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1 cover

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1

Chapter 3: Capitolo I.
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About This Book

Quest'opera ricostruisce la vita pubblica e privata di Palermo nell'ultimo ventennio del Settecento, descrivendo lo stato politico ed economico, le istituzioni municipali, l'igiene urbana e i bandi cittadini. Offre dettagli su senato e corporazioni, sui cartelli e sulle satire popolari, sulla diffusione di idee rivoluzionarie e sulla poesia politica, oltre a pratiche di viaggio per mare e per terra, corsari, locande, posta, portantine e carrozze. Analizza l'assenza dei proprietari e la condizione dei campagnoli, il fasto nobiliare, i divertimenti, le mode, i lutti, le passeggiate e le villeggiature, combinando documenti ufficiali, diari di viaggiatori e materiali poetici per ricreare costumi e consuetudini.

Capitolo I.

STATO POLITICO ED ECONOMICO DELLA SICILIA NELLA SECONDA METÀ DEL SETTECENTO.

Chiamato al trono di Spagna Carlo III, la doppia corona di Napoli e di Sicilia passava al minorenne figliuolo di lui, Ferdinando6. Le riforme iniziate dal sapientissimo Principe venivano proseguite e fecondate dall'accorto Ministro Tanucci, educato ai principî di Montesquieu e di Hume: e l'Isola avviavasi ad altre riforme economiche, civili, sociali per quanto lo consentissero i tempi, a grandi novità poco disposti e pieghevoli.

La lieve scossa recata alla istruzione pubblica dalla espulsione dei Gesuiti (1767) veniva riparata dal savio provvedimento che assegnava il cospicuo patrimonio della Compagnia alla beneficenza, agli studî ed alle scuole che dappertutto si aprivano. Ustica e Pantelleria, approdo temuto di barbareschi, si venivano colonizzando. Le imposte, già lasciate alla capricciosa violenza di avidi appaltatori, passavano al Governo, che men dura dovea renderne la riscossione. Si abbandonava il monopolio dei grani e del tabacco; ed intanto che miglioravasi [pg!2] il Monte di Pietà, si volgeva l'animo alla censuazione dei beni comunali; e, per quelli della chiesa richiamavasi la legge dell'ammortizzazione di Federico II lo Svevo: richiamo seguìto, a breve distanza, dal divieto ai chierici di farsi agenti nei tribunali.

L'abolizione del S. Uffizio riempiva di gioia anche gli stessi ecclesiastici.

L'opera di rinnovamento progrediva rimediando a vecchie ingiustizie.

Dignità e titoli, sotto il dominio spagnuolo smisuratamente cresciuti nel ceto nobile, si trovavan di fronte al ceto medio, che guadagnava in diritti civili assurgendo a dignità non prima raggiunta. Molte disuguaglianze e prerogative alla medio evo cadevano in oblio; e la libertà e la indipendenza personale gradatamente si affermavano. Ai vassalli, numeri senza personalità, senza ordine, senza grado, concedevasi facoltà di lavorare fuori del territorio del signore: concessione addirittura rivoluzionaria in un tempo in cui nessuno di essi potea, senza permissione del Barone, trasportare da un luogo all'altro il proprio prodotto, nessuno allontanarsi dalla sua residenza7. Toglievasi per tal modo vigore a certi diritti angarici e contrattazioni di servigio, traducentisi, quelli in monopolî commerciali, queste in servitù personale. In altri termini, se il feudalesimo vigeva, gli abusi ne erano in gran parte aboliti, e la capacità giuridica delle persone rimaneva appena limitata dai vincoli che tuttavia inceppavano gli agricoltori [pg!3] nelle terre feudali, e che in ogni occasione venivan prescritti o almeno mitigati8.

Intanto che promoveasi la costruzione di legni nell'Arsenale di Palermo9, si deliberava quella di otto grandi strade rotabili per oltre 700 chilometri (1778), ma il voto dovea attender dell'altro il suo compimento.

Un intrigo di Corte spingeva nuovo Vicerè in Sicilia Domenico Caracciolo10, il quale, informato alla politica anti-feudale ed anti-ecclesiastica del Tanucci, usanze e pratiche arditamente, benchè non sempre ponderatamente, affrontava; pur qualche volta costretto a ritornare sopra i suoi decreti o per revocarli o per ammollirne la durezza.

Tra energici richiami forzatamente riducevasi dal 5 al 4% la rendita che lo Stato pagava per soggiogazioni; e se per alcun grave interesse di casta i tre bracci del Parlamento, quasi sempre uniti, erano in alcune quistioni in disaccordo tra loro (come quando il baronale chiedeva una legge contro il lusso e l'ecclesiastico un regolare catasto che comprendesse i beni ecclesiastici e feudali), l'accordo regnava sempre completo in tutto ciò che fosse bene del paese, e che servisse ad infrenare l'autorità regia o viceregia prevalente alla parlamentare. [pg!4] Laonde unanimi si opposero al Caracciolo medesimo, che il Parlamento volea chiamato congresso, e contributi i donativi (1782).

Sotto le terribili impressioni del tremuoto del 1783, Messina, ridotta a desolazione, otteneva il porto franco: provvedimento non bastevole a distruggere, ma efficace ad attenuare le conseguenze dell'immane disastro.

Mentre da un lato si proponeva il censimento dei beni feudali, dall'altro si restringeva — sgradito colpo alla feudalità — il mero e misto impero, che ogni dì si stremava di forze.

Dello scoppio dell'89 in Francia, la Sicilia, per ragioni feudali, civili, ecclesiastiche diversa da quella, non si risentì gran fatto; perchè se in Francia il terzo stato abbatteva nobiltà e clero, in Sicilia, clero e nobiltà sostenevano i diritti del Parlamento, qualunque essi fossero e per quanto logorati dalle leggi e dal tempo. L'aristocrazia e gli ecclesiastici aveano in sè tanto da esser giudicati liberali; la potestà regia, per assoluta che fosse, rompeva contro tutto un ordinamento, ch'era guarentigia dei diritti della nazione siciliana11.

Quale codest'ordinamento, non è chi non sappia. Per antico istituto, non prima che la proponesse il Parlamento poteva il Re decretare una legge; nè decretata, derogarvi da sè; nè, se penale e non proposta dal Parlamento, farla valida per più d'un anno12. Il Re stesso, soggetto alle leggi dello Stato, non avea facoltà di far cosa che tornasse in pregiudizio delle [pg!5] Costituzioni, essendo lecito a' custodi di esse fin lo impedire la esecuzione dei sovrani decreti13. Le basi della monarchia riguardavano come incompatibile presso i privati l'esercizio del mero e misto impero: e le concessioni che si vantavano, erano precarie ad arbitrio del Re14. Ovvio pertanto il supporre come nessuna gravezza potesse dal supremo Capo dello Stato imporsi senza il suffragio del Parlamento, salvo che non intervenissero certi casi stabiliti da Giacomo d'Aragona; e medesimamente come nessun mutuo coattivo di danaro e di generi, non istimato necessario da quello, potesse dal monarca decretarsi15.

Alle cariche dello Stato volevansi preferiti gli uomini virtuosi. Il Parlamento, sola autorità di punire i delitti dei magistrati e di altri pubblici funzionarî16. Condizione poi notevolissima: il Governo non avea un esercito; la forza era nelle mani del popolo.

Quale diversità di ordinamenti da quelli di Napoli! E frattanto quale disparità di trattamento per opera del Governo centrale! [pg!6]

Un testimonio non sospetto di sicilianesimo, dopo di aver visitata nel 1778 l'Isola, scriveva:

«Questa bella parte dei dominî del Re di Napoli, dove fiorisce un milione di uomini; alla quale la natura prodiga i suoi tesori; che in altri tempi nutrì i Romani, e che ad Atene, a Roma, all'universo intero diede d'ogni ragione capolavori d'arte, è da secoli abbandonata ai Vicerè ed all'Etna! I Siciliani son ritenuti a Napoli come stranieri; alla Corte, come nemici. Si crede che vessarli sia governarli, e che per averli sudditi fedeli se ne debba fare schiavi sommessi. La Sicilia è dal Ministero riguardata come un'escrescenza incomoda; la Corte non vede se non Napoli»17.

Nel 1795 scendevano i Francesi in Italia: e nobili ed ecclesiastici profondevano denaro ed armi per difendere il paese. Solo pochi ardimentosi cospiravano a favore dei Repubblicani d'oltralpe, impromettendosi per siffatto espediente il bene dell'Isola; ma il nobile tentativo aveva il suo epilogo nel taglione di F. P. Di Blasi e nel capestro dei suoi compagni.

Stremato per gli ultimi donativi ordinarî e straordinarî lo Erario, un decreto del 1798 imponeva la consegna degli ori e degli argenti delle chiese e dei privati, il compenso dei quali assicurava con mendaci promesse. Larghe e tutt'altro che cordiali le consegne, ma alla bisogna insufficienti: quando il 26 Dicembre, inattesa, sbigottita, chiedente asilo, giungeva la Corte.

Da quarant'anni Ferdinando III regnava in Sicilia, e in quarant'anni non s'era mai sognato di mettervi [pg!7] piede. Nel 1792 il milanese Gorani avea detto: «I Siciliani si dolgono che il loro Re non li abbia mai visitati, che non siasi mai messo in grado di conoscere i loro mali, che li lasci vegetare sopra un suolo pel quale soltanto la natura ha fatto tutto»18. Quattr'anni dopo le cose erano immutate. «I Siciliani, osservava Hager, non vedono il loro Re, che pur vorrebbero vedere, e pel cui figliuolo [Francesco I] è stato preparato il palazzo reale di Palermo. Ferdinando viaggia per Genova, per Vienna, per Francoforte; ma non viene mai in Sicilia. Egli rimanda sempre questa venuta, e così è passato tanto tempo»19. Quando venne, un'eco sgradevole di Napoli rimpiangeva aver egli barattata la vecchia residenza di terraferma con la nuova dell'Isola!20.

No, non si poteva essere più ingiusti verso la Sicilia generosa!

Non ostante il lungo, semi-secolare rinnovamento che abbiamo fugacemente seguito, preludio della vita del secolo XIX, l'Isola rimaneva in tale depressione morale e materiale che a noi tardi nepoti parrà quasi incredibile. Palermo, la stessa Palermo, partecipava a quella condizione di cose, triste e dolorosa ad un tempo, nella quale di fronte alla sprezzante ricchezza brancolava dimessa la povertà; accanto alla dottrina profonda balbettava la crassa ignoranza. Quivi il culto sublime [pg!8] della Divinità si confondeva con la superstizione delle pratiche, lo smagliante corteo nuziale s'incontrava nel Cassaro col lugubre cataletto: e con periodica, alterna vicenda si urlavano sguaiate canzoni carnevalesche e si biascicavano paternostri di quaresime penitenti: e recenti licenze di usi venivan cozzando contro viete restrizioni di consuetudini, e leggi severe contro applicazioni negligenti, ed aspirazioni sincere al bene contro accidiose attuazioni di esse.

Gli è che tutto un avanzo increscioso di abusi e di miserie gravava sulla società. La forma del reggimento interno, rimettendo al Parlamento la spartizione delle imposte, non tutelava abbastanza l'infima classe da aggravî talvolta superiori alle sue forze. Se nobili e civili ne aveano il modo, la povera gente non poteva sopportare pesi, i quali, come quelli de' Baroni alle loro terre, incombevano alle città; dove, come dappertutto, pel comun difetto di agricoltura, di sicurezza, di commercio, di comunicazioni, di pubblica igiene, miserrime eran le condizioni, rese anche intollerabili dalla mancanza di un codice, dalla cattiva amministrazione della giustizia, non sempre controllata nè sempre controllabile da un magistrato esaminatore della condotta dei ministri del Regno21.

Oh come avea ragione quel patriotto siciliano che nel 1790 diceva a J. H. Bartels: «Il suddito dell'Isola è tutt'altro che lieto. Se egli alza per un istante il capo, un singhiozzo gli si sprigiona dall'animo!»22.

[pg!9]