Capitolo III.
PULIZIA E CONDIZIONI IGIENICHE DELLA CITTÀ; BANDI DI PALERMO!...
Una delle ultime forme, e forse l'ultima, di quella specie di magna charta della pulizia urbana, che nel suo complesso organico apparve nel 178284, sul finire del secolo ammoniva gli abitanti di Palermo de' loro doveri «per il mantenimento e limpidezza delle strade di questa città e suo territorio».
Il 22 aprile del 1799, infatti, con tanto di visto del Principe di S. Giuseppe sindaco, veniva bandito un lunghissimo ordine regio pel decoro e la nettezza della Capitale e per la salute dei suoi abitanti.
Chi ne scorra oggi i cento e più articoli, non può non riconoscervi un documento di civiltà moderna: e vorremmo tutto metterlo sotto gli occhi del lettore [pg!56] se dal farlo non distogliesse la soverchia lunghezza di esso.
Nella impossibilità materiale di riportarlo nella sua interezza, noi dobbiamo contentarci di un magro spoglio delle cose più utili a far conoscere usanze inveterate, e, con esse, condizioni topografiche, interne ed esterne della città, in mezzo alle quali si movevano padroni e servi, venditori e compratori, pedoni e cavalieri, femmine e donne; e carrettieri e vetturali e boari e panicuocoli e fabbriferrai e fallegnami e rigattieri e perfino cenciaiuoli e spazzaturai.
Il dettato del bando conserva l'antica nomenclatura, dal popolo così bene intesa, specchio fedele di quella lingua mezzo siciliana, mezzo italiana, nella quale esso venne originariamente composto.
A quello tra' lettori che non tutto potrà comprendere, gioveranno senza dubbio le spiegazioni intramezzate al testo; ma forse non basteranno, perchè troppo di dialetto e di antiche istituzioni locali, non a tutti i Siciliani d'oggi note, risentono questi documenti, avanzo d'un tempo oh! quanto diverso dal nostro.
Cominciamo la lunga rassegna.
D'ordine del Vicerè e ad istanza della Deputazione per le strade si ordina:
«che nessuno, e specialmente padroni di botteghe e conduttori, possa piantare focolai in mezzo le strade, dentro o fuori città, senza licenza, per non dare incomodo al pubblico passaggio; e caso mai, il cufolaio (focolaio) non sia più di palmi due, appoggiato al muro delle botteghe proprie e non già in mezzo le strade; che nessuno getti fuori di casa immondezze (spazzatura), [pg!57] che la sterratura ed altro materiale di fabbricatura sia portato in luogo designato fuori città, senza seminarlo per istrada, sotto pena di doverlo riprendere; che i fumalori (spazzaturai) che raccolgono immondezze, non debbono sporcare le strade; che ogni persona che abbia casa, debba ogni mattina scopare innanzi di essa la polvere, di estate, innaffiando, e il fango d'inverno, fin mezzo la strada raccogliendo in monzelli (mucchi) quella roba ad un lato della rispettiva casa o bottega fuori la rispettiva sponda delle abitazioni senza impedire il passaggio, così come con le immondezze interne, che poi dai soliti animali per le immondezze possono essere portati; ma, in ragion dei bandi 10 ottobre 1747, 20 novembre 1751, 18 aprile 1757, 12 settembre 1775; che nessuna persona possa gettar dalle finestre, balconi, aperture, porte, acqua lorda, di bagni, orina, bruttezze, immondezze ecc. di giorno e di notte; che le bancate, pinnate di botteghe, caciocavallari, fogliajoli, mercadanti, drappieri85, pannieri, orologiari che sono oltremisura siano ridotte alla misura voluta, di palmi 4 la pinnata, 2 palmi la bancata; che non si lascino di notte fossi praticati di giorno».
Contro l'ingombro delle vie:
«E perchè li costorieri (sarti), spadari, cappellieri, scarpari, scrittoriari (moganieri), maestri d'ascia d'opera gentile e opera grossa, bottegai (fruttivendoli), venditori di qualunque genere di comestibili ed altre persone di qualsiasi mestiere ed arte, anche quelli che non hanno [pg!58] bottega, si mettono tanto nella strada Toledo e Macqueda, quanto nell'altre strade e nelli luoghi pubblici di questa città e sobborghi con sommo detrimento, con sedili, percie, rastelli, cartelli, cannestri, boffette86 ed altri, con le quali si viene ad impedire il pubblico passaggio alli cittadini, con qualche pericolo, e particolarmente nel Cassaro di questa città, ove vi è la frequenza delle carrozze, talmente che non si può sopra la sponda seu catena della strada Toledo e Macqueda nè per altre strade camminare.... così vien fatto divieto che più oltre si continui con questi abusi».
Assoluta è la proibizione che si occupi in un modo o in un altro il suolo pubblico:
«I venditori sia per giuoco di cannamelli o di granata, o di miele d'apa87 o venditori di fichi d'India che non si possano situare nel Cassaro o Strada Nuova, Quattro Cantonieri, piano della Corte, Piano delli Bologni e della madrice Chiesa, siano obbligati tener limpie e nette così delle foglie di dette cannamele, delli sopravanzi delli granati, delle scorze di fichi d'India ed altre immondezze, che facciano li suddetti venditori nelle banchette del Cassaro e Strada Nuova, purchè non impediscano il passaggio al pubblico in quelle parti ove saranno dalla Deputazione per le strade situati; come pure li venditori di fichi d'India, che vanno camminando per la città con le cartelle (corbe), non possono fermarsi in nessun luogo portando con essi altra cartella per cogliere le scorze di detti fichi, e questo per [pg!59] non sporcare li luoghi, strade e fontane pubbliche; come pure lo stesso si proibisce alli venditori di celsi neri (gelse more).
«E più essendosi osservato che tanti tengono nelle strade, avanti le loro rispettive porte, delle mangiatoie per cavalli, asini, muli ed altri animali, con grave pericolo ed incomodo di chi passa, si ordina che fra il giro di giorni 15 dalla pubblicazione del presente bando si debbono disfare».
E per altre maniere d'ingombri delle vie:
«Avendosi osservato la mostruosità delli venditori di robbe, che si situano nelli Quattro Cantonieri di questa città, con perdersi la visuale di quel bellissimo ornamento, come di essere di impedimento al pubblico passaggio; per tanto si ordina, provvede e comanda che nessun venditore di qualsiasi robba abbia in avvenire da pratticare detta vendizione o situazione di robbe per venderle, come quelle portarle in altri luoghi e per tutto il Cassaro e Strada Nuova88.
«Nessuna persona possa fare ascare (fendere) legni, nè scaricare qualunque sorta di robba, ferro ed altro sopra le strade balatate (lastricate) di questa città; come pure non accendere, nè fare accendere fuoco per non devastarsi le dette strade balatate».
Tra le altre disposizioni, ve n'è una che permette ai chiodaiuoli di piantare le loro tende e fucine solo nella Piazza Marina, rimpetto alla Vicaria, nella piazzetta della Chiesa di S. Sebastiano, e sotto gli archi [pg!60] di S. Giuseppe dei Teatini, nell'attuale via Giuseppe D'Alesi.
Un'altra vieta ai carri da buoi carichi di pietre di passare per la via del Borgo, dal ponte di S. Lucia a Porta S. Giorgio, perchè la renderebbero impraticabile e guasterebbero i fossati del Bastione presso quella porta; e indica la via da tenere, per la cui manutenzione i padroni di carri si erano obbligati con atto notarile.
«Si è osservato che altrettanta mostruosità apportano ed impedimento al pubblico passaggio l'essere collocati nelli Quattro Cantonieri sino alla punta delle banchette le sedie portatili (portantine), essendo anche causa di perdersi detta visuale ed impedimento al pubblico passaggio; intanto si ordina che d'oggi innanti le suddette sedie si dovessero situare e collocare in dette Quattro Cantonieri e nella Strada Nuova e nel muro della Chiesa dei PP. Teatini una dopo l'altra in fila, con lasciare libero il passaggio su la sponda, seu catena, per il commodo del pubblico. Siccome anche tutte l'altre sedie nel Cassaro e Strada nuova avessero da praticare lo stesso».
Non era vigilanza che bastasse ad infrenare cocchieri e portantini, abituati a qualunque abuso, e coloro che si lasciavano condurre in carrozza o in sedia volante.
Perciò provvedimenti richiamati in vigore dalla Deputazione per le strade fanno fede che nel sec. XVIII, come, del resto, nel XIX e nel neonato XX, certe pratiche persistevano inalterate. Un bando di quattr'anni prima, che è uno dei tanti sui medesimi inconvenienti, suona così: [pg!61]
«Che i conduttori di bestie da soma entrando in città camminino e conducano a mano o per le redini le rispettive vetture.
«Che ogni carrozza che cammina [non] si fermi a capriccio o col pretesto di volere o il padrone o il cocchiere discorrere con altri.
«Che nel passeggio della Marina si vada in più di due file di carrozze e sedie volanti, dovendosi lasciare vacuo il centro o mezzo per libertà di S. E.»89.
L'abate Cannella, che l'avea contro Mons. Lopez, avrebbe potuto applicare a lui l'eterno rinfaccio del Cicero pro domo sua.
E di vero, il vanitoso Presidente non pensava se non alla sua libera passeggiata nello spazio libero tra le due file di carrozze; pure stavolta il Lopez riproduceva sic et quatenus gli ordini dei suoi predecessori.
La malattia delle fermate nel Cassaro è antica quanto la carrozza e la portantina, quanto lo spagnolesimo, quanto lo spirito aristocratico, potremmo anche dire quanto il comodo umano. Un bando del Vicerè Niccolò Pignatelli, Duca di Monteleone, ordinava nell'Agosto 1720 «che nessuna carrozza, sterzino o sedia volante possa fermarsi al Cassaro o alla Marina durante il passeggio; e chi voglia fermare qui a sentire la musica deve mettersi in una delle due file rimanendo quella di mezzo pel libero passaggio del Vicerè»90. — Proprio come nell'anno 1775, quando il secondo Marcantonio [pg!62] Colonna richiamava in vigore la medesima disposizione91; proprio come nel 1795!
E non diverse le pene ai contravventori, anzi più gravi delle solite: «I cocchieri, la frusta e quaranta sferzate o zottate del carnefice sopra un cavalletto nella piazza Vigliena; i padroni, la multa di onze cento o la perdita istantanea con la vendita irremissibile nella medesima piazza della carrozza, o calesse, o biroccio, o corso, o tariolo»92.
Le provvide ordinanze di pulizia pubblica, richiamate in vigore nel 1799, trovavano compagne non meno provvide contro tutto ciò che potesse anche lontanamente nuocere al comodo ed al decoro della città. Assidue le cure che il Senato prendeva degli alberi copiosi e folti ond'eran pieni e ornati i dintorni di essa; incessanti le premure di accrescerne il numero e la estensione fin dove gli espedienti finanziarî e la natura del suolo il consentisssero: onde il proponimento di piantarne nella montagna di Gallo, che si vagheggiava d'imboschire93. Guardie all'uopo destinate ne avean la custodia; carrettieri con botti, l'annaffiamento; frati di varî ordini, la potagione94. In casi rari minacciavasi e senz'altro [pg!63] applicavasi la pena dell'esilio a chi si permettesse di metter la mano devastatrice sopra uno di quegli alberi95.
La seguente ordinanza dimostra quale senso di estetica e di igiene fosse negli antichi amministratori del Comune:
«Osservandosi da questa illustre Diputazione delle strade, che di giorno in giorno vanno mancando e seccando gli alberi di pioppi, olivi ed altri, piantati nelle strade che conducono da Porta S. Giorgio sino al Molo e sino al Ciardone, per dare non meno il comodo a' cittadini di passeggiare ne' tempi caldi e di rendere vieppiù magnifica la strada, per causa che li padroni delle case, casini, luoghi od abitanti di essa, in mille modi e maniere artificiose, li fanno desiccare e recidere e scorticare; quindi la Diputazione, volendo ciò evitare, si è rivolta al Re, il quale ha ordinato gravi pene pei trasgressori chiamando responsabili i proprietari delle case e casine vicine e obbligandoli a ripiantare il doppio degli alberi recisi, spiantati, scorticati, mircati, scomparsi».
Gli ordinatori della pulizia urbana del sec. XX non sanno che la esperienza del passato era stata guida di coloro che prima, assai prima di loro, avevano studiato argomento così multiforme, ed importante per la vita pubblica e privata. Eppure essi non hanno se non ripetuto inconsciamente quello che avevano detto e fatto i nostri vecchi. La esperienza è maestra: e la esperienza aveva insegnato quanto gravi fossero le conseguenze di una dimessa pulizia stradale ed a quali [pg!64] pericoli si esponessero gli abitanti trascurandone certi particolari apparentemente frivoli. Chi presume il contrario, sconosce la vita di casa sua, che è vita di quella grande famiglia che è la patria.
E poichè pulizia ed igiene si danno la mano, gli Archivi della città e dello Stato ci offrono altre disposizioni acconce alla tutela di questa. Ma per poco che voglia farsene la rassegna, si resta non solo confusi al numero di esse, ma anche disillusi della vantata nostra sapienza del genere.
Nel periodo che ci sforziamo d'illustrare sono disposizioni di tempi anteriori. Ne rileviamo due, documenti della saviezza di molte altre.
Un nuovo bando del Pretore Marchese di S. Croce ordinava la buona qualità del tabacco (1785). Altro se ne rinnovava ogni anno per le modalità della immersione dei lini e del canape nei fiumi e pel seminato dei risi.
Tanta ragionevolezza di provvedimenti, se ben seguita, avrebbe dovuto far di Palermo una delle più pulite città d'Europa; ma, purtroppo, non era così. La Capitale dell'Isola era molto lontana da ciò che il suo magistrato si sforzava di avere. Ci sarebbe da giurare che tutti gl'inconvenienti previsti, tutte le imitazioni designate, tutte le licenze minacciosamente vietate, eran pratiche d'ogni giorno, d'ogni ora. Oh! è proprio il caso di esclamare: Bandi di Palermo e privilegi di Messina! Solo a fermarsi sulla tanto desiderata nettezza delle strade c'è da arrossire.
D'inverno le vie eran piene di mota; d'estate, di polvere. In una solenne adunanza dell'Accademia [pg!65] del Buongusto nel Palazzo del Principe di S. Flavia, in onore del Marchese di Regalmici, Onofrio Jerico conchiudeva con questa spiritosa sestina una sua laude al riformatore energico della città:
Dixi. Però 'na grazia v'addimmannu:Com' 'un aju carrozza e vaju a pedi,Vurria li strati netti tuttu l'annu.O fangu, o pruvulazzu chi arrisediSfascia li scarpi, allorda li quasetti,
A qualche cosa il Senato rimediava con la famosa botte di Giacona, che dal 1746 offriva un modo pratico d'annaffiare le vie: una botte sopra un carro, che al davanti avea un mulo, e di dietro, con le spalle al carro medesimo, un uomo il quale, cianchettando ritroso, veniva dimenando a destra ed a sinistra un grosso tubo di pelle sulla molesta polvere.
Povero Giacona! Il pubblico ingrato tradusse la tua manichetta in un gesto somigliante a quello dell'annaffiatore, e in un motto che non risponde alle tue ingegnose intenzioni, per le quali un annuale servizio di 70 onze potò esser compiuto con sole 40!97.
Secondo un'antica ordinanza, passata in uso, ogni popolano ripuliva al far del giorno il tratto innanzi all'uscio di casa sua, come ogni mercante del Cassaro quello innanzi il suo negozio.
Goethe però il 5 Aprile del 1787 se la pigliava con un merciaiuolo, e per esso coi Palermitani, «che lasciavano [pg!66] ammucchiare, diceva lui, innanzi lo botteghe tante immondezze98, che poi il vento ritornava alle botteghe medesime»; ed il merciaiuolo, malizioso, gli faceva osservare che «coloro ai quali spettava di provvedere alla pulizia aveano grande influenza, e non si riusciva ad obbligarli a fare il loro dovere. Se si sgombrasse, aggiungeva, tutta quella lordura, verrebbe in luce lo stato miserando del sottostante selciato, e si scoprirebbero le malversazioni della loro disonesta amministrazione» (Oh! come il mondo è sempre lo stesso!).
Concludeva poi scherzando: «le male lingue dicono essere la nobiltà quella che favorisce questo stato di cose, affinchè le carrozze, andando di sera alla passeggiata, possano proceder senza scosse, sopra un pavimento meno duro»99.
Ma quel merciaiuolo se non conosceva la storia del suo paese, se non sapeva che già fin dai primi del quattrocento esistessero disposizioni per la pulitura delle vie, se ignorava che nel 1600 il Comune avea dato in appalto lo spazzamento ed annaffiamento giornaliero delle varie strade e piazze100; poteva almeno dire a Goethe, cosa della quale egli era testimonio, che otto anni innanzi (7 Ag. 1779) si era concertato la spazzatura [pg!67] del Cassaro e della Strada Nuova in una maniera più rispondente allo scopo. Poteva fargli osservare che certi carrettieri aveano impegnata con gli ortolani la spazzatura; anzi, come s'è visto in principio di questo capitolo, per antico decreto del Senato, le bestie da soma che entravano in città cariche di ortaggi non potevano uscirne senza la spazzatura delle famiglie, tanto nociva alla pubblica salute quanto utile alla agricoltura101; e che i padroni delle botteghe pagavano un bajocco (cent. 4) l'uno, per due spazzate la settimana, fatte da 20 forzati. Poteva anche soggiungere, ed egli doveva saperlo di preferenza, che per quanto il Senato facesse e nel Cassaro e nel Piano della Martorana lastricando, ripulendo, non riusciva mai a sbarazzare la immensa mota che le piogge continue vi producevano: difetto comune ad altri punti della città, ed alla Marina particolarmente102.
Quando il Presidente Lopez ordinò delle spazzate periodiche, il Senato non potè se non tornare a destinare una somma ad hoc per l'avvenire, ed affidare a «partitarî» questo servizio per le vie principali e per una volta la settimana103.
D'altro lato, bisogna esser logici. Il merciaiuolo di Goethe doveva sapere qualche cosa, se con un forestiero [pg!68] a lui sconosciuto si apriva intorno ad una pubblica accusa contro coloro ai quali incombeva la sorveglianza della pulizia della città; altrimenti conviene ammettere la solita malevolenza palermitana verso i Palermitani. Chi saranno stati i malversatori aventi l'interesse di non far vedere le reali condizioni del pavimento stradale? «I partitarî (appaltatori) delle strade o i deputati alla nettezza», potrebbe dirsi; ma chi può affermarlo con piena coscienza? Una sola rivelazione ci giunge per mezzo dei diaristi del tempo, ed è: che i «maestri di mondezza» (sorvegliatori di pulizia stradale) non erano immuni da colpe a danno del paese. Forse per loro oscitanza, forse per delittuosità, questi maestri venivano dalla voce pubblica accusati di corruzione; se no, come spiegarsi la sordidezza delle strade ed il lezzo delle carogne di cani e di gatti?
È vero che questo inconveniente non era nuovo; ma gli spazzini addetti a sì bassi servigi, portavano legati alla cintura degli uncini di ferro coi quali rimovevano i ributtanti ospiti.
Stanco di tante porcherie un giorno il Senato mandò a spasso questi inutili o disonesti «maestri»: e senz'altro ne abolì l'ufficio; contemporaneamente provvide alla pulitezza ed al decoro della città con una Deputazione di nobili, la quale con ufficiali adatti rispondesse alla bisogna104. E così fu fatto.
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