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La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1 cover

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1

Chapter 6: Capitolo IV.
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About This Book

Quest'opera ricostruisce la vita pubblica e privata di Palermo nell'ultimo ventennio del Settecento, descrivendo lo stato politico ed economico, le istituzioni municipali, l'igiene urbana e i bandi cittadini. Offre dettagli su senato e corporazioni, sui cartelli e sulle satire popolari, sulla diffusione di idee rivoluzionarie e sulla poesia politica, oltre a pratiche di viaggio per mare e per terra, corsari, locande, posta, portantine e carrozze. Analizza l'assenza dei proprietari e la condizione dei campagnoli, il fasto nobiliare, i divertimenti, le mode, i lutti, le passeggiate e le villeggiature, combinando documenti ufficiali, diari di viaggiatori e materiali poetici per ricreare costumi e consuetudini.

Capitolo IV.

SENATO E SENATORI.

Magistrato supremo della città, il Senato mareggiava tra le giurisdizioni ed i privilegi che re e vicerè per volger di secoli avean profuso su di esso.

Grande di Spagna di prima classe, il Pretore procedeva a sinistra del Re e gli stava di fronte, a capo coperto, nelle cappelle reali. Generale di cavalleria, esso avea il comando supremo di tutte le truppe cittadine. Alle opere filiali del Senato era preposto e sovraintendeva con vigile cura. La Tavola o Banco, fondazione del Comune, avea in lui il mallevadore de' capitali privati; in lui il tutore supremo il Monte di Pietà; lui avea capo la Deputazione di salute, ond'egli traeva facoltà di accordare o negare libera pratica a chi giungesse per mare a Palermo, basso o alto che fosse e di qualsivoglia autorità investito. Mentre vi era un Protomedico del Regno, il Pretore era Protomedico della Capitale con poteri amplissimi sulla pubblica salute e sugli uomini ai quali era essa affidata, sulla igiene e sulla pulizia urbana.

Talvolta egli avea potestà anche criminale, rappresentando l'antico baiulo. [pg!70]

Nelle quattro grandi processioni e fiere dell'anno, il medesimo Pretore, accompagnato da un giudice della sua Corte, girava togato per le strade reggendo in mano il bastone, emblema di giurisdizione per la quiete del popolo. Gli eruditi scoprirono «l'uguale meccanica scritta nella romana Istoria e praticata dai consoli e pretori romani»; come un quissimile degli antichi littori precedenti i consoli vedevano nei contestabili che nelle pubbliche funzioni recavano il bastone sormontato dall'aquila. Tutti ne sapevano qualche cosa; ma sopra tutti D. Pietro Teixejra, storiografo del Senato105.

Per queste ed altre eccelse facoltà, in bocca del Pretore posava la sacra formola: Do, dico, abdico. Col do esso concedeva ai giudici della Corte pretoriana il modo di procedere nelle cause, come l'eccezione ai rei e la possessione dei beni; nel dico concentrava la proibizione dei giorni di giudizio e la restituzione in integrum per le persone; nell'abdico comprendeva il suo diritto in tutte le cessioni sulla legge scritta: nella confisca dei beni, nella vendita di essi all'incanto e via di seguito106.

Dal quale diritto traeva lume e forza quello civile e criminale che egli esercitava sulle carceri del Palazzo pei trasgressori delle ordinanze e dei bandi senatorii e le ingiunzioni al capo di Castellamare nel ricevere questo o quel reo di ceto nobile o civile. [pg!71]

Se questo pare troppo, si pensi che v'era anche dell'altro. Bagheria e Parco eran terre soggette al Senato, che vi esercitava amplissima giurisdizione per mezzo di persone di sua fiducia e da esso delegate. Prima che Ferdinando venisse in Palermo, e pensasse a proclamare città Partinico, ragione di lepido risentimento del Villabianca, che pur vi avea tenute, anch'essa, questa terra, era pel mero e misto impero soggetta al Pretore.

Ce n'era abbastanza, crediamo, per fare inorgoglire non che qualunque patrizio il più modesto cittadino palermitano, che pur sapea di non poter mai e poi mai aspirare, non diciamo alle sublimi sfere del Pretorato, od a quelle alte del Senato, ma alle altre di ufficiale nobile al seguito del Senato medesimo, pel quale un pezzo di blasone era indispensabile.

Il rosso associato al giallo era ed è tuttavia il colore senatorio della città; stemma pubblico: l'aquila d'oro in campo rosso; damasco cremisino le sopravvesti dei contestabili; rosso il drappo delle vesti dei mazzieri, sulle quali si disegnavano vaghissimi fiori d'oro107; rosso scarlatto e giallo la uniforme della fanteria e della cavalleria108, e rosso fiammante le livree dei sei paggi e dei sei cocchieri degli equipaggi.

Questo per coloro che circondavano il Senato; ma i singoli Senatori nelle loro giornaliere funzioni indossavano ordinariamente «il vestito alla francese in giamberga», [pg!72] come ci fa sapere il loro Cerimoniere109; nella mezza festa, toga semplice e cateniglia; nella grande festa, toga, manica ricca e gioie.

Il Pretore dava la intonazione al Senato: e quando avea paggi suoi (e raro è che non ne avesse), il colore della città veniva sostituito dalle livree della sua famiglia. Questa, per la forma e pel colore, si anteponeva talvolta a qualunque altra livrea, perchè indicava l'altezza del casato. Ricordasi in proposito, per analogia di richiamo, che quando il Principe di Paternò Moncada Capitan Giustiziere dovette recarsi nei suoi stati in Sicilia, e trattenervisi alcuni mesi (1780), il Pretore Regalmici ne ebbe la delegazione. Ora l'energico Marchese, zelando più che l'amico assente, si affrettò a fare aggiungere alla Carboniera ordinaria (la quale, come è risaputo, era il carcere di giurisdizione del Pretore, dentro il Palazzo municipale) altra Carboniera per le donne, ma non volle mai uscire a pubbliche comparse con gli ufficiali vestiti in livree Paternoniane110.

La fanteria composta di trenta dragoni era a custodia delle dieci torri di guardia del littorale (torrari); la cavalleria, di quaranta soldati, sorvegliava le spiagge e segnava l'avvicinarsi di barche sospette. Codesti eran detti «soldati di marina», e più tardi compagnia o «milizia urbana», nome sfigurato oggi, con uno de' qui-pro-quo della fortuna di cui il popolo possiede il segreto, in truppa babbana. Questa milizia rappresentava [pg!73] la forza propria del Senato sotto un comandante nobile (Sergente maggiore), un Capitano delle torri, un Alfiere, un Tenente e varî caporali, tutte persone civili; ed ogni anno, il 1º Maggio, veniva passata in brillante rivista. Carlo II nel 1695, confermando il privilegio di questa milizia al Senato, dava ad esso facoltà di assoldarne — in assenza del Vicerè — quanta per la sicurezza del Palazzo senatorio e della lanterna del Molo gliene abbisognasse, investendola dei medesimi onori e trattamenti delle truppe regolari regie, con divisa, tamburi, armi, bandiera e stemma della città.

E qui cade acconcio un richiamo storico strettamente connesso col privilegio di Carlo II.

Ciò che faceva il Senato facevano altri personaggi e comunità. La Compagnia dei barrigelli di Butera era modellata su quella di Palermo, benchè con iscopo un po' diverso. Ventiquattro soldati dragoni con insegne proprie, timpani e trombe correvano frequentemente una parte del Regno con la medesima libertà e giurisdizione delle compagnie reali. La Compagnia di San Cimino, dello stato di Monreale, mancava di stendardo, ma non della facoltà de' barrigelli di Butera: ed il Governo si serviva di essa come di altre compagnie baronali per la tutela degl'interessi e della sicurezza delle terre dei signori, quando le esigenze imponevano estirpazione di banditi, soffocazione di tumulti, od altre gravi pubbliche incombenze. Carlo VI riteneva potere con questo mezzo mettere sul piede di guerra meglio che diecimila uomini111.

[pg!74]

L'uscita del Senato era uno spettacolo sempre pittoresco, che chiamava sulle vie popolani e civili.

La compagnia dei carabinieri di cavalleria della truppa senatoria precedeva con le spade sguainate alle mani: regia preminenza più volte ritolta e ridata dai Vicerè. I contestabili, dalle larghe code, che coprivano muli o cavalli, e dal cappello ad embrici, eran sempre i servi, non sempre fedeli, dei loro Senatori.

Seguivano le tre carrozze del Senato. Di queste diremo particolarmente più innanzi.

Il rullo cadenzato dei tamburi, lo squillo monotono delle trombe ne annunziava il movimento. Quando l'alto Magistrato stava per entrare officialmente in una chiesa, festevole era lo scampanio; quand'era alla vista di un baluardo, spari assordanti d'artiglieria lo salutavano, anche perchè il Pretore era Capitan d'armi o di guerra del Val di Mazzara. Sforniti di cannoni i baluardi e scompigliate le Maestranze armate, queste pubbliche dimostrazioni, gravose al Comune, dannose alle fabbriche dei privati, cessarono. I cannoni che avrebbero dovuto servire alla difesa della patria, servirono per aiuto del Borbone in Napoli.

Le pretese di distinzione si acuivano tra gli ufficiali del Senato. Gli ufficiali nobili alzavano la cresta in faccia ai Senatori, non intendendo subire gradazioni lesive della loro dignità. Gli ufficiali civili li aizzavano facendo con essi quelle che si direbbero congiure di palazzo.

Una volta per la festa del Corpus Domini il Pretore Duca di Castellana, ammalato, delegò, consenziente il corpo del Senato, un senatore; i giudici pretoriani si [pg!75] negarono a prestargli omaggio, e ne seguì un litigio che si portò fino al Protonotaro del Regno112. Il perno della questione era questo: gli ufficiali nobili nelle processioni e in altre pubbliche comparse del Senato devono andare a lato o dietro ai Senatori?

Il Cerimoniale dava ai Senatori facoltà di regolarsi come credevano; ma gli ufficiali nobili non volevano riconoscere questa facoltà, ritenendola arbitraria. I Senatori affettavano indifferenza e tiravan di lungo; ma gli ufficiali sputavan veleno senza neppure ricordarsi della benevola concessione fatta loro dal Senato d'un tappeto sotto le loro sedie113; e tra il pretendere degli uni ed il rifiutarsi degli altri; tra l'imporre di quelli e il disubbidire di questi, si giungeva per lungo, eterno dissidio alla fine del secolo. Celebrandosi nel 1800, presenti i Reali di Napoli, le funzioni della Settimana Santa, il ceto civile faceva una tacita ma severa dimostrazione contro la senatoria dignità: brillava per la sua assenza, come direbbe una frase moderna!

Vecchio ed infermiccio, il Marchese Villabianca ne avea notizia fino a casa, e nel suo Diario consacrava questa nota, che nel decadimento grammaticale accusa lo ingenuo sognatore del passato, il patrizio a cui mancava la esatta visione del presente: «I paglietti hanno disdegno il servire e corteggiare i magnati. Non v'è forma che questi benedetti paglietti per la potenza che hanno nelle mani, di arrivare e conoscer sè stessi, cioè la loro condizione, stato e differenza. La superbia e [pg!76] l'orgoglio li mangia vivi»114. Eppure egli stesso negli anni passati avea biasimato i suoi consorti e lodato le opere pubbliche dei poglietti, tipo dei quali per amor patrio disinteressato il Presidente Asmundo Paternò!

Ma non ci occupiamo di queste miserie, quando ben altro abbiamo da vedere.

Due delle tre carrozze del Senato erano veramente belle. Nella prima andava il Pretore coi Senatori; nella seconda, altri Senatori; nell'ultima, il Cerimoniere, il Segretario e qualche ufficiale nobile. A volte nella prima entrava tutto il Senato; nella seconda, la sua Corte; la terza procedeva vuota per rispetto.

Eccole queste magnificenze!

Montate su traini e sospese con solidi tiranti di cuoio sopra molle, esse sono, all'esterno, ricche di dorature e di dipinti allegorici: all'interno, fulgide per la tappezzeria di raso rosso. La maggiore di queste carrozze somiglia a quella di Carlo X serbata ora al Trianon, ma le ruote son cariche di sculture; e nello insieme ha una linea più armonica di quella della vettura di Caterina di Russia (1773)115.

Donde vengono queste carrozze?

Negli Atti ufficiali troviamo più volte cenno di carrozze pretorie.

Il più curioso è quello del 1789. S. M. accordò al Senato la carrozza dell'abolito S. Uffizio contro il pagamento di onze 46116: il che significa che il Senato prese [pg!77] od ebbe la carrozza, probabilmente di gala, del grande Inquisitore, testimonio degli ultimi atti generali di fede. La trasformazione degli stemmi fu presto fatta: alla croce fiancheggiata dalla spada e dall'ulivo, col terribile motto: Exurge, Domine, et judica causam tuam, venne sostituita l'ardita aquila palermitana col classico S. P. Q. P.

Tre nuove carrozze uscivano l'8 Maggio 1796, festa di S. Cristina. La più bella tra esse attestava non la opulenza del Comune, ma la generosità dei privati. La fecero a contribuzioni proprie il Pretore, i Senatori, il Presidente del Regno ed i nobili, che con singolar munificenza vollero sopperire a questo bisogno del Senato. «Quel Senato, già così ricco e magnifico..., non ha come potere uscire a gala, e deve comparire accattone e cercare la elemosina per farsi una carrozza!», mormorava con profonda tristezza dentro la Biblioteca del Comune P. Giovanni D'Angelo; ed esclamava: «Tempi meschinissimi!... Io di questa mendicità non voglio nè posso ricercar la cagione. La indaghino i nostri posteri»117.

Ma la ragione, se vogliamo indagare la reticenza, può per un momento sospettarsi negli amministratori della città, i quali, perchè in alto, venivano presi di mira da chi stava in basso. Bisogna chiudere gli occhi alla luce per non vedere che, più che alla disonestà degli uomini, convenisse guardare all'indirizzo economico dei tempi ed alle teorie amministrative che conducevano a fatale rovina gli erarî civici.

La nuova carrozza pretoriana era quanto di più [pg!78] splendido avesse prodotto la Sicilia dal dì che veicoli del genere erano stati tra noi costruiti. I più esperti operai ed artisti vi avean lavorato a gara di delicatezza e di maestria, e Giuseppe Velasquez ne coronò l'opera con disegni che destavano l'ammirazione di tutti al vederla passare118.

Il fastigio del Senato non poteva non far gola agli amministratori delle opere filiali di esso, non nuovi alla dignità pretoriana o senatoriale. In seguito a recenti elezioni, i nuovi eletti eran punti dalla bramosia di andare a prender possesso solenne delle loro cariche nelle carrozze del Comune. Una pompa come quella non era da disprezzare! Ed il Principe Conte S. Marco, benchè avesse i suoi superbi equipaggi, la desiderò e la chiese. «In considerazione del merito e della nobiltà di esso principe», il Senato chinava il capo.

L'esempio è contagioso: e quando, compiuto il biennio del S. Marco, il nuovo eletto D. Francesco Statella, Principe del Cassaro, dovette far la funzione del suo possesso, si ricordò con letizia della carrozza officiale e la riconobbe adatta alla sua dignità. Il Senato, obtorto collo, consentiva anche stavolta; ma scorso, per non offender tanto signore, un mese, facea «un appuntamento col quale proibiva di potersi in avvenire accomodare (prestare) le carrozze proprie di esso Senato alle opere filiali per qualunque siasi funzione»119.

Difatti, era troppo che signori di quel grado, i quali quando coi loro equipaggi uscivano sulla via [pg!79] Alloro facevano maraviglia a chicchessia, dovessero cercar la pompa del supremo Magistrato della città!

Prima di lasciare l'ambito veicolo ed il cerimoniale che lo accompagnava anche nelle relazioni col rappresentante del Re, è opportuno un ricordo. Il sedere in carrozza con S. E. tenendo la sinistra, era un'altra delle prerogative del Pretore. Il Marchese Fogliani, che po' poi non guardava tanto pel sottile la distanza tra lui ed il magnifico Senato, confermò praticamente la prerogativa. S. E. il Principe Marcantonio Colonna di Stigliano ne diede benigna conferma al Pretore Principe di Scordia (Dic. 1774 e Marzo 1775), facendoselo sedere allato in una visita annonaria che volle fare con lui per Palermo.

È fama che codesta distinzione avesse voluto una volta arrogarsela il March. di Geraci Ventimiglia recandosi col Vicerè Duca de Uzeda a passeggiare alla Marina, e che questi, per tanta impertinenza, lo avesse mandato in carcere. L'atto del Ventimiglia fu invero audace; ma il nobil uomo non poteva dimenticare di essere il Marchese per eccellenza, in tutta Sicilia120, un piccolo re dei suoi stati con facoltà, dicevasi, di coniar moneta.

Savia consuetudine quella del periodo limitato delle cariche e degli alti uffici; savia perchè impediva il formarsi ed il prepotere di clientele protette da un lato, spalleggianti dall'altro chi siffatti ufficî a lungo s'infeudava. [pg!80]

Non più di due anni, spirati i quali non erano più rieleggibili, stavano in ufficio Pretore e Senatori, i Governatori del Monte di Pietà e quelli degli Spedali, il Deputato per la suprema generale Deputazione di salute e di quella del Molo, delle torri e delle strade; il Deputato della Terra di Partinico e l'altro della Terra di Bagheria ed altri di altre opere filiali. Più rigorosi, perchè più brevi (un anno appena), gli ufficî dei «giudici-senatori della gabella delli 12 tarì sopra ogni cantàro d'olio, della gabella delle teste piccole» ecc.

Di altri dignitarî e di modesti ufficiali urbani pochi quelli che, eletti, aveano da prestar giuramento; e tra essi l'Archivario della Tavola, i Giudici idioti, i Deputati di piazza, i credenzieri della carne, il Pretore, i Senatori, i Capitani delle torri, i Giudici pretoriani, il Capitan giustiziere: persone sulla fede delle quali era riposta la fede pubblica e sulle quali poggiavano le pietre angolari degli interessi cittadini.

«L'ufficio di Senatore per regio dispaccio del 12 Maggio 1775, deve conferirsi ai primogeniti e secondogeniti di famiglie magnatizie, titoli e feudatari con vassalli e tutt'altri nobili, ed atti a tale ufficio, ma con condizione che non usino il titolo di Eccellenza abusivamente fin qui preso, che compete al solo Pretore. La carica di Senatore sarà un passo per conseguire quella di Pretore».

Così scrivea il 26 Agosto 1775 il Villabianca, che pure anni prima aveva detto: «In Sicilia il solo Vicerè esige per forza l'Eccellenza come rappresentante la persona del sovrano»: e Sua Eccellenza era per antonomasia il Vicerè. Quando nell'Agosto del 1774 il Re sostituì [pg!81] la Giunta pretoria (una vera Giunta amministrativa dei tempi nostri), magistrato governativo di revisione degli atti del Senato, al Tribunale del R. Patrimonio: Giunta «composta di cinque ottimati ex-Pretori ed ex-Capitani giustizieri e patrizi della prima segnatura di nobiltà, cioè nati di famiglie pretorie e magnatizie», si pensò anche a questa grave faccenda del titolo. Fu concertato (ed il concerto durò fino al secolo XIX) che il ministro della Giunta pretoria scrivendo al Senato darebbe dell'Eccellenza, firmandosi in pie' della lettera, e che il Senato rispondendo col medesimo titolo non soscriverebbe nè come Senato nè come Pretore, ma col solo nome di Segretario121. E nel sovrano comando del 1775 veniva anche prescritto che i Senatori non dovessero essere obbligati a trattare con l'Eccellenza il Pretore122.

Vecchia costumanza, non mai intermessa, era quella che i nuovi nati dei Senatori in atto fossero tenuti al fonte battesimale dal Senato in corpo. Il battesimo assumeva un carattere di solennità particolare, compiuta con tutta pompa dal Magistrato civico. Quale compare, esso faceva un regalo alla comare, la senatoressa puerpera, alla levatrice, agli ufficiali della parrocchia. La senatoressa riceveva cinquant'onze: e se la puerpera era pretoressa in atto, cento. I Senatori non eran dei vecchi, e le mogli loro, molto meno. Immagini perciò il lettore come procedesse pel pubblico erario questa faccenda di sgravi, di battesimi e di regali! [pg!82]

Non v'era anno che il prolifero Senato non festeggiasse una di queste nobili comari, e che per conseguenza la cassa pretoria non si aprisse per siffatte graziosità123. Nel 1770, in meno di due mesi, la festa si ripeteva due volte: il 17 Gennaio pel primogenito del Sen. Salvatore Valguarnera, Principe di Niscemi e Duca dell'Arenella, funzionante l'Arciv. Sanseverino, e compare il Pretore Regalmici (al neonato veniva imposto il nome di Giovanni, in omaggio al card. Giov. de Buccadoks, Generale dei Domenicani, amico e parente del Niscemi); ed il 10 Marzo per la figlia del Sen. Bernardo Filingeri, Principe di Mirto.

Nel 1782 però abbiamo due begli esempî di dignitoso rifiuto per parte del Principe di Valguarnera e Montaperto e del Duca di Belmurgo, ai quali il Senato avea tenuto a battesimo i figliuoli124. Ma sono rari nantes in gurgite vasto.

Infatti nel medesimo anno la Giunta pretoria permetteva [pg!83] al Senato di cavare dall'erario comunale la solita somma per la puerpera Principessa di S. Lorenzo; nel 1785 per la Principessa di Fiumesalato e per la Baronessa Morfino125, tre pretoresse l'una più fresca e promettente dell'altra.

Nei «Nuovi regolamenti stabiliti per il buono ordine dell'amministrazione dell'annona del Senato di questa città di Palermo e patrimonio di essa approvati dalla Maestà sua con real dispaccio de' 16 Agosto 1788», l'articolo XIII ordinava l'abolizione delle regalie «pelli parti delle mogli del Pretore e Senatori: non essendo giusto che ritrovandosi il corpo amministrato in somma decadenza e sbilancio, gli amministratori, in danno del pubblico, fruiscano delli vantaggi»126. Ma siamo sempre ai bandi di Palermo! Infatti verso la fine dell'anno un nuovo battesimo senatoriale è lì lì per riaprire la cassa del Comune e metterne fuori le vietate e volute cinquant'onze. La senatoressa Marianna Branciforti si sgrava di una vezzosa bambina, la quale deve ricevere il nome di Beatrice. Il Senato si apparecchia al consueto battesimo; ma il Principe di Trabia, Pietro Lanza e Stella, nol consente, non già per l'onore, al quale non rinunzierebbe, ma per la gravezza che ne verrà al Comune. Potrebbe limitarsi ai nobili rifiuti precedenti del Valguarnera e del Belmurgo, ma va più in là. La sera del 30 Dicembre, martedì, chiama uno dei suoi familiari con la moglie, «persone minute», e da esse fa tenere al fonte la neonata. La geniale risoluzione suscita [pg!84] rumore, dove con plauso e dove con senso di maraviglia; ma primi a lodarla sono i Senatori. Il Villabianca, non sempre facile dispensatore di lodi, e che rivede volentieri uno di casa Lanza, il Duchino di Camastra, frequentare la sua casa e studiare il suo Diario, se ne mostra soddisfatto, e vuole che «serva questa buona introduzione in beneficio e rilievo in qualche maniera della cosa pubblica»; e «Dio volesse» esclama «che il di lui esempio venisse dai successori padri seguitato!».

E lo sarà stato certamente. Ma il simpatico Principe non trovò riscontro se non in se stesso. Dieci anni dopo, al giungere dei Reali a Palermo, nominato Ministro Segretario di Stato (1799), rifiutava cinquemila scudi annuali di emolumento127.

Più dannoso al non florido patrimonio urbano erano certi battesimi che il Senato faceva a personaggi estranei alla famiglia e più elevati. Ne ricordiamo un solo. La neonata Melelupi Soragno, nipote del Vicerè Fogliani, veniva tenuta al fonte dal Pretore del tempo: e la madre riceveva un orologio d'oro smaltato, a ripetizione, un astuccetto d'oro per bocca, una reliquia di S. Rosalia incastonata pur essa in oro, con preziosa statuetta della Santa e non so che altro: non picciolo dispendio, come si vede, ma che pur veniva compensato dal signorile ricevimento fatto dal Vicerè al Senato; ed il Vicerè era una eccellente persona, con la quale i Senatori erano in ottime relazioni.

Onore poi del Magistrato civico era la parte attiva, generosa ch'esso prendeva ad ogni piccola e grande [pg!85] sventura del paese. Incendî, tremuoti, alluvioni, carestie lo trovavano sempre al suo posto di tutore, benefattore, padre dei cittadini. In una notte freddissima d'inverno del 1775 (5 Dic.) prendeva fuoco la bottega d'un confettiere a Ballarò; ed il Pretore Principe di Resuttana coi Senatori, lì sul luogo, con l'aiuto dei maestri carrozzieri e di due compagnie di fanteria, era lieto di veder domare l'incendio. Il medesimo avveniva in una notte d'autunno (22 Ott.) dell'anno seguente, nel Conservatorio del Buonpastore128; e negli incendî del forno civico di Porta di Vicari (16 Giugno), del Monastero Valverde, della casa di Giuseppe Merlo Marchese di S. Elisabetta al Garraffello, della bottega del fruttaiuolo Neglia del Conte Federico in via Biscottari (30 Giugno, 12 Agosto, 19 Settembre 1787): tre incendî in soli quattro mesi, che ai dì nostri, con le solite lustre e frasi d'uso, provocherebbero tre solenni inchieste ufficiali, probabilmente senza venire a capo di nulla.

In uno scoppio di polvere nel bastione di Porta S. Giorgio (21 Febbr. 1788), il Pretore facea prodigi di abnegazione; non meno che nei gravi infortunî del forno di Maiorca ai Formari (21 Febbr., 3 Sett. 1788), e più oltre in quelli del forno di via Materassai (30 Maggio 1793), nei quali, dovere è il confessarlo, la parte migliore della nobiltà coadiuvava il Pretore Duca di Cannizzaro ed il Senato per mantener l'ordine e dare salvezza a tutta la contrada, esposta a sicuro disastro.

Opere generose come queste eran sovente compiute [pg!86] dai conciatori e sempre dai pescatori della Kalsa129.

Mirabile la vigilanza sull'annona e sulla salute pubblica, in ragione, s'intende, dei tempi, che è quanto dire dei sistemi e delle difficoltà d'allora. Questa vigilanza era dove immediatamente, dove per mezzo di deputazioni esercitata.

Ai lamenti dei cittadini per la cattiva qualità del pane e dell'olio il Senato provvedeva con gravi multe a padroni di forni ed a commercianti d'olio130: provvedimenti non rari se frequenti erano le infrazioni dei bandi da parte degli interessati.

I forni pubblici, i lombardi inclusi, pel numero al quale eran giunti (23 fino al 1768), imponevano sorveglianza assidua, oculata; e preoccupazione fissa d'un Senatore scrupoloso de' suoi doveri era la meccanica del pane.

Meccanica, parola comunissima a quei giorni, si diceva lo scandaglio che tre volte l'anno il Senato eseguiva per vedere se una data quantità di grano dèsse la presunta quantità di pane; meccanica pure il mercato che il Pretore faceva dei suoi grani con cittadini e fornai pubblici e senatorî dandoli loro in vendita con notabile rincaro sui prezzi correnti del caricatoio131.

La città avea un privilegio, che sarebbe stato di [pg!87] eccezionale importanza se il Governo non si fosse studiato sempre di dimenticarlo.

Per concessione di Re Ferdinando (3 Sett. 1507), qualsiasi prammatica regia o viceregia doveva prima esser sottoposta al Pretore ed ai Senatori (una volta, jurati), perchè essi vedessero se in nulla ledesse i privilegi e le consuetudini della Capitale. Vistala ed esaminatala, con la solita formola: Publicetur, salvis privilegiis urbis, firmata dal Sindaco, veniva pubblicata.

Nell'ultimo periodo del settecento era banditore del Comune D. Girolamo De Franchis, l'ultimo di una generazione di banditori, il più popolare ma anche il più antipatico tra tutti gli ufficiali pretorî. In lui si vedeva il nunzio di tutte le disposizioni del Senato e della Deputazione di nuove gabelle, disposizioni che non potevano non riuscire ostiche al pubblico. Il Governo, sempre odioso pel popolo, veniva confuso col Comune, e l'odio per entrambi s'impersonava nel banditore, come quello che portava divieti, imponeva gravezze, limitava libertà personali, prescriveva, minacciava, rivelava. L'antipatia per lui estendevasi ai trombetti che lo accompagnavano: i quali alla lor volta mormoravano malcontenti della scarsa mercede che loro toccava ad ogni «liberazione» che dal Senato facevasi, a tutti i bandi proibitivi che si pubblicavano ad instar delle parti, e nella occasione di bandi di privilegi delle strade Toledo e Macqueda132.

Torniamo al privilegio.

Contraria ad esso, una disposizione del Vicerè Principe [pg!88] di Caramanico (1788) voleva che nessun ordine senatorio venisse bandito senza la revisione e quindi il placet dell'avvocato fiscale della Gran Corte133.

Ecco la libertà concessa al Senato.

Questo Senato, che affogava tra le preminenze, stava sottoposto ad una Giunta pretoria, e ben poco poteva fare senza la intelligenza, il permesso del Vicerè, suo ingrato tutore. Lo stesso denaro che esso dovea spendere per una festa da tenersi all'arrivo o alla partenza d'una Autorità, mettiamo del Vicerè medesimo, dovea essere autorizzato da lui. Se altri oggi ritiene il contrario, si disilluderà svolgendo gli Atti e le Provviste nell'Archivio comunale. E fa senso che mentre egli, il Vicerè, era tutto miele col Pretore, coi Senatori, coi nobili che gli facevan la corte, e ossequiato, carezzava individualmente quando gli uni e quando gli altri e tutti insieme, nei suoi atti pubblici appariva ben diverso. — Imparzialità! dirà il lettore. — Ingratitudine! diciam noi, se si rispondeva col pungolo a chi, non demeritando, nell'esercizio delle proprie funzioni faceva il meglio che potesse pel bene del paese!

Persistente poi lo studio di soffocare negli animi ogni sentimento di patria carità.

Un ordine del Re (1787) faceva rimuovere dal vestibolo del palazzo di città i medaglioni del Mongitore, del Presidente Marchese Drago, di Carlo Napoli e di Giordano Cascini134. Il perchè della remozione è nel decreto: perchè furon collocati senza autorità superiore. [pg!89] Ci voleva anche il permesso per onorare le glorie siciliane! Il medaglione del Cascini, biografo ed elogista di S. Rosalia, veniva confinato nella sagrestia della chiesa consacrata alla Patrona della città; quello del Mongitore, relegato nella Carboniera delle femmine, nella parte bassa dell'atrio del palazzo. Degli altri due si smarrirono le tracce.

Ora in quest'atto, che pare semplicemente inconsulto, forse c'inganniamo, è una meschina vendetta. Vediamo se è vero.

L'anno 1783 il Senato, forse per ingraziarsi il Sovrano, faceva istanza perchè gli fosse consentito che la Fontana pretoria togliendosi dal posto d'allora — ed anche d'oggi — venisse collocata in una piazza più ampia, e che in luogo di quella si alzasse un monumento con una statua al Sovrano medesimo. Domanda così servile non dissimula la bassezza di coloro che la umiliarono al trono, a perpetua vergogna dei quali dovrebbero consacrarsene i nomi in una lapide. Per la esecuzione dell'opera fu ordinato che si monetassero i cannoni di bronzo fuori uso tra' 120 dei baluardi della città135.

O che la domanda fosse consigliata da circostanze del momento (c'era allora un Vicerè mangia-nobili: ed il Senato, composto di nobili, era forse stanco della lunga, disuguale lotta con lui), o che la somma presunta fosse inferiore alla spesa da farsi, o che i Senatori fossero, com'erano già, scaduti di ufficio, proposta e sovrano assenso (il Re avea decretato a se stesso il monumento togliendone un altro d'arte, e secolare, come [pg!90] i Vicerè approvavano le spese straordinarie del Comune per regalie, pranzi, cuccagne da farsi in loro onore e beneficio!136), non ebbero esecuzione: la fontana non fu toccata e la statua non venne eretta. Ebbene: per noi un occulto legame tra il decreto del 1783, che approvava il monumento, e il decreto del 1787, che ordinava la sconsigliata remozione dei monumentini ai quattro insigni patriotti rappresentanti il diritto, la scienza, la storia siciliana, c'è; rivincita tanto puerile quanto invincibile era l'avversione a qualunque principio di sicilianità degl'Isolani.

Ed è notevole anche questo: che come nel sovrano dispaccio pel monumento era Segretario di Stato e di Casa Reale un siciliano, il Marchese della Sambuca, sceso indi a non molto (1787) dall'alto seggio in cui avea dominato potente137, così nell'altra contro gl'innocui medaglioni era Ministro (di Giustizia e di Affari ecclesiastici) altro siciliano, Marchese anche lui, ma non del valore del primo, il De Marco, vanità boriosa, che nei marmi dei quattro venerandi uomini deve aver fatto vedere all'augusto padrone una glorificazione audace dei diritti baronali e siciliani contro la sovranità138.

Un'altra notizia sui diritti degli amministrati, e chiuderemo con una solenne adunanza del Senato e delle Maestranze della città. [pg!91]

Grandi i privilegi del cittadino palermitano. In bocca sua poteva stare l'orgoglioso motto: Civis romanus sum; ed egli, messo in una posizione superiore, quasi di razza, al regnicolo, ne profittava per ottenere uffizî pubblici non consentiti ad altri siciliani, godere preminenze solo dovute ai nativi della Capitale. Al che vuolsi anche aggiungere che a condizione eguale di altri, egli era trattato eccezionalmente con una procedura di particolari sottintesi e distinzioni. Un prosecuto palermitano era sicuro che il fisco non gli metterebbe le mani addosso senza aver prima ottemperato al tale o tal altro articolo di legge. D. Gaetano Pensabene, imputato di omicidio e già latitante, nel 1784 si rivolgeva al Sindaco della città, perchè sostenesse non potere il fisco agire contro di lui, cittadino palermitano, anche perchè non v'era parte querelante139.

Qui è la chiave di tutto un sistema di piani per ottenere l'ambita cittadinanza. Un regnicolo, solo per avere sposata una palermitana, in virtù della vecchia formola: per ductionem uxoris, vi avea diritto, esteso anche ai nipoti.

Ma ahimè in quante maniere non si eludeva la legge!

Ed ecco il rendiconto storico d'una seduta di operai dentro il Palazzo Comunale.

Da tre giorni la campana di S. Antonio suona per preavvisare ai quattro quartieri della Città il pubblico Consiglio, indetto dal Senato per la meta da imporsi su alcuni comestibili. Le Maestranze degli argentieri [pg!92] e degli orefici, dei sarti, degli scarpari, dei calderai e dei chiavettieri (magnani) sono state invitate dal Contestabile maggiore.

È la mattina del 21 Novembre 1789. Alla spicciolata giungono gl'invitati alla Casa pretoria: e quando scoccano le ore 17,31 (11 a. m.) tutti sono militarmente nel salone delle grandi adunanze. Tra Maestri, Deputati di piazza, loro Esposti, Contestabili, «Maestri di mondezza», non giungono ancora a dugento, numero legale «per conchiudersi il Consiglio»; ma v'è la banda del Senato: e con essa il numero è raggiunto.

Ed ecco farsi innanzi, come in simili congiunture, servitori con vassoi gremiti di sorbetti, e passarli a tutti i presenti. I sorbetti, che sogliono coronare una funzione, stavolta ne formano la base: e dopo il primo di mieta (cannella), ne viene un secondo di melarosa: due rinfreschi, l'uno più squisito e persuasivo dell'altro. Il Senato coi suoi ufficiali nobili e civili sta a chiacchierare nella «Camera di negozio» dell'Eccellentissimo signor Pretore: e solo a trattamento finito si muove.

L'avanzarsi grave del Magistrato è accolto con una profonda riverenza dai rappresentanti del popolo. Chi l'uno, chi l'altro, tutti i maestri conoscono i signori Senatori. Il primo venuto fuori è S. E. D. Bernardo Filingeri Conte di San Marco, testè nominato Pretore; il secondo per ordine di gerarchia e di anzianità è il Duca di Villareale, priolu; terzo e quarto, i Principi della Trabia e del Cassaro; quinto, il Marchese Ugo; sesto, il Duca di Villafiorita; ultimo il Duca di Paternò dei Principi di Manganelli, Senatori. Mentre tutti sono in piedi aspettando che il Capo gl'inviti a sedere, questi [pg!93] prende posto sotto il soglio, e con lui i Senatori ed il Sindaco; davanti, i mazzieri ed i maestri di cerimonie; dappiè, i Contestabili; da un lato, sei ufficiali nobili del Senato; dall'altro.... nessuno! Le sedie vuote attendono i Deputati di piazza nobili, i quali non si degnano d'intervenire, sempre per la eterna pretesa delle preminenze, alle quali non sanno rinunziare. Più giù ancora, in fondo, son due banchi per la musica: e torno torno alle pareti, quattro altri pei maestri magnani, quattro per gli orafi, sei pei calzolai, sette pei calderai, undici pei sarti.

Ad un cenno del Pretore suonano le trombe e gli oboe; ad un altro, si fa silenzio; ed il Pretore pronunzia queste sacramentali parole:

«Nobili ed onorati cittadini, dovendo imporsi la meta alli formenti forti, rosselli ed orgi (orzi), racina (uva) e vino, e dovendo farsi alcune concessioni di terreno ed altri, ho fatto convocare voialtri nobili ed onorati cittadini, per dare ognuno il vostro parere».

Detto questo, D. Gaspare Cordaro, attuario del Maestro Razionale, legge la proposta. La faccenda, nel pubblico interesse, è vitale, e meriterebbe una larga discussione. Quali ragioni determinano il Magistrato a presentarla? In che misura vorrà essa applicarsi, la meta? Quali risultati se ne vogliono ottenere? Questi punti interrogativi non si affacciano alla mente di nessuno, non ostante che tutti siano chiamati a quello che oggi si chiamerebbe referendum. Nessuno fiata; tutti però si volgono al Sindaco Marchese della Motta d'Affermo, il quale, come procuratore generale dei cittadini, si fa innanzi verso il centro del salone, e in nome delle [pg!94] mute Maestranze si uniforma alla proposta della meta sui frumenti. Però siccome quella sul vino e la concessione del terreno gli sembra di non comune importanza, invoca il parere di «dodici cavalieri: sei interessati, sei disinteressati»; e con ciò anche il consenso di altri.

O che un accordo tra lui ed il Senato abbia preceduto, o che questa sia la consuetudine, o che non ci sia altro da fare, le sue osservazioni, consacrate in una scrittura, vengono dall'attuario senatoriale pubblicamente lette. Allora gli attuarî del Maestro Razionale vanno in giro ricevendo l'assentimento dei singoli convenuti; il sostituto del Maestro Razionale D. Benedetto Giusino lo raccoglie, e ad alta voce grida la vecchia formola: Conclusum est.

Il Senato scende dal soglio; i Consoli delle maestranze gli tengon dietro; alla porta della sala il Pretore gli ringrazia cortesemente: e la funzione è finita.

A quest'altro Novembre, per la festa di San Martino, Consoli e Maestri riceveranno, graziosità del Pretore, i biscotti che prendono nome dal Santo. E della graziosità godranno quanti nel Palazzo sono impiegati alti e bassi, dai Maestri razionali agli amanuensi, dai Contestabili agli attuarî, dal banditore al guardaroba, dai trombettieri ai paggi, e perfino ai volanti ed alle cameriste della casa del Pretore: una cuccagna che porta via da un migliaio e mezzo a duemila biscotti140.

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