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La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1 cover

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1

Chapter 7: Capitolo V.
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About This Book

Quest'opera ricostruisce la vita pubblica e privata di Palermo nell'ultimo ventennio del Settecento, descrivendo lo stato politico ed economico, le istituzioni municipali, l'igiene urbana e i bandi cittadini. Offre dettagli su senato e corporazioni, sui cartelli e sulle satire popolari, sulla diffusione di idee rivoluzionarie e sulla poesia politica, oltre a pratiche di viaggio per mare e per terra, corsari, locande, posta, portantine e carrozze. Analizza l'assenza dei proprietari e la condizione dei campagnoli, il fasto nobiliare, i divertimenti, le mode, i lutti, le passeggiate e le villeggiature, combinando documenti ufficiali, diari di viaggiatori e materiali poetici per ricreare costumi e consuetudini.

Capitolo V.

CONDIZIONI ECONOMICHE DEL SENATO.

Non alieno mai dal fasto, al quale lo spingevano le secolari tradizioni del paese, le naturali tendenze de' nobili e l'acquiescenza del Governo, inteso sempre a concedere per guadagnare, il Senato si avviluppava nello scompiglio della sua sconquassata finanza. Un malinteso sistema economico imponeva provviste di grani, olii, latticinî, carboni, che rispondessero alle esigenze della città pei bisogni eventuali. Così il Senato si faceva compratore e rivenditore di comestibili, ne' quali spendeva denaro che non aveva, e dai quali non ricavava il danaro che avea speso. Vendeva quasi sempre a prezzi inferiori a quelli di compra, sì che ci rimetteva somme ingenti141, che poi andava cercando alle casse pubbliche, [pg!96] agli istituti di credito, alle comunità religiose, ai privati142, pagando frutti onerosi. Quando, divorato dai debiti, vendeva i capitali della illuminazione notturna, il grano sopra le estrazioni ed altri cespiti, e non avea più nulla su cui metter le mani143, lo si vedeva a contrattare con questa o con quella persona per alcune migliaia di onze ai relativi interessi, che poi, alla scadenza, stentava a soddisfare144; di che la necessità di nuovi [pg!97] espedienti che lo togliessero alla triste condizione del momento. Si direbbe che vivesse alla giornata avvalendosi di tutto ciò che fosse buono a tirarla alla meglio. E gli espedienti si trovavano: e se ne otteneva la sovrana approvazione nei non pochi dazî, dai quali tutta dipendeva la vita materiale della città.

Abolito il diritto proibitivo del tabacco, si inasprivano i dazî sul vino, sull'orzo e, peggio, sulla farina. Dalla odiosa sostituzione speravasi trarre l'«abbisogna» per la passività; ma se ne fu ben lontani, e si dovette ricorrere ad altre gravezze. E mentre angustie nuove si aggiungevano ad angustie vecchie, privilegi, buone grazie e favori mantenevansi intatti a detrimento dell'erario civico: e si ritardavano riscossioni che sarebbero state provvidenze finanziarie.

Un principe, il cui titolo resta onorato in un suo successore nel sec. XIX, avea contratto non sappiamo quali impegni; non volendo o non potendo mantenerli al termine fatale, chiedeva di poterlo fare con annuali soluzioni, che poi prolungava all'infinito e non compiva mai.

Monasteri, conventi e confraternite non pur domandavano esenzioni dal dazio sulla neve, ma anche facevano istanze, non inefficaci per lo più, di concessioni, invocando antichi privilegi, che si era troppo indugiato ad abolire, e dimenticando prosperità che aveano potuto permetterle; ed il Senato cedeva e concedeva, autorizzato a conservare nel suo bilancio un gruppo di franchigie dei generi spettanti a monasteri ed a conventi e perfino un impiegato per esse145. La [pg!98] voce scasciatu è un ricordo di codeste anomalie dei tempi146.

E i bisogni crescevano anche dopo. Il Re avea imposto al Comune un contributo annuale di 300 onze per la rovinosa fabbrica (la dicevano restaurazione) del Duomo: e la Deputazione di essa ne voleva depositate con anticipazione le rate trimestrali147. Nè, dopo che la Giunta Pretoriana fu sostituita con la Giunta del Presidente e di un Consigliere, le condizioni migliorarono; chè anzi si fecero più critiche, perchè l'instancabile cercator di danaro, Re Ferdinando, rafforzava le sue pretese con insistenze che pigliavan carattere d'imposizione al Senato, al Clero secolare e regolare, al Parlamento. Per poter mantenere il suo fastigio, per soddisfare ai suoi amici e servi, ed ultimamente per tener fronte alla guerra minacciosa, la Corte, caduta in istrettezze che mai le maggiori, sperava sottrarsene coi soliti donativi. I donativi venivano, ma eran gocce d'acqua sulla terra riarsa dal sole di estate; altri ne chiedeva, ed altri ottenevane straordinarî, accresciuti [pg!99] da contribuzioni che assumevano nomi diversi con insidiose lusinghe.

La Deputazione del Regno pagava ed avrebbe pensato alla riscossione!

Morto l'Arcivescovo Sanseverino, al novello Arcivescovo s'avea da fare un dono d'argento di 200 onze (a. 1794), pagando l'arrendamento della neve148. Quest'Arcivescovo, pel breve allontanamento del Vicerè Principe di Caramanico, restava delegato alla Presidenza del Regno: e dovere elementare era un attestato di attenzione di 600 onze da fornirsi dai fondi civici (1794). Sarebbe stato strano poi che, tornato il Vicerè al supremo governo, non si pensasse ad una nuova e grande offerta; e una seconda volta ci si pensò. L'Arcivescovo, lui morto, veniva eletto Presidente: ed un tributo, che dicevasi consueto, di altre 600 onze doveva renderglisi (1795).

Al tirar delle somme, in pochi mesi la città avea messo fuori 1400 onze, per la bella faccia di una fortunata vacuità di prelato, piovuto da Monteroni (Leccese).

E fossero queste soltanto! Lopez y Royo godeva il diritto di «scegliere ogni giorno per servizio della sua casa un giovenco»; e, con le ultime riforme governative, soppresso questo diritto, riceveva un compenso annuale di onze 324,22,4149. La Giunta esaminava e [pg!100] deliberava questo pagamento all'Esattore degli introiti dell'Arcivescovo-Presidente.

E poichè di esso avea ormai piene le tasche il Sovrano, e di nominarlo, come egli ambiva, Vicerè non se la intendeva, e mandava in sua vece il Principe de' Luzzi, altri 3000 scudi per volontà del Re dal palazzo pretorio prendevano il volo pel Palazzo viceregio, sotto la ipocrita causale di «solita dimostrazione!150».

Potrebbe supporsi che di Presidenti o di Vicerè avidi di danaro non ve ne fosse che uno, il Lopez; ma affrettiamoci a dirlo: questo sarebbe una offesa agli altri padroni napoletani. Tutti i Vicerè fecero a gara nell'attingere alla cassa civica accampando diritti di regalie o di compensi, o diritti trasformati; e gli Atti del Comune rivelano come la tanto vantata correttezza del Marchese di Villamajna non avesse trattenuto il Vicerè Caracciolo dall'imporre al Senato il pagamento di settant'onze per franchigia di cinquanta botti di vino e di trenta quintali d'orzo, per rifarsi del danno che a lui proveniva dal nuovo dazio imposto dal Comune in surrogazione del jus proibitivo dei fornai151. E quando questo Catone in ritardo, deposto l'occhialino col quale stava perpetuamente a guardare chi passasse e che cosa si facesse nel piano del Palazzo, recavasi a Napoli, ritornando portava in tasca un regio dispaccio che imponeva al Senato il pagamento delle franchigie spettantigli nei mesi d'assenza152.

[pg!101]

Poco importava, anzi non importava nulla, se la potenzialità economica del paese non rispondesse più, stremata a cagione di sistemi agricoli primitivi, non buoni ad accrescerla per fiacchezza di iniziativa, per manco di speculazione, per difetto di braccia, di cultura, di viabilità, di assistenza alla terra. Tutto dovea trarsi dalla città, e dove la terra non potesse, dovea trarsi dai cittadini153.

Preoccupato di siffatto stato di cose, del quale esso avea molta parte di responsabilità, il Governo di Napoli incaricava la Giunta del Presidente (Asmundo Paternò) e del Consultore (Simonetti) «di discutere e riconoscere quali e quanti i debiti ed i pesi di questo Senato, della Deputazione di nuove Gabelle e del pubblico pecuniario Banco ed in qual tempo contratti ed altresì le rendite annue che dalli stessi si possiedono». Trovando del disordine, essa ne indicasse la sorgente e i mezzi onde correggerlo e preservarsene per l'avvenire. Le risposte furon tre, distinte tra loro. Lasciamone due, che qui non c'interessano. Quella sul patrimonio civico, con cifre eloquenti facea vedere che il Comune introitava 70,236, 10, 9 in cifra tonda, ed esitava 82,867, 2, 4, con una perdita annuale di 12,731, 15, 3.

Tra le cose più strane a danno dell'erario, una era enorme: le spese ed i salarî per l'amministrazione [pg!102] delle vettovaglie, che dovevano gravare sulla vendita di queste, gravavano invece sul bilancio della città.

Come si è detto innanzi, nello spaccio dei generi alimentari il Senato vendeva al di sotto del prezzo di compra e, che è peggio, non poteva gravare sui singoli generi le spese che per ciascuno di essi sopportava. I fallimenti dei gabellotti, gli ex-computi loro fatti, le strabocchevoli partite per la sterilità del 1784-85, la mancanza di varî cespiti, le passate perdite per le provviste, erano ragioni più che forti per spiegare la sempre crescente passività.

Il regime costituzionale d'oggi si trascina tra inchieste governative su centinaia di comuni del Regno, ed offre, pascolo a curiosi ed a maligni, ad onesti e a disonesti, operazioni losche, furti, ingiustizie, favori indebitamente concessi, ovvero negligenze, guardate attraverso a lenti d'immensurabile ingrandimento. Ma la vita amministrativa dei tempi passati non andava immune da simili sconcezze. Nella Riforma, che compendia codesta vita nel penultimo decennio del settecento, quanti indebiti favori, quante colpevoli trascuratezze a danno del pubblico erario! Per interi decennî (dal 1778 al 1788 e poi al 1791!) non si riscotevano censi per concessioni di terreni comunali154. Abolito lo sparo delle artiglierie per arrivi e partenze di Vicerè, la somma della [pg!103] polvere occorrente continuava a figurare nelle spese; scomparsa l'Armeria pretoria, se ne portava il carico di onze 1898 sull'esausto bilancio, come pur si faceva di artiglieri e bombardieri per cannoni e bombarde che più non si sparavano; e si vantava un credito di 24,660 onze, non saputo riscuotere, sopra partitarii, o impresarî, o appaltatori!

Vietate fin dall'anno 1776 le toghe d'allegrezza e di lutto, solite di attribuirsi al Pretore, ai Senatori, agli ufficiali nobili per la venuta d'un nuovo Vicerè e per morti illustri, continuava a pagarsene indebitamente il fondo di onze 328. E poi «regalie, palmarî, riconoscenze (gratificazioni), moratorie, rilasciti, difalchi, transazioni», senza intesa del Sindaco e senza approvazione della Giunta del Presidente e del Consultore.

«Vendere i capi d'annona come si comprano, escogitare i mezzi meno pesanti al pubblico, onde equilibrare il disordinato urbano patrimonio e lasciargli un annuo avanzo affinchè in ogni fine d'anno pretorio si formi un esatto ed attento bilancio degli introiti ed esiti di quell'anno, e tutto il più che avanza doversi girare ad un conto a parte del Banco, sotto titolo di Colonna, o sia peculeo pelle urgenze del Senato»; e sopratutto economia su tutta la linea: ecco i rimedi arditamente proposti.

Ma non si recedeva di un passo dalla falsa via sulla quale si tribolava.

«Da questa massa in denaro, dice poi con sicurezza invidiabile la Giunta, negli opportuni tempi far si dovranno le compre prudenziali delli tre primarj e necessarj generi di grano, latticini ed olio, di cui non può [pg!104] il Senato in verun conto starne senza totalmente, per occorrere al sovvenimento di questa popolazione quando vi fosse mancanza, nulla ostante la libertà a chiunque di poter vendere a consonanza degl'inculcati ordini della Maestà del Sovrano; ma pure dovrà in ogni tempo valersene per ritrovarsi provveduto in tutte le urgenze della città. Il fornimento delle varie colonne è provista fissa». «La nuova libertà di vendere varî generi di annona» non può sottrarre il Senato al dovere delle solite provviste «per moderare li prezzi a fronte de' pochi trafficanti e per non restare mancante un genere tanto sperimentato, necessario e desiderato». Condizione indispensabile; le centomila onze della consumata Colonna frumentaria devono rifornirsi!155.

Non v'era dunque resipiscenza; nè ve ne poteva essere, perchè il riconoscimento dell'errore e quindi il passaggio dal male al bene non poteva affacciarsi alla mente dei maggiorenti ed assurgere a coscienza pubblica quando il sistema economico dominante persisteva. Si cercava il bene degli amministrati col male che involontariamente loro si faceva: male che non di rado prendeva proporzioni allarmanti pel deteriorare dei generi chiusi nei magazzini del Comune!

I suggerimenti della R. Giunta portano la data del 1786; due anni dopo erano voleri sovrani; tre anni appresso (1791) pigliavan carattere di Riforma156.

Ma ahimè! se la cosa pubblica mutava indirizzo, il disavanzo cresceva, non per incuria di ufficiali, non [pg!105] per disonestà di Senatori, ma pei principî dei tempi e per gli errori degli uomini. Quasi tutti i danni fin qui deplorati sono dello scorcio del secolo, in seguito all'applicazione della Riforma. Nè essa è unica o sola, nè altre precedenti erano state più fortunate. A che valse infatti quella del 1739? a che, l'ultima del 1776?

L'anno 1793 segna la maggiore rovina delle finanze del Comune: anno di carestia e di fame, in cui il sistema della Colonna frumentaria, delle provvigioni vittuarie, delle vendite pretoriane trascinava a nuovi disastri finanziarî, che più tardi dovean tradursi nell'insopportabile caro dei viveri sia per le guerre dei Francesi (1796), sia per le truppe richieste dagl'Inglesi nel Mediterraneo e per l'affluenza dei forestieri, specialmente de' Napoletani, a Palermo (1799)157.

Dettando l'opera tuttora, inedita sull'Origine e giurisdizione dell'ecc.mo Senato, il Teixejra, più volte citato, usciva dall'abituale suo riserbo nel giudicare i sovrani provvedimenti relativi all'azienda comunale. «La libertà di panizzare, egli diceva, è stata una rovina pel paese: nobili, forestieri, proprietarî, monopolisti ne hanno tratto poco utile; la povera gente gravissimo danno; povertà e libertà son due date eterogenee ed opposte così che vanno sempre in collisione; avvegnachè la introdotta libertà non fa esente il Senato di soccorrere nel bisogno i poveri; e perciò mantenersi si dee sempre una certa provvigione di grani per provvedere nei casi fortuiti il popol tutto, il quale non può restar soddisfatto del pane di voluttà, il quale non riconosce limiti per la [pg!106] quantità e leggi per la qualità. E vi è di più: che questo voluttuoso pane non potrà trovarsi in tutti i tempi con la uguale abbondanza, perchè nei tempi di penuria mancar sogliono queste braccia dirette soltanto dal privato guadagno e non dalla comune felicità; ed ecco in tal caso mancare questo precario sussidio, o almeno con tale minorativa che uguaglia la mancanza158. La libertà di panizzare (aggiungo) ha portato anche questo: che quasi tutte le comunità religiose vendono pane pubblicamente, nulla curando le chiesastiche proibizioni in canone ridotte»159.

Queste osservazioni hanno valore quasi officiale. Il Teixejra scriveva per incarico e con la compiacenza del Senato, il quale premiavalo di un lavoro, che era la sua glorificazione. Avrebbe potuto il glorificatore scrivere ben centoquindici pagine contro l'abolita proibizione di libera vendita decretata dal Re senza il pieno consenso del Senato? La sua dissertazione quindi rispecchia le opinioni del consesso civico: ed è tutto dire. [pg!107]