WeRead Powered by ReaderPub
La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1 cover

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1

Chapter 8: Capitolo VI.
Open in WeRead

About This Book

Quest'opera ricostruisce la vita pubblica e privata di Palermo nell'ultimo ventennio del Settecento, descrivendo lo stato politico ed economico, le istituzioni municipali, l'igiene urbana e i bandi cittadini. Offre dettagli su senato e corporazioni, sui cartelli e sulle satire popolari, sulla diffusione di idee rivoluzionarie e sulla poesia politica, oltre a pratiche di viaggio per mare e per terra, corsari, locande, posta, portantine e carrozze. Analizza l'assenza dei proprietari e la condizione dei campagnoli, il fasto nobiliare, i divertimenti, le mode, i lutti, le passeggiate e le villeggiature, combinando documenti ufficiali, diari di viaggiatori e materiali poetici per ricreare costumi e consuetudini.

Capitolo VI.

LE MAESTRANZE.

Le Maestranze palermitane apparvero all'apogeo della loro potenza negli scomposti tumulti del 1773. Senza una rivoluzione nelle forme classiche delle rivoluzioni siciliane, il Vicerè Fogliani doveva abbandonare per sempre la Capitale e, come can battuto, andarsi ad imbarcare per Napoli. Le Maestranze lo scossero dalle fondamenta solide di 12 anni, lo mandaron via e, da Porta Nuova a Porta Felice, gli protessero la vita dalla folla schiamazzante160.

Fino a quell'anno erano state padrone dei baluardi di cinta, dei cannoni di difesa, della sicurezza notturna della città e, armate di tutto punto quali guardie cittadine, braccio forte dell'Autorità, avean fatto [pg!108] le ronde, mantenuto il buon ordine, fiere della fiducia che il Governo riponeva in loro.

Erano esse una istituzione con organamento politico, economico, possibile solo nel tempo della loro prosperità, e ne era forza il principio religioso. Base fondamentale il monopolio dell'arte, limite alla produzione di pochi, attentato continuo alla libera concorrenza. Regolamenti statutari riconoscevano il monopolio sulle persone e sul lavoro, ed il riconoscimento di essi da parte del Senato in Palermo come in Messina, e del Vicerè in altri paesi dell'Isola, dava alle corporazioni personalità giuridica.

Fu tempo che alle Maestranze principali se ne aggregavano delle mezzane ed anche delle infime, le quali, in mancanza di personalità propria, si acconciavano a quella dei consoli dell'arte maggiore. Se non che, questa specie di giurisdizione, nascente da inferiorità di forze economiche e morali, agitava il loro spirito e lo faceva pensare alla soggezione loro imposta o creata dalla mancanza di rappresentanti proprî. Da qui risentimenti e scissure, ricorsi e litigi, nei quali ad artisti privilegiati e ricchi di privative vedevansi mescolati «artigiani ed operai di mezzana sfera, ed intrusa gente inferiore, e presto la più servile»161.

I deboli si dolevano delle sopraffazioni dei forti: e forti erano gli ascritti alle arti maggiori ed i vocali, cioè gli aventi diritto al voto (voce). Giacchè come non a tutti era consentito di presentarsi a lavorare senza [pg!109] essere prima riconosciuti lavoranti, così in seno alle Maestranze nessuno poteva dirsi maestro. Maestro era il più alto grado della scala della maestranza, ed a questo non si giungeva se non dopo alcuni anni di lavorantado.

Il lavorante in una bottega era pagato a tanto il giorno o a tanto per opera; ma il maestro non poteva associarselo al lavoro, perchè il lavorante non avea personalità giuridica. A lui perciò, privo di rappresentanza officiale, non era consentito aprire bottega, nè gestire, altro che temporaneamente, quella degli altri. Il suo lavorantado durava tre o più anni, fino a tanto che nella maestranza non vi fosse un posto per lui, o che il lavoro esigesse maggiori braccia riconosciute o uomini patentati. Allora egli, munito degli attestati del suo tirocinio, presentavasi al Console per far gli esami tecnici di abilitazione al maestrato, pronto, non sì tosto venisse dichiarato abile, a pagarne le tasse al Consolato, le buone grazie ai futuri colleghi e alla cappella: tasse, secondo i tempi e le maestranze, variabili dai 10 tarì pei muratori (a. 1487), alle 6 onze pei forgiatori (a. 1772). L'esame versava sopra l'arte del candidato, con una o più opere. Il giudizio non era privo di una certa severità e, se sfavorevole, inappellabile.

Riconosciuto maestro, l'operaio avea raggiunta la meta delle sue aspirazioni. Non più asservimento a maestri, solo dipendenza dal Console, dignità alla quale poteva aspirare anche lui; e poi facoltà di aprir bottega, di farsi valere nel sodalizio e quindi di votare (prerogativa di grande valore); coscienza di sapere le sue gioie e i suoi dolori condivisi da tutta la corporazione, [pg!110] sicurezza di soccorso in caso di malattia, di assistenza alla famiglia in caso di morte, di conforto di legati alle figliuole orfane. E da parte sua conosceva bene i suoi doveri di moralità, di religione, di fratellanza, senza i quali maestro onorato non vi poteva essere; e si sarebbe guardato dal tenere più di due garzoni da istruire, dal togliere avventori ai suoi compagni, dall'accrescere lo spaccio della propria merce mandandola a vendere per le strade, dal violare un solo articolo dei Capitoli, dal disubbidire al Console, e, in generale, dall'esser tepido nel sostenere gl'interessi e il decoro della corporazione.

Contro tanta democrazia di istituzioni e di pratiche cozzavano giurisdizioni e privilegi del tutto medievali: dal privilegio di foro per sè al privilegio pei figli e pei generi, il che oggi si direbbe ingiustizia sociale. Ve n'è poi una, alla quale ogni principio moderno di libertà ripugna, il garzonato.

Il ragazzo che aspirava a diventare maestro doveva per alcuni anni obbligarsi (e l'obbligazione era legale) a star sotto il tale o tal altro maestro, avente bottega ed officina. Questi s'impegnava ad istruirlo in casa propria.

Condizioni così semplici sono veramente patriarcali; ma esse sembrano fatte a posta per nascondere stato e condizioni di cose insopportabili. L'alunno accolto in bottega ed ospitato in casa facea parte della famiglia del maestro, ma non come figlio, bensì come picciotto, al quale non era fatica nè basso servizio che non si comandasse; e dove egli, per negligenza o per ottusità di mente, mancasse, guai per lui! Poichè, [pg!111] come vi sono anime gentili, ve ne sono anche (e disgraziatamente in assai maggior numero) crudeli. Costoro, abusando di un contratto imposto dal bisogno del momento e dalla prospettiva dell'avvenire, sfruttavano i poveri ragazzi ed insegnavano loro poco e male con maniere disdicevoli a maestri ed a padri di famiglia. Le carte del tempo conservano ricordi di discepoli, i quali, stanchi dei maltrattamenti ricevuti, si richiamavano all'autorità per essere sciolti dall'obbligazione e cambiar maestro, sinonimo di padrone. Il che ci fa correre con la mente al sospetto che qualche cosa offuscasse sovente l'animo del maestro, una certa qual gelosia di mestiere, una preoccupazione che il giovanetto d'oggi potesse domani diventare un emulo forte.

Notizie di scenate fanciullesche nel tempo di maggior prosperità delle corporazioni ci soccorrono qui di luce chiarissima sulle relazioni tra le varie maestranze. Nessuno ci ha detto mai, ed ora soltanto può affermarsi con ragione, che queste relazioni non fossero sempre plausibili, e che le manifestazioni di malumori, si potessero trovare nella condotta degli allievi di esse. Di tanto in tanto costoro venivano a zuffe; dispetti lungamente sopiti erompevano in violenti attacchi, nei quali mancavano solo le armi per prender nome di battaglie. Fuori le porte della città, in campo aperto, con bandiere spiegate, in giorni precedentemente stabiliti, la ragazzaglia di alcuni mestieri e particolarmente delle due parti, degli argentieri e dei conciatori, facevano ai sassi tra loro con la evidente intenzione di offesa e di difesa, quali che fossero i risultati finali di malconci e di feriti d'ambe le parti. Come più tardi, e come [pg!112] forse prima, alla vittoria seguivano urli di canti di gioia dei vincitori contro i perditori sgominati, e rappresaglie che rinfocolavano odii ed eran seme maligno di future vendette.

Una di codeste sassaiuole (Gennaio 1776), sventata a tempo, impedì danni non lievi alla città ed ai privati. Il Vicerè, il Capitan Giustiziere, il Senato stettero un momento in grande ansia; ma se ne rifecero a misura di carbone quando, avuti tra le mani i capi della fallita zuffa, li gratificarono di un cavallo per uno con venti sferzate, regalate loro da un commissario invece che dal boia, come avrebbe dovuto essere: quantunque si pensasse da ultimo a condannarli, i maggiori all'esilio, ed i più piccoli dai dodici anni in giù, alla catena pei lavori forzati162.

Ma c'erano di mezzo i figli dei conciatori, e qualunque rigore delle Autorità e severità dei cittadini pareva giustificata.

Di limitazione in limitazione, di privilegio in privilegio, si era giunti alle più insopportabili prescrizioni. Proibito l'esercizio di un'arte a chi potesse nuocere a coloro che l'esercitavano; proibita la concorrenza sulle vendite: tutto monopolizzato sotto quel nome di zagato, che era un ostacolo permanente al libero svolgersi del piccolo e del grosso commercio, come al progresso delle manifatture e delle industrie. Il zagatu (una volta tabaccheria, poi merceria e da ultimo pizzicheria), diritto di vendere una cosa, concesso mercè pagamento, era [pg!113] il monopolio per eccellenza; e di zagati se ne avea quanti si riusciva ad ottenerne per via di protezioni, di influenze, di aiuti presso l'eterna officina di favori e di mercedi, il Palazzo senatorio.

Come di fatti ordinarî della vita, nè storie, nè diarî se ne occupano; ne testimoniano invece le Provviste dell'Archivio della città, dove la pazienza del ricercatore ha modo di confermare che in mezzo a tante cose belle ed oneste, molte ve ne avea nè oneste nè belle.

Una delle più severe prescrizioni era quella delle distanze tra bottega e bottega congenere. Non se ne poteva aprire una che non distasse quaranta palmi, partendo dalla bancata (dal banco), da altra della esistente. Il Senato lo vietava: ed il venditore vecchio lo avrebbe messo a rumore a furia di ricorsi contro il nuovo. Non mancavano tuttavia modi di eludere leggi e regolamenti, e di fare degli strappi al grande organismo rappresentato dal Magistrato municipale.

Senza di questo un pescatore, rais Modesto Marino, non avrebbe potuto divenire un vinaiuolo, e molto meno aprire spaccio di vino a trentasette palmi dalla bottega più vicina; nè maestro Giuseppe Errante aprirne una di concia-calzette con dieci palmi di meno di quelli prescritti dai Capitoli; nè maestro Giuseppe Arcuri ottenere un posto da vendervi sapone nella strada Macqueda con passi assai di meno dei quaranta, voluti per la bottega preesistente rimpetto alla Congregazione delle Dame. Inoltre, certa Signora non avrebbe insistito per aprire il zagato che possedeva sotto il proprio villino, nello stradone di Mezzomorreale, e farvi vendere, come [pg!114] pel passato, non sappiamo che cosa, sorpassandosi alla mancante distanza voluta163.

Tanta larghezza, ed altra ancora che torna inutile rilevare, in un solo anno (1780), incoraggiava a chiedere ancora: e le domande di dispense e di eccezioni fioccavano, ed il Senato, come vigile custode degli ordinamenti del genere, così arbitro supremo in tutte le liti, dispensava, eccettuava, sentenziava indiscusso. Alla tempesta delle suppliche e delle istanze seguiva sempre la pioggia delle concessioni e delle grazie.

Ampie, quasi illimitate le facoltà del Console. Ad esso il riconoscimento dei titoli che davan diritto al maestrato; ad esso i giudizî sulle liti del mestiere tra' varî gradi dell'associazione; ad esso le sentenze di multe, di carcere, di privazione dei beneficî, di espulsione dalla maestranza; ad esso, per dir tutto, l'autorità di giudice «idioto», o, come diremmo oggi, conciliatore. Inappellabili le sue sentenze; e chi contro di esse si richiamasse ai tribunali ordinarî, veniva quasi ribelle, come uscito dalla casta che lo tutelava, condannato all'ostracismo.

Il feudalesimo delle alte classi non avrebbe potuto, sotto questo aspetto, trovare più evidente riscontro di quello che offriva questo feudalesimo del popolo.

Abbiamo detto esser forza delle Maestranze il principio religioso. L'affermazione potrebbe discutersi; ma i fatti son lì a provarla. Senza di esso le corporazioni non avrebbero avuto ragione di esistere: e crediamo di apporci al vero, partecipando alla opinione di chi [pg!115] non è guari ammetteva le Maestranze «aver avuto preparazione nelle compagnie religiose dette di disciplina» ed essere state «una specializzazione, una trasformazione civile di esse; onde i capitoli di alcune compagnie sono il substrato degli statuti di alcune corporazioni»164.

Ogni maestranza avea il suo santo protettore: i sarti S. Oliva, i parrucchieri S. Maria Maddalena, i calzolai S. Crispino, i falegnami S. Giuseppe, i pescatori S. Pietro, ecc. Nel giorno della festa patronale i maestri non lavoravano; bensì rinnovavano le cariche ed assistevano alla messa ed alle funzioni ecclesiastiche nella cappella della corporazione, e conducevano in processione la statua del santo. Nella cappella si scorge lo sdoppiamento della società in corporazione e in confraternita, giacchè la maestranza metteva capo alla congregazione (confraternita) schiettamente religiosa, che si attaccava a quella senza farne parte integrale, anzi quasi sempre avendo amministrazione propria con la cooperazione del cappellano. In quella cappella, la confraternita, quasi sodalizio diverso dalla corporazione, che tale era essenzialmente, compieva le pratiche religiose e tutelava gl'interessi sociali, economici, amministrativi della maestranza. Lì le adunanze dei maestri, come dei congregati; lì le trattazioni degli affari, gli esami degli aspiranti al maestrato, le elezioni; lì si decidevano le sorti di tutto un corpo di artigiani. Pensiero pietoso poi, per quanto nocivo alla pubblica salute: [pg!116] sotto la cappella si seppellivano i confrati defunti, sì che vivi e morti erano in tacita comunione tra loro.

La maggiore delle feste religiose nelle quale il duplice carattere delle Maestranze dava pubblica e solenne mostra di sè, era quella dell'Assunta a Mezz'Agosto. Quivi in giamberga o senza, con lo spadino a fianco, antico privilegio o abuso, prendevan parte alla lieta mostra conducendo ciascuna il proprio ciliu, cereo, da offrire alla Vergine. Un ruolo annuale a stampa, qualche giorno prima della festa, indiceva l'ordine da tenersi nella processione ed il posto che a ciascuna maestranza spettava. Chi voglia oggi trovare la ragione dell'ordine, dovrebbe indagare le origini delle singole Maestranze, la loro natura, le loro vicende, il dividersi, il fondersi, il trasformarsi loro, i privilegi e gli abusi che ne accompagnavano l'esistenza.

Queste vicende sarebbero materia per la conoscenza delle condizioni economiche e sociali del paese, pagine della storia del diritto, fatti ed aneddoti che lumeggiano il carattere del popolo siciliano.

Il Vicerè Caracciolo vide sempre male i collegi delle arti, e cercò una buona occasione per romperne la compagine.

La occasione venne propizia. Nella processione dei cerei il 15 Agosto 1782, a cagione d'una lite insorta tra due maestranze, un maestro dei gallinai venne ucciso; lo spettacolo religioso, funestato. Il Caracciolo non cercò di meglio: e senz'altro decretò l'abolizione dello spadino per gli artigiani e la graduale soppressione ora di uno, ora di un altro collegio di arti e mestieri. Primo a fare scomparire fu quello dei macinatori; [pg!117] secondo, quello dei Lombardi che venivano in Palermo a vender grasce; terzo, quello dei bordonari; poi quello dei cocchieri165, contro i quali più tardi, pur restituendo qualche collegio annullato, il Governo fu sempre inesorabile.

Nel 1786 il Caracciolo era già andato via, ma le soppressioni continuavano ancora. La malevolenza di lui, echeggiando in Napoli, proseguiva nel suo successore; tuttavia non così sorda da non sentire le voci di reazione degl'interessati, nè così intollerante da resistere al rumore dei ceti civile e nobile, che dalle nuove riforme pigliavan pretesto ad agitarsi, non per tenerezza delle vecchie corporazioni artigiane, divenute oramai troppo prepotenti e, secondo le idee del tempo, insopportabili, ma per naturale avversione alle idee innovatrici del Caracciolo.

Le Maestranze in quell'anno venivano ridotte a 59, divise in due categorie, l'una di quindici per la vendita dei comestibili, dipendente dal Senato, (bottegai, pizzicagnoli, tavernieri, pasticcieri, macellai ecc.); l'altra di quarantaquattro, per le arti meccaniche, soggette ad una commissione governativa. Gli antichi capitoli venivano sostituiti con altri compilati dalla Giunta; abolito il privilegio del foro, formato per un cumulo di tacite acquiescenze e costituente un tribunale speciale dentro un tribunale generale: e però, il magistrato ordinario, competente a giudicare i maestri; bandite le privative; non più consentite le tasse di entrata. [pg!118]

Colpo più grave le Maestranze non potevano avere, sì che ne rimasero scompigliate e stordite. Ma le idee liberiste cominciavano a farsi strada in Italia, e, pel Governo di Napoli, nel Governo di Sicilia. Le Maestranze avevano fatto il loro tempo, e cadevano sotto il peso di quel privilegio col quale e pel quale si erano mantenute. Chi consideri bene la lor vita sociale, economica e industriale, rivelata dalle carte che ce ne rimangono, scoprirà subito il tarlo che le avea lentamente róse, ed il male incurabile che era venuto minandone la esistenza, un dì rigogliosa e fiorente. Oppresse da debiti per ispese che non avean compenso nelle entrate; inclinate a feste religiose imponenti gravezze non facili a sostenersi; morose a pagamenti di tasse obbligatorie, le quali, per quanto ingiuste, eran necessarie alla giornaliera funzione del magistrato, si dibattevano tra le strette del volere e del non potere. Le liti, cooperatrici delle costosissime solennità religiose nel lavoro di rovina, le rendevano inabili a qualsiasi atto di energia, escluso quello solo della giurisdizione, che i Consoli eran gelosi di esercitare sulle tre classi della corporazione: liti di gente contro gente, di associazione contro associazione, per lesione di privilegi e per non retta interpretazione di Capitoli.

Ordinarî i ricorsi per lesioni di preminenze e per negata reintegrazione in diritti perduti, o infirmati per mancata osservanza dei Capitoli. Comunissime le richieste di maestri morosi ai pagamenti, imploranti la dispensa di essi, la quale consentisse loro l'ambita elezione a cariche ufficiali, non altrimenti permessa dai Capitoli medesimi. [pg!119]

Il Senato, la cui competenza in siffatte liti era sempre da tutti riconosciuta e dai Vicerè riconfermata, e nel cui palazzo questi Capitoli venivano conservati, se ne occupava come delle faccende più importanti per la cosa pubblica166.

Per anni ed anni i maestri d'acqua (fontanieri) litigarono per emanciparsi da un consolato, quello dei muratori, al quale non avean diritto di salire. Emancipazione simile, battagliando, conseguivano gl'intagliatori e gli scalpellini. «Semolai e vermicellai» non si stancavano dall'invocare, ciascuno nel proprio interesse, certi diritti di preferenza, loro contrastati. Dimentichi di una legge perpetua che li accomunava all'unico consolato dei paratori di chiesa, i fiorai ricusavano di prender parte secondaria ad un istituto del quale non potevano rappresentare la funzione principale e propria167. I pescatori, non potendo più andare d'accordo nella stessa loro corporazione, si scindevano per rioni della Kalsa, di S. Pietro, del Borgo (mand. Tribunali, Castellammare, Molo) e, sotto le bandiere dei loro santi e patroni, rivaleggiavano più che non usassero, essi di lor natura alieni da quistioni. Nelle solenni comparse officiali le ire esplodevano per malintese e mal sopportate precedenze nel ruolo.

Faticoso quanto rincrescevole il tener dietro, sulla scorta dei documenti d'archivio, a questi sodalizî, perdentisi in futili pretesti pel conseguimento d'una rappresentanza purchessia, o per l'impedimento di un consolato [pg!120] a quello tra essi che credevano non meritarlo. Nel vanto del loro forte passato s'affannavano a cercar vigore alla debolezza del presente: e si confortavano nel titolo di milizie reali, dato loro da Carlo III168, rimpiangendo l'abrogazione del diploma di Filippo III, che concedeva l'altissimo privilegio di liberare ogni anno un condannato a morte169.

Il tempo che corse tra la campagna iniziata dal Caracciolo e la fine del secolo passò meno turbinoso di quel che si potesse al primo istante prevedere.

Risensate dall'improvviso colpo ricevuto, le Maestranze pensarono seriamente a rialzarsi. Prive in parte di armi materiali e morali, non tutte avevano espedienti a resistere. Le loro sessantamila braccia di ieri, le cento e più mila dei giorni migliori della loro vita non si moveranno più a difesa della città, non potranno più agitarsi nella rivendicazione di diritti proibitivi170, nella restrizione di esercizî, nella osservanza di monopoli, nella imposizione di contribuzioni obbligatorie di feste e di cerei171; ma non rimarranno inerti. Se non altro [pg!121] pel loro numero, una grande energia è ancora in esse. Ora l'una, ora l'altra delle corporazioni, pensa a ricostituirsi chiedendo il riconoscimento ufficiale. La loro azione non cessa di svolgersi sotto l'alto patrocinio e la autorevole vigilanza del Senato, il quale continua a tenerne conto; il Pretore, Console dei consoli, non lascia di averli, quali li ebbe sempre, «onorati uomini»: prova patente il suo solenne invito del 1789, nel quale il voto delle Maestranze fu chiesto come suffragio del popolo172. Dove non possano e non vogliano ricomporsi nella soppressa forma di collegio, cercano altrimenti di ordinarsi: e gli orafi e gli argentieri ricompariscono in compagnie ad azioni, proprio nel medesimo anno (1794), in cui altra maestranza assume parvenze di confraternita (S. Filippo d'Argirò e SS. Ecce Homo), sotto la quale viene senz'altro riconosciuta.

Il giorno dell'arrivo dei Reali di Napoli in Palermo (26 Dic. 1798), «non armate, colle coccarde chermisi al cappello e coi loro ufficiali indossanti le uniformi turchine e rosse», insieme con la guardia dei miliziotti della Bambina, esse si trovano schierate nella via Macqueda e nella via Toledo173; ed il Re ne resta grandemente compiaciuto.

Così dopo tante fortunose vicende le Maestranze rientrano nelle grazie del Governo, che nel 1812, per suo tornaconto, le ripristina quali erano state prima del 1784: provvedimento fuori luogo a favore d'una istituzione indocile alle nuove idee civili ed economiche, [pg!122] non compresa neanche da coloro che più erano interessati a prolungarne la esistenza.

Ott'anni ancora, ed esse si riaffermeranno nella rivoluzione del 1820, con velleità di ordine, ma con atti torbidi e minacciosi.

Sarà l'ultimo supremo sforzo d'un gigante che finisce di decrepitezza.

Il 13 Marzo del 1822 un tratto di penna di Francesco I le faceva scomparire per sempre. Di quasi 80 corporazioni non rimaneva altro che il nome!174.

[pg!123]