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La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1 cover

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1

Chapter 9: Capitolo VII.
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About This Book

Quest'opera ricostruisce la vita pubblica e privata di Palermo nell'ultimo ventennio del Settecento, descrivendo lo stato politico ed economico, le istituzioni municipali, l'igiene urbana e i bandi cittadini. Offre dettagli su senato e corporazioni, sui cartelli e sulle satire popolari, sulla diffusione di idee rivoluzionarie e sulla poesia politica, oltre a pratiche di viaggio per mare e per terra, corsari, locande, posta, portantine e carrozze. Analizza l'assenza dei proprietari e la condizione dei campagnoli, il fasto nobiliare, i divertimenti, le mode, i lutti, le passeggiate e le villeggiature, combinando documenti ufficiali, diari di viaggiatori e materiali poetici per ricreare costumi e consuetudini.

Capitolo VII.

CARTELLI E PASQUINATE.

L'antico costume di affidare ad una statua, ad un qualunque monumento le voci di indignazione di una classe della società, del popolo o di alcune persone di esso aveva la sua applicazione nella figura marmorea del Palermo, in quella di bronzo di Carlo V alla Piazza Vigliena, o in altro dei luoghi più frequentati della città.

Siffatto costume era una delle tante conferme dell'assoluta mancanza di libertà di parola e della insormontabile difficoltà di dire il fatto proprio rivelando cose che potessero suscitare lo sdegno dei governanti e degli amministratori.

Nel tempo del quale ci occupiamo, e prima e dopo di esso, chi avrebbe osato parlare a viso aperto? Chi rinfacciare al Governo centrale o locale la riprovevole condotta ond'esso rendevasi colpevole in faccia alla Sicilia? Questa condotta, subìta in silenzio, deplorata nelle intime conversazioni, esecrata nei fremiti di spiriti indipendenti tra noi, era solo pubblicamente censurata nei libri d'oltremonte. Coloro che aveano visitata l'Isola, tornando alle loro case, la rivelavano nelle relazioni [pg!124] stampate dei loro viaggi. I Briefe del D.r Bartels sono in questo genere la più severa condanna della Corte di Napoli e della Corte di Palermo175.

Le statue pertanto e le mura dicevano quello che gli uomini non potevano o non osavano.

Di statue di Palermo ve n'erano (e qui possiamo dire anche: ve ne sono) parecchie: una, p. e., dentro l'atrio del Palazzo pretorio, una nella piazzetta del Garraffo, una nella Fieravecchia: tutte tra loro somiglianti per la magrezza del re coronato che si lascia tranquillamente rodere il petto da un pingue serpente, e per la posa solenne e maestosa nella quale il re se ne sta seduto.

Quest'ultima figura era e fu lungamente la favorita dai Palermitani: ai suoi piedi i popolani del quartiere si raccoglievano chiacchierando; e dal suo collo pendevano di tanto in tanto cartelli di collera, di protesta, di minaccia, che non si sarebbero altrimenti potute ripetere senza supplizî o bastonate.

E lo stecchito sovrano, sollevantesi di mezzo all'acqua della vasca che lo attornia, rimaneva impassibile a tutte le berline alle quali lo esponevano i suoi presunti capricciosi sudditi, senza uno scatto di risentimento per le scenate che gli si facevano rappresentare. Se dopo i tumulti contro il Vicerè Fogliani (Sett. 1773) appariva in giamberga, parrucca, nicchio e spada al fianco, egli riaffermava la sua sovranità; se al feroce strazio di tre giovanetti, veri o non veri colpevoli, dopo [pg!125] quei tumulti, veniva coperto di gramaglia, egli voleva piangere col suo popolo una giustizia che sconfinava e non colpiva i veri e principali rei; e se gli si imbrattavano di pane e pasta volto e vestiti, ben a ragione avea da deplorare i pessimi comestibili che impunemente obbligavansi i suoi figli a mangiare; e quando una fitta sassaiuola di fichi lo prendeva di mira, avea tutta la ragione di riconoscersi coperto di tanta ignominia per la vigliaccheria nella quale i suoi Palermitani eran caduti di fronte alla tirannia del Governo ed alla inettitudine del Senato.

La segaligna statua di Carlo V nella Piazza Bologni, rispettata sempre nei furori delle sommosse, non era risparmiata quando il malumore serpeggiava nella cittadinanza, e quando una voce voleva farsi giungere a' capi del Governo ed a quelli della città. Era un cireneo come il vecchio Palermo e come l'aquila audace del Comune, la quale al domani d'una sanguinosa esecuzione di giustizia compariva spennacchiata e grama nella Conca d'oro, divenuta conca di.... immondezze.

E non si andava oltre quella piazza, nè si sognava di salire verso il Palazzo reale, perchè ivi erano centinaia di Svizzeri a guardia, non della città, ma del Vicerè.

L'incalzar degli eventi e le miserie cittadine resero indispensabile questa tra le meno pericolose e tra le più efficaci manifestazioni di malcontento e di rabbia.

Se la vanità della erudizione dovesse vincerla sulla parsimonia dello scrivere, potremmo prenderla molto larga in quest'argomento. Potremmo, p. e., ricordare una certa elezione di giudici capitaniali in persona di Emanuele Lo Castro, di Serafino Castelli e di Pasqualino, [pg!126] elezione che fece nascere il calembour, sanguinoso per le allusioni menelaiche al primo ed al terzo e per le birresche al secondo, che avea il nome (Castelli) comune con quello del carcere dei nobili e dei civili (Castello a mare):

Mircatu di carni grassa di Crastu (Lo Castro) pasqualinu, pasciutu cu li malvuzzi di Castell'a mari.

Potremmo ricordare quella del Principe di Partanna Grifeo, a Pretore, per la quale alla porta del Palazzo di città si trovarono attaccate quattro P.P.P.P., iniziali delle parole: Poviru, Palermu, Preturi, Partanna, allusive al fare spendereccio del nuovo capo del Senato.

Potremmo anche ridere alla vecchia giamberga attaccata ai rastrelli della nuova pescheria da un cenciaiuolo, unico, solitario compagno di un portatore di roba di Faenza nella piazza Marina, quando nel Vicerè Caracciolo sorse la infelice idea di un pubblico mercato in quel luogo, triste pei ricordi del S. Uffizio, disagevole per il sole di estate e le piogge d'inverno, e quindi rimasto deserto176.

Ma questi ed altri ricordi esorbitano dal nostro periodo, ed a noi non preme raccoglierli.

Siamo al 1793: il caro dei viveri s'inacerbisce di giorno in giorno; i granai comunali si vengono esaurendo; la città, come tutta l'Italia, è minacciata di carestia, la quale, non ostante che lungamente e ripetutamente [pg!127] prevista, giunge con tutta la crudezza e la desolazione del suo treno.

Ridire quel che è stato detto sull'argomento, non occorre. L'Autorità senatoria viene accusata del danno; essa che, secondo le solite voci, non previde, essa che non seppe provvedere in tempo e, peggio ancora, giocò con la cassa del Comune. Pretore è il Cannizzaro, Duca di Belmurgo, e contro di lui convergono gli strali di tutta la cittadinanza, invelenita avverso a lui usuraio, arricchitosi col denaro della città, e frattanto consigliere di pazienza e di attesa!... Ma la pazienza ha un limite, e un giorno i monelli del Mercato di Ballarò si mettono a gridare per le strade:

Cu la fidi e la spiranza
Un guastidduni 'un jinchi panza177:
Preturi Cannizzaru
Ha misu Palermu cu'na canna a li manu.

Se non che, i soldati del Pretore te li acciuffano, ed il boia se ne diverte con una buona fioccata di nerbate per uno.

Evidentemente questo Pretore Cannizzaro non era nelle buone grazie del popolo, se dopo le chiassate delle Kalsitane sulle mura delle Cattive alla Marina gli si faceva anche questa.

L'anno che segue v'è tanto ben di Dio che di carestia [pg!128] non accade più parlare. Ma ahimè! le cose continuano come per l'innanzi, ed il pane che si avea a grosse forme è bazza se si ha per metà del peso. Di chi la colpa? Ci vuol tanto a vederlo?!... del Pretore! E tutti lo vogliono ucciso, mentre il Vicerè Principe di Caramanico fa il possibile per rendere meno gravi le conseguenze della crisi. Questo sentimento si vede espresso al Pretorio nel seguente cartello:

Lu Vicerrè supra la vara staja178,
Lu Pirituri sutta la mannara179;

e significa che del Pretore non se ne vuole più sentire a parlare.

Audaci, violente le minacce al Governo, che con inganni ed ipocrisie tentava carpire la buona fede, non già del popolo, che non aveva nulla, ma del medio e dell'alto ceto, che possedeva ori ed argenti, e dovea andarli a depositare alla Zecca in cambio di moneta sonante. Strumento servile del Governo in cosiffatta barbarica espoliazione l'arcivescovo Lopez y Royo, Presidente e Capitan Generale del Regno per la improvvisa morte del Caramanico, e tanto più servile ai danni del paese in quanto sperava la nomina di Vicerè facendo il piacere de' Ministri di Napoli. Avverso a lui si udirono canzoni e cartelli frementi di sdegno.

Siamo alle prime ore del mattino del 16 Aprile 1798, [pg!129] e attaccata alla solita colonna del Palazzo del Comune ed alle abitazioni dei Ministri del Consiglio e del Governo, si legge:

O v'aggiustati, tiranni, la testa,
O di li Morti faremu la festa.
E chi vuliti impuviriri a tutti?
Chi oru?! Chi argentu?! un....

e qui una mala parola180.

Il Governo di Napoli era sotto l'incubo dei Francesi scorrazzanti il Mediterraneo con gli occhi fissi su Malta. La Corte, in preda ai timori che poi dovevano spingerla alla rada di Palermo, avea chiesto cannoni, soldati, danaro, e ne aveva ottenuti quanti non ne meritava. I Siciliani parteggiavano per essa, ma non erano così ciechi da non vedere la gravità della situazione: e poichè questa peggiorava di giorno in giorno, il 21 Giugno un cartello trovavasi affisso alla colonna. Stavolta era un dialogo tra due persone, composto di parole furbesche, accuse dei componenti del Governo locale. Cominciava altra mala parola, poi

...! Vennu li gaddi, addiu gaddini!
Addiu nassa, canigghia e puddicini!

E seguiva la risposta:

Addiu nassa, canigghia e puddicini!
Minchiuni! ch'è grossa! 'Na vota si mori!

dove, chi cerchi i doppi sensi, vedrà che i galli sono i Francesi, le galline i Napoletani, la massa la cricca [pg!130] governativa, la canigghia, crusca, la mangiatoia dello Stato, alla quale (per conservare l'allegoria) si direbbe che le galline bècchino, cioè i favoriti e gli aderenti divorino: egli ultimi due versi esprimono la indifferenza de' cartellanti siciliani di fronte alle conseguenze delle minacce francesi.

Gli eventi incalzano. Re Ferdinando ottiene una vittoria in uno scontro coi Francesi, ma i Napoletani pei Palermitani son tutti giacobini, compreso lo stesso loro S. Gennaro: la vittoria non è dovuta a questo Santo, ma a S. Rosalia, patrona di Palermo, alla quale il Re dev'essersi caldamente raccomandato. Quattro cattivi versi corsero in proposito:

T'haju fattu la varva, o San Ginnaru,
Giacchì t'ha' fattu giacubinu amaru,
Tradituri, putruni e da quagghiaru;
Viva, dunca, Rusulia e non Jinnaru!181.

La misura lasciamola all'ignoto poeta da colascione.

Quest'uso di dir male degli uomini e delle cose pubbliche era, come abbiamo affermato innanzi, antico, molto antico, e per quanto si fosse fatto a sopprimerlo, sempre vivo. Gli interessati vi ricorrevano sempre che il bisogno lo imponesse per non lasciarsi sopraffare. Il Governo sapevalo bene; e quando vi scorgeva una minaccia all'ordine pubblico ed un'offesa alla sua dignità, si sfogava in bandi e comandamenti severi, ripetizioni di altri precedenti e secolari. Dopo la giustizia del Settembre [pg!131] 1773 sopra cennata, per la rivolta contro il Fogliani, l'Arcivescovo Filangeri, Presidente del Regno, ordinava che «nessuna persona di qualunque ceto e condizione nelle private conversazioni in casa, nelle piazze, nei teatri, nelle cafetterie, nelle sagrestie, nelle chiese, nei conventi, nelle congregazioni» osasse ricordare i fatti avvenuti; nessuno «formare canzoni, sonetti, satire, leggende».

Disposizioni più severe emanava dieci anni dopo il Caracciolo, preso di mira specialmente dalle classi nobile e civile. Egli non sapeva darsi pace pensando che miserabili senza nome osassero gettare il ridicolo su lui; sicchè, fingendo di prendersela pel decoro delle famiglie, vietava «a qualunque persona, di qualsiasi grado, ceto e condizione si fosse il poter comporre, pubblicare, spargere o affissare o scrivere tali libelli e cartelli infamatori e contumeliosi, nè in versi, nè in prose, nè in figure esprimenti il carattere, nè in satire, nè in pasquinj, nè in qualunque altra guisa», e prometteva premî da trecento onze a chi siffatti delitti segretamente denunziasse182.

Egli avea ragione: nessuno più di lui era stato bersaglio di frizzi e barzellette, tanto che avea dovuto mandare in carcere i nobili Vincenzo di Pietro, Ugo delle Favare e Gaspare Palermo, sospetti di avergliene fatti. Ma il pubblico, che dovea saperlo, rinunziava alle trecent'onze e non faceva la spia a nessuno. In tempi più civili questo silenzio sarebbe stato chiamato omertà e mafia! [pg!132]

Le satire, le pasquinate continuarono senza posa fino al giorno della partenza del bollente Vicerè (Gennaio 1786), in cui gliene vennero messe sotto il muso non solo in italiano e in siciliano, ma anche in latino.

Gente incorreggibile questi Siciliani! [pg!133]