CAP. IX.
LA PROFESSIONE DI UNA MONACA.
Il dì 11 gennaio del 1797 S. E. Rev.ma Mons. D. Filippo Lopez y Royo, Arcivescovo della Diocesi di Palermo, riceveva la seguente partecipazione:
«Io Donna Maria Buglio, Abbadessa del Ven. Monastero di S. Maria dell'Ammiraglio detto della Martorana di questa città di Palermo, dell'ordine del Padre S. Benedetto, faccio fede come avendo con buona licenza di S. E. Rev.ma nostro Arcivescovo fatto capitolo, nel quale sono intervenute tutte le monache c'hanno voto, e proposto, che la Novizia Donna Luisa Valguarnera, doppo aver finito l'anno intiero del suo noviziato, e compiti li anni ventuno di sua età, richiede umilmente di essere ammessa per amor di Dio alla professione solenne delli tre voti monastici di Povertà, Castità, Obedienza, e di perpetua clausura in questo monastero, e di esser accettata nel numero delle monache velate con la solita dote di scudi 1000, è stata accettata con l'intiero consenso della nostra Congregazione, avendo con voti secreti, e non a viva voce, in quantità sopra due terzi come richiede la nostra santa Regola. Di più faccio fede di mia coscienza, e ne chiamo in testimonio Dio benedetto e che mi ha da giudicare, che la suddetta Donna Luisa Novizia, per quel, che io giudico, ed ho potuto vedere, e intendere dalla Madre Maestra, e da tutte le Superiore, e monache, sa leggere bene, ed è degna per virtù di essere gratificata, ed abile per il servizio di Dio in questo Monastero. [pg!151]
«In fede di che ho fatto la presente sottoscritta di mia mano, sigillata col nostro solito sigillo.
«Dato nel nostro Monastero di S. Maria dell'Ammiraglio in Palermo, oggi li 9 del mese di gennaio dell'anno 1797.
Dopo otto giorni Mons. Serio, Vicario generale della Diocesi, si recava alla Martorana ad interrogare un'ultima volta, e ad esplorare l'animo di D.a Luisa, e n'avea la conferma letterale delle dichiarazioni precedenti della Madre Abbadessa: e con questo la rinunzia formale dei suoi beni, «acciò più libera e sciolta applicar si possa a servire Sua Divina Maestà».
Siamo al giorno 23 gennaio. Dalla via Alloro, dal Cassaro, dalla Strada Nuova portantine e mute elegantissime vengono a fermarsi nella piazzetta di S.a Caterina. Dame e cavalieri in abiti inappuntabili ne [pg!152] scendono posatamente, e con istudiata gravità infilano la porta della chiesa. Il Principe di Valguarnera li ha tutti invitati per la solenne professione della sua terza figliuola, la quale, compiuto, come abbiam visto, l'anno del noviziato, intende appartarsi per sempre dal mondo.
I musaici del sublime monumento di Giorgio Antiocheno brillano all'agitarsi delle mille fiammelle accese nelle tre absidi e nelle cappelle laterali. Otto o nove altari sono ininterrottamente occupati da celebranti, stati «pregati di accrescere vieppiù la pompa colla presenza di loro messa». A traverso le lucenti grate si profilano le esili figurine delle nobili monache; dalle quali, a rispettosa distanza quelle delle converse, e più in là ancora, o in una stanza a parte, invisibili, le cameriere, pronte ad ogni cenno delle rispettive loro signore.
Tutto è pronto per la cerimonia. Al corno dell'epistola dell'altare maggiore sono le vesti monacali della candidata: lo scapolare largo e lungo, la cocolla manicata e talare, il velo nero, il breviario, che devono essere incensati e benedetti. Esce la messa solenne. I musici dal letterino155 intuonano il Kyrie. All'offertorio, il celebrante va a sedere sotto un dossello. Di dentro, nella parte interna, sotto altro dossello, col suo baculo d'argento in mano, circondata dalle monache tutte in cocolla, ergesi maestosa la Badessa. [pg!153] Ed ecco, preceduta dalle educande e dalle novizie compagne, inginocchiarsele innanzi in abito di novizia, Maria-Luisa Valguarnera (giacchè è questo il nome di religione che dovrà prendere) e chiederle la grazia di Dio e la sua. Un breve dialogo latino si svolge tra l'una e l'altra; la quale, interrogata, risponde di rinunziare al diavolo ed alle opere di esso, di volere assumere la conversazione dei costumi monacali, abbandonare quella dei genitori, abdicare alla propria volontà.
Gl'invitati si mettono in punta di piedi, allungando il collo per vedere o sentire, e la novizia con voce flebile e tremante legge la sua petizione. Le compagne palpitano; la giovinetta, accostatasi al corno dell'epistola dell'altare dell'oratorio, lo bacia, e presa la penna soscrive col segno della croce invece che col proprio nome la domanda. E mentre il sacerdote prega, la novizia si alza e con le braccia aperte in atto di volare e col viso al cielo ripete per tre volte, inginocchiandosi in ciascuna: Suscipe me, Domine, secundum eloquium tuum, et vivam: et non confundas me ab expectatione mea (Prendimi, o Signore, secondo la tua parola, ed io vivrò: e non volermi fare sperare invano).
La funzione segue a svolgersi dal celebrante della chiesa, che recita orazioni e benedice gli abiti, li incensa e li manda dentro l'oratorio. La curiosità negli spettatori cresce. La Badessa senza scomporsi toglie l'abito noviziale alla neo-religiosa che le sta prostrata innanzi, la veste dello scapolare grande, della cocolla, [pg!154] del velo nero, le porge il breviario, recitando mano mano una preghiera, finchè la professata intuona: Regnum mundi, versetto che le monache tristamente ed il coro dei musici allegramente proseguono ed avvicendano con crescente commozione di tutti. Il sacerdote torna a benedire, e la Madre Badessa riceve in oscolo di pace suor Maria-Luisa, mentre il medesimo fa la Madre Priora, e l'una dopo l'altra le monache tutte.
Le campane suonano a festa: gli astanti mormorano, i cocchieri di fuori schioccano le fruste, e lacchè e lettighieri torno torno alla Fontana Pretoria gridacchiano e sorridono. In uno istante muta la scena. In mezzo all'oratorio, sopra un tappeto ed un cuscino suor Maria si prostra per terra: e le suore la coprono tutta con coltre nera come cadavere che resti chiuso entro una cassa: e le converse le adattano dal capo e dai piedi due candelieri accesi. A un dato segno, le campane dall'alto rintoccano a mortorio: e come un tremito invade tutti i circostanti; e le monache singhiozzano, e i circostanti lacrimano, impotenti a reprimer lo schianto del cuore alla improvvisa morte morale di colei che è così piena di vita. Dentro e fuori, la commozione è al colmo: ma si mitiga non sì tosto che il celebrante inviti la docile vittima ad alzarsi: Surge quae dormis, et exurge a mortuis et illuminabit te Christus (O tu che dormi, levati, e sorgi di mezzo ai morti, e Cristo t'illuminerà)156. Ed essa [pg!155] si leva, e con gli occhi rossi s'accosta alla grata del comunichino157, e tra la impazienza degli invitati riceve l'ostia benedetta: e nuove benedizioni e nuove incensate e nuove orazioni porgono a tutti agio di osservarla, di studiarla, di scrutarne il cuore profondamente agitato.
Il sacrificio è compiuto. Oggi suor Maria-Luisa nel refettorio sederà la prima tra le novizie, domani l'ultima tra le professe. La maestra avrà una ragazza di meno da sorvegliare; la Badessa, una subalterna di più alla quale imporre; le suore una novella compagna alla quale confidarsi; le celle monacali, una nuova ospite.
Intanto nel parlatorio riserbato è un apparato di altro genere. La Nobiltà e gl'invitati tutti, dimenticando lo stridente taglio delle chiome dell'anno precedente ed il triste tumulo di pochi momenti innanzi, vi passa lietamente chiacchierando e motteggiando. Lì per mano di servitori gallonati ed imparruccati corrono incessanti, ed a profusione quasi incredibile, fenomenale, gelati di tutte le essenze, e amarene e limonate e carapegne e cioccolata e paste e pasticcini quanti può averne inventati la monacale industria e favoriti la capricciosa golosità dei consumatori158. [pg!156] La signora Badessa D.a Maria Buglio, benchè non ispetti a lei lo indirizzo di tante cortesie, si moltiplica per far onore agli ospiti, i quali tutti, dalla più attempata matrona alla più svelta ragazza, dal vecchio più costumato al giovane più libertino, felicitano la nuova sposa del Signore: alla quale, come ai genitori di lei, ripetono a coro la trita frase d'occasione: «Beata lei che s'è messa in salvo, lasciando a noi i guai di questo mondaccio!...».
Eppure, chi potesse penetrare nell'animo di questa beata, quale tempesta di affetti e di aspirazioni non vi scoprirebbe! E che crucciamento e dolore e dispetto in quello delle giovini compagne! Astrazione facendo dalle professe per vero, profondo sentimento religioso, le quali potevano dirsi soddisfatte, anche felici del loro stato, quante di queste non eran tormentate dal pensiero di aver troppo facilmente abbandonata la società nella quale avrebbero potuto brillare! Quante non rimpiangevano l'annuenza al [pg!157] chiostro, destramente strappata dai genitori, che dovevano ad ogni modo sbarazzarsi dei cadetti e delle figliuole per conservare ai primogeniti o all'unica erede le ricchezze!159 Anch'esso, il chiostro, aveva le sue attrattive; ma quanto non concorrevano queste a rendere talvolta angosciosa la vita di privazioni del mondo! Come resistere alle tentazioni incessanti quando le monache, affacciate alle logge sul Cassaro, vedevano uomini e donne d'ogni ceto, andare spensieratamente? E non era ragione d'ingrati confronti lo scorgere il fratello, la sorella, la cognata, l'amica, in carrozza, a piedi, bevendo fino all'ultima goccia l'ambrosia della felicità, o il saperli pompeggiare in passeggiate, in teatri, in ricevimenti, in spettacoli, in pranzi, in tutte le ricreazioni della vita!
Ciò non pertanto, non una parola di risentimento era dato sorprendere sulle loro bocche. A traverso la calma imperturbabile e la devota rassegnazione, nessuno mai sarebbe riuscito a scoprire la interna lotta di tanti cuori. Alcuni di questi cuori forse sanguinavano; ma chi ne udiva i gemiti? Solo qualche anima gentile li avrà in segreto raccolti, compatiti, disacerbati col balsamo di lacrime pietose.
La festa è finita. La famiglia della neo-professa, rientrando in casa, ha riandato mestamente le grandi [pg!158] spese sostenute dal dì che la figliuola entrò educanda, a questo della professione: e la dote, e il livello (vitalizio), e il corredo, e i varî trattamenti, e gli ornati ed i parati della chiesa, ed altri particolari a base di centinaia d'onze. E non di meno può dirsi contenta di esserna uscita senza il pericolo non infrequente della rinunzia al chiostro, proprio all'ultimo istante, poco prima del solenne giuramento dei voti, dopo che per la educanda, per la novizia si sono sperperate somme ingenti in tutte le funzioni che precedono e conducono a questa, or ora compiuta.
Perchè è da sapere che le spese di professione erano le ultime di una serie del genere, che partiva dalla prima entrata della ragazza in monastero e giungeva dove l'abbiam vista. Il Governo le proibiva; ma a che valevano le sue proibizioni se fatta la legge è trovato l'inganno? La circolare della Gran Corte (1775) per la riforma di siffatte spese veniva sempre elusa.
Facciamo un po' di conto in famiglia e vediamo come andassero le cose.
Per chi nol sappia, varie erano le funzioni per le quali la fanciulla dovea passare per giungere a professarsi.
Qualunque fosse l'età nella quale una bambina veniva ricevuta in monastero (e si cominciava anche a quattro, cinque anni! giacchè di buon'ora voleva crearsi alla futura monachella un ambiente che facesse dimenticare quello di famiglia), al settimo anno essa faceva la ufficiale entrata di educanda. Era quella una funzioncina tra seria ed infantile, alla quale [pg!159] parenti ed amici intervenivano, soddisfatti quanto le monache, con le quali ricevevano in comune dolci e rinfreschi, pur non avendone i regali e le galanterie.
Da educanda passava a novizia vestendo l'abito religioso: funzione che esigeva l'offerta dell'abito, della manta, oppur della tovaglia, o d'altro al monastero, di un cero da mezzo rotolo (gr. 400) a ciascuna religiosa, di non so quanti ceri per gli altari, e poi di dolciumi a tutto andare, così dentro come fuori il monastero, e di ori e argenti e moneta sonante.
Veramente questa entrata in noviziato dovrebbe avere lunghi particolari. Il lettore potrebbe a passo a passo seguire la giovinetta educanda nei sei mesi di perseveranza precedenti il noviziato medesimo, fuori del monastero; vederla a distrarsi o in noiosi passatempi, o in graditi ritrovi, in città e in campagna: occupazioni tutte preparate con tal fine astuzia da non far nascere simpatia per la vita fuori chiostro; studiarla nelle settimane di probazione; ammirarla finalmente nel giorno della monacazione. Giammai ragazza al mondo s'avviò a giurar fede di sposa con festa e lusso pari a quello di lei nel momento di questo primo drammatico atto della vita claustrale. Sciolte sulle spalle le lunghe, lucentissime chiome; candide, ampiamente strascicanti per terra le vesti nuziali, verso il palpitante seno stracariche di ricchi ornamenti; coperto di gemme, di pietre e di ori preziosi il collo delicato, le orecchie, le dita, ella s'appressa ad abbandonar tanta pompa per divenire la sposa del Signore. Ad una ad una tutte quelle forme [pg!160] mondane ella viene smettendo, fino all'ultima, (che è terribile sacrificio per una donna!): le chiome, sulle quali, forbici inesorabili s'accostano crudelmente recidendo, e che la genitrice reclamerà per la famiglia, doloroso testimonio d'una bellezza scomparsa. Il saio monacale copre subito la gentile figura, ohimè! così improvvisamente trasfigurata!
Abbiam vista la seconda delle funzioni, e potremmo tornarvi per fermarci sui parati e sulle macchine che si costruivano in chiesa, sulla grande musicata per la messa cantata, sui ceri accesi a tutti gli altari, sulle lumiere pendenti dalla volta, sulle torce spettanti alle monache e sulla profusione di dolci tra i presenti e gli assenti, tra i funzionanti e gl'impiegati, i protettori, i familiari, i clienti del monastero, non escluse le converse, le cameriere, le donne esterne di servizio. Ma nossignore: più tardi verranno i primi ufficî e lo insediamento in essi. Vanitosa come figlia di Eva, orgogliosa quanto una nobile del settecento, la giovane religiosa non vorrà restare indietro alle consuore che l'han preceduta. Che si direbbe di lei, che della sua casa, se la infermiera o la refettoriera non impiegasse qualche somma in ornamenti, apparati, utensili del rispettivo ufficio? Ci vada di mezzo il livello riserbatosi, si contraggono pure debiti, la generosità va fatta!
Molte e non liete son le riflessioni alle quali potremmo abbandonarci per tanto sperpero; ma a che giovano esse se non giovarono i continui ricorsi dei congiunti delle moniali al domani d'una professione? Limitiamoci [pg!161] a deplorare con una vittima del tempo, certo Lombardo, la elusione delle leggi, e solamente confermiamo il baratro che nelle case aprivano le pompe monacali; donde «una delle più dure concause della decadenza delle famiglie nobili di questa Capitale e di tutto il Regno e le scandalose dispiacenze tra padri e figlie»: i padri nel vedere, come abbiam detto, le figlie mutar di volontà dopo tanti anni di vita di educande; le figlie per la conseguente riduzione della dote160.
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