CAP. X.
LE MONACHE E LA LORO VITA NEI MONASTERI.
Tornando alla nostra monachella, eccola entrata, come morta al mondo, nel numero dei più; ma pur tale, ella può rimaner paga del suo nuovo stato. Da qui a tre anni le saranno schiuse le porte degli impieghi del monastero: ella
Sarrà fatta sagristana,Purtunara, cucinerà,Spiziala ed infirmerà,Cillarària sarrà,
come dice il buon Meli. Potrà anche salire al grado di borsaria, di rotaria, di maestra delle educande o delle novizie, di Priora, di Badessa161.
[pg!163]
Intanto comincia a disporre di qualche scudo delle sue entrate per certi bisogni e doveri che non son quelli della cibaria, del vestiario, del bucato, del culto, ai quali provvede il monastero. Di una cameriera e magari di due non potrà fare a meno, abituata com'ella è ad esser servita. Un confessore non le si potrà negare: l'ha ogni monaca, vuole averlo anche lei: un confessore tutto suo, esclusivamente, unicamente suo, che ella non permette, o solo per rara eccezione permette, che abbia altre penitenti162 nel medesimo monastero163. Lui direttore dello spirito, consigliere, amico, padre essa guarda con premurosa riverenza; a lui i suoi pensieri, le sue attenzioni. Non v'è solennità ch'ella lasci scorrere senza una di codeste attenzioni. Per la Pasqua gli manda i più squisiti pupi cu l'ova; per S. Martino, i più teneri biscotti pieni; per Natale le più dure mostacciole; anzi, perchè di grado superiore nella famiglia numerosa dei dolci, i più pesanti pantofali164. Nella ricorrenza dell'onomastico [pg!164] o del compleanno di lui, essa non sa, nè può rinunziare al piacere, fors'anche al dovere, di mandargli un grande vassoio ('nguantiera) con dolci speciali del monastero, o conserva di scorzanera (scursunera), e sopra o intorno una mezza dozzina di fazzoletti di seta rosso-gialla, o di posate, o di cucchiaini da caffè d'argento. La domestica esterna (mamma), portando questi doni, o un'ambasciata chiedente della salute di lui, sa di dovere studiare tutte le mosse del padre (confessore), imprimersi nella memoria le parole tutte da lui pronunziate, con la mimica che le associa, per poterle subito ridire e ripetere alla signora.
Or com'è che una monaca, pur avendo professata povertà, poteva permettersi tanto lusso di regali?
Il come è semplicissimo. La monaca si rivolgeva con una lunga lettera, a forma prestabilita, alla sua superiora e le chiedeva le licenze di disporre del peculio, ossia del proprio vitalizio per i bisogni personali o per fare delle piccole offerte. La formula di questa lettera è un capolavoro di educazione, di rassegnazione alla volontà della Badessa, suprema moderatrice del monastero, vigile custode della regola di esso. Perchè, dopo la più larga professione di santa obbedienza alla materna carità ed autorità di lei, la supplicante chiedeva il permesso di potere col vitalizio «compire qualche atto di gratitudine così coi parenti che con qualche altra persona cui ella avesse obbligazione; potersi servire di tarì dodici, tenerli in suo potere e spenderli per sua soddisfazione..., fare qualche [pg!165] elemosina, far celebrare qualche messa, pagare qualche persona di servizio..., imprestare o imprestarsi qualche cosa secondo le occorrenze del tempo, disporre di tutto quello che teneva in cella, servirsi di alcune cose d'argento, ricevere tutto quello che sarebbe stato dato dal monastero, dai parenti o da altra persona, e che se ne potesse servire e disporre a suo arbitrio e poter fare qualche cosa dolce così per sè stessa che dei parenti e persone cui avesse obbligo...» Excusez du peu!
Aveva la Badessa, senza intesa del Vescovo, facoltà di concedere queste ed altre licenze?
— «Sì», rispondeva un canonista, al quale ne veniva mosso quesito; «perchè la Badessa ha le medesime facoltà dell'Abate».
E quanto poteva, con licenza della Badessa, spendere la monaca?
— «In ragione del vitalizio», si rispondeva, e, secondo le varie opinioni, da uno a quindici scudi165, fino a cinque dei quali solo pel confessore.
Ecco giustificati i regali delle monache. Ma la faccenda non era così semplice come si presentava. Una volta (1755) l'Arcivescovo Cusani, fungendo da Vicerè e da Capitan General di Sicilia, volle portarvi rimedio, ed ordinò «a tutte le monache particolari e converse di ogni monastero, senz'alcuna eccezione, sotto pena di scomunica maggiore ipso facto incurrenda, [pg!166] che non potessero nè molto nè poco, nè direttamente nè indirettamente, nè per qualsivoglia pretesto dare, o regalare ai loro confessori ordinarj, o straordinarj, regolari o secolari; e questi all'incontro, sotto pena di sospensione ipso facto incurrenda non potessero nè per sè, nè per altri, ne per qualunque formalità, che potrebbe pensarsi, anche per titolo di elemosina, ricevere cosa alcuna dalle medesime»166.
L'editto del Cusani suscitò un pandemonio. Ecclesiastici insigni furon chiamati a dare il loro avviso. Un parere teologico diede P. Benedetto Piazza; uno canonico, P. Francesco Burgio: un altro, mezzo teologo, mezzo canonico, il molto Reverendo P. Giuseppe Gravina: tre scrittori di primo ordine. L'Arcivescovo con tutta la sua autorità ne uscì malconcio. Un anonimo ne prese le parti, e in un libro che si finse stampato a Lucca ed uscì invece dai torchi di Palermo, furon messe carte in tavola e, a difesa del Cusani, raccontate cose dell'altro mondo.
Ecco il titolo intero di questo prezioso libro: Ragguaglio delle contraddizioni sostenute dalla pastorale vigilanza di Mons. D. Marcello Papiniano Cusani Arciv. di Palermo per occasione di un Editto da lui pubblicato agli 11 di Ottobre del 1755: per cui si vietano i regali delle monache ai confessori: gli abusi intollerabili nelle occasioni de' Monacati e Professioni delle medesime: e l'accesso dei Regolari ai loro monisteri senza la licenza dell'Ordinario: che serve di confutazione ai voti de' PP. B. Piazza, Fr. Burgio e G. Gravina d. C. de G. contro l'Editto stesso e l'Ordinaria, e la delegata giurisdizione dei Vescovi. In Lucca 1759. (In-8º, pp. 407). [pg!167]
Altri bisogni, non personali, imponeva la Comunità per officiature, servizio divino, ricorrenze civili, restauri edilizi del monastero. Questi bisogni non eran pochi, nè facili a soddisfare con le rendite del religioso istituto, e con lo scarso assegno personale delle suore. E frattanto le famiglie erano di continuo importunate per sovvenzioni straordinarie, che provocavano clamorosi ricorsi al Sovrano. Laonde nel 1779 Ferdinando ingiungeva ai monasteri «di addossarsi le spese di qualunque genere senza ombra di gravare per le moniali. Per tal modo, diceva, i padri di famiglia si rilevano dal peso di soccorrere con straordinarie spese le loro figlie e congiunte, mentre le singole monache non si angustiano più di spendere quel che quasi angaricamente spendevano»; e faceva obbligo espresso ai vescovi di sorvegliare la esecuzione dei suoi ordini. I vescovi peraltro, impotenti a ciò, vedevano la loro azione frustrata dalle comunità religiose, refrattarie a qualsivoglia provvedimento in proprio favore.
Lesi nei loro personali interessi, i parenti tornavano a gridare: ed il Re, seccato, emanava nuovi ordini e passava alle minacce, non intendendo più oltre sopportare che si pagasse di proprio dalle monache quello che avrebbe dovuto pagarsi dalla cassa del monastero. [pg!168] Le monache, diceva il Re, fecero i loro conti e videro che non potevano arrivarci, avendo bisogno dell'aiuto di costa, cioè di denaro delle famiglie: e ne mormoravano. E sdegnato, nuovi richiami faceva ai Vescovi, affinchè sotto pena di peccato mortale vietassero alle monache qualunque spesa individuale per ricreazioni, dovute solo ed assolutamente dal patrimonio del monastero (1782)167.
Ma di chi si dolevano queste benedette monache se esse medesime eran causa dei loro mali? Il 1º gennaio del 1796 moriva suora Emanuela Cordova, Badessa di S.a M.a delle Vergini, e seppellivasi in monastero168. La buona donna sapendo a quali dispendî sarebbe andata incontro la comunità, pei funerali a lei dovuti, tre giorni prima si dimetteva da superiora. Le suore avrebbero potuto uscirne bene, accettando la rinunzia: ma senza discussione la respinsero169: il che fa onore al loro sentimento di devozione per la loro venerata madre. Ma allora perchè tornare alle solite querimonie pel gravame che loro veniva da siffatta [pg!169] sventura? Oh non sapevano esse che alla Badessa toccavano gli onori dei capi religiosi? e che per tre giorni consecutivi sarebbe occorso l'intervento del Capitolo e del clero della Cattedrale: i canonici, i prebendati? Cujus culpa delle 70 onze che ci volevano per tutta questa funzione, alla quale peraltro era in loro facoltà di sottrarsi?
Ma v'è anche di più, e questo conferma la responsabilità tutta monacale dello sperpero inconsiderato che nei monasteri si faceva170.
Poche settimane dopo giunta in Palermo la Corte di Napoli, volle la Regina Carolina fare un giro pei monasteri. Primo visitò (1 aprile 1799) quello di Sales, fuori Porta Nuova, al quale era annesso il R. Educatorio delle nobili donzelle che prendevano nome da lei. L'accompagnarono dame e cavalieri, e le furono resi omaggi singolari; e regali di fiori di smalto e ceste di dolci furono offerti ai principini: somma complessiva di questa bazzecola, settant'onze (Lire 892,50)! Di questo un po' male rimase la Regina, non per offesa che venisse al suo orgoglio di sovrana, ma pel costo di tanti regali. Laonde, rientrata nella Reggia, [pg!170] emanò ordini severi che nelle seguenti visite, offerte simili non si ripetessero, pena la sua indignazione.
Vera o no che fosse la collera, bisognava prenderla nella sua espressione e non pensare a nuovi trattamenti per lo appresso.
Eppure la prima a dimenticarsene fu l'augusta incollerita.
Tre mesi e diciotto giorni durarono le sue visite, e in ventun monasteri da lei visitati, non una ma due feste da ciascuno si lasciò ella fare e si godette, l'una più dispendiosa dell'altra. Se il Sales buttò via quelle settant'onze, il Salvatore, per non restare ad esso indietro ne buttò cento (L. 1275). Carolina avrebbe dovuto senz'altro smettere; ma non ismise, e la minaccia della sua indignazione fu una scena appesa: appesa, come per far comprendere che le acque dolci diacce, i sorbetti, le carapegne non eran poi roba da rifiutare; e che se la visita si prolungava troppo, a certa ora, tanto lei quanto gli augusti marmocchi avrebbero avuto bisogno di un ristoro, che con parola propria chiameremo cena. Difatti non vuolsi dimenticare che la Corte, secondo l'uso d'allora, pranzava poco dopo mezzogiorno.
Ecco dunque una cena regale con pietanze in caldo e in freddo degne della figlia di Maria Teresa e della moglie di Ferdinando III.
I monasteri facevano a gara per superarsi, anzi per sopraffarsi a proprio danno. Non avean danaro e lo toglievano precipitosamente in prestito, senza speranza [pg!171] di poterlo prontamente restituire. Parati, illuminazioni, musicate, Pange-lingua in chiesa, illuminazioni a cera di Venezia dentro, in tutti i corridoi, nelle sale del Capitolo, in refettorio, nel quartiere della Superiora, gramolate di tutte le essenze, ponci di caffè e schiume di latte, dolci sopra dolci, torte grasse, arrosti di pollanche (talora chieste alla cucina del Principe di Trabia), conserve ed altra roba da dessert; e poi doni di altri dolci, di argenteria, di oreficeria e fin di telerie: ecco ciò che presentarono queste monachelle, che per la vanità di comparire più di quel che erano toglievano alla loro sussistenza il necessario ai piccoli comodi.
Al tirar delle somme, per la follia di poche ore, ciascuno dei monasteri visitati s'indebitava per la cifra tonda di trecent'onze (3825), e quello delle Vergini, di seicento (7650)!
Al domani di tanta ebbrezza, le recriminazioni delle singole religiose contro le loro superiore e delle superiore contro le singole religiose esplodevano violente. — «Fu la Badessa che volle spender tanto!» esclamavano le une. — «Furon le suore che s'imposero, perchè le monache di Sett'Angeli, e financo quelle di S.a Chiara, fecero cose da pazzi!» rimbeccavano le altre. — «La colpa è tutta delle Teresiane, le quali senza un accordo regalarono una cornice d'oro massiccio», aggiungevasi, mentre in alcuni circoli monastici si gettava la colpa di tanta jattura «su quelle superbacce, dicevasi, di S.a Caterina, che per la loro rendita di 20.000 scudi all'anno, spendono e spandono [pg!172] come se tutti i monasteri possedessero banchi di danari!».
E frattanto angustie o querimonie eran pascolo giornaliero di più che millecinquecento moniali, ed i cantastorie di piazza sotto le loro finestre e presso i parlatorî le venivano frizzando col canto della «Storia nuova delle monache indebitate», e ripetendo ad ogni strofa l'intercalare, che faceva ridere il non colto pubblico:
Dijuna, o monaca, fa' pinitenza:
E poichè era risaputo che la Superiora delle Repentite non avea voluto partecipare al comune sperpero, ed alla dama della Regina avea fatto intendere che non avrebbe potuto procurarsi l'onore della regale visita, un ultimo verso della canzone esclamava:
Viva la monaca d' 'i Repentiti!
Quale fosse la istruzione nei monasteri non è facile vedere; certo, però, non dev'essere stata gran che, se nel vecchio Ceremoniale del P. Tornamira, che era il vangelo delle monache benedettine, si ammetteva che la monacanda non sapesse scrivere pur avendo imparato a leggere correttamente nell'anno del noviziato o in due anni di esso, ove uno non fosse bastato172.
Supporla però inferiore a quella dei Collegi di Maria [pg!173] sarebbe errore, almeno in alcune materie di cultura femminile. Il più antico di questi Collegi, quello dell'Olivella (1791) e, meglio ancora, l'altro di S.a Maria alla medesima Olivella (1740), nel primo articolo del suo Statuto prescriveva «il gratuito insegnamento alle ragazze nei lavori donneschi, nell'istruzione letteraria elementare, nell'aritmetica, nonchè della educazione morale della cristiana religione»: il che non è poco, data la scarsissima istruzione popolare. Potevano le monache non essere nel grado d'istruzione delle donzelle del Carolino; ma non è a presumerle da meno delle Collegine, anche in considerazione della inferiorità di queste al ceto nobile, e talvolta forse al civile. A ragione, peraltro, dell'ordine al quale appartenevano le monache erano obbligate a leggere gli ufficî divini.
Una prova indiretta della loro cultura nelle Arti belle e geniali l'abbiamo come nel maneggio degli strumenti musicali che si avea occasione di ammirare in molte religiose, così negli stupendi lavori di ricamo, di cera, di smalto con disegni che si eseguivano dentro gli stessi monasteri. Corridoi, sale da Capitoli, cappelle interne, cori, celle, erano ingombri di bacheche e di scarabattoli con immagini di cera, in abitini delicatissimi, ornati di drappi a fiocchettini, a frangette, a fiorellini, a foglie, ad erbe, che erano e, a chi li veda anche ora, sono una maraviglia. V'erano intere sacre rappresentazioni, scene plastiche della Bibbia, e del Leggendario dei Santi, le quali aveano assorbito lunghi anni di paziente lavoro d'ignorate artiste del [pg!174] chiostro, inconscie del loro valore, solo infiammate all'attuazione d'un ideale intensamente carezzato.
Quando (26 luglio 1775) la Principessa Giulia d'Avalos, moglie del Vicerè Marcantonio Colonna di Stigliano, visitò il Monastero di S.a M.a delle Vergini, Badessa la veneranda Marianna Notarbartolo dei Principi di Sciara, e si fece (giova avvertire che questa donna non era la prima del suo casato in quel pio luogo, perchè, per tradizione, le famiglie facevano di generazione in generazione entrare le loro figliuole sempre nei medesimi monasteri), come dicevasi fin d'allora, «della scelta musica», tre riscossero sinceri applausi: suor M.a Fede, suor M.a Carità e suor Marianna Emanuele de' marchesi di Villabianca, dilettanti, la prima di canto e cembalo, la seconda di canto, cembalo e salterio, la terza di violetta d'amore e violino173. E ci volle coraggio ed abilità per esporsi innanzi alla moglie di un Vicerè ed a 180 dame di Palermo che in quella occasione furono visitatrici e spettatrici.
In quei tempi le audizioni di questo genere non si pagavano.
Houel, che in qualche città dell'Isola stupì alla limitatissima istruzione delle donne anche dell'alta Società, in Palermo raccolse con piacere la notizia che una monaca, figlia del Principe di Campofranco, avesse scritto di morale174; ma se si fosse fermato un poco più sull'argomento, avrebbe saputo che altra [pg!175] moniale, Anna M. Li Guastelli, avea composto due poemi, uno su S.a Rosalia, un altro su Palermo.
Ma di essa, a tempo e a luogo.
Se poi la maggior parte delle monache erano di scarsa istruzione, non ne mancavano altre mediocremente istruite, le quali rappresentavano lo elemento culto d'un monastero. Queste, o alcune di queste, non eccellevano per floride condizioni economiche di famiglia, pur essendo nobili o civili; ma erano accettate come soggetti. Soggetto nel linguaggio monastico voleva dire persona di tali qualità intellettive che giovava prendere nel monastero (ed anche nel convento, se uomo) senza quell'appannaggio di corredo, di dote e vitalizio che era uno dei requisiti per l'ammissione e l'accettazione da parte delle comunità.
La soggetta occupava poi le cariche più delicate di scrittura: e se non la razionala interna, era sempre la scrivana del monastero o la segretaria della Badessa, col permesso della quale poteva tenere nella sua cella penne e calamaio; mentre le altre, al bisogno, dovevano andare a chiedere le une e le altre.
Molti e diversi i monasteri, superbi per moli, immensi per estensione, con due, tre atrii, e con avanzi, sovente ignoti alle gentili commoranti, ignorati anche dai dotti di fuori. L'ampiezza di essi era tale da consentire più d'un quartiere, e per servirci del linguaggio monastico, più d'una cella ad una medesima religiosa, e offriva persino un edificio interno di villeggiatura a tutta o a parte della comunità. Questa villeggiatura era ben diversa da quella che si faceva fuori. [pg!176]
Hager che volle conoscerli e n'ebbe permissione dall'Ordinario, ne visitò fino a ventidue, non tutti della medesima importanza, benchè tutti più o meno rinomati. Eran divisi fra i quattro rioni, dentro la città; ma quello di Sales, di recente costruzione, sorgeva fuori, nella via di Monreale (Corso Calatafimi). Più antico tra tutti il monastero del SS. Salvatore nel Cassaro. Per pingui patrimonî e per grande decoro aveano rinomanza i monasteri delle Benedettine del Cancelliere, delle Francescane di S.a Chiara, della Badia Nuova, delle Stimmate, di S. Vito, delle Domenicane della Pietà, delle Carmelitane di Valverde, delle Carmelitane scalze di S. Teresa, delle Minime dei Sett'Angeli, delle Teatine di S. Giuliano ed altri con sott'ordini e sottoregole di Santi e di Sante.
Le Badesse e le Priore, elette dal suffragio delle comunità, vi duravano anni ed anni in carica confermate dalla fiducia, o dal rispetto, o dalla convenienza, o fors'anche dal tornaconto dei partiti interni. Il fiore della Nobiltà palermitana eravi costantemente rappresentato; e negli ultimi del secolo (diciamo una data precisa: tra gli anni 1798-1800), suora Migliaccio, figlia del Principe di Malvagna e di Baucina (già Capitan Giustiziere e Pretore) al Salvatore, suora Gabriella Crescimanno al Cancelliere, suor Maria Buglio, che abbiam vista alla Martorana, suor Maria-Francesca Giacona o Chacon a S.a Chiara, suor Calderone dei Baroni di Baucina alla Badia Nuova, suor Maria Lucchese dei Duchi Lucchesi a Montevergine. Contemporaneamente reggevan le sorti di S.a Caterina [pg!177] la Rosalia Migliaccio dei Principi di Baucina, sorella della Badessa del Salvatore: della Pietà, suora Burgio dei Duchi di Villafiorita; di Valverde, suora Vannucci dei Marchesi Vannucci. L'ideale dei monasteri secondo i canti infantili dell'Isola, l'Origlione175, riposava lietamente all'ombra di suor Maria Diana dei Duchi di Cefalà.
Il monastero dei Sett'Angeli, convertito un secolo dopo in iscuola del Comune, dove taccheggiava una ignorantissima femina, onoravasi di suora Naselli dei Principi di questo nome; le Stimmate di suora Barletta dei Principi di S. Giuseppe; le Vergini, di suora Maria-Fede dei Marchesi di Villabianca, nostra vecchia conoscenza. Troneggiava Badessa di S.a Teresa la Settimo, sorella del Marchese di Giarratana, e del Sales Dorotea Lanzirotti.
Non di nobili, ma di elette famiglie borghesi menavano vanto altri monasteri che mal sopportavano di non potere stare in prima linea con quelli delle alte sfere religiose da noi serenamente e da esse dispettosamente guardate. La figlia del razionale D. Gaspare Scicli governava, è vero, la Concezione, suora Gerardi S.a Elisabetta, suora Concetta Gasparito S.a Rosalia, Suora Tomasino S. Giuliano, suora Maria-Anna di Guastelli l'Assunta, suora Rosa Lo Monaco le Repentite; ma non potevano, ahimè! esse, madri Guardiane e madri Priore, aspirare all'ambito titolo di Badesse.
Sugli ultimi piani dei palazzi del Cassaro, sotto i [pg!178] tetti, sporgevano, a brevi distanze, logge coperte. Quivi ad ogni pubblico spettacolo sacro o profano, religioso o civile, centinaia di testoline avvolte in candide bende si movevano irrequiete occhieggiando sulla fluttuante folla del corso. Erano le nobili suore dei Sett'Angeli e dell'Origlione, di S.a Chiara e di Montevergine e del Cancelliere, eran quelle delle Vergini e della Martorana e di S.a Caterina, le quali vi giungevano per lunghi, tortuosi cavalcavia, come quello stranamente maraviglioso di S.a Chiara, che andava di fronte al Palazzo Geraci, o per meati sotterranei, come quello che dalla Martorana riusciva sul Palazzo Gugino (Bordonaro) alle Quattro Cantoniere. Il capriccio femminile sposato all'audacia spensierata aveano con ingente spesa costruito questa specie di tunnel che a Maria Carolina parve (15 aprile 1799) opera romana. Un secolo dopo, livellandosi la via Macqueda, tra la Università e Piazza Vigliena, i retori della edilizia e della topografia della Città, alla vista di quest'opera sotterranea, si abbandonavano a fantastiche supposizioni, creandovi sopra leggende da medio evo, che solo la ignoranza e la malafede poteva far concepire.
Altri monasteri illustri (Pietà, S.a Teresa, Valverde), eran luoghi di raccoglimento e di delizia insieme, dove della stretta osservanza le monachelle aveano ragione di compensarsi con giardini e verzieri, laghetti e fontane, viali pensili e logge altissime, che esse si deliziavano a percorrere in barchette, in sedie portatili, in carrozzelle, alternandole con ufficî religiosi e domestiche incombenze. Chi vide prima della loro trasformazione [pg!179] S. Vito, le Vergini, la Concezione, e prima della loro delittuosa demolizione le Stimmate, potè formarsi una idea della ossequenza monacale e signorile al davidico precetto: Servite Domino in laetitia. Eppure
Pri la monaca racchiusa,Ch'avi sempri ostruzioni,Facci pallida e giarnusa
questi conforti del corpo e dello spirito non bastavano: ci voleva la villeggiatura, la quale, salvo rare eccezioni, non poteva farsi se non in campagna. La previdenza delle passate comunità o delle antiche benefattrici avea pensato anche a questo. Valverde possedeva una bellissima villa a Mezzomorreale, i Sett'Angeli una alle Petrazze, il Cancelliere a Sampolo, la Martorana a Scannaserpi. Quivi ed in altri siti ridentissimi passavano giorni spensierati intere comunità, senza preoccuparsi della lor sicurezza personale, alla quale provvedevano le alte e solide mura di cinta di clausura, ed i fattori che, di padre in figlio succedendosi, ne avean cura.
Ed anche questo non bastava.
Per breve pontificio esecutoriato nel Regno ed approvato dall'Arcivescovo del tempo, le monache di S. Caterina avevano il permesso di uscire di monastero quattro volte all'anno177. Era un privilegio speciale, [pg!180] che si ricordava sempre con invidia dagli altri monasteri. Pure non rappresentava una eccezione, se nelle monache era bisogno di un mutamento d'aria. L'architetto Houel intrattenendosi di questo argomento col Marchese Natale, apprese «che una monaca malandata in salute poteva uscire dal chiostro e andare dai suoi parenti, in città o in campagna», rimedio che a lui parve il più efficace a dissipare il languore, la noia, il disgusto del chiostro178. I medici erano in ciò d'una compiacenza fenomenale, e non si facevano pregare per iscrivere i loro certificati con la formula voluta: affermo con giuramento, senza la quale non si sarebbero questi riconosciuti validi.
La Curia arcivescovile un po' severa non impediva, ma forse concorreva a diminuire il numero delle monachelle girovaganti per la città. Quelle che Hager dice di aver viste a sfarfallare per le strade in carrozza, o a rimanersene fuori chiostro in casa dei parenti, col pretesto di malanni fisici, saranno state religiose professe, ma potevano anche essere educande, nei giorni di probazione, alla vigilia di monacarsi. Altrimenti non si riescirebbe a spiegare come, «vestite dei loro abiti, se ne stessero (son parole di Hager) nei terrazzi (balconi) a chiacchierare amorosamente, finchè non venisse il tempo di smetterli». Se s'incontravano in Palermo «molte dame maritate, che avean lasciata la tonaca»179, il nostro pensiero ricorre senza [pg!181] altro a quelle che decisero Re Ferdinando a portare a un anno le professioni (1790), ed a proibire le eccessive spese di monacazione. Gli annullamenti di voti monastici, infatti, nella seconda metà del settecento eran frequenti non solo per donne, ma anche per uomini: ed una ricerca all'uopo tornerebbe utile alla storia del costume anche sotto questo non mai guardato aspetto. La ricerca dovrebbe farsi nell'Archivio della curia arcivescovile e nelle carte del Giudice della Monarchia: qualche cosa ne dicono quelle del Vicario Capitolare Mons. Michele Schiavo180.
Agli annullamenti di voti femminili seguivano a quando a quando, anzi non di rado, i matrimonî d'amore. La monachella del Meli, stanca della vita che le tocca a trascinare nel chiostro, spiattella chiaro e tondo che ha fatto la sua brava petizione di nullità dei voti, e che non sì tosto riuscirà allo scopo, sposerà il suo attivo difensore legale:
L'avvocatu miu alligantiGià cumprènniri m'ha fattuChi pri mia ni nesci mattu:
Nè questa è poesia. Assistita dall'abile avvocato Don Onofrio Paternò, suor M.a Antonia Trigona vinceva la sua lunga causa di svestizione. Ella, col titolo di Baronessa di Spedalotto, Cugno, ecc., ereditava feudi considerevoli. Ed eccole a ronzarle attorno [pg!182] vagheggini e pretendenti. Vogliono essi dar la scalata al bell'edificio dei trentasett'anni di lei, ovvero al suo blasone? Probabilmente no: ella ha seimila scudi annui, e quei seimila fan gola a giovani e ad uomini maturi. Donna Maria-Antonia però
Sta come torre ferma che non crolla,
perchè è innamorata pazza del suo avvocato, il quale, dimenticando i begli occhi della Marchesa Flavia Mina-Drago, ne tiene ambe le chiavi, quella cioè del cuore e quindi della bella persona: e quella del tesoro d'argento. La seguente canzone siciliana, attribuita alla poetessa vedova D'Angelo, fece (1784) il giro degli eleganti salotti:
Middi livreri supra 'na cunigghia,Quali s'era a Diana dedicata,Cci currevanu appressu a parapigghia,Ed idda intantu si stava ammacchiata.Ma un guzzareddu (oh chi gran maravigghia!)Cu tuttu chi 'na lebbra avia appustata,Lassa la lebbra e c'un sàutu la pigghia,
Non dissimile il caso di suor Giuseppa Teresa, quale dopo di essere stata vent'anni col ruvido saio all'Assunta a sbisoriare ufficî divini, alla medesima età della Trigona, per sentenza dei tribunali competenti [pg!183] tornava al mondo muliebre Donna Giovanna Moncada, sorella, nientemeno, di S. E. il Principe di Paternò. Poteva mancarle un marito? Ed ella se l'ebbe infatti pel Natale del 1789 nel Marchese di Castania D. Bartolomeo Avarna183.
La prospettiva della svestizione sorrideva lietamente a quelle tra le moniali che non si sentivano di durarla in mezzo alle miserie, alle piccinerie del chiostro. «Oh se le cose mi vanno a seconda, esclamava la povera Monaca dispirata del finissimo Meli, come sarò felice! Ho tutta la speranza di vedermi sciolta della professione, perchè varî ne sono i motivi:
E d'allura in poi, in avanti,Nun saròggiu cchiù 'nfelici;Di lu munnu chi Diu ficiComu l'autri gudirò.»
E che erano mai codeste miserie e piccinerie del chiostro? Ce lo dice appunto il poeta nel citato componimento, che nel genere è l'unica fedele pittura di quella vita.
La monaca messa in iscena è, a quanto pare, di famiglia civile, e lamenta la perduta libertà, la pace, la gaiezza della gioventù. I genitori la fecero entrare in monastero bambina; cresciutella, le dipinsero come un serpe velenoso il mondo, come una schiavitù il matrimonio, come un boia il marito. Spaventata, non volle più uscire dal chiostro; ma dovette [pg!184] accorgersi d'essere stata ingannata: senza di che, non si troverebbe ora chiusa fra quattro mura, vestita di nero, col capo raso come quello dei forzati, e con le
... scarpi grossi e chiani,Cu buttuna e lazzitedda,Senza fibbii a l'oricchiedda,
Al domani della riscossione del vitalizio, tra spese grosse e minute non le resta un quattrino. Il vitalizio
Si nni va pri cumprimentiA lu patri cunfissuri,Chi a li gradi tutti l'uri
Ella torna dispettosa alle insidie lusinghiere dei genitori e dei parenti, e prosegue numerando le male arti di tutti per sorprendere la sua buona fede, e la maniera capziosa ond'essa fu costretta a dare il suo assenso, e le finzioni dello zio, che vedendo non potersi arrivare a coprire le spese necessarie per lei, aggiunse qualche cosa del suo, e l'intervento dell'avvocato, del professore (procuratore legale) e del notaio, che la crucifissero come Cristo. Circondata in tal guisa da persone tutte interessate a sacrificarla, la inesperta e debole ragazza rinunziò al mondo e fino al nome di battesimo. Ed ora, ahimè! è una infelice tra infelici. [pg!185]
Cuminciannu ccà di mia,Quantu monachi cci sunnuVurrian'essiri a lu munnu'Ntra li spassi chi cci sù.
E la vita sua scorre in continui tuppertù, fra sospetti e gelosie, in mezzo a compagne disperate, tra sorveglianze e sorprese, in superbia ed invidia: affettate, schifiltose, malaticce e scontente di tutto e tutto pubblicamente lodando. Le sue consorelle son la curiosità in persona, e mentre non si occupano di nessuno, sanno i fatti di tutti, e ostentano virtù e santimonia186.
Differenza di ceti, e tra questa, divisione di un medesimo principale ordine religioso, suscitavano e mantenevano gare tra un monastero e l'altro. I monasteri di primissimo ordine guardavano dall'alto al basso quelli che accoglievano monache di famiglie semplicemente civili. Questi, d'altro lato, mettevano in ridicolo il fare pretenzioso di quelli, e perchè non potevano eguagliarli, tenevan le ciglia in cagnesco. La visita dianzi ricordata della Vice-regina Colonna di Stigliano ne è un saggio: quella della Regina Carolina, una conferma.
Le moniali di S.a Caterina e le moniali della Pietà erano domenicane: ma quelle si vantavano, o eran dette figlie di Don Domenico, e queste strillavano a sentirsi dire figlie di Mastro Domenico. San Domenico aveva il Don in un monastero aristocratico, e [pg!186] contava per mastro, che è quanto dire operaio, manuale, in un monastero di media levatura.
Codesti dispetti affilavan le armi della maldicenza: nessuno monastero poteva sottrarvisi, neanche quelli che meno la pretendevano a ricchi, a nobili, ad antichi. E se per poco uno simpatizzava con l'altro, e in una solenne occasione entrambi si scambiavano cortesie, la simpatia costava loro cara pei commenti che vi facevano sopra le altre comunità. Un invito delle monache di S. Chiara a quelle della vicina Martorana nella visita di Maria Carolina (18 aprile 1799) informi.
A cosiffatti dispetti pigliavan parte con largo contributo di burlette e di aneddoti i reclusori ed i ritiri, che raccoglievano umili donne, o fatte collocare dalle famiglie, o reiette dalla società e dalla fortuna. Era anche qui una delle molte, sgradevoli manifestazioni di chi non ha contro chi ha, di chi non è contro chi è. La non favorevole corrente si tramandava col volger dei tempi. Dal giorno della tempestosa soppressione del 1866 ad oggi, per ragioni diverse e non tutte ponderate, varî monasteri, come molti conventi, sono stati o demoliti o destinati a servizî pubblici e non publici; le comunità, ridotte di numero, si son fatte passare in monasteri tuttavia ospitanti la vecchia primitiva e propria comunità, stremata di morte e non più impinguata da nuove giovani esistenze. Un monastero, ad esempio, per ineluttabile fatalità di eventi e per volere della suprema autorità ecclesiastica, accoglie le nobili moniali delle Stimmate e [pg!187] dei Sett'Angeli; ma le tre comunità vivono ciascuna a sè, con la propria regola e con le proprie gerarchie, in posti diversi del medesimo edificio, isolate, senza cercarsi, pure incontrandosi. Dove finisce il recinto d'una parrebbe di dover leggere il famoso: Nec plus ultra delle colonne d'Ercole. La buona educazione le avvicina, le assorella nelle malattie, nei giorni del dolore; ma la tradizione le tiene autonome. Ognuna per sè e Dio per tutte.
Una delle ragioni di dispetto, o per lo meno, di noncuranza di monache a monache era la differenza d'istituti nei quali esse convivevano. Le nobili comunità potevano essere animate dai più sinceri sentimenti religiosi, ma non potevano dimenticare la loro origine, che di loro faceva un corpo distinto, superiore ad altri che pretendevano alle medesime entità religiose. L'argomento pare frivolo, ma per esse non lo era. Nei monasteri si professavano voti di povertà, castità, obbedienza secondo le varie regole dei fondatori. Questi voti eran solenni e perpetui: nè c'era Ordinario che potesse sospenderli o annullarli, Ora da un secolo e più, per graduale modificazione di vita e di idee, non poche opere pie laicali femminili si eran venute trasformando fino ad assumere carattere religioso interamente diverso dall'originario. Il primo istituto di emenda della città, quello delle ree pentite dello Scavuzzo, a poco a poco venne escludendo le donne di mala vita ed accettando le sole vergini. Nello scorcio del secolo, lo Scavuzzo era già una badia in tutta forma e in tutto tono. Il ritiro [pg!188] delle donne peccatrici sotto titolo di S.a Maria Maddalena a S. Agata la Guilla non voleva più sentire a parlare di male femmine; e benchè contrariato in questo dalla Sacra Congregazione di Roma, si atteggiava a vita monastica con abito carmelitano e con superiora avente il pomposo titolo di Badessa. Questo tramutamento di un ricovero di beneficenza in un luogo claustrale avveniva in altri istituti, come, del resto, avveniva anche fuori Sicilia. L'autorità ecclesiastica per far entrare tutto sotto la sua giurisdizione non si opponeva, anzi favoriva la tendenza; l'autorità civile rimaneva indifferente187. Aggiungasi le velleità delle collegine, le quali con voti semplici e temporanei si atteggiavano a professe di voti solenni, ed esercenti pratiche e doveri da monache professe: e si avrà la chiave della tacita avversione delle monache autentiche a quelle che non lo erano.
Forti della loro onestà, alla quale e da donne siciliane e da moniali tenevano come alla cosa più sacra di questo mondo, molte scrupoleggiavano intorno alla clausura imposta dai canoni. A questo concetto ragionevole ma sommario vuolsi attribuire la esagerata osservanza di regole e prescrizioni rigidissime, rigidamente osservate. Nella visita dianzi ricordata della Regina Carolina (1º apr. 1799) alla badia di Sales, la nota discordante fu l'intervento dei cavalieri [pg!189] di seguito della regale visitatrice: e lo sdegno della superiora, anzi della comunità tutta esplose in un accentuato ricorso al Vicario generale dei monasteri Mons. Lodovico del Castillo188. Se l'arcivescovo Lopez, pensavano, fosse stato in Palermo, questa trasgressione dei sacri canoni non sarebbe avvenuta, anche perchè, venendo egli sovente all'Albergo delle povere, guardava con occhio benevolo il monastero.
La cronaca del tempo ha in proposito un fatto gravissimo, che poco mancò non finisse in una terribile tragedia.
Il Capitano di Giustizia Tommaso Celestre, Marchese di S.a Croce, aveva una cugina nello Scavuzzo, la Duchessa di Reitano, Caterina Colonna. Un giorno che la seppe malata, volle andarla a visitare. Ma lo Scavuzzo era già divenuto badia, e la badia aveva clausura. La superiora nega il permesso di entrata. Il Celestre minaccia misure violente; la superiora tiene fermo: e allora il Celestre (nel quale tu non sai se devi riconoscere un privato, a cui non era fatto lecito varcare le caste soglie d'una badia, o un magistrato di giustizia) fa atterrare a colpi di scure la porta di entrata. Le monache, più morte che vive, son pronte a respingere con la violenza la violenza, si asserragliano in alto dietro le finestre, e combattono disperatamente contro maestri e sbirraglia lanciando loro addosso pietre e acqua bollente. A battaglia finita, la superiora ci prendeva una carcerazione [pg!190] allo Spedaletto; ma si dichiarava soddisfatta di aver ceduto solo alla forza.
Questa scenata, è bene si sappia, avveniva il 10 gennaio del 1782, quando il Vicerè Caracciolo percorreva in lungo e in largo la via delle riforme in Sicilia e nella vecchia Capitale.
Un'ultima tra le curiosità della vita monastica.
Possiamo noi chiudere questa lunga esposizione di costumi, senza ricordare il più notabile di essi nel campo culinario?
Ciascun monastero aveva una piatta, un manicaretto, ch'era come il suo distintivo. Giacchè, non pur l'emblema in marmo o in legno sulla porta del monastero (le braccia incrociate per le francescane, il Charitas per le paoline, il cane che porta in bocca una fiaccola accesa per le domenicane ecc.) formava il blasone di esso, ma anche il dolce speciale solito a farsi nel monastero medesimo. Tutti i pasticcieri della città gareggiavano nel comporre d'ogni maniera ghiottornie: ma chi poteva mai raggiungere la squisitezza delle feddi (fette) del Cancelliere, dei frutti di pasta dolce di mandorle della Martorana, del riso dolce del Salvatore? Tutti preparavano conserva di scursunera (scorzanera): ma nessuno attingeva alla perfezione di Montevergine, come nessuno a quella della cucuzzata (zucca condita) e del bianco mangiare (specie di gelatina di crema di pollo) di S.a Caterina. Molti menavan vanto del loro pane di Spagna ma in confronto a quello della Pietà, qualunque dolciere doveva andarsi a riporre, lasciando che questo [pg!191] si contrastasse il primato con lo Stimmate nella bellezza delle sfinci ammilati, che pure nel medesimo monastero assurgevano a squisitezza impareggiabile nella forma delle sfinci fradici, composte di uova e panna.
La lista di tante golose specialità ci offre altresì le caponate dei Sant'Angeli, le ravazzate di ricotta di S.a Elisabetta, le impanatiglie di conserva dell'Origlione, le quali accrescevano lustro e voluttà alle mense dei signori non meno che le bibite diacce d'amarena giulebbata nei giorni estivi. Centinaia di cassate si riversavan fuori di Valverde per la festa di Pasqua, e settimane prima, pel Carnevale, migliaia di cannoli di vera ricotta con relative teste di turco e cassatelle della Badia Nuova, alla quale nessuno poteva negare la palma nella inaugurazione del calendario dei rituali dolciumi. Se S. Vito pompeggiava con i suoi agnelli pasquili, la Concezione con le sue muscardini pel festino di S.a Rosalia, i Sett'Angeli con le loro mustazzoli, e S.a Elisabetta con le sue nucàtuli per Natale, in tutto l'anno tenevansi in alta fama le Vergini con le impareggiabili loro mussameli e, meglio, con certi pasticci, il nome dei quali si presta anche oggi ad un poco decente qui pro quo. Grandeggiavan da ultimo S.a Teresa con le cassate in freddo, e S. Vito, mirabile dictu! col suo sfinciuni, un vero poema per i più autorevoli maestri di gusto, come la pasta con le sarde, complesso piatto nazionale della felicissima non che golosissima Capitale dell'Isola. [pg!192]
Certo, non si poteva andare più in là nella raffinatezza del mentovato quinto peccato mortale189.
Ma v'erano monasteri d'origine inferiore, che tanto lusso non potevano permettersi: ed anch'essi, nelle loro modeste sfere, godevano rinomanza, quale per lo scàcciu: ceci, mandorle, fave, avellane abbrustolite (Cappuccinelle), quale per le olive piene (Assunta), quale per altro190.
E come a lato del male sta il bene, così quasi a rimedio delle inevitabili indigestioni per tanti pasticci, cassate, cannoli, frutti, ravazzate, creme, zuccate, sfinci, sfincioni, olive e mandorle, la badia di S.a Rosalia compieva il pietoso ufficio di preparare un antacido medicinale, di sicurissimo effetto. [pg!193]