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La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2 cover

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2

Chapter 12: CAP. XI.
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About This Book

A rich social chronicle of Palermo more than a century earlier, offering detailed descriptions of public festivals and carnival customs, theatrical and musical entertainments, popular and aristocratic celebrations, religious ceremonies and confraternities, monastic life and female religious profession, legal practices including courts, prisons, executions and the role of the executioner, outbreaks of famine and vagrancy, the press and public notices, medical practice and charitable care, learned societies and university life, schools and student customs, and practical appendices on weights and coinage; chapters combine vivid scene descriptions, institutional history, and anecdotal reports to reconstruct urban culture.

CAP. XI.

DI PREMINENZE IN GIURISDIZIONI.

Una mezza dozzina di secoli aveano apportato tante divisioni di poteri, tante distinzioni di diritti, e perciò tale cumulo di giurisdizioni e di preminenze che solo i più colti eruditi possono oggi raccapezzarvisi.

Meno la bassa gente, come nel sec. XVIII anche ufficialmente chiamavasi l'infimo ceto, tutti accampavano qualche diritto all'ombra del quale confortarsi. Patrizî, ecclesiastici, militari, civili, maestri e, fino al 1782, ufficiali della Inquisizione, componevano vere e proprie caste con privilegi, prerogative, immunità che a nessuno era lecito non che di toccare, neanche di discutere. A toccarli c'era da incontrare infiniti fastidî, e forse da buscarsi qualche processo. Ad ogni passo una costituzione che concedeva, una prammatica che limitava, un rescritto che inibiva, un bando che distingueva, un canone che tassativamente prescriveva. Per lievi trasgressioni, talora per [pg!194] semplici dimenticanze, magari per nulla, si lanciavano ricorsi al Pretore ed al Senato, alla Giunta dei Presidenti e del Consultore, al Capitan Giustiziere, al Presidente della R. Gran Corte, all'Arcivescovo, al Giudice della Monarchia, al Vicerè, al Sovrano. Gli è che non volevansi pregiudicate competenze e prerogative di qualunque genere, fossero anche di nessun valore.

Meglio di qualsiasi parola sull'argomento gioveranno i fatti che verremo brevemente esponendo. La cronaca è malauguratamente ricca e ne fornisce per tutti i ceti e per tutte le giurisdizioni: il difficile sta nella scelta.

Un giorno (17 luglio 1774) tre degli otto commissarî della Corte Capitaniale venivano catturati da una ronda delle Maestranze per un furto qualificato nel quartiere della Conceria (mandamento Castellammare) e condotti nella Carboniera, noto carcere dentro il palazzo del Comune. Il Duca di Villarosa, Capitano Giustiziere, se ne risente come di offesa alla sua persona; ed energicamente li reclama. Alla sua il capo ronda ne chiede giustizia sommaria. Il Pretore, Principe di Scordia, è in grave imbarazzo, e per gettare un po' d'acqua sul fuoco e contentare il Villarosa fa trasportare in sedie volanti alle segrete del Castello i tre rei e li mette a disposizione del capo della Giustizia; ma per non dispiacere alle Maestranze li invia accompagnati dalle ronde di esse. Così dà un colpo al cerchio ed uno alla botte. Ma poichè le Maestranze insistono presso il Pretore, lor capo diretto, [pg!195] e presso l'Arcivescovo, funzionante da Vicerè, acciò la causa venga tolta alla autorità regia, che vuol mandare a casa i rei, e data alla comunale, al Pretore cioè, questi illico et immediate si fa condurre innanzi gl'imputati, e senza tanti discorsi te li condanna ad una solenne bastonatura. E non basta. Il Vice-Capitano, che ha sostenuta la competenza della Corte Capitaniale, solo per questo vien destituito; ed il Re, tuttavia impressionato dei recenti tumulti contro il Fogliani, conferma alle Maestranze la facoltà di rondare di notte, salvo a ritoglierla loro in capo ad un mese per affidarla agli ufficiali regi di giustizia191.

L'ultima scena del piccolo dramma stupisce per la pena inflitta al funzionario giustiziere: e forse potrebbe avere una spiegazione pel tempo in cui essa si compiva. Eppure, diciott'anni dopo, quando si era alla vigilia del novantatre, accadeva qualche cosa di peggio.

D. Giuseppe Bracco, ufficiale della R. Segreteria, a cagione di debiti veniva inviato innanzi al Giudice pretoriano, cui copriva d'ingiurie. Questi un po' pei debiti, un po' per le ingiurie, ne ordinava il carcere nella Vicaria; ma la Vicaria era pei plebei: e Bracco non era un plebeo. Gli ufficiali di Corte Senatoria offesi nella dignità del loro compagno e del loro ceto, facevano contro il Giudice un ricorso a Fr. Carelli, Segretario interno del Regno di Sicilia. [pg!196] Risultato ultimo (18 sett. 1791): Sebastiano Procopio, che era al termine della sua onorata carriera giudiziaria, veniva chiuso in prigione192!

Proprio è il caso di esclamare: Da carceriere a carcerato!

Per recente abuso il Maestro Razionale del Senato arbitrava di sedere insieme col Pretore, coi Senatori, col Sindaco, negli stalli d'onore. L'abuso non si volle più tollerare; il Senato, senz'altro, lo proibì. Offeso pur esso nella sua dignità, il Maestro Razionale se la legava al dito aspettando un'occasione per prendersi la rivincita. I Senatori si tenevano di un ceto superiore o diverso da quello di lui, che vantava pure i suoi quarti secolari di nobiltà: senza di che non avrebbe potuto occupar la carica che occupava. Il 14 settembre del 1792 ricorreva la festa di S.a Rosalia. Il Senato in tutta pompa recavasi nelle sue pittoresche carrozze alla Cattedrale; ma non s'accorgeva che la carrozza ultima degli ufficiali nobili, tra i quali doveva essere il Maestro Razionale, seguiva vuota, sì che al giungere alla chiesa degli Espulsi (come allora pure si chiamava Casa Professa) si trovava solo. Gli ufficiali, offesi, se ne erano rimasti come Achille nelle loro tende. Una congiura, astrazion facendo dal signor Razionale, era stata ordita: attori, quegli ufficiali, impermaliti della recente ordinanza senatoria, la quale prescriveva dover essi «intervenire a tutte le funzioni del Senato: vespri, messe solenni, [pg!197] processioni, occupando solamente il luogo dopo il postergale del Senato ai stalli dei RR. Canonici»; ed al Maestro Cerimoniere inculcava l'osservanza dell'atto193.

Essi strillarono, ma stavolta il Magistrato non volle piegarsi.

Chi crede siffatti risentimenti, nel palazzo delle aquile, nuovi e limitati agli ufficiali di alto casato, si inganna. Essi erano periodici scatti di vecchi malumori, suscitati dal desiderio di non far credere che si dovesse dagli ufficiali medesimi stare in seconda linea, e dalla vanità di primeggiare. Il difetto partiva dalle sfere superiori e, per le medie, scendeva sotto forme diverse nelle infime. Fu osservato allora che già un secolo innanzi (1687) il Principe di Valguarnera Pretore avea, per causa di giurisdizione, litigato col proprio figliuolo, Conte d'Assoro, Capitan giustiziere. Si discuteva la soverchia circospezione di D. Scipione Di Blasi, che, essendo infermo il Pretore Conte S. Marco, (1720), da Sindaco avea guardato bene a ciò che dovesse fare nella processione di S.a Rosalia affin di non incorrere nel biasimo di avere invaso un campo di giurisdizione rigorosamente circoscritto dal Cerimoniale senatorio. Ma questo esempio fu riconosciuto degno d'imitazione allorchè essendo il Principe di Trabia, nelle feste patronali del 1767, obbligato a guardare per podagra il letto, ne compieva le funzioni il Maestro Notaro D. Vincenzo Giovenco, [pg!198] e ne riportava lode di correttezza nello aver saputo armonizzare la rappresentanza che gli era possibile con quella della quale il Pretore effettivo era investito194.

Chi poi sorride a codeste piccolezze ne ha ben donde, ma consideri che queste ed altre formalità consimili pigliavan carattere di somma importanza, e provocavano dispacci reali e vicereali. Se così non fosse stato, non avrebbe dovuto S. E. il Vicerè Principe di Caramanico pensare in tempo ad ordinare con tanto di decreto che nella processione del Corpus Domini, essendo anche stavolta malato il Pretore (1788), funzionasse il Priolo tra i Senatori (come a dire l'Assessore anziano o delegato, o il prosindacato d'oggi): e che il solo Avvocato fiscale della Corte Pretoria dovesse, dopo il seguito dei nobili, separatamente intervenire195.

Già più innanzi, nel corso di quell'opera, abbiam veduto quanto il Senato tenesse al titolo di Eccellenza, ed a quali accordi addivenisse pel retto uso di esso.196 Accade ora avvertire quanto vi tenessero anche altri senati nell'Isola, i quali se ad alti personaggi del Governo lo attribuivano, non intendevano esserne come per contraccambio da essi privati. Ricordiamo in proposito il seguente aneddoto, non singolare certamente, ma caratteristico.

Era il marzo del 1793, e la Sicilia trascinavasi negli orrori della carestia. A renderli men gravi due commissarî [pg!199] generali vennero dal Governo con pieni poteri inviati separatamente in Sicilia. Uno di essi, il Barone Gioacchino Ferreri, ex-giudice della Gran Corte, giunto a Caltagirone, si rivolgeva, per fornire la sua missione, al Senato: questo fu sollecito agli ordini di lui trattandolo dell'Eccellenza. Ferreri avrebbe dovuto rispondere dell'Eccellenza, titolo al quale quel Senato aveva o credeva di aver diritto; ma rispose invece dell'Illustrissimo. Il Senato se ne adontò e, rendendogli lì per lì la pariglia, lo trattò del medesimo titolo. L'offeso se ne richiamò subito ai ministri di Palermo. Il Senato di Caltagirone, reo non sai se di crimenlese o di una frivolezza, fu fatto venire innanzi al Vicerè a dar conto del non dato titolo: ed il più giovane dei Senatori, D. Giuseppe Aprile, senza neppure salutare i suoi, corse a Palermo, e dopo un forte rimprovero del Caramanico, dovette andare da S. Eccellenza il Ferri a dargli soddisfazione del mancato riguardo197. Ma il nobile giovane fremendo dentro di sè per la immeritata ammenda, deve fra i denti aver mormorato: Paglietta d'un giudice!... non tibi, sed Petro!

Anche quel buon uomo di D. Ippolito De Franchis risentivasi della comune vanità. E come, del resto, non risentirsene stando egli tutta la santa giornata nel Palazzo senatorio?

D. Ippolito — il lettore lo conosce bene — era Maestro di Cerimonie e Banditore della Città: ma era anche mazziere. Questo terzo ufficio non doveva parere [pg!200] all'altezza degli altri due, dato pure che fosse con quelli compatibile; sicchè egli chiese una volta di esserne dispensato affidandosi a persona sua ed a sue spese. E poichè si trovava a domandare, pregava «gli si concedesse la manica di gala ed il banco da sedere al principio della predella del Senato, prossimo al Pretore nelle funzioni particolari; ed in quella della Cattedrale, il primo stallo dei beneficiati».

Gli esempî son sempre contagiosi. L'agente del Senato, piacendogli infinitamente il favore concesso a D. Ippolito, ne sollecitò uno per sè, quello «di far la referenda degli affari litigiosi stando a sedere vicino al Maestro Notaro o del Razionale del Senato»198.

Dal palazzo del Comune passando alle varie sedi di giurisdizioni ecclesiastiche e religiose bisogna aprir bene gli occhi. Il terreno è irto di rovi e non si sa dove mettere i piedi. Dal parroco Mendietta della Kalsa, che per la processione infra ottava del Corpus Domini chiedeva di poter trattare con l'offerta dell'acqua santa nella sua chiesa di Niccolò Anita la nobile Deputazione del Monte di S.a Venera, filiale del Senato, al Parroco dell'Albergaria D. Giuseppe Rivarola, che durante i restauri della sua chiesa doveva ingozzar tutte le restrizioni e tutti i veto degli officianti di Casa Professa, provvisoria cattedrale e parrocchia ad un tempo, era un laberinto, nel quale riserve e proibizioni si guardavan di continuo senza accordarsi mai, pronti a venire a conflitto se per poco si credessero toccati nei loro interessati. [pg!201]

I monasteri eran quelli che in ciò davan molto da fare alle autorità. Le benedettine di S.a Rosalia, forti di non so che breve, non intendevano rassegnarsi alla giurisdizione del parroco di S. Giovanni dei Tartari quando ad una loro consuora doveva somministrarsi il viatico e la estrema unzione.

Una monaca paolina dei Sett'Angeli otteneva dal Papa di professare nel monastero della Pietà i voti domenicani. Quel che seguì all'annunzio del breve pontificio non è credibile. I due monasteri venivano a conflitto tra loro e volevano tirarvi, anzi vi tiravan dentro, S. Francesco di Paola e S. Domenico. «Il Papa, gridavano, non ha questa facoltà; e se l'ha, doveva prima sentire la Correttrice dei Sett'Angeli e la Provinciale della Pietà, o per lo meno il parere degli Ordinarî». Si ricorse al Giudice della Monarchia: l'Arcivescovo sosteneva le parti del Papa; il Vicerè quelle del Giudice199, e dopo una lite fastidiosamente lunga, a dispetti e mormorazioni dovette ottemperarsi ai voleri del Papa.

A Mons. Airoldi, nominato vescovo in partibus, sarebbe piaciuto consacrarsi nella chiesa del Salvatore, nel cui monastero vivea una sorella di lui: ma non volendo esporsi al biasimo di esser venuto meno a non so che competenza, pro pacis amore egli doveva rinunziarvi, e sostituire al Salvatore la privata cappella del Seminario arcivescovile200.

[pg!202]

Moriva l'Arcivescovo Sanseverino (1793), ed al palazzo si disponeva il grande corteo funebre. La Compagnia del SS. Sacramento della Cattedrale voleva prendervi parte, ma le Compagnie della Pace e della Carità si opponevano, toccando ad esse, del ceto nobile, il posto. Frattanto i Canonici avrebbero voluto che la loro confraternita andasse immediatamente innanzi a loro; ma i Domenicani alla lor volta tenevan fermo perchè immediatamente innanzi al Capitolo non poteva, non doveva andar altro che l'Ordine dei Predicatori: e gloriam meam, esclamava il Provinciale di esso alteri non dabo!

Il sac. D'Angelo, presente alla incresciosa discussione, sdegnato della inevitabile sconfitta del Capitolo al quale apparteneva, dolevasi che anche nel suo «secolo illuminato la superbia e la frateria facessero andare avanti i loro pregiudizî e cantassero vittoria».201

L'intervento del Senato alle chiesastiche funzioni imponeva doveri estremamente delicati negli officianti. Guai se durante una di esse nella Cattedrale il Magistrato civico non ricevesse le incensate in perfetta regola! Nelle messe solenni, dopo l'offertorio e la incensazione dell'altare, il Cerimoniere del Comune s'avviava all'altare a prender l'incenso pel Senato. Un terminatore ed un canonico, diacono assistente, partiva con lui; un terminatore e un diacono assistente partiva pel Capitolo. Contemporanee, quasi isocrone, dovevano essere le incensazioni. Più e più volte s'era dovuto [pg!203] occupare non solo il Senato, ma anche l'autorità ecclesiastica di questa faccenda gravissima, già stata portata in tribunale del Vicario generale in sede vacante della diocesi202. Al canto dell'Agnus Dei il Cerimoniere saliva all'altare a prender la pace: un suddiacono e un terminatore movevano da soli pel Capitolo. Senato e Capitolo dovevano ricever l'abbraccio della pace eodem tempore: e guai un indugio offendesse la maestà dell'uno, la dignità dell'altro! D. Girolamo de Franchis, allontanandosi per una cerimonia qualsiasi dal Magistrato pretorio, o ritornandovi, sapeva delle riverenze di rito da fare. E se non lo sapeva lui, consumato in codesto galateo obbligatorio, chi doveva saperlo?

Guai ancora se in una sacra funzione per festa o per lutto, al Senato, al Capitan Giustiziere non venisse esibita una torcia del peso e delle dimensioni loro dovute: un rotolo e mezzo per uno (gr. 1200)! Il Vicerè stesso, che come prima autorità avea il diritto di riceverla di due rotoli (gr. 1600), avrebbe chiamato al dovere i negligenti ed i colpevoli.

Queste ed altre formalità aveva in dispetto il Marchese Caracciolo e cercava ogni occasione, ora per riporle, ora per isvilirle, o se possibile sopprimerle, anche a scapito della real dignità ch'egli impersonava. L'aneddoto che diremo fu pei rigidi osservatori delle etichette il colmo dello scandalo. [pg!204]

Nelle cappelle reali il Vicerè rappresentando pel Re il delegato apostolico, avea facoltà di stare, durante la incensazione, a capo coperto. Diciamo facoltà e diciamo poco; giacchè si trattava d'un privilegio d'ordine superiore: e gli spettatori, al momento supremo, in punta di piedi, sulle sedie, si godevano la straordinaria particolarità della scena. Or nella cappella reale tenutasi per le feste di S.a Rosalia del 1782 (quelle appunto che il Caracciolo voleva più tardi ridurre a soli tre giorni), il Vicerè in onta della vecchia consuetudine si argomentò di scoprirsi. Conoscendosi l'uomo, bisogna metter fuori campo la sua riverenza all'incensatore; il Caracciolo si scoprì appunto perchè poteva stare, per privilegio, coperto. Allora un mormorio d'indignazione accolse l'atto: e per tutta la città fu con generale risentimento raccontato che s'era tenuta una cappella senza cappello203.

Un vero scandalo!

Questa è storia; ma la tradizione racconta aneddoti molto più curiosi.

Un canonico non essendo riuscito ad aver giustizia per la via ordinaria di giurisdizione, un giorno chiedeva ed otteneva udienza dal Caracciolo. Giunto alla presenza di lui, con la maggior serietà del mondo gli esponeva come qualmente in una funzione pubblica di chiesa, egli, canonico, non avesse ricevuto le incensate alle quali avea diritto. — «E quante ve ne spettavano?» chiese bruscamente il Caracciolo. — «Tre, [pg!205] Eccellenza.» — «E quante ve ne dettero?» — «Due soltanto» rispose incorato il canonico. — «Eccovi il resto!» esclama concitato il Vicerè; il quale levandosi improvvisamente da sedere, pieno di rabbia, imitando con le braccia e le mani l'atto dello incensare, lo spinge indietro a furia di cazzotti e di pugni sul muso, fino allo scalone.

Abbiamo sfiorato appena l'argomento, quanto altro mai fecondo di comici aneddoti. Qua e là, del resto, nel corso di quest'opera, molti se ne possono riscontrare, documenti della vita pubblica del tempo. Laonde nel medesimo anno che il Caracciolo lasciava lo ingrato viceregno dell'Isola (1785), un prete di buona famiglia e di egregio casato non poteva tacere questa dolorosa verità:

«È degna di ammirazione e di lode la costanza sacerdotale nella difesa dei proprj diritti; ma è biasimevole nell'affare dei giusti diritti della Corona: guai a quelle società cristiane in cui si sostengono queste pugne! La nostra Isola ne soffrì profonde nel 1713, in tempo che passò dal dominio di Filippo V a quello di Vittorio Amedeo. E perchè? per un pugno di ceci negato da un bottegaio di Lipari al Maestro di Piazza di quel paese; perchè essendo del vescovo (il celeberrimo Mr. Tedeschi), veniva a ledersi l'Ecclesiastico Foro.

«Che inquietitudini per un sedile? che voci per un luogo di confraternite! che pugna per la destra e la man sinistra! che risse per una grippa sotto la croce! che contrasti per darsi a un cadavere l'ultima voce!»204.

[pg!206]