CAP. XII.
IMPETI E RAGAZZATE.
I diaristi palermitani si danno molta cura di raccogliere certi fatti di cronaca, che con singolare efficacia illustrano il tempo del quale ci occupiamo.
Sarebbe grossolano errore trarre da quei fatti conseguenze e quindi giudizî generali sulla gente del paese. In tutti i ceti — è superfluo il dirlo — si riscontrano violazioni di Legge: e forse le violazioni dello scorcio del secolo XVIII furono relativamente men numerose di quelle di tempi detti o creduti più civili. Pure non vanno esse trascurate, e concorrono se non altro a far comprendere in che maniera s'intendesse da taluni la posizione nella quale società e istituzioni collocavano e guardavano certi uomini.
Se si analizzano i racconti che abbiamo avuto occasione di leggere, si vedrà che essi derivavano dall'esagerato, anzi dal falso concetto che alcuni giovani aveano della propria origine. Ad ogni passo s'invocavano diritti e distinzioni: e per gli uni e le altre cercavasi appoggio alle granitiche muraglie dei privilegi di casta. [pg!207]
Per quanto c'incresca, noi non possiamo passarci da una breve rassegna nel campo apertoci anche stavolta dalle scritture inedite del settecento: breve rassegna delle molte cose onde è malauguratamente piena la cronaca paesana.
Il lettore si armi di santa pazienza, e guardi con un po' di stoicismo le figure che gli sfileranno innanzi. Cominciamo con una donna.
Girolama Caldarera, Baronessa di Baucina, non conosceva limiti alla sua potenza. Sostenendo nei tribunali certa sua causa, un giorno usciva in male parole all'indirizzo del Giudice della G. C. Criminale. Quali fossero le parole, nessun testimonio ci sa dire: e forse non vi furon testimonî. Il carcere l'attendeva in un monastero, e vi sarebbe stata senz'altro condotta se la Regina Carolina non avesse dato alla luce uno dei soliti principini cosicchè la Calderara se la cavò con un po' di paura e di dispetto.
Il lieto evento era anche fortunato per un giovane Marchese (1787). Teneva costui, come oggi si direbbe, in sofferenza al Monte di Pietà alcuni pegni. I Governatori del pio Istituto aveano avuta molta, fin troppa longanimità rimandando di mese in mese la vendita degli oggetti pegnorati; ma, attendere più oltre non potevano quando a' poveri bisognosi facevano ben diverso trattamento: sicchè ordinavano la vendita degli oggetti nella Loggia. Il Marchese se l'ebbe a male e, recatosi al Monte, copriva d'insulti il governatore Giuseppe Ugo delle Favare. Questi si tenne dignitoso: e lì per lì gli fece infliggere due giorni di prigione: pochini, [pg!208] invero, e non per piacenteria o per timore del Capitan Giustiziere, ma, come abbiam detto, per la improvvisa notizia della nascita d'un principe reale205.
Se per esigenze di pubblici servizî il Pretore vietava il passaggio delle carrozze nel Cassaro nei giorni delle feste di S.a Rosalia, e le guardie di Marina stavano pel buon ordine, v'era chi si permettesse di contravvenire all'ordinanza. Nella lista dei contravventori è Andrea Reggio, che avanzavasi baldanzosetto con la sua carrozza. Ben glielo impediva un soldato comunale; ma egli bravando la consegna, lo copriva d'ingiurie e minacciavalo persino di vita.
Il Reggio contava 16 anni appena!
Qui è la prepotenza: e di prepotenze era ad ogni piè sospinto una triste fioritura. Reagire a chi si opponesse al libero esercizio delle loro facoltà, le quali non erano se non aperti abusi: ecco la massima di alcuni giovani, indocili a superiori e ad eguali.
A coteste massime informato, un certo ragazzo in una pubblica via, fremeva al pensiero di non potere col suo biroccio raggiungere e lasciarsi addietro un civile di Ponza, che pei fatti suoi lo precedeva. Corri, corri, lo raggiunge, e quando gli è allato, furibondo che non si sia sottomesso a lui rallentando il passo, lo prende a frustate.
Egli non avea più di 17 anni!
Siffatto spirito di superiorità rendeva poco cavallereschi fin con le donne coloro che più tenevano ad esser [pg!209] cavalieri. Niccolò Inveges sciacchitano, di pieno giorno, in via popolata, bastonava due ragazze di Pietro Imperiale Pastore. Come il Natoli, egli veniva relegato nella Colombaia di Trapani, ma è a deplorare che lo fosse per breve tempo: ben altra pena meritando sì volgare soperchiatore!
Un signore, insignito del titolo di Abate della SS. Trinità della Delia, incontravasi in Via Alloro con la carrozza del Dottore in legge Bernardo Denti, occupata dalla moglie e dalla figlia di costui. Elementare dovere consigliava la precedenza alle due donne: ma il signor Abate non se la intese, e picchia e ripicchia, faceva rotolare per terra il cocchiere, che, o sgomento o sbalordito, non osava reagire.
Quanto meglio allorchè incontri così malaugurati si risolvevano in un duello206! Almeno, la cavalleria, manomessa al primo istante, veniva da ultimo rispettata.
Di duelli peraltro se ne faceva così di frequente che era bazza se in un mese non se n'avesse a sentire uno o due, spesso per frivolezze che è miseria parlarne. Se ne ricorda sinanco per un servitore che si mandasse via, o per uno che se ne prendesse. Il Marchese di Roccaforte ne intimava al Conte di Aceto per un volante, che egli diceva essergli stato tolto207. Quasichè esistesse una legge che vietasse di assumere ai proprî servigi un uomo stato una volta ai servigi altrui, ecco un grave fatto di sangue!
[pg!210]
Un giovane Cavaliere, che chiameremo D. Michele, licenziava un suo schiavo. Rimasto libero, costui trovava collocamento in casa Oneto, Duca di Sperlinga. C'era egli nulla di male? Secondo D. Michele sì; ond'egli avutane notizia, si partiva ad imporre allo Sperlinga una partita d'onore. E poichè entrambi mancavano di armi eguali, e si trovavano a pochi passi dalla casa della vedova Montevago Pellagra Grifeo, che ne possedeva delle buone, prendevano in prestito due sciabole. Lo Sperlinga desiderava chiarire come fosse andata la cosa, dar soddisfazione all'amico impermalito; ma D. Michele, dandogli del vile, improvvisamente colpivalo nel viso con una terribile frustinata. Accecato all'inatteso colpo, lo Sperlinga traeva lo sciabolotto e piantavalo in ventre al provocatore, che ne moriva quasi all'istante, avendo appena potuto balbettare il suo torto e ricevere l'assoluzione da un padre Crocifero che a caso era lì di passaggio. L'uccisore riparava in una chiesa; ma indi a non guari, forte delle sue ragioni, costituivasi al Castello. Avrebbe potuto, dopo i primi giorni, esser liberato; e lo fu, ma tardi, perchè i parenti dell'ucciso erano, per grandi aderenze, potenti. Alcuni mesi stette egli chiuso, e la offesa famiglia potè vantare una riparazione. E fu argomento di lunghe discussioni tra gli accademici da salotto se lo Sperlinga, Duca, avesse fatto bene ad accettare una sfida da un semplice cavaliere, che è quanto dire da un cadetto; ed i sapienti furon di avviso che egli non avrebbe dovuto accettare «mentre non era obbligato a rispondere trovandosi insignito della [pg!211] chiave d'oro come gentiluomo di Camera ed investito del grado militare di colonnello di fanteria del corpo dei miliziotti»208.
Per questo, il codice cavalleresco non avea riposo. I politici (eran chiamati così anche coloro che discorrevano con competenza di cavalleria) lo sfogliavano pei frequenti casi di dubbia soluzione. Chi non lo lesse e discusse per le offese che nella passeggiata della Marina si scambiarono il Duca Lucchesi, primogenito del Principe di Campofranco, ed il Duca di Villafiorita Gioacchino Burgio? L'uno, risentitosi di non so quali parole, avea dato all'altro una violenta percossa; il Villafiorita avea tratta la spada ed aggiustata al percussore una piattonata; di che il Campofranco buttavalo a mare, incurante degli scogli che avrebbero potuto sfracellargli il cranio.
Alla passeggiata era D. Vincenzo Capozzo, Giudice della G. C. Criminale, che subito, de mandato principis, condannava alla Cittadella di Messina per dieci anni il provocatore. La Corte di Napoli avrebbe voluto rappattumare le parti ugualmente cospicue del baronaggio, parenti tra loro: ma non voleva farsi scorgere. Si sceglievano due alti personaggi per venire a proposte plausibili, tanto, il focoso Vicerè Caracciolo non era alieno dallo accogliere un componimento amichevole. I due ex-Pretori Principe di Resuttano pel [pg!212] Campofranco, e Marchese di Regalmici pel Villafiorita (come si vede, duo grandi e rispettabili signori del tempo), sudano nello studio della intrigata quistione; «svolgono libri di cavalleria anche oltramontani e protestanti, e cercano di accordarsi»; ma non vi riescono, perchè ciascuno tira acqua al suo mulino; ed il Regalmici ha per sè il Governo ed esige pel suo primo (diciamolo così per farci intendere) che venga riparata con una pubblica soddisfazione la pubblica offesa al Villafiorita. Oh che si scherza!... Il Villafiorita è stato bastonato, buttato a mare a rischio di perderci la vita, e si discute se debba o no avere una soddisfazione?!...
Ogni tentativo di conciliazione è pertanto abbandonato; e allora il Re, contro la buona volontà del Vicerè, ne fa una che non pare sua: ordina il passaggio del Campofranco dalla Cittadella di Messina alla Colombaia di Trapani. È una doccia fredda sulle riscaldate teste dei partigiani del Campofranco; il quale, visto e considerato che stavolta col Governo non ci si vince, nè ci s'impatta, si rassegna a dar piena soddisfazione al Villafiorita. E così il processo si mette a dormire209.
L'altezzosità della prepotenza toglieva la lucida visione dei proprî doveri di fronte alla Legge ed ai rappresentanti di essa.
Anche qui gli esempî abbondano; ma anche qui dobbiamo limitarne la rassegna. [pg!213]
Un Marchese, incontratosi una notte (certa gente andava di notte come i lupi) in un passaggio di strada, urta, o è accidentalmente urtato da un ministro di giustizia. Le son cose di ogni giorno, codeste; ma il Marchese non può permettere che càpitino a lui: e alla testa dei suoi creati assalisce l'imprudente e lo picchia di santa ragione.
Debitore moroso ed impossibilitato a sottrarsi ad un pegnoramento sentenziato dal Tribunale del Concistoro, altro Marchese non fa diversamente: accoglie, cioè, a legnate gli ufficiali che vengono ad eseguire in sua casa la sentenza: atto tutt'altro che imitabile, ma pure imitato da quell'Alessandro La Torre e Fernandez de Valdes, che al cameriere del Giudice pretoriano, intimantegli la imbasciata giudiziaria per debiti insoddisfatti, faceva il regalo d'un fiacco di bastonate210.
Noi lo rivedremo questo giovane manesco, e sapremo quanto longanime sia stata con lui la Giustizia.
Antonino Calvello, del resto, non gli rimaneva addietro quando prendeva pel colletto e minacciava gravemente il Giudice della G. C. Civile Pietro Feruggia. Nè gli rimaneva addietro il Barone Diego Sansone allorchè andava ad assalire la casa del Duca di Vatticani chiamandolo a duello per litigi corsi tra il proprio figliuolo Alfio ed il Duchino medesimo, e gratificava di contumelie il Capitano della Gr. C. Torretta, andato da lui per tradurlo in carcere211.
[pg!214]
Anche qui ricompariscono le velleità di duello, le quali anche qui fan pensare all'indole rissosa, ed insieme cavalleresca del siciliano. Un antico costume, ora del tutto dimenticato, ci offre in ciò una pratica singolare. Nel giorno di S. Valentino (14 febbraio) alcuni vecchi, nobili o ignobili, si salassavano, perchè questo buon santo rendesse valenti nelle zuffe e nei contrasti i suoi devoti212. Sta a vedere che il vincitore in un duello o in una zuffa debba esser colui che si sia cavato più sangue!
Altro ribelle alle autorità giudiziarie fu un Gioeni, che per un nonnulla penetrava a viva forza in casa Gaetano Greco, Giudice del Concistoro, nel momento che egli se ne stava a desinare, e con male parole apostrofavalo. Imprudente uomo costui, che, dimentico di esser figlio di quella gentile e culta dama, che fu Anna Bonanno, si ricordava d'esser marito di Giuseppa Cavaniglia dei marchesi di S. Maria, la quale, come ricettatrice di ladri nella sua villa dei Colli, veniva severamente chiusa nelle prigioni di Gesù (2 ott. 1800); e teneva bene alla memoria di esser padre di una donna tristamente celebre in Napoli, condotta qui ad accrescere il numero delle signore o raccolte o raccoglientisi nel ritiro di Suor Vincenza213.
A proposito di violenze non va dimenticata quella d'un tale, che con inaudito arbitrio imprigionava non [pg!215] solo un pubblico corriere, ma anche il Capitano di Giustizia della terra di Gaggi; nè va trascurata l'altra di due fratelli del Fiumesalato, i quali per non so quali fisime, con le spade in mano inveivano contro un cappellano delle galere di Malta214.
«Ragazzate!» si dirà; ed è vero; ma ragazzate che eran pure capestrerie, le quali offuscavano il decoro del casato onde tanti ragazzi provenivano suscitando lo sdegno dei saggi, l'ira repressa degli umili, la reazione brutale delle vittime. Capestreria quella del figlio del Barone Jannello, che si divertiva a scagliar sassi sopra le persone che passavano in via Lampionelli, ferendone non lievemente qualcuna: ferito, poi alla sua volta, egli stesso, ai Ficarazzi da un Vincenzo Giardina, secondogenito del signore di quel luogo. Capestreria la spacconata del già detto La Torre, il quale a tarda sera, nella entrata del Principe di S.a Flavia, all'ora del solito settimanale ricevimento di dame e cavalieri, faceva richiamare a basso il figlio del Barone Antonio Morfino; ed avendolo tra le mani, ordinava ai suoi creati di prenderlo per iscorno a cavallo e di contargli parecchie dozzine di sferzate. La quale violenza d'un giovane sopra un fanciullo (il Morfino non oltrepassava i 16 anni!) in tutti suscitava disgusto infinito; ma più che in altri nel Villabianca, il quale non sapendo rassegnarsi alla notizia d'un nuovo ospite della prigione di Porta S. Giorgio, pensava che «il Castello non leva bastonate, anzi serve per li polledri [pg!216] giovinastri per luogo piuttosto di divertimento che di pena»215.
Di fatti, il Castello era la parodia del carcere. La libertà personale vi si godeva in mezzo al rispetto dei carcerieri e degli ufficiali di guardia. Con pochi tarì di spesa vi si avea un bel desinare quando questo non venisse fornito succulento e gustoso dai parenti, e bastevole ad allegri conviti tra le varie persone che vi stavan raccolte. Vi si giocava e conversava spensieratamente come continuando in luogo di villeggiatura le dissipazioni di fuori. Nelle Pensées et Souvenirs il Palmieri de Miccichè ritrasse con rosei colori questa prigione distinta, donde si poteva financo uscire a diporto di sera impegnando la propria parola d'onore che si sarebbe ritornati: e la parola veniva scrupolosamente mantenuta come quella dei perditori al giuoco216, o come quella dei militari prigionieri di guerra.
I dissidî tra mariti e mogli eran pabulo alla cronaca d'alcova. Il pubblico grosso e minuto ci si divertiva parecchio, perchè all'umana natura torna sovente gradito quello che agli altri è disgradevole. In vero molto piccanti riuscirebbero queste pagine se tutte si potessero narrare le circostanze che accompagnavano le visite improvvise, intimi conversari, fatali sorprese, brusche divisioni, ritiri volontarî e relegazioni forzate. Tiriamo un velo su queste scenacce, moltiplicate dai costumi e dal bon ton della dilagante corruzione d'allora. [pg!217] Forse i tempi nostri sono più brutti di quelli, più fecondi di drammi lardellati di scandali; anzi vogliamo senz'altro ritenerli bruttissimi; ma non per ciò dobbiamo predicare che la morale d'una parte dei nostri bisnonni d'un secolo fa fosse integerrima ed irreprensibile.
Tuttavia non dobbiamo passarci da qualche fattarello di questo genere di vita siciliana: e lo faremo di volo.
Uno è quello della superba ed ostinata condotta di una dama di casa Reggio, dama che da ultimo persuase il Governo a chiuderla nel monastero di S.a Elisabetta (1777); un altro, quasi contemporaneo, quello di Nicoletta d'Avalos, fatta entrare a forza in S.a Caterina.
Drammatica la cattura di Margherita Lo Faso e Pietrasanta, Duchessa di Serradifalco. Il Duca suo consorte, scontento di lei, chiese per essa la clausura, non già in uno degli ordinarî monasteri, ma nella Casa (vera e propria prigione) delle Malmaritate alla Vetriera. La cattura doveva eseguirsi da un giudice di patente reale e con accompagnamento di dame, come soleva praticarsi in simili circostanze: ma fu eseguita invece da un semplice ufficiale dell'ordine dei berrobieri. Più severi non poteva essersi. «A due ore e mezza di sera la Duchessa nella sua casa fuori Porta Nuova venne arrestata da un capitano reale e condotta nella carcere Carolina delle nobili del Cuore di Gesù». Ci vuol poco ad indovinare chi fosse il Vicerè: non il pacifico Fogliani, non il festaiolo Marcantonio [pg!218] Colonna di Stigliano, non il mellifluo Caramanico, ma il Caracciolo, che, Marchese, era un mangia-nobili. Il rigore della procedura, veramente indebito in affari di famiglia, fu da lui seguito per la disubbidienza della Duchessa all'autorità vicereale.
La Margherita era figlia del defunto Egidio, Principe S. Pietro e, nientemeno, Presidente e Capitan Generale del Regno di Sicilia in assenza del Fogliani!
E la cronaca prosegue.
Nei primi di luglio 1779 le famiglie più elette della città ricevevano un foglietto a stampa, sormontato da magnifici stemmi principeschi e ducali, con questa partecipazione:
«Il Principe Trabia e il Duca di Sperlinga si danno l'onore di parteciparle che nel giorno mercoledì sera 7 Luglio si sposeranno la signora D. Aloisia Lanza e D. Saverio Oneto, loro rispettivi figli, ed ossequiosamente si rassegnano, riserbandosi i loro favori a nuovo avvìso»217.
Nozze meglio auspicate poche volte si videro; ma haimè! la Aloisia, fanciullina ancora, dovette subito dividersi dal marito, che contava appena diciassette anni! La sera del 27 marzo 1799, lo spensierato Saverio si recava al palazzo Butera, dal suo cognato Principe di Trabia. Quivi incontrava la moglie. Vederla e scaricarle a bruciapelo una pistolettata fu tutt'uno. La Aloisia scampò per mero caso; e mentre egli veniva condotto all'inevitabile castello, essa volontariamente [pg!219] andava a chiudersi — fatalità di vicinato e d'incontro! — a Suor Vincenza218, dove, martire del più snaturato tra i mariti, mestamente trascorreva la sua gioventù, Palmira Sirignano Duchessa della Verdura. In proposito, rifletteva un testimonio: «Tanto avviene alle povere dame che hanno mariti bruti. Al tempo stesso però è bene dire che ne' presenti corrotti tempi le femine si prendono gran libertà: ed è cosa invero detestabile, cagione e origine de' gran disordini».
L'allusione alla libertà che si prendevan le dame è molto vaga: e ad onore della Aloisia e della Palmira non va diretta nè all'una, nè all'altra. Le nostre indagini nulla ci han dato di men che lodevole sulle egregie dame.
Francesco Landolina, Duca della Verdura, aveva un figlio perdutamente innamorato d'una bella ragazza. Alle nozze da lui vivamente e replicatamente sollecitate l'accorto padre non volle mai consentire, così bene ne conosceva l'indole; chè anzi una volta dovette chiedere la carcerazione di esso. L'esperto uomo prevedeva i guai che Michele avrebbe fatti passare all'amata ragazza. Se non che, egli cessava di vivere, e l'innamorato Michele, reso indipendente, il 14 gennaio del 1787 sposava la Palmira Sirignano e [pg!220] Gajanos, più giovane di lui, che contava 25 anni. Dopo tanto contrasto di passione, che cosa c'era da sperare se non gioie oneste, godimenti sublimi? Niente affatto! Fin dalla prima sera Michele rivelò l'indole sua perversa. La tradizione racconta che egli chiuse e tenne tutta la prima notte, fra le vetrate e gli scuri di una imposta della stanza nuziale, la sposa come indegna di lui.
«Sprezzò, si aggiunge, la sposa e la bastonò con modi barbari e crudeli. La povera Palmira dovette andarsi a chiudere a Suor Vincenza. Egli fu relegato al Castello di S.a Caterina a Favignana; poi, per grazia, al Castello di Trapani», ove trovavasi ancora nel maggio di quell'anno, che avrebbe dovuto essere il più dolce e fu il più amaro per la bella giovinetta. Nel dicembre moriva a lei il padre: e la Duchessa vedova, suocera della Palmira, si adoperava col parentado per una conciliazione tra gli sposi, dai quali si sarebbero voluti dei figli. Nel gennaio del 1788 si rinnovava la mancata luna di miele: e «Dio la mandi buona alla detta povera dama! secondo vuole la opinione generale», esclamava il Villabianca; ma fu luna di fiele, fortunatamente breve. Dietro a Palmira tornava a chiudersi la porta di Suor Vincenza; dietro a Michele alzavasi il ponte levatoio del Castello. Che irrisione di vicinato! Se non che, dopo uscito di carcere il violento Michele, un giorno, non sapendo resistere allo scampanio festivo della chiesa del monastero del Cancelliere, che, come si sa, è presso il Palazzo Verdura in via Montevergini, salito più che di corsa [pg!221] alla terrazza, sparava lo schioppo sulla suora campanaia, che per miracolo rimaneva illesa.
Non così egli più tardi, allorchè, trovandosi in Termini in propria casa, veniva nottetempo aggredito e ferito a morte da ignota mano. Si sospettò allora di persona la quale volesse riparare all'onore offeso della moglie o della sorella, e fu invece del bandito Giuseppe Ruffino; la cui testa la mattina del 17 settembre vedevasi trionfalmente condotta per la città.
La vera luna di miele apparve finalmente per la Sirignano, quando, rimasta libera, sposò altro uomo che la rese felice; e, vissuta lungamente, nella sua tarda vecchiezza, non cessava scherzevolmente di ripetere: «Son tanto sdegnata della verdura, che dal 1787 non mangiò più insalata»219.
Degno riscontro del Landolina, col quale avrebbe potuto comporre una coppia bene assortita, fu la già nota Cavaniglia, bizzarro soggetto di conversazione pei salotti d'allora.
Tipo di dama aristocratica, essa avea portata a Palermo la grandigia del casato onde veniva, e vi aggiungeva quella del nuovo nel quale era entrata. Ma con l'orgoglio del doppio titolo ebbe sfrenata la passione per tutto ciò che non fosse bello. Il mal corrisposto marito si divise clamorosamente da lei: e chi ne seppe le ragioni non potè non dare ragione a lui, che pure non era un santo. La infedeltà di moglie degradò [pg!222] presto in infedeltà di amante: e questa infedeltà, ripetuta per malsana tendenza, dovea da ultimo costarle cara. Il 23 agosto 1798, nella via Alloro, sconosciuti sicari fermano la carrozza nella quale è la Giuseppina, ed uno di essi imprime sul volto di lei una scomposta ferita. Non rasoio, non coltello l'arme, ma un ferro da pistola, stavolta preferito per produrre uno sfregio. Uno sfregio a donna significa vendetta di feritore: e F. P. Colonna Romano, secondogenito del Duca Mario, si era voluto per siffatto modo vendicare di essere stato dalla volubile donna defraudato nei diritti acquistati di amante riamato. Fu detta gelosia la sua, ma fu anche odio mortale220.
E lasciamo altri fattacci che vanno dal trascorso giovanile al delitto più maturatamente pensato: dalle bastonature del cav. Giuseppe Ventimiglia de' Conti di Pradres al suo volante, che però, non potendone più, finiva col freddare il padrone (aprile 1798), e dalle stoccate di Saverio Oneto allo zio paterno in pubblico Cassaro sino agli assassini fin de siècle perpetrati da un certo signore di Catania. Lasciamoli dove sono questi fattacci, che nelle spesse maglie della rete della umana debolezza raccolgono pure fughe di perseguitati dalla Corte Capitaniale di Palermo, appropriazioni indebite di gioie ricevute in deposito, scassinazioni notturne di porte di gentildonne, e via discorrendo221.
[pg!223]
Gli animi fremevano ad ogni passo, ed invocavano giustizia severa di tanti che abusavano della lor posizione disonorando i buoni che degnamente portavano titoli aviti.
«Oh gran virtù dei cavalieri antichi!» viene da esclamare alla stupefacente notizia che un giovinetto di Casa Ventimiglia (Giovanni Luigi), solo perchè dei Marchesi Geraci, rifiutava la nomina viceregia di Senatore. — Rifiutava quel che altri ambiva? — Sì, perchè egli non tenevasi della comunanza dei signori siciliani. I predecessori di lui avevan trattato da pari a pari coi re di Sicilia, usato la formola reale Dei gratia, vantato di poter coniare moneta e d'esser dispensati dagli uffici, relativamente a loro, modesti, di Senatori222.
E veniva anche da fremere considerandosi che mentre nell'aula del tribunale della G. C. Civile il magistrato sedeva a capo scoperto, egli, questo degenerato che alteramente entrava, osasse rimanere a capo coperto (2 febbr. 1792); e, passando dalla Vicaria, esigesse il saluto militare come quello che il picchetto di guardia rendeva al proprio superiore, Principe di Paceco Niccolò Sanseverino (26 luglio 1792)223.
Che importa che i rei (le geste dei quali abbiam dovuto [pg!224] per brevità lasciare nel dimenticatoio) venissero relegati quale alla Colombaja di Trapani, quale in Termini, quale in Favignana e in Messina! Questo c'è di fatto: che a capo di pochi mesi, di pochi giorni magari, essi tornavano allegramente come da un premio conseguito. E quando i loro compagni in trascorsi, discolerie, crimini uscivano dal Castello di Palermo, e tra i sorrisi e le strette di mano di certi amici riandavano i particolari delle loro spavalderie ed i passatempi goduti nella così detta prigione, il senno antico degli attempati signori ne soffriva oh quanto! Nella severità del volto, nell'abbassare degli occhi pareva declinassero costoro qualunque solidarietà di ceto con siffatta genìa, se il ceto poteva determinare ad abusi di tanta sfrenata prepotenza; ed allora con D. Giovanni Meli si udivano a mormorare:
Oh seculi, oh custumi!...Seculi cchiù birbuniDi chisti nun cci nn'è!
Ma dimenticavano che l'umana tristezza è immensa quanto il mare, e che se in tante e così brutte maniere si manifestava in Sicilia, con più raffinata violenza percorreva fuori di essa la scala della criminalità. [pg!225]