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La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2 cover

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2

Chapter 14: CAP. XIII.
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About This Book

A rich social chronicle of Palermo more than a century earlier, offering detailed descriptions of public festivals and carnival customs, theatrical and musical entertainments, popular and aristocratic celebrations, religious ceremonies and confraternities, monastic life and female religious profession, legal practices including courts, prisons, executions and the role of the executioner, outbreaks of famine and vagrancy, the press and public notices, medical practice and charitable care, learned societies and university life, schools and student customs, and practical appendices on weights and coinage; chapters combine vivid scene descriptions, institutional history, and anecdotal reports to reconstruct urban culture.

CAP. XIII.

INDELICATEZZE, FALLIMENTI, MALVERSAZIONI.

Oggi è un gran dire su pei giornali, un gran mormorare tra i crocchi e le conversazioni, di indelicatezze e di appropriazioni indebite, come con la ipocrisia del nuovo linguaggio si chiamano gl'illeciti guadagni e le grosse ladrerie di certi uomini pubblici; ma un soldo di pane che un povero affamato porti via illecitamente è chiamato sempre furto. In passato però non era diversamente, perchè la pianta-uomo è sempre una, e là dov'essa cresce e si muove, le virtù vanno coi vizi, e gli esempi di onestà intemerata hanno il contrappeso di ributtanti brutture. Dignità ed onori non impedivano che persone anche in conto di integerrime prevaricassero a danno delle amministrazioni alle quali eran preposte e delle quali avrebbero dovuto esser custodi scrupolosi e zelanti.

Il Meli, che non va mai trascurato quando si parli dei vecchi costumi, rispecchiando il pensiero dei suoi concittadini sull'apparente prosperità dei suoi tempi, [pg!226] lanciava in una ottava una terribile frecciata sul magistrato del Comune e sul capo supremo dello Stato in Sicilia. La freccia però rimaneva nascosta in casa del poeta, e solo da poco è stata messa in evidenza nell'epigramma A Palermu, che è anteriore al 1800224.

L'ardita accusa non determinava fatti speciali; ma la cronaca spicciolata d'allora deve averne raccontato qualcuno: il che può aver prestato argomento ai soliti pour-parlers a base di maldicenza. Si parla infatti della moglie d'un pezzo grosso del Senato, la quale avrebbe tratto profitto dalla posizione del marito, oscurando, con doni che riceveva in compenso di favori, la fama del casato225. Si parla d'altri pezzi egualmente grossi del medesimo Senato che avrebbero preso «denari e sborsi di buoni capitali dai loro subalterni eliggendoli uffiziali, che era poi in sostanza lo stesso di vendersi il jus furandi perchè si soddisfacessero dell'impieghi che vi avevano fatti perchè vi campassero sopra».

Ma son voci vaghe, che non hanno maggior valore dei soliti si dice della giornata. Si parla altresì di un Senatore, che col nome di persone di sua fiducia avrebbe assunta la impresa della beneficiata di S.a Cristina traendone larghi lucri. La qual cosa il Villabianca rivela, fieramente tonando contro le turpitudini del presente in così aperto contrasto con l'onestà del passato. Di quel passato egli stesso, a proposito della terza elezione di Ercole Branciforti, Principe di Scordia, [pg!227] a Pretore di Palermo, avea potuto scrivere che la nettezza delle sue mani «lo metteva sommamente in pregio, e lo rendeva venerando»226.

Erano nel palazzo pretorio sette Contestabili: uno del Pretore, sei de' Senatori. In palazzo e fuori si diceva di loro plagas; e ciò persuadeva il Senato a destituirli, benchè nominati a vita. Ricorrevano costoro all'autorità competente; ma ne uscivano col danno e le beffe, perchè la loro reità restava luminosamente confermata da fatti e testimonianze; e l'autorità in persona, che era il Vicerè Caramanico, ordinava e comandava: «Che il Senato cacci via i sei Contestabili che assistono i Senatori ed il Contabile maggiore che assiste il Pretore per affari di annona; ne eliga, in vece loro, altri tanti in pieno congresso per un bienno, da scegliersi dal ceto delle maestranze le più circospette e cittadini onorati, amovibili ad nutum etiam sine causa» ecc.227.

A titolo di onore ecco i nomi dei coraggiosi che ruppero contro questa malnata associazione di malfattori: 1. Bald. Platamone, Duca di Belmurgo, Pretore; 2. Ignazio Branciforti; 3. Fr. Parisi, Principe di Torrebruna; 4. Carlo Cottone, Principe di Villarmosa; 5. Gius. Amato, Principe di Galati; 6. Ignazio Migliaccio, Principe di Malvagna; 7. Pietro Ascenzo, Principe di Alcanà.

E giacchè la risoluzione assodava responsabili di [pg!228] gravi negligenze i «maestri d'immondezza», che mangiavano il pane a tradimento, con un tratto di penna venivano destituiti anch'essi, e soppresso il loro ufficio; il quale dalla Deputazione dei Nobili per la pulitezza delle strade veniva affidato ad uffiziali addetti a consimili incumbenze228.

Lasciamo il processo che, proprio al chiudersi del secolo, si andava compilando contro i Deputati di piazza229, frodatori del pubblico e del Comune quanto coloro che nel 1796 avean prestato braccio a quel ladro di Giovanni Cane, di cui è parola nel cap. dell'Asilo sacro. Questo processo finirà come molti altri: col «non luogo a procedere» d'oggi.

Quello però che accadeva al Pretore Regalmici è mostruoso.

Richiesto dal Governo di Napoli, il Talamanca La Grua nel 1779 spediva nel corso di venti giorni duemila salme di farina. Chi poteva sospettarla adulterata? Eppure lo era: e la spiacevole notizia egli la apprese per una gran lavata di capo venutagli dalla Corte di Napoli, egli primo magistrato della città, pieno di energia e di zelo per tutto ciò che fosse pubblico bene. Ah no, il Regalmici non meritava quel rimprovero! E quando la Corte di Napoli e quella di Palermo se ne accorsero, bandirono il taglione contro il colpevole, Giuseppe di Maggio di Cristoforo, il quale pensò a salvarsi in tempo230.

[pg!229]

Non del tutto dissimili procedevano sovente le sorti di alcuni istituti filiali del Senato. La grotta di S.a Rosalia sul Pellegrino e la Cappella di S.a Rosalia nel Duomo, la Cappella della Immacolata a S. Francesco e la chiesa di S. Rocco, la Deputazione per le quarant'ore e quella per la Casa di S.a Caterina da Siena, con l'altra della Casa e Rifugio delle malmaritate, la Suprema generale Deputazione di salute e la Deputazione del Molo, delle torri, delle strade, quelle della Biblioteca, della Villa Giulia, della Fontana Pretoria, delle Nuove Gabelle, dei Corsi d'acqua, del Monte di Pietà, della Tavola, dell'Ospedale grande e nuovo, dell'Ospedale S. Bartolomeo, del Pantano di Mondello; e poi le altre per la terra della Bagheria, pel feudo della Baronia di Solanto, per la Terra di Partinico, e per la Sicciara (Balestrate), tutte avevano amministratori proprî, dipendenti però dai centrali del Comune (1784-85).

I più eran modello di rigidi amministratori; alcuni però per vecchi abusi d'ufficiali, per fiacchezza od inesperienza erano da meno, pur non potendosi incolpare di opere disoneste; ma ve ne erano degni del carcere e della corda.

La indelicatezza dalle basse sfere montava alle alte.

Il rigore che vuole apportarsi oggi nelle amministrazioni pubbliche leva al cielo i passati tempi vantati avversi a gratificazioni e compensi di qualunque maniera. È un richiamo che tradisce la ignoranza storica. Le gratificazioni, i compensi, anche per servigi [pg!230] privati, v'erano anche allora: ma portavano altro nome, e alcuni, quello di «toghe d'allegrezza». Nel capitolo sopra il Senato ed i Senatori ne abbiamo detto qualche cosa, anzi più che qualche cosa: il che ci dispensa da nuove spiacevoli indicazioni.

La Tavola (Banco) poi ne offriva il peggiore esempio col pretesto di nuove nomine di alti rappresentanti dello Stato: e l'esempio partiva ab alto, dai Governatori. Nel 1780 si adunavano essi pel conseguimento di siffatta toga all'arrivo del Presidente del Regno D. Antonio de Cortada y Bru: e credevano di non venir meno ai doveri di convenienza, di dignità, di rispetto alla qualità loro, attribuendosi quei favori. Il Cancelliere della Città, che ne veniva a conoscenza, «faceva sentire la sua voce acciò si dessero pure a lui, segretario del Banco, le toghe d'allegrezza e di lutto [anche pel lutto se ne aveano!] ogni qual volta si ripartivano ai Governatori ed agli alti ufficiali». Di più ancora: nel 1784 si deliberava di chiedere il permesso che si spedisse il pagamento non di una ma di due toghe, cioè di allegrezza e di lutto a favore del Principe di Mezzojuso, Sindaco: e nel 1785, per un nuovo parto della Regina, altre toghe si distribuissero fra loro i Governatori231.

Le severe proibizioni ai Governatori del Monte ad ammettere nella Conservatoria di S.a Lucia ragazze che avessero oltrepassata l'età voluta dai regolamenti e che non fossero orfane rompevano contro il capriccio [pg!231] o il favoritismo dei Governatori medesimi. Quante volte non si passava sopra questa ultima e radicale condizione di ammissione, con pregiudizio di orfanelle povere ed abbandonate! Nel solo anno 1780 e in una sola consulta si fecero entrare fino a sette fanciulle, i genitori delle quali eran vivi e sani. Vivo e sano il padre della ragazza Gerfo, ammessa nel 1781; vivo e sano il padre di Rosa Sabatino nel 1782; vivo e sano quello di Marianna Ciminello nel 1783232 e, scandalo forse unico nel genere, che disonora tutta una amministrazione, fu lo iniquo voto che ammetteva al sorteggio di un secondo legato di maritaggio Maria Anna Noto (1787), la cui sorella poco prima di lei altro ne avea conseguito233.

Di parzialità in parzialità il Senato confermava in carica Governatori scaduti, per virtù di capitoli, non rieleggibili; ed i Governatori eleggevano avvocati soprannumerarî del Monte Salv. Coglitore e Girolamo Maurici, Francesco Ardizzone e Giuseppe Eschero: un collegio di forensi, al quale tutto poteva abbondare fuori che cause e litigi, e nominavano altresì avvocato straordinario con dispensa di un atto necessario e quindi indebitamente Domenico Candia.

Era tuttavia sonora l'eco delle tremilaseicento onze dai Governatori del Monte di Pietà spese per la copertura dell'edificio (1776); si parlava delle regalie che questi avean prodigate ai sopraintendenti delle [pg!232] imprese, e delle gratificazioni più che vergognose che si erano essi attribuite234; e già nel 1785 veniva in luce un nuovo gravissimo fatto, che gettava la desolazione nei poveri, lo sgomento nel paese: il fallimento dell'istituto. Gregorio Spadafora, «Amministratore e Razionale del ripartimento del Prèstamo», presentava un ammanco di 60,000 scudi circa. Alcuni ufficiali gli avean tenuto il sacco, e si eran salvati con la fuga. Della reità dello Spadafora nessuno dubitava: un lungo capitolo in versi accusava, amaramente scherzando, il reo, che a giustificare le agiatezze alle quali si era abbandonato dava a credere il rinvenimento d'un tesoro235.

Disastro così grave ne metteva in luce un altro meno generale, ma non meno grave. Ignazio Mustica, cassiere del civico Banco, falliva d'una ingentissima somma: chi facevala ammontare a cinquanta, chi a settantamila scudi. Come avea potuto egli trascinare a così inattesa iattura il paese? Con la connivenza e la cooperazione di alcuni ribaldi: il libreri (ragioniere) Giuseppe La Rosa e lo scritturale Salvatore del Carretto; coi quali, appena scoperto, prendeva il largo, più destro e fortunato degli autori delle frodi e falsità commesse contro la fede pubblica pel Caricatore di Sciacca (1772)236. Caracciolo, irritatissimo, bandiva una taglia di cento onze (L. 1275) a chi [pg!233] li trovasse. La gente, indignata dei Governatori, ne reclamava la punizione: e la Corte pretoria mandava per mezzo dei suoi soldati di marina a catturar costoro, i quali non si sa quanto ci entrassero. Erano essi il mercante Innocenzo Lugaro e gli ex-Senatori nobili Corrado Romagnolo (quello da cui prende ora nome la deliziosa contrada oltre la Villa Giulia) e Vincenzo Parisi: che però, infermo, rimaneva carcerato in casa sotto mallevaria del Duca di Cefalà: tutti e tre issofatto deposti dal Senato e sostituiti con altri più coscienti dei doveri elementari di giustizia e di onestà.

Un erudito, testimonio del fermento dei Palermitani a tanta frode, se ne addolorava non solo pel danno economico che alla Città ne derivava, e pel discredito della nazione presso il mondo, ma anche perchè c'era di mezzo un Vicerè napoletano, il Caracciolo, il quale detestava i Siciliani.

Egli, peraltro, ordinava una inchiesta sulle opere filiali del Senato e sulle regie237. Evidentemente, le inchieste dopo un disastro, non sono provvedimenti o lustre recentissime!

Delitti, se non identici, simili a questi due, ripetevansi quasi contemporaneamente (incredibile!) negli anni 1798 e 1799 tanto nel Monte di Pietà quanto nel Banco. Furti ed imbrogli nell'uno, furti ed imbrogli nell'altro: e noi lasceremo al Sindaco ed ai [pg!234] Governatori, venuti a capo delle frodi commesse dai loro ufficiali, la briga d'istruirne il processo, ed al Governo, l'ordine di una nuova inchiesta. Così l'avessero fatta per le duemila onze state spese per la costruzione del portico del Monte di Pietà nel 1790!238.

Non irragionevoli sospetti sulle amministrazioni dei due spedali Grande e di S. Bartolomeo lasciavasi sfuggire il Villabianca. Gli spedalieri, egli diceva, son perpetui, ed «è facile assai e assai [più] di una volta prevaricare. Non vi è più dannoso nelle opere pubbliche, e sopra tutto opere pie, che la perpetuità di officio nei loro rettori»: e lo diceva lamentando le cattive condizioni di entrambi gl'istituti di carità.

Altra maniera di frodi era quella della usurpazione di suolo pubblico per parte di alti personaggi del Governo d'allora, e perchè alti, lasciati in pace a godersi l'altrui. Data dal 1767, e quindi lontano dal tempo del quale ci occupiamo, il complemento della casa Asmundo Paternò di fronte alla Cattedrale. L'Asmundo, padre di quel G. Battista palermitano, che fu Presidente del Concistoro e del Supremo Magistrato del Commercio, e più tardi (1803-6) Presidente del Regno, ne decorò sontuosamente il prospetto, e vi fece alzare pilastri di grandi dimensioni che uscirono fuori i limiti del palazzo, sporgendo sul corso. Ma il Paternò era Presidente del real Patrimonio, e nessuno ardì richiamarlo al dovere. Ben lo richiamò invece, [pg!235] ma senza frutto, perchè l'abuso passò senza una parola del Senato, le seguente canzonetta:

Mentri si fabbricava la casa di lu sù Presidenti Paternò.

Avanti c'era un muttu cu sta frasa:
Lu Prisidenti è un cunigghiu di ddisa;
Ma ora chi crisciu cu la sò casa,
Si chiama la tartuca catanisa.
Lu Cassaru strinciu cu la sò spasa:
Omu putenti pigghiau chista 'mprisa,
Pirchì la giustizia è vastasa
E a cui c'incumbi si la pigghia a risa.
Pri civiltà la manu si ci vasa:
Ma 'un si ci loda sta spasa e sta spisa.
Un palmu e menzu si ritiri e trasa,
E a cui nun voli ci vegna la scisa239!

Non ostante che lontano da noi, questo abuso concorre a lumeggiare l'ambiente, e giova a farci capire come potessero avvenire certe cose anche fuori la città murata.

Andando verso i Colli, presso la Favorita, è una villa, che fu già superba di marmi, busti, mobili e vasellame. Il denaro vi fu profuso con larghezza principesca. Innanzi ha una ampia piazza, chiusa da inferriata, che ingombra la strada, e solo da pochi anni fatta rientrare dall'Autorità municipale per rendere estetico il luogo. Dietro è un parco che potrebbe dirsi reale. Quel terreno fu affermato proprietà del Comune, ed un signore aver potuto farlo suo, perchè Presidente del Tribunale della Gran Corte e Luogotenente di Maestro Giustiziere. I contemporanei [pg!236] ebbero per lui parole più che severe, l'eco delle quali ripercotevasi in accuse ben determinate alla Corte di Napoli; donde il 6 febbraio 1786 come fulmine a ciel sereno giungeva un decreto di destituzione. Quella villa, già delizia ed orgoglio, fu baratro del possessore: e quando il potente di ieri non ebbe più modo di rialzarsi, lo si chiamò responsabile di sentenze inique contro il Principe di Belvedere, di basse compiacenze al Caracciolo a carico del patrimonio di S. Orsola, di rovina del commercio esterno: giudizî che vuolsi esser cauti ad accogliere, giacchè molto può avervi concorso la leggerezza dei facili novellieri, l'invidia dei non favoriti, le ire di parte lungamente represse. [pg!237]