CAP. XV.
OZIOSI, VAGABONDI, ACCATTONI, «CASSARIOTE», CARESTIA.
All'ozio d'alcuni della società partecipava con altra forma, e in maniera non sai se più riprovevole o disgustosa, l'infima classe del popolo, e, in minore intensità e numero, la mezzana.
Il lavoro difettava; troppi i maestri perchè tutti potessero trovarne; scarsi gli espedienti a campare la vita, per naturale ignavia, per suggestivo esempio di chi poltriva, resa talora inetta.
Al primo giunger tra noi i forestieri rimanevano sorpresi nel vedere «il turbine di popolaglia che, dopo di aver esaurita la campagna, rigurgitava in città, dove dietro un'abbondanza indolente, si moltiplicava come gl'insetti, sui quali non è dato conoscere le vedute della natura, e che pur sembrano nati per consumare. Codesta gente, difatti, si vedeva abitualmente formicolare, ronzare nei mercati, attorno a' commestibili»255.
[pg!250]
Gli stessi paesani ne rimanevano sconcertati. «Basta passeggiare, diceva uno di essi, una sera d'està alla Marina, o entrare in una chiesa, ove sieno le quarant'ore, per veder l'abbondanza di questi allegri pezzenti. L'Italia in verità n'è troppo ripiena, e gli oltramontani che approdano ai nostri lidi, gli osservano con maraviglia. Or non si dubita che tutti questi vilissimi sfaccendati sieno la feccia, il capo morto, anzi la peste della repubblica: il saggio braccio del Governo tante volte ha cercato darvi riparo, ma l'erba selvaggia per germogliare in un campo non ha bisogno di agricoltore». E conchiudeva: «Questa gente è detestabile: chi non ha talento per gli studi, vada alle arti; chi non è abile alle arti, faccia il facchino, piuttosto che l'ozioso»256.
Altro siciliano, assai più autorevole, il Meli:
«Migliaia d'infingardi datisi al commodo mestiere d'accattoni, vanno trascinandosi per la città, infingendosi ciechi o storpi, e studiando con comico artifizio assalir da tutti i lati la commiserazione della pia gente, soffocando con lamentevoli strida la fioca voce de' veri poveri, perchè inabili alla fatica, sottraendo e perciò rubando loro le necessarie elemosine»257.
Sul far della sera codesti lazzaroni gridavano a perdifiato fino a mezzanotte cercando d'impietosire e di scroccare qualche poco di limosina. Hager li sentiva [pg!251] gridare: «La divina Pruvidenza!.... Puvireddu mortu di fami!... O boni servi di Diu, faciti la carità!» Ma non si commoveva nè punto nè poco, come «nessuno si commoveva alla loro povertà esteriore. Il loro aspetto era così orribile che io, dice Hager, non vidi l'eguale in altra città; ed è paragonabile solo a quello dei fakiri dell'India»258.
Se poi di giorno guardavasi la turba degli accattoni, poteva studiarsene la natura e la provenienza. Molti di essi erano d'un ordine relativamente agiato, i quali «col solito merito della poltroneria si divorano la mattina due pagnotte calde, ben condite con lardo e salsicce; poi verso il mezzodì si comprano in un parlatoio di monastero un buon piatto di maccheroni ben incaciati, e dopo di aver trincato del vino in una taverna, si sdraiano su di una panca a dormire spensierati»259.
Noi li abbiam veduti fino a quarant'anni fa questi comodi neghittosi, mangiare a due palmenti le pietanze che uscivano dai monasteri.
Il Governo li conosceva uno per uno, e sapeva chi di essi fosse vagabondo, chi ceraolo260, chi romito, addestrati tutti alle male arti di spillar danaro con false apparenze. Contro i quali il 20 giugno del 1789 richiamava le antiche leggi, intese ad impedire il propagarsi della faziosa turba, che sotto colore di domandare per Dio, entrava nelle chiese elemosinando, [pg!252] e sotto forma di esercitare qualche mestiere, si dava a quello molto facile di commetter truffe261.
Ma il bando riusciva inefficace a spazzare il terreno da tanti malvagi parassiti. I forestieri che si trovavano in Palermo ne vedevano sempre un gran numero assediare importuni i frati nei chiostri, i devoti nelle chiese, i civili nei pubblici uffici, i signori innanzi ai loro palazzi con parole lamentevoli molto acconce alle circostanze262; sicchè alla distanza di quattro anni, il bando era seguito da un altro più particolareggiato e più severo:
«Oziosi son coloro che abili a qualunque fatica, robusti, accattano la limosina innanzi o dentro la chiesa, in istrada, nei caffè, affettando piaghe e sconciature nella persona; coloro che conversano nelle taverne e si ubbriacano, che vivono frequentando bagordi, compagnie diffamate, i ladri di sacchetta, i giocatori di vantaggio, i camorristi, ecc.» Tutti «costoro saranno condannati con le catene ai piedi»263.
Truffatori in diversa maniera, ma oziosi e vagabondi, componevano altra malnata genìa che adescava al giuoco i semplicioni e gl'ingenui. Ed eccola in una buona giornata correre nelle vicine campagne, ingombrarla qua e là «di varie ruote di giocatori di carte o di dadi con molte frodi del giuoco stesso e con l'intonazione musicale di orrenda bestemmia. Infelice il vincitore di oggi; sarà il perditore di domani, e, se [pg!253] mai la sorte seguirà a favorirlo, sarà tosto beccato dagli avidi rostri dei malandrini suoi pari; porzione taglia da sicario, da brigante, da sgherro, e fa il guardaspalle la notte a qualche ricco licenzioso; ed in questa s'inchiude la gente di servizio basso, che per lo più costa di araldi rei d'illecite voluttà e di guappi custodi di contrabbandi notturni; porzione è necessitata a fare all'amore coll'altrui roba, e si dispone a visitar le carceri, le galee e forse anche le forche; e porzione, la più inocente, sceglie il mestiere comodo di limosinar per la città»264.
Particolarità degna di ricordo è quella di certe oscene canzoni che questi pericolosi vagabondi cantavano nei luoghi più riposti della città, dove essi si riducevano a consumare il frutto della illecita loro giornata. Tra siffatte canzoni una ve n'era che tutte le avanzava di scostumatezza: Fra Giunipero, contro la quale invano avean tonato bandi vicereali, editti arcivescovili, ed ultimi, sovrani rescritti, determinati specialmente da un richiamo fatto dai parrocci in una rappresentanza al Re in Palermo265.
A più increscioso argomento conducono le donne reclutate nel vasto campo di Citera; le quali molto da fare davano alla polizia e ne rendevano inutile la vigilanza, inefficaci i rigori. Il Governo, nelle sue disposizioni, le accomunava sempre agli oziosi: e nel bando viceregio del 29 maggio 1793 rivelava le abitudini, i [pg!254] fautori ed i posti loro. Quel bando è una pagina di storia della più amara evidenza. Leggiamolo:
«Poichè è giunto alla notizia di S. E. di esser troppo avanzato il numero delle donne impudiche, che passeggiano di notte le strade e luoghi pubblici di questa Capitale insidiando colle loro lusinghe troppo scandalose i cittadini di bassa condizione per indurli a commettere disonestà in mezzo alle strade, d'onde poi ne deriva notabilissimo pregiudizio a questo pubblico e fino alla salute della gioventù; perciò volendo S. E. assolutamente ovviare simili disordini e pubblici scandali, che recano giornalmente gravissimo nocumento a questa città e suoi abitanti, ordina, provvede e comanda che da oggi innanti, suonata che sarà ora una di notte, le suddette donne impudiche, che pubblicamente e notoriamente costerà di esser tali, non possano andar camminando per le strade di questa città, o sedere sopra li scalini delle chiese e cemeterj, anco sotto il pretesto di domandar la limosina, nè restar sotto le pennate266, tanto fuori le porte della città e della Marina e Cala di questa città; quanto nella Bocceria della Foglia, della Carne, Ballarò, Feravecchia, Cassaro e in diverse altre piazze e parti dentro e fuori di questa città, per quale cosa sogliono accadere i suddetti inconvenienti, sotto pene alle suddette donne di mal affare della frusta con otto azzottate (frustate), e di rader loro i capelli la prima volta, e con venti se saranno recidive, e di rader loro le ciglia»267.
[pg!255]
Tanto scandalo non ha bisogna di comenti; bensì è da osservare che esso continuò ancora dell'altro senza speranza di fine: prova il rescritto sovrano dianzi citato, nel quale si rileva «che le donne di pubblico commercio trovansi indistintamente ad abitare ne' luoghi più frequentati della città, e col loro cattivo esempio avvelenano le innocenti e rovinano la gioventù. E talune di esse si vedono in tempo di notte girar per le strade ed ardiscono di penetrare financo dietro le porte delle chiese»268.
Qui una osservazione cade opportuna. Quel che si è detto sopra le cassariote potrebbe far sospettare nel basso popolo una corruzione che assolutamente non esiste. Giacchè bisogna distinguere donne perdute (e queste rappresentano sempre un numero sparuto di fronte alla gran massa della popolazione, ed uno stato di delinquenza) da donne che si serbano quali nacquero e non tentennano nè all'aura dell'ambiente, nè al vento che spira dalla terraferma. Il popolo si mantiene come si manteneva refrattario a qualsivoglia esterna influenza di corruttela, legato sempre alle sue tradizioni di rispetto a se stesso, di devozione alla morale, checchè possa esser venuto da fuori, o essersi fecondato dentro, e qualunque sia l'esempio altrui.
Questo nei tempi ordinari; che dire poi degli straordinarî? [pg!256]
Nel 1793 le condizioni della città erano lagrimevoli, desolanti. A cagione della precedente siccità e di una serie di errori economici del Governo e del Senato, il paese, privo di frumenti, era in piena carestia.
Gl'indigenti, uomini e donne, brulicavano come vermi. Furon viste in alcune contrade di Palermo persone cibarsi di erbe selvatiche, altre raccogliere fichi immaturi e cuocerli in aceto, altre strappare il pane che i padroni avean gettato ai cani, altre morire269.
Il Meli vide che
L'erbi cchiù vivi e inutili,Li radichi nociviCu l'animali spartinuL'omini appena vivi.
E senza uscire da Palermo osservò pure che
'Mmenzu li strati pubbliciLu passaggeri abbuccaCu facci smunta e pallida
La salute pubblica per conseguenza ne soffrì tanto che le febbri putride furon cagione di grande moria.
Il Monte di Pietà chiude gli sportelli. Le case dei popolani mancano delle suppellettili necessarie. Scarseggiano i letti, perchè, venduti gli stramazzi, la maggior parte dei cavalletti erano stati portati come ferro vecchio a Napoli. Appena le coperte bastano di notte a tutelare i corpi271.
[pg!257]
Allo spettacolo di tanta desolazione Vicerè, Arcivescovo, signori, benestanti, aprono i loro forzieri. Il Senato acquista quanto più può di grano, e lo distribuisce a grandi forni, che mettono in vendita pane a dodici grani il rotolo: un rotolo quindi ed ott'once, ed anche due rotoli, un tarì la forma volgarmente detta guastidduni272. Tutte le case religiose regolari largheggiano di minestra e di pane ai bisognosi, che a quelle dei Cappuccini si presentano a decine di centinaia.
Allora il bisogno di rimandare fuori la città, nei loro paesi di nascita, i poveri, che sempre, in ogni grande calamità, affluiscono alla Capitale, come a luogo di rifugio e di salvezza. Il Principe di Caramanico a sue spese provvede per alcuni giorni del necessario alla vita quanti ve ne sono: e su carriaggi, col sussidio di quattro tarì per uno, li fa accompagnare da soldati di marina fino a Termini. Ma più ne manda e più ne vengono, finchè sopraffatto dal numero li raccoglie in un sito a Mezzomorreale.
Solo con questo mezzo e per pochi mesi la desolata città si libera del lurido vermicaio, e per esso dalle cassariote, cresciute all'infinito per la infinita miseria273.
Certo il Caramanico non fu solo in tante opere di carità. [pg!258]
La storie del Val di Mazzara, come di tutta la Sicilia, chè la Sicilia tutta fu vittima della epidemia della Capitale, è piena di nobili slanci di abnegazione.
Nella sola Cefalù il vescovo Francesco Vanni fece miracoli di beneficenza. Una iscrizione del 1797, murata da quel Senato, lo addita ai posteri: ed un'altra al Barone Giuseppe Agnello, ricorda la compra da lui fatta di 20.000 scudi di frumento per salvare il paese dalla carestia e dalla fame274. Ma in Palermo il Caramanico fu la vera provvidenza.
Tanto spettacolo di dolore non era nuovo. Quante volte la Sicilia fu travagliata da carestia, Palermo venne invaso dalla poveraglia dei paesi. La attrattiva delle grandi città, ove i mezzi di vivere si presumevano abbondanti, la nomea della Capitale, e, più che altro, la notizia certa che in essa il pane non facesse difetto, (giacchè il Senato non guardava a spese per tener largamente provvista di grani la città medesima pur quando dovesse perdervi metà della spesa) cacciavano come lupi affamati verso di essa quanti eran regnicoli miserabili o bisognosi. Le scene del 1793 richiamavano agli attempati quelle non lontane del 1764, di triste memoria per una epidemia gravissima. Branchi di poveri giungevano ogni dì cercando pane: raccogliendole il Senato nei suoi magazzini dello Spasimo. [pg!259]
Eran centinaia, migliaia di uomini, di donne, di fanciulli, nei quali la macilenza, il sudiciume, il difetto assoluto di aria sviluppava esalazioni putride ed il morbo castrense. La cittadinanza, sgomenta, atterrita, chiedeva per quelli e per sè pronti rimedî; e se non fosse stato per la Deputazione di salute, la quale ricacciava nelle rispettive terre di provenienza gli ospiti pericolosi275, si sarebbero visti rinnovati gli orrori del 1624.
Il disagio economico nei tempi ordinarî non dà luogo a dubitare della ressa dei mendicanti della Città. Una pagina d'un anonimo francese nel 1778 è una fiera requisitoria contro coloro che non se ne curavano...276. Trent'anni dopo, richiamandosi alla fine del secolo, Galt traeva ragione del rincrudirsi della piaga dal concorso dei pezzenti alle porterie dei frati. «L'effetto di questo concorso, attrista. La povertà diviene ogni giorno peggiore, ed in Palermo il numero dei limosinanti è visibilmente cresciuto negli ultimi vent'anni»277.
Tutto questo nella Capitale; uscendo però da essa ed affacciandosi nell'interno dell'Isola, la miseria, vera o simulata, appariva nella crudezza più ributtante. Vediamo come ce la descrive il Meli:
«Il primo aspetto della maggior parte dei paesi, e dei casali del nostro Regno annunzia la fame e la miseria. Non vi si trova da comprare nè carne nè caci, [pg!260] nè tampoco del pane; perchè, tolto qualche benestante, che panizza in sua casa per uso proprio, tutto il dippiù dei villani bifolchi si nutrono d'erbe e di legumi, e nell'autunno di alcuni frutti, spesso selvatici e di fichi d'India.
«Non s'incontrano che faccie squallide sopra corpi macilenti, coperti di lane sudicie e cenciose. Negli occhi e nelle gote dei giovani e delle zitelle, invece di brillarvi il natural fuoco d'amore, vi alberga la mestizia, e si vedono smunte, arsicce, deformi sospirare per un pezzetto di pane, ch'essi apprezzano per il massimo dei beni della loro vita.
«I padri di queste infelici si reputano fortunati se al Natale di N. S. o alla Pasqua possono giungere a divider con la loro famiglia il piacere di assaggiare un po' di carne. Il pane istesso (se pur merita questo nome un masso di creta) loro non si accorda che nelle giornate di somme fatiche, nelle quali, oltre [che del]le zuppe di fave e fagiuoli, vengono ancora gratificati di un vinetto detto acquarello»278.
I visitatori italiani e stranieri non riuscivano a vincere il senso di sdegno e di ripugnanza che in loro nasceva nel vedersi qua e là assaliti dalla turba di sempre nuovi accattoni. Il lombardo Rezzonico della Torre raccontava: «Ai belli Frati (Villafrate) ragazzi ignudi o coperti di cenci, che nè di dietro nè d'avanti nulla celavano, assediano i viaggiatori, e chiedono importunamente l'elemosina; ed io dovei dividere [pg!261] con esso loro il pane e l'uva, e giunsero fino a rubarmi dal piatto le spolpate ossa, e le reliquie del tumultuario desinare, che ai cani si destinavano ed ai porci, di cui qui sono numerose le greggi.»
In Alcamo, «con le sue merlate mura e le torri, ora quadre, ora rotonde del suo castello... regna la miseria e lo squallore, avvegnachè vi siano alcuni ricchi cittadini e qualche bella casa di magnifica apparenza.» Anche quivi il Rezzonico veniva sopraffatto «da miserabile volgo di storpj, di muti, di cenciosi... gravissimo flagello dell'umanità, dal quale la Sicilia non si vedrà mai liberata»279.
In Cefalù l'inglese Galt trovava «un tempio senza pari e una miseria senza nome»280.
Potrebbe chiedersi: Ma nessuno del paese levava la voce contro così ributtante piaga morale? Oh sì! Uno scrittore di Palermo, stomacato più d'ogni altro a tanta indegnità, pubblicava nel Giornale di Sicilia del 1795 un articolo sugli oziosi. Costui esaminando le varie leggi e costumanze antiche e moderne contro la «infesta genia», diceva che dove i governi sono stati provvidi ed attenti nel farle osservare «si vede che bandita la mendicità e la scostumatezza fioriscono le arti.» E finiva così: «Ciò che si è fatto e si fa altrove potrebbe ancora farsi tra noi. A questo effetto basta che si esamini e si calcoli il danno cessante ed il lucro emergente. Basta che si rifletta che in vece di questa povertà importuna, oziosa e libertina, [pg!262] ugualmente perniciosa ed alli buoni costumi ed allo stato, si vedrebbe rinascere la povertà dei primi tempi, umile, modesta, frugale, robusta, industriosa, e che questa medesima povertà diverrebbe la madre fertile dell'agricoltura, la madre ingegnosa delle belle arti e di tutte le manifatture»281.
Inchiostro perduto! Il Governo avea tutt'altro pel capo che il saggio consiglio dell'articolista palermitano. Proprio nel 1795 la caccia ai Giacobini era una delle sue occupazioni ordinarie. [pg!263]