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La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2 cover

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2

Chapter 17: CAP. XVI.
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About This Book

A rich social chronicle of Palermo more than a century earlier, offering detailed descriptions of public festivals and carnival customs, theatrical and musical entertainments, popular and aristocratic celebrations, religious ceremonies and confraternities, monastic life and female religious profession, legal practices including courts, prisons, executions and the role of the executioner, outbreaks of famine and vagrancy, the press and public notices, medical practice and charitable care, learned societies and university life, schools and student customs, and practical appendices on weights and coinage; chapters combine vivid scene descriptions, institutional history, and anecdotal reports to reconstruct urban culture.

CAP. XVI.

LITI, AVVOCATI, FORO.

I tempi, le leggi, i costumi mantenevano un esercito di persone che vivevano di liti. La parola esercito non è iperbolica. A centinaia si contavano gli avvocati, i patrocinatori, i causidici, i curiali che assiepavano i tribunali, e dalle lagrime dei litiganti ritraevano chi pane e chi agiatezza.

E che cosa poteva farsi in un paese dove gli espedienti del vivere erano scarsi? e dove, quando si apriva sbocco alla gioventù disoccupata la milizia, «nell'esercito di fanteria e di cavalleria non vi eran promozioni, e quelle che v'erano andavano a beneficio dei cadetti?»282.

Si guardi all'indole siciliana e alla sua avversione a qualsivoglia prepotenza, alla naturale inclinazione a litigare anche per un nonnulla (Pri un granu si fa causa, dice un proverbio), all'indomabile passione di [pg!264] stravincere vincendo: si tenga presente l'amore che il palermitano nutre per i processi, ed il carattere suo inconciliabile283: quella specie di rassegnazione di ogni isolano a perdere, non per pacifico accordo, ma per sentenza del magistrato. D'altra parte, si pensi alle malfondate promesse di certi accattabrighe, che facevan vedere di facile vittoria quel che le leggi non potevano consentire, e il trionfo venale di una causa cui la giustizia onesta non favoriva, o piuttosto comprometteva: e si giudichi se non dovessero moltiplicarsi a vista d'occhio i parassiti della società di Palermo. Il poeta siracusano Gomes scrisse tutto un poema sopra La vita delli amari litiganti, ed i proverbî sentenziano che Cui litica e vinci, nenti vinci, che Di 'na liti nni nàscinu centu; che La vurza trema avanti la porta, con ciò che segue284.

Il lettore conosce, per quel che ne abbiamo detto285, le due antiche statue in marmo del Palazzo pretorio, rappresentanti, secondo la volgare interpretazione, due fratelli, a furia di litigare tra loro, ridotti ignudi come vermi e senza un tozzo di pane. Or la presenza di quelle statue era una lezione continua a quanti fossero tentati di cercare giustizia per via giudiziaria, e la leggenda in proposito metteva in guardia contro espediente cotanto pericoloso:

Cu' acchiana 'n Tribunali a fari liti
Sciuni a la nuda comu li du' frati.

[pg!265]

Ma i processi di successione all'infinito per leggi feudali in vigore, «e fondatamente sostituiti al primogenito e sostituiti liberi d'ogni altro gravame che non fosse quello delle pensioni dei cadetti o delle doti delle ragazze»286 erano miniere inesauribili per una falange di sfruttatori, i quali — eccezione fatta di una pleiade di onorati ingegni, gloria del Foro siciliano — dal paglietta scendevano all'infimo scribacchino, uso a copiare, a carattere grande per guadagnare nello spazio della copiatura, citazioni, memorie, istanze e notifiche, e dal dottore in legge andavano al chierico; a cui, per lungo, invecchiato abuso, era libito l'esercizio di agente e procuratore nei tribunali287.

«E così, dice l'Ab. de Saint Non, si arricchisce un popolo di persone di affari delle quali Palermo è piena. Il diritto deve penare sovente a trovar appoggi e difensori; e la Giustizia vi è divenuta un ramo di commercio che fa colare tutto il denaro del Regno in questa città entrando pel canale dei tribunali e riversandolo in seguito nel pubblico col lusso dei membri di essi. Così Palermo non si risente per nulla della povertà e della miseria che si vede in quasi tutta la Sicilia»288. Oh avea ben ragione quel signore a noi ignoto, che conversando col Bartels in Siracusa sfogava il suo dolore per le condizioni miserrime del tempo!

[pg!266]

«I tribunali che restano quasi tutti in Palermo, gli diceva, chiamano tutti i negozî giudiziali del Regno in quella Capitale, dove a spese dei litiganti vivono più di ventimila persone, le quali mantengono oziosi i rispettivi servitori, che sono altrettante braccia che mancano alla campagna in un'isola spopolata»289.

Noi abbiamo visto innanzi quanto fosse di vero in quest'ultima proposizione, come in quella dell'Ab. de Saint-Non. Infatti «non v'era casa in Palermo che non avesse un processo; e talune ne avean fino a cinque o sei». Questo afferma il Dr. Hager che dovette saperlo con fondamento290.

In ragione delle cause, i difensori legali. Il Duca di Terranova, in condizioni normali, teneva non meno di otto avvocati e quattro patrocinatori, retribuiti con annuali salarî fissi di diciott'onze i primi, di dodici i secondi; ed erano tra gli avvocati i più valorosi d'allora: Costantino M.a Costantini, in letteratura conosciuto per un buon poema didascalico sopra Il Colombajo, Antonio Vaginelli, Michele Perramuto, Agostino Cardino, Antonio di Napoli291.

[pg!267]

Nessuno meglio dell'Ab. Meli ritrasse questa condizione di uomini e di cose tra noi, del Meli diciamo che mise a nudo una piaga, incronichita dai secoli inciprignita da circostanze. Nelle Riflessioni sullo stato presente del regno di Sicilia intorno alla agricoltura e alla pastorizia da noi più e più volte citate, il poeta, anticipando di un secolo le teorie che doveano agitare le società civili del novecento, cauterizzava quella piaga col ferro rovente. Le Riflessioni, delle quali nessuno si è accorto finora, son pagine eloquentissime, e lo storico dovrà ricorrervi come a documento di singolare importanza.

Sentiamo quel che esse ci dicono.

L'autore la piglia molto larga aprendo un limbo, anzi una bolgia generale.

«Che dirò di tante migliaia di uomini sparsi e perduti per la società, come se nati fossero a far numero soltanto, e peso alla medesima, e a consumar dei viveri inutilmente? Tali sono, a mio avviso, quelli, che traggono tutta la loro pingue sussistenza dal cicalio del foro, dalla cabala e dallo intrico: quelli, che sussistono per le sole ciarlerie: quelli, che vivono lautamente professando soltanto il ladroneccio, il giuoco ed altri vergognosi mestieri: dell'immenso numero di uomini destinato allo strabocchevole lusso dei ricchi: quelli che vivono agiatamente con alcuni speciosi pretesti di rubare, colorati col titolo onorifico d'impieghi, tutto il superfluo seguito della Curia decorati coi titoli di Maestri d'atti, algozzini, uffiziali, portieri etc., dei quali la centesima parte basterebbe per servizio dei tribunali, qualora questi s'appagassero di un discreto vassallaggio. Insomma, io intendo parlare di tutto quell'immenso numero di parassiti, di cui abbondano le città del Regno, e specialmente la Capitale che, a guisa di mignatte, succhiano e si nutrono [pg!268] del sangue e dei sudori degli uomini onesti, utili ed industriosi.»

Venendo però ai particolari, eccolo fermarsi sopra i legulei, gli attuarî, i sollecitatori, pei quali già da tempo egli avea composta la epigrammatica ricetta morale:

Recipe un chiveddu raggirusu,
'Na facci tosta e chiacchiari a bon cuntu;
Misce a curialata fatta all'usu,
Spisi di liti ed item 'ntra lu cuntu;
Pista scorci d'onuri e fa in cunfusu
Pinnulli 'mpanniddati cu l'affruntu292,
Chistu sarrà un rimediu purtintusu
Pri arricchiri 'ntra quantu ti lu cuntu293.

I possessori di fondi campestri, che avrebbero voluto raccogliersi a godere un po' di pace, nol potevano, «costretti a starsene lungi per difendere il loro feudo, il loro podere nei tribunali, e per reclamare il bestiame... stato loro derubato, o i limiti usurpati, o per impetrar equità all'esorbitanza degli oneri, o per ottenere giustizia contro l'abuso dell'autorità dei giurati e degli uffiziali, delegati per la erezione delle tende e delle gabelle.»

Se un contadino con l'industria ed il sudor della fronte era riuscito a rendere il poderuccio fertile e ubertoso, per l'avidità del vicino prepotente, che avea mandato i suoi figli, o fratelli, o nepoti agli studî pei tribunali, si vedeva subito tagliata la strada. I figli, i fratelli, i nipoti eran baluardi a custodia dei beni del vicino, baliste e catapulte all'assalto dei beni del [pg!269] contadino, costretto per ciò a sostenere le sue ragioni.

Ed eccolo nella Capitale, ove il Meli lo vede e descrive, ed ove con le sue parole lo descriviamo anche noi.

«Le mance per i servitori, e per gli uscieri, le spese per le portantine dei professori che marciano a piedi o con le lor carrozze294, quelle per le citazioni e per i libelli, i terzi dell'onorario per gli avvocati, per i compatroni, per i causidici, per i curiali, per gli agenti etc., etc.; ed ecco consumato in questi primi passi il profitto di dieci, dodici anni delle sue penose fatiche! Se azzarda quest'infelice di aprir la bocca per somministrar le sue ragioni, i termini tecnici del suo rustico mestiere e l'accento particolare del suo villaggio muovono a riso tutti gli astanti; egli insomma appena è ascoltato, niente è capito, come dal suo lato niente capisce del nuovo gergo legale che sente risonare in bocca dei suoi professori. Nonostante questa confusione di lingue, in virtù dei terzi sborsati e dei complimenti, viene distesa una lunga allegazione, della quale se ne formano infinite copie a costo della borza del litigante; si mandano, e si ritornano [pg!270] con un circolo vizioso le liturgiche citazioni; si fissano i giorni delle comparse. Indi si postergano: si tornano a fissare: si scusano: sopravvengono frattanto le ferie, le villeggiature, indi le festività di Natale di N. S., indi li lieti giorni di Carnevale, poi la Pasqua etc., ed ecco le parentesi di mesi ed anni intieri.

«Si maturano intanto i nuovi terzi dell'onorario: si tornano a pagare, e così scorrono successivamente le serie degli anni, di maniera che quest'infelice resta inviluppato nell'inestricabile laberinto del foro, d'onde non ha più speranza di uscire, se non vi lascia financo la pelle istessa.»

Questo dolorosamente osservava il Meli, il quale tornava a battere sul medesimo chiodo:

«L'istesso succede quando ad un contadino viene derubato il bue, l'asino, o il mulo. Quante cure, quante sollecitudini non gli costano le ricerche! E quanti pericoli ancora non incontra per rintracciarne i vestigi! Se non giunge a trovarlo, piange la sua disgrazia. Ma se riesce, la piange doppiamente: imperciocchè le spese per le spie, per la ricognizione della bestia e del legittimo possessore della medesima, per la recezione dei testimoni, per gli offiziali e per le legali formalità, unite all'infinita perdita di tempo, e perciò del lavoro, oltrepassano di gran lunga l'importo della bestia dirubata; di maniera che il miglior partito che gli resta ad eligere è quello di mai più ricercarla, nè più ripeterla dalle mani della così detta Giustizia. Ne siegue da ciò, che i furti non si curano, [pg!271] o s'ignorano; ed i ladri, allettati dall'impunità, si moltiplicano a dismisura.

«Se i coloni sono così scherniti e scorticati dai cittadini e dalla gente del Foro, non minore è la disgrazia che incontrano presso i medesimi li fondi rusticani. Per convincersi di questa verità, basta gettare un colpo d'occhio a quei poderi caduti nelle mani del fisco o di altro magistrato cui s'è affidata la cura dell'amministrazione, e si vedrà, che uno o due anni di siffatta amministrazione equivalgono ad un grande incendio»295.

Idee non dissimili aveva il Meli espresse nel suo poema eroicomico Don Chisciotti e Sanciu Panza: ed i seguenti versi su Giove ne sono la sintesi:

Avirrà multu assai forsi chi diri
Di l'avvocati e di li professuri,
Genti chi a liti, sciarri e dispariri
Ci ànnu attaccatu l'utili e l'onuri;
La società fratantu àvi a nutriri
Sti tali a costa di li soi suduri;
L'apa cogghi lu meli in ciuri e in frutti,
Ma ciarmulìa l'apuni, e si l'agghiutti296.

L'organamento di questa vasta associazione per interessi personali era come una immensa rete che niente lasciava sfuggire e a nulla rinunziava per raccogliere i cercatori di giustizia. Il Vicerè Fogliani in una prammatica che è «un novello e stabile regolamento alle sospensioni che si voglion de' giudici da parte de' litiganti dietro alle clientele e avvocazioni [pg!272] che ne hanno quelli tenuto prima dell'atto di vestir la toga di loro giudicatura», ha questo paragrafo che è una rivelazione: «I litiganti sogliono tener salariati alcuni avvocati occulti, i quali non vanno a patrocinare la lite nel pubblico tribunale, ove il giudizio è pendente, ma solo assistono presso qualche giudice che deve decidere la causa»297.

Avvocati e professori erano pertanto legati da cause comuni. Il professore, persona pratica, riceveva i clienti, la causa dei quali diventava faccenda tutta sua. Egli sceglieva e suggeriva l'avvocato, che perciò avea per lui la considerazione imposta dalla importanza della causa.

I larghi guadagni erano incentivo a spese non solo di necessità, ma anche di lusso. Le famiglie dei forensi non rinunziavano a quello che potevano, e si permettevano anche quel che non potevano: spese per vivere, spese per vestire, spese per agi, che consumavano le più pingui entrate. In poche classi del ceto civile si spendeva più che in questa dei forensi, tanto spensieratamente facile a buttare nella follia d'un divertimento, nella vanità d'una villeggiatura una somma pari alla dote d'un modesto artigiano. V'è da maravigliarsi di cosiffatto sperpero, sovente non consentito dagli stessi introiti.

Il dì 21 luglio del 1778 per i soliti luoghi della Città si leggeva un lungo avviso a stampa, che principiava con queste parole:

«La estrema indigenza in cui sovente si son vedute [pg!273] cadere le vedove ed i figli non che dei curiali, dei procuratori causidici, degli avvocati, ma talvolta dei defunti ministri, perchè rimasti dopo la morte dei loro capi sprovveduti di tutti gli umani soccorsi per vivere e sostenersi; e i tristi deplorevoli effetti che quindi ne sono succeduti, i quali, con non poco rossore de' ceti così rispettabili, li han trascinati alla mendicità, o dati in braccio al vizio ed alla scostumatezza, indusse l'animo del Procurator causidico D. Stefano Tortorici a promuovere il plausibile mezzo della erezione di un Monte di vedove, con cui accorrere al riparo di così gravi disordini ed al sovvenimento e sussidio delle povere desolate famiglie»298. Condizioni per partecipare alla nuova istituzione: un contributo annuale. «Arrolandosi in esso tutti coloro che saranno avvocati causidici, curiali e professori qualunque siansi di curia, godranno del mantenimento delle lor vedove e parenti alla ragione di tarì tre o tarì sei al giorno pagando ogni anno onze tre od onze sei al Monte».

Ma che erano essi i tre, i sei tarì al giorno per una famiglia che ne sciupava cinque, sei volte tanti in feste di città e di villa, in ricevimenti e addobbi?

Checchè se ne pensi, il disegno tradotto ad atto dal previggente Tortorici era degno del valore di lui di procuratore criminalista, e meritò il plauso dei buoni. [pg!274]

Qui agli occhi del lettore si delinea un punto interrogativo.

Come si moveva l'amministrazione della Giustizia in mezzo all'ambiente non del tutto sano del tempo?

Ci affrettiamo a cancellare questo punto interrogativo affermando che la integrità della vecchia magistratura siciliana metteva i membri di essa fuori qualunque sospetto e discussione. Se non ci fossero altri esempî, basterebbe quello solo della sentenza di morte profferita dalla G. C. Criminale in persona di Emanuele Caniggia palermitano, paggio amatissimo del Principe di Caramanico, con vero strazio del vicereale padrone decapitato nella Piazza Marina (10 ott. 1789)299.

Se poi casi contrarî possono trovarsi, sarebbe ingiustizia farne ragione di giudizio generale men che favorevole. Le eccezioni, abbiam detto altrove e ripetiamo qui, non fanno regola; e tra queste eccezioni, per dir tutto, rileviamo una incomprensibile.

Nei conti della già cennata Casa del Duca di Terranova si riscontrano spese per distribuzione di carbone a grandi dignitarî politici e giudiziarî del Regno. Queste distribuzioni son chiamate regalie solite e ve n'è di 200 quintali (chil. 16000) al Vicerè, di 50 al Segretario, di 50 al Consultore, di 20 per uno (il lettore faccia attenzione!) ai Presidenti della R. G. Corte, del Patrimonio e del Concistoro; e di 12 per uno al Maestro Razionale del Patrimonio, all'Avvocato [pg!275] fiscale della R. G. Corte e a quello del Patrimonio.

La diciamo incomprensibile perchè ordinaria, e come tale, alle illustri autorità che la ricevevano non dovea parere lesiva della loro onestà e della loro indipendenza.

Ma si trova anche qualche regalia straordinaria a giudici, proprio nel momento che liti della eccellentissima ducale amministrazione pendevano in tribunali. Ecco in proposito un modesto appunto: «Pagate per prezzo di carbone, regalato straordinariamente a D. Emmanuele Bottari, giudice della R. G. Corte Criminale, e D. Luigi Mattias, primo officiale della Segreteria di S. E. Sig. Vicerè, ed altri ministri di questi Tribunali, per le cause del nostro Ecc.mo Duca, vertenti nei medesimi, onze 24,20 (L. 314,50) prezzo di poco più che cento quintali (kil. 8000) di carbone.

Forse la pentola della giustizia, no: ma certo quella dei giudicanti deve aver bollito abbastanza rigogliosa col carbone di un litigante come il potente Duca di Terranova.

Ma v'è ancora di più, che non è bello, nè buono.

Un altro appunto dice così: «Pagate a D. Giuseppe... giudice della R. G. Corte Criminale, per mani di D. Ingarsia ed alla presenza di D. Giuseppe Prado, agente, e di D. Giov. Batt. Pedino, per decidere l'articolo contro il Sac. D. Vincenzo Insinga, che si agitava nel detto Tribunale di R. G. Corte, onze 32». [pg!276]

Copriamoci gli occhi per non leggere altro. No, non si tratta più, osserva giustamente un egregio uomo, di un gentile dono di carbone che il ricco produttore e proprietario delle carbonaie di Caronia facea ai magistrati che doveano decidere delle sue liti; «ma bensì di un donativo in denaro corrente, nella cifra ragguardevole per tempi di onze 32, pari a L. 408, che un potente litigante facea ad un giudice decidente; e che colui che pagava (ch'era il curiale della Casa), onde non si potesse dubitare di un suo abuso di fiducia, eseguiva alla presenza di due testimoni, che egli avea la prudenza d'indicare; dei quali l'uno (il Prado o Prades) era l'Agente generale della Casa; sicchè tutto potrebbe far sospettare che si trattasse di un vero e proprio peculato»300.

Con la maggior semplicità del mondo troviamo notato un pagamento analogo nelle carte del nobile Collegio degli Aromatari di Palermo. Sullo sdrucciolo delle protezioni, Governo e Senato dispensavano indebite licenze. Il Collegio faceva opposizioni e rimostranze. L'opera degli avvocati e procuratori era quindi necessaria, e non è a dire con che scapito del patrimonio sociale. Giunte (consulti) si succedevano a giunte; ed era un continuo spendere per liti che non finivano mai.

Il 17 dicembre del 1785 il Segretario del Senato La Placa intascava un regalo in moneta corrente di tre onze per una consulta favorevole da lui presentata [pg!277] al Pretore sopra un memoriale del Collegio301. Il La Placa, uomo saputo nelle patrie istituzioni, riceveva egli il premio d'una giustizia dovuta o d'una ingiustizia indegnamente provocata? Se d'una giustizia, fa nascere il sospetto d'una vendita; se d'una ingiustizia, è addirittura un traditore della fiducia che il Senato riponeva in lui e commetteva un crimine da codice penale.

[pg!278]