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La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2 cover

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2

Chapter 18: CAP. XVII.
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About This Book

A rich social chronicle of Palermo more than a century earlier, offering detailed descriptions of public festivals and carnival customs, theatrical and musical entertainments, popular and aristocratic celebrations, religious ceremonies and confraternities, monastic life and female religious profession, legal practices including courts, prisons, executions and the role of the executioner, outbreaks of famine and vagrancy, the press and public notices, medical practice and charitable care, learned societies and university life, schools and student customs, and practical appendices on weights and coinage; chapters combine vivid scene descriptions, institutional history, and anecdotal reports to reconstruct urban culture.

CAP. XVII.

CARCERI E CARCERATI.

Di carceri non era scarsezza in Palermo: e tanti ce n'erano quante le giurisdizioni, i ceti, i sessi. Fino al 1782 facevano tremare quelle del Sant'Uffizio, specialmente le cosiddette filippine; ma vi erano pure le ecclesiastiche sotto il Palazzo arcivescovile; le senatoriali dentro il Palazzo pretorio e presso di esso e di S.a Caterina; donde, già tempo, si passava a quelle di fuori Porta di Carini ed alle altre della Vetriera per le donne. Più famose tra tutte, le carceri della Vicaria (dopo il 1840 divenute palazzo delle Finanze) pei plebei, e del Castello pei nobili e pei civili.

Strane le vicende della Vicaria!

Nata come fondaco della Dogana e come sede dei tribunali fra il 1578 ed il 1593 sotto tre Vicerè: Marcantonio Colonna, il Conte d'Albadelista (il famoso jettatore del ponte di Piedigrotta alla Cala) e Arrigo de Gusman, a spese del Senato, l'eterno banchiere che vi erogò centinaia di migliaia di scudi; essa stette [pg!279] sotto la giurisdizione dell'autorità municipale, la quale ne fece pubbliche prigioni.

Come per irrisione, ai lati della ferrata d'ingresso rumoreggiavano gaiamente le argentee acque di due fontane. All'angolo destro sporgeva la grande trave della vergogna. Sopra, per tutta la facciata meridionale e torno torno all'edificio, correvano finestre a grosse spranghe, che dalle prime ore della sera alle prime ore del mattino venivano incessantemente martellate da vigili guardie. I vicini non si sapevano assuefare a questo molesto rumore notturno, che col sonno toglieva loro la quiete, e molto meno ai «sospiri, pianti ed alti lai» che dal tenebroso luogo uscivano. Miss Cornelia Knight, signorina di compagnia della Principessa Carlotta di Wales, nei pochi giorni che vi stette vicino (gennaio 1799) udiva tutta la notte «i gemiti ed i lamenti delle povere creature» chiusevi dentro302.

Dopo la prima entrata nel doloroso luogo ve n'era un secondo conducente all'atrio, abitazione del carnefice. Nell'atrio, sinistri arnesi di dolore, spiccavano i tre legni delle forche, le scale, lo steccato per gli atti di giustizia. I tumulti del settembre 1773303 spinsero [pg!280] una turba di efferati fra le più scure tane di questo carcere; ruppero inferriate, sbrandellarono le divise del boia, ridussero in frantumi i ferali strumenti, e portaron via il più odioso ricordo del triste albergo, una pila in pietra, che ogni siciliano nominava con terrore, oggetto della più brutta imprecazione: Chi putissi vidiri la pila! come per dire: Che tu possa andare in galera!304.

In questo carcere, nello spirare del settecento, se la tradizione non falla, avrebbe avuto origine altro motto, erroneamente riportato all'epoca del Vespro siciliano. Perchè, essendo stati per certe loro discolerie arrestati in Palermo e chiusi in uno stanzone della Vicaria, in attenzione di risoluzioni, o a disposizione di un console estero interessato, non so quali marinai stranieri, appartenenti ad un legno francese, dimenticati da tutti, mal ridotti in arnese, passarono in proverbio sotto il nome di francesi: e camerone dei Francesi fu detta da quel giorno la lor notevole dimora, e francese cominciò a significare persona senza un quattrino305.

I carcerati eran tenuti malissimo in Palermo; orrendamente nelle terre feudali. Il Caracciolo, impietositosene, emanò un bando a loro favore. Questo il 25 aprile 1785. Dopo 10 anni il bando attendeva dell'altro la sua attuazione. Il 12 agosto del 1794 il Caramanico, impressionato delle frequenti fughe di detenuti, [pg!281] pigliava provvedimenti acconci ad impedirle; ma non presumeva che il trattamento sarebbe continuato com'era stato fin allora.

Qualche cosa di nuovo frattanto si ora cominciata: separate le donne dagli uomini, i giovanetti dagli adulti; le male femine, condotte alla Vicaria, non vi si fermavano che per esser mandate al loro carcere della Vetriera; i minorenni delinquenti allontanati dagli uomini induriti nel vizio e nei delitti, ed isolati nella Quinta Casa, al Molo (29 maggio 1787). Prima marcivano nell'ozio, fomite a mal fare; ora, col nuovo istituto, rigenerati pel lavoro, attendavano, i maschi a fabbricare ceste e funicelle, le fanciulle a filare. Avean sofferto il digiuno, la sete, il freddo: ed ebbero pane, minestra, cacio, verdure, vino, letto, vesti, quanto insomma potesse bastare alla vita; ma ebbero pure qualche cosa che non avrebbero voluto avere: carcerieri, ed un firraloru, che a sferzate li metteva a dovere306. I delinquenti del Molo perciò potevano dirsi felici a paragone di quelli della Vicaria. Qui i detenuti per reati civili vivevano confusi coi criminali, i debitori coi ladri, i falsari coi violenti. Fosse, dammusi, «segrete», eran sottoterra, buie, grondanti umidità, sudice, muffite, angustissime307. Codesto carcere, già sin dal 1773 orribile, parve atroce dopo i subbugli di quell'anno. Rifatte in grosse spranghe di ferro certe grate [pg!282] di legno, impiccolite le celle, divennero per difetto di aria e di luce sepolture di vivi. I canti popolari sull'argomento sono d'una evidenza spaventevole.

Lì languivano mesi ed anni, in lenta agonia o in angosciosi palpiti disfacendosi, stracciati, scalzi, seminudi talvolta, centinaia e centinaia d'imputati in attesa di un giudizio che non veniva mai308. Salvo i rari casi di delitti atroci e clamorosi in città, i quali venivano giudicati in forma direttissima e con giustizia esemplare, tarde le istruzioni, lente le procedure, eterna l'aspettativa dei giustiziandi; e quando non ci si pensava più, ecco la esecuzione!

Diego Colombo da Messina, omicida del 1783, catturato nel 1793, veniva condannato a morte nel 1796. Allorchè gli si fece la grazia di vita, egli era più morto che vivo. Se non fosse stato pel procuratore dei carcerati poveri D. Stefano Tortorici (1788-93) e per D. Antonino Igheras (1794)309, se non ci fosse stata l'opera della nobile Deputazione della Vicaria, che con carità senza pari si occupava di questi disgraziati, [pg!283] amministrandone lo scarso assegno, chiedendone con viva insistenza ed ottenendone dal Re l'aumento, e convertendo questo in pane310, che essa ogni mattina andava pietosamente a distribuire, quanti di questi infelici non sarebbero morti di fame!

E sì che le carceri ogni anno venivano sfollate di un centinaio di reclusi, o per grazia di libertà, o per riduzione di pena, o per condono di debiti, loro concesso dal Vicerè nella festa di Natale, e dal Capitan Giustiziere in quella dell'Assunta311.

Macerati dall'ozio i carcerati in comune cercavano romperne la insopportabile monotonia con passatempi pei quali non occorreva loro altro che una moneta e ciò che il sudiciume purtroppo non fa mancare in tanta miseria: gli insetti312. Il pediculus capitis e la mosca erano i preferiti; e da essi prendeva nome il passatempo, quanto schifoso altrettanto alieno da inganni. «I carcerati, dice Villabianca, son quasi ignudi; [pg!284] prendono una moneta e vi fanno volare le mosche della camera. Vince quello sulla cui moneta viene a posarsi la mosca, detto perciò Jocu di pidocchiu, o di la musca, o di carcerati313.

Ora a sì lento logorio di corpo e di spirito non erano da preferire le malattie, per le quali potevasi sperare o la fine di tanti strazî o un temporaneo trattamento umano?

E le malattie si facevano purtroppo vedere.

«O quante migliaia di questi miserabili muoiono lì dentro d'angosce, di miserie e di febbre contagiosa, detta dai medici di carcere o castrense!» esclamava quell'anima onesta di Giovanni Meli. Così almeno poteva l'infermo vedere il viso di un medico umano, e all'Ospedale grande e nuovo prima, alla infermeria del carcere poi, ricevere un po' di conforto314.

Al Castello si stava non molto disagiatamente, ma i cammarotti, dove agli imputati di crimenlese, con le più strette ed insidiose subizioni si cercava di strappar di bocca confessioni di fatti, erano quanto di più formidabilmente feroce avesse ideato l'umana nequizie. Un infelice, certo Mosca, giovane a 26 anni, confessava tra i tormenti un delitto de nefando, del quale era in sospetto. La penna si rifiuta a descrivere [pg!285] il suo supplizio, incominciato col trascinamento del corpo a coda di cavallo e finito col vivicomburio: ma la penna scrive a lettere di sangue che dopo sei anni bruciato, il Mosca veniva riconosciuto innocente!

Prima di chiudere l'argomento di questo capitolo giova richiamarsi ad un documento uscito dalle mani del Vicerè Caramanico: Istruzioni per l'amministrazione della Giustizia nelle occorrenze delle cause e materie criminali. Esso ci rivela che il rigore delle leggi contro i rei e gli imputati tendeva un cotal poco a rimettersi da quel che era stato. Ci si sente l'aura dei tempi che mutano, e vi alita sopra come uno spirito, non vogliam dire umanitario, ma meno duro che pel passato. La crudeltà delle leggi vi si spunta per via di interpretazioni a favore degli imputati e dei testimonî: e si giunge fino a vietare l'uso dei ceppi se mai per caso le gambe del reo diano indizio di piaga, ed a consentire che si mandino in carcere a casa sua, previa guarentigia, il reo gravemente infermo315.

Tutto questo è progresso. Eppure resta tanto e tanto di brutto e di crudele che l'animo anche più indurito ne rabbrividisce.

Lasciamo alla Pratica di D. Zenobio Russo316 tutto l'arsenale delle vecchie e delle nuove leggi, e spigoliamo [pg!286] nelle Istruzioni provocate dall'Avvocato fiscale della Gran Corte D. Giuseppe Guggino qualche novità processuale.

Eccone una:

«Li testimoni che, carcerati o ristretti nei dammusi, non depongono o che depongono quanto dissero nel primo esame avanti al Giudice; non devono pagare spesa alcuna di carcere nè diritto alcuno alla Corte e subalterni sotto qualsivoglia pretesto: salvochè tarì uno (cent. 42) al carceriero se sia stato in dammuso, per il servizio prestatogli».

Eccone un'altra:

«Al reo o testimonio ristretto nei dammusi non si possa negare il pane in grana sei al giorno allorchè se gli somministra dai suoi congiunti o amici; se però il pane per la sua povertà se gli somministra dal Barone o dall'Università, non possano l'una e l'altra esser obbligati che a grana quattro (cent. 8) al giorno, come si prescrive nelle circolari; eccetto il caso di una insolita penuria, per cui il pane fosse meno di once sei (gr. 400) per ogni quattro grani, poichè allora il Barone o l'Università gliene deve contribuire grana 6 al giorno. L'acqua deve somministrarsi senza limitazione.... Deve il dammuso essere provveduto del vaso necessario alle corporali necessità...»

Un'altra ancora:

«Tormenti straordinari son lo manette, i ceppi, le catene, i grilletti.

«Si possono apporre ai rei al più due paia di ferri alle gambe, che non devono essere più di rotoli dodici [pg!287] di peso per ognuno di essi317. Si proibisce però generalmente che i ristretti in dammuso, o rei, o testimonî renitenti che siano, per qualunque delitto si spogliassero delle vestimenta, ed ignudi, o in camicia si obbligassero stare in dammuso: dovendo essi restar vestiti secondo la stagione che corre; e deve altresì permettersi a' medesimi una covertura ne' tempi d'inverno»318.

Non passava anno che qualche bandito, o ladro, o scorridore di campagna non capitasse nelle ugne della Giustizia. Allora lo conducevano alla Capitale, quando a cavallo la compagnia che lo avea catturato, ai servizî o col nome di un comune o di un gran signore del Vallo (ed eran celebri le compagnie del Principe di Butera, di Randazzo, del Duca di Terranova, di Monreale), quando a piedi i birri della Gran Corte.

Nel solo 1797, di queste condotte ne avvenivano tre: a maggio, a luglio, a dicembre.

Il bandito procedeva strettamente legato in mezzo a coloro che l'avean preso, il capo inghirlandato di erba, di fiori, di oleandro; il collo cinto da una gàrbula, o cassino, cerchio sottile di asse da crivelli e tamburi. S'egli andava a cavallo, le redini della mula erano raccomandate al boia, il quale chiamava allo spettacolo a suon di tromba e indicava il cartello che il reo portava addosso. Era un vero trionfo della Giustizia rivendicata, o piuttosto degli uomini che erano [pg!288] riusciti al gran colpo. Sommo perciò il giubilo degli interessati, reso più intenso da frequenti squilli di tromba e da non men frequenti spari di archibusi, da ultimo ripetuti con una scarica generale innanzi le case dei ministri di Giustizia319.

Quando il bandito era stato ucciso nello scontro, la festa si facea medesimamente, ed il suo capo, pur esso coronato di fiori, veniva infisso ad un'asta sorretta come trofeo dal boia o da uno della squadra.

Particolarità raccapricciante: quando il dì 11 maggio 1797 si menarono in giro tre teste, ed un giovane con esse veniva trascinato a ludibrio della folla, una di quelle teste era del padre suo! [pg!289]