CAP. XVIII.
IL BOIA E LE ESECUZIONI DI GIUSTIZIA. GRAZIA DI VITA. DOLOROSA STATISTICA DI GIUSTIZIATI.
Il boia era, come il porta-lanterna, l'essere più abbietto della Giustizia.
Vestiva sempre casacca, calzoni, berretto e calze di panno, metà rosso, metà giallo, sì che da un lato aveva il colore del sangue e dall'altro quello della morte: livrea ufficiale, non creata ma riprodotta sulle fogge italiane del sec. XIV. Egli non poteva mai smetterla; ed al bisogno la copriva con un cappotto d'albagio nero, dietro il quale era disegnata una forca320.
La provenienza del boia era degna del suo mestiere. Egli era stato un condannato a morte o alle catene perpetue; ma avea ricevuta la grazia della vita a condizione che la togliesse agli altri con tutte le forme legali della giustizia: orribile baratto, che fa tremare di ribrezzo! [pg!290]
Un giorno uno dei due boia (giacchè non ne occorrevano meno)321, nell'apparecchiare a S.a Teresa le forche pei compagni di F. P. Di Blasi, va giù per terra e si rompe le noce del piede. Rimasto inabile a giustiziare, si pensa ad un altro, anche interino. Si crederebbe? tra condannati e liberi, ben venti si offrirono all'infame ufficio, nuovo genere di caccia all'impiego, che dava appena venticinque grani il giorno (cent. 53) contro i trentacinque che ne avea il boia maggiore. Se non che, questo avea dei procacci, gl'incerti del mestiere, che po' poi eran certi, in quanto di giustiziandi non era mai penuria, e le fruste coi relativi emolumenti erano frequentissime. La pubblica voce poi gli attribuiva altri guadagni, provenienti dai risparmî sulle mule che trascinavano il carro dei rei; mule stecchite, bolse, veri ronzinanti, pagati a poche grana (centesimi) dal carnefice, ad onze dalla Giustizia322.
Il boia stava pronto a tutte le chiamate. Nun manca pri lu boja, diceva il proverbio; e chi passava dalla Vicaria vedevalo sempre seduto sopra una pancaccia, quando dentro, quando fuori del portone. Se gli occorreva di andare in un sito, di toccare qualche cosa, non poteva farlo altrimenti che con una verga, non [pg!291] dovendo egli posare le mani nefande su nulla. Era sempre accompagnato.
Varie e diverse le pene, varie e diverse le funzioni del boia. Come in segno del mero e misto impero e della giurisdizione feudale all'ingresso delle terre dei baroni fuori Palermo eran piantate in permanenza le forche, così alle Quattro Cantoniere era un cavalletto pei ladruncoli ed altri delinquenti del giorno. Legato mano e piedi su quello, a carni nude, il reo riceveva sulle parti posteriori del corpo le nerbate ordinate dal Giudice, e veniva, senza più, condotto al carcere o alla galera; se ragazzo, era trattato con sonore sferzate.
Non men grave la berlina, che variava in ragione dei delitti, delle giurisdizioni e del capriccio del giudice. Ordinariamente però il boia conduceva a mano la mula e di tanto in tanto chiamava il pubblico con isquilli stridenti di tromba. I birri gli davano braccio forte, e dove un tempo, per la divisa comune, si confondevano con gli artigiani, dal 1774 destavano un senso di timore con quel giamberghino rosso, e quella loro giamberga turchina, sul cui petto splendeva minacciosa l'aquila inargentata. Un lordone, ossia uno della nazione lombarda, di S. Orsola, veniva condotto in giro sopra un asino per mercimonio di moneta spicciola, e portava legato al collo un sacco di cosiffatta moneta (1773). Ma egli era più fortunato di quel cancello (vetturale), a cui per essere andato a cavallo in città veniva inflitta la pena della vendita del mulo che gli dava da mangiare! [pg!292]
Per ragioni di furti soggetti alla giurisdizione pretoriana alcuni giovani, d'ordine del Pretore, eran messi (1774) sopra altre bestie di vetturali e portati alla berlina pel Cassaro fino alla Vicaria. Malgrado che ai lati camminassero i soldati di Marina, il boia non mancava; e perchè non faceva sentire abbastanza il suono della sua tromba, redarguito vi metteva maggior forza. Una canzone relativa allo spettacolo ha questa strofe:
E ddu scintinu bojaLa mula chi arrinava:La trummetta sunava,E spiavanu chi fu.
Per furti soggetti alla giurisdizione ordinaria il delinquente andava soggetto ad un segno di conoscimento ed anche d'infamia sopra una spalla, segno che era la lettera F. colla data del delitto. Così era facile leggerglisi, p. es.: F. 93 (Furto, 1793). Gli studiosi di criminologia moderna gradiranno sapere che queste marche eran tatuaggi, segni fatti a punta d'ago sulla viva carne323.
Un facchino di piazza coperto d'uno straccio simboleggiante la toga senatoriale, camuffato da Senatore per le grasce, camminava per Ballarò. Lazzari e monelli in frotta, gridando e sghignazzando, lo seguivano, pronti a svignarsela non sì tosto comparissero i soldati di Marina. Al giunger di questi, si chiama il massaro dell'Ospedale dei matti, e gli si affida con le [pg!293] catene ai piedi il malcreato, il quale stavolta senza boia, da Ballarò, pel Cassaro, Porta Felice, la Marina, viene condotto in carcere a S. Giovanni dei Leprosi, manicomio e spedale delle malattie di pelle.
Analogo a questo, altro delitto, che prende forma di profanazione o di sacrilegio; e analoga alla pena del facchino è quella toccata al sartore e sagrestano Ignazio Gulotta, reo d'essersi finto sacerdote celebrando non so quante messe e confessando.
Vestito da pazzo con robone di tela bianca, cingolo di corda e collare di cartapesta, in piedi, viene appoggiato ad una tavola, sopra un alto sgabello dietro la fontana raffigurante l'Inverno alle Quattro Cantoniere. Lo scartafaccio che tiene in petto pubblica il suo delitto, e la condanna inflittagli dal tribunale per la R. Gran Corte criminale, cioè la relegazione alla Pantelleria per sette anni di penitenza. I boia colle loro divise gli stanno ai fianchi, toccando ogni quarto d'ora la tromba, finchè, durato per tre ore in tale vergogna, viene ricondotto alle regie carceri... Il concorso del popolo è così straordinario che la folla ferma il passo.
Ciò accadeva il 22 luglio 1784.
Le berline si moltiplicavano all'infinito e con forme che tutti conoscevano ed alle quali tutti erano abituati.
Proprio due mesi dopo di questa, altra se ne vedeva nel piano del Monte di Pietà. Il cappellaio Stefano La Manna, vecchio portiere di quello, ne avea fatte tante che la misura era colma. Ultima, avea [pg!294] preso dal Tesoro certi oggetti pegnorati, e come nuovi era andato a pegnorarli per suoi. Una però le paga tutte: e, catturato, veniva esposto alla berlina sopra uno steccato innanzi al palazzo del Monte. Ma avesse, o affettasse indifferenza, egli se la rideva non già sotto i baffi, perchè baffi allora non se ne portava, ma sotto il naso; e quando i due boia, uno di destra e l'altro di sinistra, toccavano a sua marcia vergogna la tromba, egli se la sbirbava chiedendo e sorbendo rinfreschi324.
Altro degli uffici sinistri del carnefice, e questo il più esilarante pel popolo grosso, il bruciamento d'un libro, d'un oggetto, sentenziato contrario alla religione, alla morale, ai ministri, al re. Il più celebre di questi spettacoli fu insieme il più vandalico: lo incendio dei registri dell'Inquisizione, durato tre giorni, nel Piano della Marina per ordine del Caracciolo, gongolante della abolizione.
Ma a quando a quando scenette consimili nel mezzo della Piazza Vigliena, sopra un fonte, o una impalcatura, o sul nudo basolato offrivano divertimento ai monelli con piccole ma vivide fiammate di opere proibite, di ventagli con figure oscene, di legni medicinali sia avariati, sia ritenuti dannosi alla salute.
Poco dopo dei registri del S. Uffizio, sotto il medesimo Caracciolo, seguì l'arsione (1783) di due trattati del celebre giureconsulto messinese Pietro De Gregorio, solo per certi paragrafi contro la regalia [pg!295] ed a favore della potestà baronale in Sicilia325. Condanne come queste partivano sempre dal palazzo vicereale, dove, compiacenti custodi dei regi diritti, i Vicerè asserviti alla Corte di Napoli tonavano contro i diritti del baronaggio, dagli autori siciliani sostenuti e in certi casi interpretati superiori ai regî.
Non meno ridicolo quello d'un opuscolo del canonico catanese Malerba contro i ministri del Governo, venditori di giustizia, e contro i loro assecli, bollati come solenni truffatori; ma più ridicola ancora la pena a lui inflitta, nelle carceri dell'Arcivescovo (5 nov. 1791), quella dei ceppi; laonde il March. Villabianca esclamava indignato: «Questi ministri non si vergognano di esser disonesti, e somigliano a quelle donnacce che si danno, e poi si ribellano quando per poco si dica loro baldracche!»326.
Sullo spirare del secolo, l'a. 1798, una cassa di libri giunti da Venezia con carte giacobinesche, dopo maturo esame del P. Sterzinger incontravano la solita sorte327; ed il 6 aprile 1799, una scena di codesto genere assumeva tutta la pompa del soppresso S. Uffizio. C'era presente P. D'Angelo, il quale, tornando a casa, prendeva quest'appunto: «Si son portati molti libri venuti di fuori Regno, e per ordine del [pg!296] Governo, impediti ad entrare in dogana, son portati alla Piazza Vigliena, ed ivi si son dati alla fiamme a suon di tromba del boia; dopo di che il sac. Arcieri (prete rimasto proverbiale) fece in quel luogo un sermone in cui dimostrò la vanità e la pazzia del secolo creduto illuminato»328.
Trattamento non meno indegno, a ricordo dei nostri vecchi curiali, fu fatto al Codice di Napoleone, del quale Pietro Colletta ebbe ad attestare che «per comodo del Re, fu nella piazza di Palermo [proprio ai Quattro Cantoni] qual sacrilego libro dalla mano del boja lacerato e bruciato»329.
Esecuzioni di giustizia contristavano con frequenza incredibile l'animo dei buoni. Il S. Uffizio diede pure il suo contingente allo spettacolo della morte; ma che cosa fu esso a fronte degli altri tribunali quando l'ultimo auto-da-fè portava la data del 1724? Abolito che fu, la potestà regia, ossia il tribunale di giustizia, rimaneva unico e solo esercente del diritto di opporre la violenza della pena alla violenza del delitto.
Appena fissato il giorno della esecuzione l'Avvocato fiscale (oggi Procuratore del Re) nella G. C. Criminale, o il Capitan Giustiziere nella Corte Capitaniale, ne dava partecipazione al nobile Governatore della Compagnia dei Bianchi e gli rimetteva le chiavi [pg!297] del dammusu, ove stava il condannato. Da quel momento la Compagnia entrava in possesso di lui, e ne avea per tre giorni il governo materiale e spirituale. Nessuna giurisdizione alterava od attenuava la sua; ed il Governatore la esercitava piena, scrupolosa fino nei minimi particolari.
Dall'oscura segreta il reo era dal pietoso Capo di Cappella fatto salire nell'anti-oratorio, ove con tre altri suoi confrati gli apprestava i possibili soccorsi del corpo e dello spirito. Per tre giorni i buoni signori si moltiplicavano per assisterlo a ben morire: e non era in lui desiderio che essi nei limiti della loro facoltà non si affrettassero a soddisfare. A tutto provvedeva di suo quel funzionante Capo, e non solo pel reo, ma anche pei nobili assistenti. I quali, se prima si davano tra loro poche ore di scambio recandosi per brevi riposi fuori la Vicaria, e la sera, finiti gli esercizî spirituali, andavano a svestirsi nella loro Compagnia alla Kalsa, dal 1770, dopo cioè che alcune stanze nuove furono quivi costruite, essi non si staccavano un minuto dal paziente330.
La prima sera che questi entrava in cappella, a due ore di notte (due ore dopo l'Avemmaria) la campana della chiesa degli Agonizzanti dava tanti rintocchi quanti erano i rei da giustiziare; il suono si ripeteva anche la vigilia: ed a quei rintocchi, a quell'ora, specie nelle sere crude d'inverno, ogni persona si faceva il segno della croce, e pensava chi mai potesse essere il disgraziato e per quale delitto condannato. [pg!298] I confrati della congregazione con voce lamentevole andavano questuando per la elemosina delle messe da celebrarsi per l'arma di stu puvireddu.
I tre giorni di preparazione a ben morire sono proverbiali (Li tri ghiorna di cappella, ed anche: Li tri ghiorna di lu 'mpisu) e passavano in continui esercizî di pietà, di preghiera e di religione: lì, nella cappella del Crocifisso, un sacerdote del sodalizio amministrava giorno per giorno i sacramenti: ed il Capo di Cappella scrupolosamente riceveva le confidenze e le dichiarazioni che a sgravio dell'anima sua il reo gli faceva, e che egli religiosamente notava in un registro della Compagnia, il quale va appunto sotto il titolo di Scarichi di coscienza. Nessun occhio profano si posa ora su quel libro, nessuna indiscrezione consente rivelazioni che servano a pascolo di curiosi. Quei registri sono storia di grandi delinquenti, di omicidi forse involontarî, forse di imputati di delitti non commessi. Al momento di presentarsi al tribunale di Dio costoro vollero aprirsi tutti a chi paternamente, amorosamente li assisteva e li consolava, a chi ne condivideva gli affanni e ne tergeva le lagrime331.
E che avranno essi voluto tacere quando non avevano più nulla da sperare, nulla da temere dalla Giustizia umana? Perchè non dire in qual maniera procedettero le cose, e non rivelare circostanze che forse servono di lenimento ai lor cuori esulcerati? [pg!299]
Son le 22½ (un'ora e mezzo prima dell'Avemmaria), ed ogni persona non ha più niente da fare. Il fatale momento è giunto. Un fabbroferraio si affatica a schiodare i ferri dai piedi dell'afflitto, come lo chiamano i Bianchi; il quale si dispone a lasciare il troppo lugubre albergo, la Vicaria, dove non ritornerà mai più.
Domani il vecchio «D. Alfonzo Ruiz de Castro, Alcaide, seu Castellano delle pubbliche carceri del nuovo Edificio di questa Felice e Fedelissima Città di Palermo, del quale è proprietario il Tribunale della R. G. C. Criminale», manderà la solita bolletta di discarico d'un detenuto.
Il vasto Piano della Marina è il posto ordinario, ma non unico, del truce spettacolo, già teatro di raccapriccianti auto-da-fè e di brillanti mostre d'armi, della decapitazione di Andrea Chiaramonte sotto gli occhi di Martino II, e della barbara luminaria dei registri del S. Uffizio, e alla presenza del gongolante Caracciolo, di corse di tori e di splendidi tornei, ed ora di marionette, di carrozze, di oziosi d'ogni genere332.
Sullo Steri (palazzo del S. Uffizio), sventola la bandiera rossa col motto: Discite justitiam, populi. I prigionieri aggrappati alle spranghe della Vicaria, gli ammalati della Infermeria specialmente, fissano atterriti il mare di teste che fluttua irrequieto. Dalle finestre, dalle terrazze, dai tetti, dai cornicioni si affacciano, si protendono, penzolano come grappoli [pg!300] di corpi umani migliaia di persone. I venditori di semi di zucca e di acqua fresca a grande stento si muovono in mezzo alla calca non cessando dal gridare a squarciagola la loro merce.
La inferriata del carcere stride sui cardini e si rinchiude subito alle spalle d'un lugubre corteo. Un improvviso mormorìo generale cresce in frastuono assordante. Algoziri e ministri di giustizia a cavallo, con verghe nelle mani, seguono lentamente, misuratamente il regio stendardo rosso, e precedono la Compagnia dei Bianchi associante il reo, legato sopra un carro. Granatieri con baionetta in canna, o, secondo i tempi, alabardieri e soldati a cavallo, formano steccato e controsteccato impenetrabile alla folla sterminata, che pallida, allibita, ma sempre curiosa, non rinunzia al vecchio spettacolo. Le forche si levano alte in ragione della gravità del delitto. In altioribus furcis, nelle più alte forche, secondo la sentenza, vengono appiccati gli stradarii, i grandi assassini. In altioribus furcis venne strangolata il 5 settembre 1789 la più fredda avvelenatrice del secolo, Anna Bonanno, soprannominata la Vecchia di l'acitu, alle Quattro Cantoniere; in altioribus furcis il parrucchiere Giuseppe Mantelletti, a 19 anni uccisore d'un sacerdote.
L'afflitto ascende la scala del supplizio, e lontano lontano si odono i lenti rintocchi cella chiesa degli Agonizzanti, e vicino vicino quelli della campana maggiore della chiesa di S. Francesco li Chiovara: e tutti, vicini e lontani, invocano la Madonna della Buona [pg!301] Morte, perchè voglia concedere buon passaggio all'anima dello sventurato.
Tamburi e trombe rumoreggiano improvvisamente, incessantemente. Un fremito convulso invade ogni astante: l'umana giustizia è fatta! I Bianchi ginocchioni pregano pel trapassato; il cappellano ne benedice il cadavere, che, non più come per lo addietro, rimane fino a tarda sera, per una giornata, penzoloni, ma vien presto rimosso, e se i delitti non esigano altro, trasportato entro una cassa alla chiesa dei decollati, nel vicolo S. Antoninello lo Sicco, sepoltura ordinaria dei rei di Stato; intanto che la folla superstiziosa si precipita verso la forca, affamata d'un brincello della sozza fune, già diventava prezioso amuleto.
Ben altro però ha da fare il carnefice se il giustiziato è stato un ladrone di campagna.
Per questo malvagio non v'è quartiere d'inverno. L'arbitrio dei giudici tien luogo di legge, sentenziando caso per caso la esemplarità della punizione. Questo solo è certo: che per siffatta gente non vi è pietà: e la sicurezza dello Stato esige le forme anche più disumane di giustizia.
La loro impiccagione ha luogo in varî punti della città, così dentro come fuori, al Piano del Carmine, a quello del Monte, a Porta di Vicari (S. Antonino), a quella di Termini (Garibaldi), a quella di S. Giorgio, fuori Porta Nuova, fuori Porta Montalto: siti di loro nefande geste e quindi di espiazione. Ma tra tutti hanno triste preferenza le Quattro Cantoniere. [pg!302]
I diari palermitani hanno pagine orrende di codesti spettacoli: ma chi scrive quelle pagine rimane impassibile come di cose ordinarie della vita, delle quali non sia quasi da maravigliare. Già si sa: chi ha ucciso in campagna, chi ha assassinato in un posto qualunque, deve esser condotto al supplizio sopra un carro con le mani legate alla coda della mula. Ma fino alla metà del secolo, peggio: veniva sopra una tavola trascinato per terra a coda di cavallo. I suoi avanzi rimanevano pubblico esempio nei luoghi nei quali i suoi misfatti avevano terrorizzato cittadini e campagniuoli. Mani e testa, mozzate alla vista del popolo, chiuse entro gabbie di ferro, venivano attaccate — macabri trofei — agli archi, alle porte della città, ad un bastione, ad un palazzo, alla porta della Vicaria e financo dentro di essa sotto gli occhi dei carcerati. Il corpo, se così voleva la sentenza, squartato e distribuito ai varî paesi che ne reclamavano la triste eredità, poichè ne avean sofferto le geste feroci. I canceddi, bordonari (mulattieri), dentro sacchi trasportavano le infami membra, che andavano a pendere da un albero, da un muro in campagna, a Gibellina, presso il convento di S. Spirito in Palermo, e quasi sempre nel famoso Sperone all'Acqua dei Corsari, ove andavano a compiere la tragedia.
Questa contrada prende nome dai ganci d'una forca in muratura quivi piantata. Il 19 gennaio 1770, venendo per terra da Messina, Brydone, nel vederla scrivea: «Presso alla città (Palermo) passammo per un sito di supplizio, nel quale le membra squartate di [pg!303] un gran numero di ladroni erano appese ad uncini come tanti prosciutti. Ve n'erano di recente suppliziati e offrivano un aspetto molto ributtante. A Palermo, ci fu detto che un uomo con tre altri era stato pochi giorni innanzi catturato, dopo una ostinata resistenza, durante la quale parecchi dei suoi e della giustizia eran caduti, e che egli piuttosto che arrendersi, si era piantata la spada nel petto morendo in sull'istante; gli altri, arresi erano stati impiccati333».
Una ventina d'anni dopo lo scellerato arnese veniva demolito, ed il Villabianca scriveva (maggio, 1798): «La forca fatta di fabbrica per pianca (beccheria) di carne umana è nella via pubblica di mare conducente a Bagheria. Viene spiantata in questo maggio: alzata nel 1500, mostra di vendetta, di giustizia, terrore dei malviventi del Regno. Ma poichè le giustizie oggi si eseguono nei luoghi dei delitti, restando così noto a tutti l'atto capitale che per l'avanti era ignoto a moltissimi, questo segno mortifero venne tolto. La vista di cosce, di braccia ecc., pendenti dagli uncini, le ossa ammucchiate nel pozzanghero di essa pianca recava[no] orrore ai passeggieri, specialmente alla Nobiltà, che si recava a Bagheria. Di notte la mente funestata da quelle viste, provava pene indicibili. Fin dal 1604 con lo sperone era una piramidetta con iscrizione oggi scomparsa»334.
[pg!304]
Se col secolo volgente alla sua fine lo Sperone veniva demolito, le cose rimanevano le stesse. Al 5 maggio del 1791 a Porta S. Giorgio eran rizzate le forche: e due aridarii in campis vi eran trasportati mezzo ignudi su carri tirati da buoi. Strangolati, ai loro corpi venivano spiccate mani e teste e appese all'arco della porta, ove rimanevano ingabbiate fin dopo la rivoluzione del 1848; e le membra squartate, a Sampolo, ai Colli, a Porta di ferro sotto Bagheria, alle Torri di Termini, terrore dei passeggieri.
Scene orribili come questa si ripetevano per altri simili delinquenti anche allo spirare del secolo. I giudici, in ciò inesorabili, facevan pagare occhio per occhio, dente per dente. Il 27 settembre del 1798 Raffaele Grillo da Racalmuto, legato come di consueto sopra un carrozzone da buoi, seminudo, veniva senz'altro afforcato; indi trasportato dai boia alla casa della Vicaria, tagliato in sei pezzi, fatti appendere qua e là alle cime degli alberi nei passi delle portelle e nelle gole dei monti335.
Dai capi attaccati a ragione di esempio prende nome il Ponte delle Teste sul fiume Oreto, ove, crani spolpati e bianchi, fino a mezzo il secolo XIX, si vedevan sospesi ad una piramide336. E ve n'erano, come [pg!305] abbiam detto337, anche al Palazzo pretorio, avanzo di casieri ladri, i quali pagarono sul patibolo il danaro mal tolto in un tempo, in cui i fallimenti dolosi non si chiamavano apropriazioni indebite, ed i furti del pubblico erario venivano puniti non con pochi anni di carcere, a pasticcini, ma con la condanna nelle galere dello Stato a vogare per tutta la vita.
Nè ancor pago, a perpetua infamia dei rei, o a trofeo della famiglia, Andreotto Abbate faceva murare sulla facciata della casa sua, che fu poi di G. C. Imperatore, rimpetto a Porta Felice, due maschere in tufo calcare dei felloni chiaramontani, non essendosi potuto conservare le teste di carne e di ossa per lungo tempo quivi esposte. Fasti non invidiabili, questi, che il Marchese Villabianca nel 1777 consacrava nella sua palazzina di Piedigrotta col mascherone di Mariano Rubbioni, capo popolo nella sollevazione di G. D'Alessi, ucciso da un antenato di esso Villabianca.
La pena di Morte variava nella forma secondo che il delinquente fosse plebeo, nobile o civile. La forca era per la bassa gente, e perciò l'odioso motto: La furca è pi lu poviru; pel nobile, la decapitazione, che era molto rara, more nobilium; e quando la sentenza voleva essere più che severa, non potendosi togliere il privilegio della decapitazione, toglievasi quello dei distintivi. Decapitetur absque pompa, decretava la Gran Corte il 2 settembre del 1771, dopo 82 anni di una pena simile (1689), nel condannare a morte [pg!306] Francesco Paolo Carnazza dei baroni Piscopo, da Castrogiovanni, giovane non ancora diciannovenne, imparentato con molte famiglie patrizie di Palermo; perchè la pompa era un distintivo al quale non si rinunziava dai parenti. E non era egli un distintivo quello di mangiare in un servizio d'argento? di dormire sopra un materassino invece che sulla nuda jittena, giacitoio di pietra? di uscire dal Castello invece che dalla Vicaria? di portare agli occhi la benda di seta bianca invece che quella di cotone? Il suo costume peraltro era un distintivo esso stesso: giamberga, calzoni, scarpe nè più nè meno che usava l'alto ceto: costume lì per lì improvvisato appositamente da un sarto; la sola differenza, il nero imposto dal caso.
La distinzione si estendeva anche al palco, addobbato con panni neri trinati d'oro, messo in iscena con vasi d'argento e servitori in livree di lutto. Essi, non il boia, potevano raccogliere la testa rotolante nel tinozzo; ma le loro mani dovevano esser coperte di guanti: distinzione eccezionalmente concessa (1789) al benamato paggio del Vicerè Caramanico. La quale provocò mormorazioni di coloro che sostenevano non potersi applicare il taglione a chi pei suoi natali meritava il capestro; e, data pure la piacenteria dei giudici, non doversi permettere un paggio inguantato preso alle Quattro Cantoniere, ma il boia comune con le mani nude e sordide338.
[pg!307]
Ultime distinzioni: la sepoltura ad libitum dei parenti ed i pubblici funerali.
Gli è vero che tutto questo cerimoniale, diciamolo così, imponeva regali a destra ed a sinistra ai carcerieri, ai carnefici, ai paggi, in ragione del grado nobiliare e delle condizioni economiche del condannato: ma la spesa d'un migliaio di scudi soddisfaceva l'amor proprio della famiglia, che sapeva non esser andato il suo caro a morte come un volgare malfattore.
Altra forma di supplizio, la fucilazione; ma non ne troviamo se non un solo esempio, l'anno 1796, in persona di due militari, e non più. Il militare, napoletano o straniero, andava accomunato all'ordinario delinquente nella pena infamante della forca. Una volta un soldato del Reggimento estero sassone, reo d'omicidio, non si poteva giustiziare senza il boia pratico; ma questo avea dei conti da fare col Tribunale ed era sotto processo. E allora lo si prese entro sedia volante e, accompagnato alla sua volta dai birri, si portò a compiere il suo ufficio nel piano di S.a Teresa e quindi si riportò in carcere339.
La stranezza delle contraddizioni non potrebbe raggiungere colmo maggiore.
Ciò avveniva il 5 gennaio 1797: e l'anno, aperto in così triste maniera nella milizia estera, si chiudeva [pg!308] peggio nella nostrale. Il 14 dicembre due soldati palermitani del Reggimento reale di Palermo, venivano impiccati fuori Porta S. Giorgio concedendosi un premio speciale agli esecutori.
Passiamo ora alla liberazione da morte.
Il privilegio di grazia era dalla nobile Compagnia dei Bianchi esercitato con alto sentimento di umanità e con piena coscienza d'un diritto devoluto al Capo supremo dello Stato.
Il Governatore del pio istituto all'appressarsi della Settimana Santa mandava al Vicerè il nome del condannato da graziarsi. Il Vicerè approvava, e la grazia era fatta.
Accadeva che i condannati fossero più d'uno e talora tanti che la Compagnia restava imbarazzata nella scelta. Le preghiere, le suppliche, gli scongiuri, le alte e le basse influenze si moltiplicarono, si milliplicavano. Trattavasi di vita: e nessun mezzo si lasciava intentato per salvarla a chi era in pericolo di averla troncata.
L'anno 1777 i condannati a morte eran dieci, ed il graziando doveva essere uno. Per uscire di impaccio e liberarsi dalla persecuzione dei supplicanti il Governatore dei Bianchi che fa? imbussola i dieci condannati e ne estrae a sorte uno: questo fortunato era un uxoricida: Giovanni Di Pietro palermitano340. Ordinariamente però la Compagnia presentava una terna di nomi: ed il Vicerè decideva; ma nè la Compagnia [pg!309] poteva chiedere secondo la primitiva concessione del privilegio di Filippo II (1580), nè il Vicerè si permetteva concedere la grazia ad uno scorridore di campagna.
Il Caracciolo infirmava nel 1782 il secolare privilegio: la grazia pasquale non avea luogo, ritenuta abolita pel Caracciolo, sospesa pei Bianchi, i quali se ne richiamavano al Re. In agosto una donna da giustiziarsi veniva graziata in virtù del contrastato privilegio. Giungeva il Venerdì Santo, ed il pubblico correva come a festa allo spettacolo. Tra il sì ed il no, passarono quasi vent'anni senza che un rescritto sovrano troncasse la grave questione. Finalmente il 16 aprile del 1800 il Re con grande soddisfazione di tutti reintegrava nell'antico privilegio la Compagnia341.
Se al lettore non rincresce, noi passiamo a descrivere la pietosa funzione della grazia.
Il condannato a cui era toccata la sorte della vita veniva estratto di buon'ora dalle segrete; dai nobili a ciò designati gli si lavavano i piedi, gli si indossava un camice bianco; lo si preparava alla comparsa.
Siccome tra gentili alme si suole,
la Compagnia dei Bianchi era in buone relazioni di vicinato con quelle della Pace e della Carità, nobili entrambe. I confrati di queste erano in parte confrati di quella. In omaggio a cosiffatte relazioni, esse [pg!310] coglievano qualche solenne occasione per darsi pubblici attestati di stima. Quale occasione più acconcia di questa a fare onore a sodalizî che s'intitolavano dalla Pace e dalla Carità e che l'esercizio dell'una e dell'altra avevano per loro istituto? Ed i Bianchi invitavano i nobili confrati a condividere con loro la vestizione del graziando: e l'invito veniva cortesemente e con soddisfazione tenuto.
Giunta l'ora solita della giustizia, la Compagnia moveva dal carcere conducendo il reo, facile a conoscersi pel suo speciale costume e per la gran torcia che recava in mano. Recto tramite tutti si avviavano al luogo del supplizio, dove il Governatore faceva girare al graziato il palco della mannaia, o facevalo passare sotto le forche, baciandole, secondo che egli fosse condannato a questa o a quella maniera di supplizio. Quale impressione dovesse provare costui, immagini il lettore; certo però che «poco è più morte».
Nel Piano della Marina fermavasi la immancabile popolazione; e quando il graziato, come di frequente accadeva, era delle classi superiori, giacchè il giustiziando del ceto elevato era sempre preferito da questo, signori e civili prevalevano tra gli spettatori. Il 23 marzo del 1769 (citiamo un fatto caratteristico, benchè non vicino alla fine del secolo) «comparì — dice il Villabianca — l'aggraziato Guzzardi vestito di bianco in drappi di seta con una veste e mantellina bianca regalatagli dal Superiore Chacon».
Il lettore comprende subito la distinzione del costume in seta da quello in cotone onde apparisce il [pg!311] plebeo; e ricorderà la benda, egualmente di seta bianca, con la quale i Bianchi coprivano gli occhi dell'uomo da decapitarsi diversa da quella di cotone o di lino del plebeo da impiccarsi.
«La folla del popolo fu straordinaria, e vi fu anche folla di dame e cavalieri per la curiosità di vedere un nobile lor parente sotto il peso di questa disgrazia»342.
Guardando da una finestra dell'albergo di Madama Montaigne, W. Goethe vide il dì 13 aprile del 1787 uno di questi graziati. La impressione che ne riportò non fu favorevole. Ott'anni dopo, il 20 maggio del 1795, passando dal Piano di S.a Teresa, Hager vide per caso decapitare F. P. Di Blasi: e ne restò penosamente colpito. Il futuro autore del Faust parve sorridere della toletta del graziato; il giudice dell'impostore Vella si rammaricò del giustiziato: entrambi visitatori della Città e in molte cose di un medesimo parere. Ma il secondo era ignaro delle impressioni del primo, la cui Italianische Reise, venuta in luce solo nel 1816343, egli, spigliato scrittore dei Gemälde von Palermo, non potea conoscere, pure incontrandosi in molti punti con essa.
Pazienti ricerche sopra un manoscritto che fu del celebre Gabriele Castelli Principe di Torremuzza e sopra un altro della Compagnia dei [pg!312] Bianchi344; notizie attinte a diarî e cronache mss. ed a pubblicazioni del tempo e sul tempo, ci mettono in grado di fornire la dolorosa statistica delle esecuzioni capitali di Palermo in meno di mezzo secolo.
Dal 1752 al 1800, raggiungono la cifra di 160. E non son tutte!
La Compagnia dei Bianchi fin dal 1580 godeva, come abbiam detto, il privilegio di una grazia annuale; privilegio che per 48 anni salvò quarantotto condannati. In uno dei dodici parti della fecondissima Maria Carolina, quello cioè del 1773 (Maria Luisa, che poi fu moglie di Ferdinando Granduca di Toscana) veniva graziato il giustiziando più vicino. Il dì 27 settembre 1800 il Re tornando da una gita in Bagheria e sboccando con la sua carrozza nel Piano della Marina, trovava, senza aspettarselo, un reo in procinto di essere afforcato. Beato sovrano, che poteva dimenticare una sentenza di morte da lui soscritta, e godersi una partita di caccia mentre un suo suddito agonizzava all'imminente supplizio!... La folla grida ad alte voci: Grazia, Maestà! ed egli sorpreso, assordato, confuso, con un cenno della mano concede, e pel Cassaro si affretta verso il Palazzo.
Queste cinquanta mancate esecuzioni, aggiunte alle 160, portano la somma spaventevole di 210 condanne capitali, che per 48 anni costituiscono una media biennale di nove circa, poco più che quattro all'anno. [pg!313]
Riducendo di quasi un terzo, cioè a trentuno, i quarant'otto anni, dal 1753 al 1783, e non contando le condanne, del resto scarse, di militari, abbiamo, peggio ancora, 147 esecuzioni con 32 grazie (una pel ricordato parto della Regina, 31 per la consueta annuale grazia dei Bianchi) e quindi 178 giustizie tra eseguite e graziate, con una media di 6 all'anno.
Nè pel viceregno del Caracciolo mutavan le cose, poichè con lui, abolitore della Inquisizione, le scene di sangue in tutte le forme legali proseguirono come prima: e se mancarono nel 1784, mancarono anche negli anni posteriori alla sua partenza ed erano mancate anche prima. Da quell'anno al 1800 la media delle esecuzioni scese: e vi furono anni che si sottrassero alle ordinarie ferali contribuzioni.
Ma ahimè! Quel che mancò pei delitti comuni venne qualche volta dato dai delitti politici e militari. Mentre le tabelle di assistenza dei Bianchi son vuote per gli anni 1787, 1793, 1796, 1799, si dibattevano sulle forche ora due soldati francesi (1787-1793), ora un soldato veneziano (1796), ora il portabandiera del Duca Oneto, Salv. Rubino; ed il tenente napoletano de Losa assiste per la prima ed unica volta in un secolo alla fucilazione di due militari stranieri ai servizi del Re (1796)345.
Il terrore del Giacobinismo prende luogo di salvatore delle istituzioni! [pg!314]
Dopo ciò, quali malinconiche riflessioni vengono a turbare il nostro spirito! Tanti rigori di carceri correggevano essi i delinquenti che n'eran vittima?
Risponda per noi l'amaro canto popolare del dolore:
Cu' dici mali di la Vicaria,Cci facissi la facci feddi feddi;Cu' dici ca la càrzara castia,Comu vi nni 'ngannati, puvireddi!La càrzara è violu chi vi 'nvia,
Tanta efferatezza di sentenze e di esecuzioni diminuì essa il numero dei delitti più atroci di sangue?
Il Marchese Villabianca in un momento di resipiscenza disse che «con questo patibolo, cioè colla morte di capestro, si ci hanno accomunato i popoli e appena ci hanno avversione», e precorreva all'aguzzino mangia-liberali del Congresso de' birri del Giusti: osservando che «vi muoiono specialmente i plebei ben sazii, bene assistiti nell'anima a segno che tali ignoranti vengono a sospirarne le pene»; ma egli scantonava come un avversario di Cesare Beccaria, e non se la intendeva col suo amico Tommaso Natale, quando affermava che le giustizie a base di sangue «fanno oh quanto più impressione che non fa la forca!»347.
Proprio il contrario di quello che insegna il diritto penale moderno! [pg!315]