CAP. I.
FESTE SACRE E PROFANE, CIVILI E RELIGIOSE.
Gli spettacoli si alternavano con le feste, e le une e gli altri si succedevano con inalterata puntualità. Titolati, civili, popolani vi prendevano parte e se le godevano in ragione del loro grado, della loro inclinazione e dell'uso tradizionale.
La rassegna di quegli spettacoli e di quelle feste sarebbe essa sola materia d'un libro: tanti e così multiformi sono i gruppi nei quali, per funzioni civili e cerimonie religiose, per passatempi ordinarî e scene occasionali, per divertimenti continui e giuochi periodici, essa potrebbe scompartirsi e classificarsi.
Nei brevi cenni che la economia del lavoro ci consente, in questo e nel seguente capitolo il lettore potrà conoscere le principali feste delle varie specie.
Procediamo con ordine.
La impresa di Carlo V, che tolse al dominio turco le isole di Malta e del Gozzo e Tripoli, segna un fatto [pg!6] importante nella storia di Sicilia. Per compensare i Cavalieri di S. Giovanni della perdita dell'isola di Rodi, passata, dopo lunghissimo possesso, a Solimano imperatore, Carlo concedette loro Malta e Gozzo (1530). Per ciò dovevano i Cavalieri attestare la loro gratitudine e rinnovar la conferma della loro soggezione al Monarca di Sicilia con un formale tributo al suo rappresentante in Palermo.
Eseguita con un cerimoniale tutto proprio, questa funzione dal 1º novembre venne portata al 1º gennaio e verso la fine del secolo, per omaggio a Ferdinando, al 12, compleanno di lui.
In che consistesse il tributo, è presto detto: nella presentazione di un falcone per mano del Gran Maestro della Religione di Malta. Egli, partendo da quell'isola, veniva ossequiosamente a compiere nella Cappella del R. Palazzo l'atto, non pur di devozione, ma anche di vassallaggio. E poichè in Palermo era il Balio e Ricevitore di Malta, così sovente la funzione veniva da esso compiuta in forma di ambasceria: e per lungo tempo Gioacchino Requesenz dei Principi di Pantelleria rappresentò l'Ordine in faccia al Caramanico Vicerè ed al Lopez Presidente del Regno.
La straordinaria solennità della ricorrenza era fatta più clamorosa dall'assordante sparo dei cannoni del forte di Castellammare; ma nel 1779 questo era già, per economia, abolito: ed il Ministro di Napoli per la Sicilia, autore della riforma, l'aveva così motivata: «Dovranno parlar meglio siffatte lingue di fuoco nelle occasioni di far portare rispetto e far temere la maestà [pg!7] del Principe»1: ragione più cortigiana che coraggiosa: e certo antipatriottica, come quella che volea far temere il Re a furia di cannonate!
In tal modo si apriva il ciclo delle feste sacre e profane dell'anno.
Tra le ridde della tubiana e le ebbrezze dei ridotti, tra lo scompiglio dei carri e le misurate movenze del Mastro di campo, correva sbrigliato, frenetico, il Carnevale. Un paio di tamburini, qualche piffero, uno, due uomini che battevan le castagnette, raccoglievano intorno a loro una folla disordinata di maschere popolari: re, regine, caprai, pulcinelli, orsi, mastini, inglesi ubbriachi, dottori e baroni imparruccati, turchi neri come pece, vecchie armate di fusi e di conocchie. Al ripicchiar degli strumenti i sonatori eccitavano a balli paesani, a salti mortali, a corse sfrenate ed a smorfie e sdilinquimenti. Con un arnese formato da una serie di regoli a X mobili di legno una maschera faceva giungere fino ai secondi piani lumie e fiori ad amiche ed a parenti: era lu scalittaru. Un'altra offriva in un elegante cartoccio confetti e in una nastrata boccettina sorsate di liquore delizioso: era un azzimato spagnuolo. Altra maschera si affaticava a guadagnare i gradini d'una scaletta a piuoli, sostenuta da due compagni: e dopo mille contorcimenti e dinoccolature stramazzava goffamente per terra: era il pappiribella. Quest'accolta di maschere, guidata dalla infernale orchestra, era [pg!8] appunto la tubiana; la quale per lazzari, mammelucie, papere, ammucca-baddottuli, e d'ogni strana maniera travestimenti accrescevasi all'infinito.
Tutto un dramma comico svolgevasi alla Fieravecchia e in altre piazze: il Castello, parodia del Conte di Modica Bernardo Cabrera, che diede la scalata allo Steri (oggi Palazzo Tribunali in piazza Marina) per impadronirsi (gennaio 1412), vecchio libidinoso, della giovane e bella Regina Bianca di Navarra, vedova di Ferdinando: era il Mastro di campo2.
Mentre siffatti spettacoli animavano i quartieri dell'Albergaria e della Loggia, di Siracaldi e della Kalsa, sontuosi carri salivano e scendevano pel Cassaro e per la Strada Nuova, gremiti di altre maschere raffiguranti scene mitologiche, storiche od anche fantastiche. Il Trionfo d'amore, secondo Petrarca, meritò il plauso dell'unico giornale del tempo. Cosa non mai vista le carrozzate del Principe di Pietraperzia e del Principe di Paternò, del Principe di Gangi Valguarnera e del Marchese Spaccaforno Statella, del Duca di Caccamo Amato e del Duca di Sperlinga Oneto. Precedute da strumentisti a piedi e da soldati a cavallo, lanciavano alle aristocratiche spettatrici sui terrazzini (balconi) scatolette ed alberelli, ed a larghe mani sulla folla plaudente confetti gessati3. Appena principiato il secolo XIX, nel Martedì grasso [pg!9] del 1802, anche Ferdinando volle prender parte ad una di cotali carrozzate spargendo confetti di eccellente fattura, mentre gli altri che lo accompagnavano ne lanciavano finti4.
Altre maschere di altra levatura popolavano le case private con le eterne distinzioni di classi; chè, tra le nobili non erano ammesse le civili, e queste non avrebbero osato invitar quelle. Solo per eccezione il Principe di Paternò Moncada, che nella sua sconfinata grandezza aveva slanci fuori la propria cerchia, ammise alcune volte maschere del medio ceto nel suo palazzo; come la sua villa (quella che era intesa «Flora di Caltanissetta») non isdegnò di aprire, oltre che ad esso, al ceto dei plebei: il che ci fa ricordare del Vicerè Colonna di Stigliano, che migliaia di maschere d'ogni classe accolse nel Regio Palazzo e tutte volle servite da camerieri e da credenzieri vestiti da pulcinelli5.
Anche pel Carnevale il secolo si chiudeva in forma eccezionalmente sontuosa. Erano i Sovrani in Palermo, e la eccezionale sontuosità partiva appunto da loro.
La sera del 18 febbraio a nome del Re il Capitan Giustiziere Principe di Fitalia invitava la più alta Nobiltà della Capitale ad una festa da ballo al R. Palazzo. Nell'invito si permetteva «qualunque sorte di maschera di carattere, dominò, e bautta», sotto la [pg!10] quale sarebbe stato «lecito portare dei fiacchi», o giamberghe, aggiungeva uno di coloro che ricevettero la partecipazione.
La festa doveva principiare alle 2, ma potè esser popolata solo alle 4 dopo mezzanotte, tale fu la difficoltà degli invitati di farsi strada pel piano del Palazzo.
Che eleganza di maschere! Che splendore di costumi! Che varietà di figure, l'una più bella, più curiosa dell'altra! L'occhio si confonde nel seguirne le mosse e gli atteggiamenti solenni, irrequieti, civettuoli. Questa che fa da pacchiana di Ischia è la Contessa di Belforte, Isabella Paternò, moglie del Marchesino di Villabianca. Con che grazia regge ella il suo cestino di frutta... della Martorana!6 E con che profondo, dignitoso inchino ne presenta al Re!... E le son compagne altre pacchiane di Napoli: la Principessa di S. Giuseppe, Barlotta; la Principessa di Iaci, Reggio; la Principessa di Valdina, Papè; la Principessa di Sciara, Rosalia Notarbartolo. Altre, attempatelle, sono Costanza Pilo, terza moglie di Benedetto di Villabianca, ed Annetta Vanni, parente di lei.
Ecco i quattro Elementi della Natura: l'Aria è la Duchessa di Ciminna, Grifeo; l'Acqua, la Marchesa di S.a Croce, Celestre; la Terra, la Marchesa delle Favare, Ugo; il Fuoco, la Principessa di Castelforte, Mazza. Ma non procedono sole; tien loro compagnia [pg!11] Eolo, il cav. D. Antonio Chacon; Nettuno, il Marchese Salines Chacon; Titano, il marito della Celestre; Vulcano, il Principe di Cattolica, Giuseppe Bonanno; il Ciclope Sterope, D. Andrea Reggio, ed altri ed altri ancora. Con i quattro elementi della Natura sono anche le Quattro Stagioni dell'anno e tutte le deità dell'Olimpo pagano. Dove più fervon le danze piovono cartellini in onore quando di questa e quando di quella deità. Prendiamone uno: è in versi francesi in onore di una vaghissima mascherina di Cerere, che non si riesce a indovinare, ed alla quale tengon dietro un Sileno, un Pane e pastori e pastorelle che intonano note d'amore:
Cerés vient de quitter ses riants campagnes,Elle arrive au milieu de ses belles compagnes;La déesse des fleurs, et celle des jardins,Elle vient prendre part à ces brillantes Festins.Silène, ausi que Pan, et bergers et bergères,Ont délaissé leurs bois, leurs rustiques caumières:
A periodici ridotti carnevaleschi si aprivano sempre i teatri: e poche delle persone che il potessero vi mancavano. La varietà dei travestimenti non era da meno dello sfoggio degli abiti d'entrambi i sessi. I balli si succedevano ai balli, non turbati mai da poveri mortali, che con la origine modesta ne tentassero le sublimità inaccessibili.
Quei ridotti si ripetevano a brevi intervalli, e se ne contarono fino a una dozzina in una sola stagione. [pg!12] Molto prima del tramontare del secolo il costante buon successo di questi divertimenti persuase certo Cristoforo Di Maggio a costruire nel piano della Marina, rimpetto la Casa Calderone (una volta Castelluzzo, ora Fatta), una grande baracca di tavole solo per balli e spettacoli del tutto carnevaleschi. Era un teatro con ampia platea, con posto per due orchestre, ottantaquattro comodi palchi e logge in due ordini, parati con velluto cremisi, specchi e fiorami d'argento, a spese di ciascuno dei signori che s'erano impegnati per proprio conto. Vi si tennero da quindici tra veglioni e giuochi cavallereschi, ed una specie di circo equestre, con campeggiamenti di dame accorsevi fin dentro la platea con quattro carri tirati da mule bianche e assedî e assalti di torri tra cristiani e turchi. I forestieri «non poterono fare a meno di confessare che la veduta di tal ridotto fu sorprendente, a segno che in tutto il mondo non può darsi l'eguale». Lo afferma il Villabianca, che non uscì mai dalla Sicilia, e non abbiam modo di controllare i giudizî ch'egli raccolse dagli stranieri residenti allora a Palermo.
L'intervento di persone non titolate, consentito dalle Autorità e dalla natura dello spettacolo, allontanava qualche anno la vera e genuina Nobiltà; ma i veglioni si mantennero nel costante favore del pubblico, recando non lieve vantaggio alla cassa del Comune, che pur ne destinava gl'introiti alla Villa Giulia8. Il [pg!13] Santa Cecilia godè anche per questo speciale rinomanza, e non fu persona di riguardo che non ammirasse maschere e danze elette, non indegne della presenza di Vicerè e di grandi dignitarî. Ma così al Santa Cecilia come al Santa Caterina la sera del Martedì grasso era una gazzarra indiavolata di strumenti da scherno per l'accompagnamento tradizionale del canto e della recita degli artisti.
Secondo gli umori del Vicerè e le inclinazioni spenderecce o parsimoniose di Capitani Giustizieri abolito ripreso, il giuoco del toro trionfava nel classico piano della Marina, suscitando indimenticabili emozioni in tutta la cittadinanza9.
Più clamorosa ancora, anzi vero baccanale, l'impiccagione del Nannu nella Piazza Vigliena: giustizia sommaria del Carnevale, personificato in un vecchio stecchito, che si menava al supplizio col corteo di popolani camuffati da Bianchi: altra parodia delle esecuzioni criminali con finto corrotto e con nenie, che volevan ritrarre le reputatrici o prefiche10.
Scenate funebri simili, ma con particolari più strani, si perpetravano prima, a mezza Quaresima, nella Piazza di Ballarò segandosi il fantoccio di una megera mostruosa, fetida. Era l'immagine della magra, uggiosa, insopportabile Quaresima, tiranna impositrice di sacrifizi corporali, motteggiata in satire, indovinelli, giuochi di parole, e seguita, vedi contrasto! [pg!14] da una fioritura di devozioni e di spettacoli religiosi vuoi pubblici, vuoi privati11. Imperciocchè nella Settimana santa inacerbivasi nelle penitenze, e battuti e disciplinanti si flagellavano dentro le rispettive congreghe; e per quarantott'ore continue si digiunava in pane ed acqua, ed assistevasi alla processione dell'Addolorata tutta di servitori in abito da penitenti, a quella dei cocchieri padronali in parrucche e gallonati, all'altra della Soledad tutta di militari della guarnigione: e giudei in antiche armature, terrore e ribrezzo degli astanti, fiancheggiavano la veneranda effigie del Cristo morto.
E poichè la secolare costumanza non consentiva, come non consente, il passaggio delle carrozze per la città, «le dame della più alta aristocrazia, mescolate alle grisettes delle più umili classi, prendeansi lo spasso di correr le vie in grandi manti neri», come de Borch le vide, in portantine o a piedi, girando per le chiese e per le strade e visitando i così detti Sepolcri.
La Fiera dei crasti era sempre un lieto avvenimento pasquale, che dal piano di S. Erasmo con gran piacere del pubblico passava nel piano di S.a Oliva, lunghesso i muri del Firriato di Villafranca, ora compreso tra le due piazze Castelnuovo e Ruggiero Settimo,
Centinaia, migliaia i castrati che si sgozzavano per divozione gastronomica presso le urne d'acqua sotto la piramide commemorativa della Giostra (oggi imboccatura [pg!15] di via Paternostro, in via Villafranca). Bene avrebbe voluto qualche Senatore restituir queste fiere all'antico posto: e ne fece prova, anche alla Marina; ma nè la musica dei virtuosi, nè i giuochi d'antenna introdottivi ad allettamento dei cittadini, valsero a mantenervela12.
Altra Fiera, più composta e di genere diverso, nei primi di maggio allegrava la ricorrenza annuale di S.a Cristina, ex-patrona di Palermo.
Nel largo della Cattedrale, in forma d'anfiteatro, con il monumento di S.a Rosalia e, finchè non le tolse l'architetto Fuga, le fontane laterali nel mezzo, sorgevano durante alcuni giorni belle logge con botteghe di rinomati mercanti e con quella ricca lotteria di minuterie che prendeva nome di Beneficiata di S.a Cristina e portava al Comune, per via di coloro che ne assumevano l'impresa, guadagni cospicui. Gradevolmente favorito ne rendevano il movimento le principali signore, come a proprio ritrovo recantivisi in tutto lo sfoggio delle vesti all'uso di Parigi. Da ciò quell'eccellente uomo che fu Jean Houel, visitatore con esse, trasse compiacimento a scrivere: «La città nella quale le donne godono della maggior libertà, nella quale esse son le meglio circondate da artisti, da amatori, da gente industriosa, dev'esser quella del tatto più fine, del gusto meglio esercitato, delle idee più sicure. Benchè naturalissima, l'arte di piacere ha [pg!16] come qualsiasi altra arte i suoi principî e le sue leggi»13.
Accanto alla grande beneficiata per la haute era la piccola pel popolino; ove per attirar gente ad acquistar polizze abbandonavasi a mille smorfie il pestaceci, maschera coperta di sonaglini da capo a piedi.
Il Pretore vi esercitava autorità suprema di giustizia: e vi fece qualche volta prendere e mandare al carcere di sua giurisdizione ladruncoli e perturbatori dell'ordine pubblico, quantunque non riuscisse mai a scoprire gli autori d'un grosso furto nel 179314.
Ora che cosa è rimasto di quella Fiera?
Nient'altro che il mercato degli animali ovini, bovini ed equini nel gran piano dei Porrazzi. S.a Rosalia andò a poco a poco soppiantando S.a Cristina e tutte le sante patrone della Città, confinandole con commemorazioni a sistema ridotto nella Cattedrale.
Qui non è inopportuna una breve corsa attraverso l'immenso campo delle pratiche tradizionali dell'anno; e lo faremo rapidamente, guardando appena poche particolarità di costumi, al presente non del tutto scomparsi.
Come in tutta la Sicilia così anche in Palermo dalla mezzanotte alle prime ore del giorno della Ascensione era un vociare confuso di pastori, un rumoreggiare assordante di campanacci, un belare di pecore, un [pg!17] mugghiare di vacche. Capre, buoi, interi armenti dalle montagne si menavano (e l'uso è sempre vivo oggidì) alla marina pel lavacro che dovea renderli immuni da mali durante l'anno: e capre e vacche, condotte in giro per la città, andavano ornate di fettucce e di fazzoletti di seta e le corna fiorate; ed i vaccai vestiti dei loro abiti migliori e i pifferai li accompagnavano lietamente.
La bizzarra costumanza15 richiama quella della benedizione degli animali da tiro e da sella, carichi di nastri e di campanelli, nella chiesa di S. Antonio Abate.
Tra pratiche superstiziose passava il giorno di S. Giovanni Battista (24 giugno); tra ghiottonerie culinarie di pescatori quello di S. Pietro (29 giugno), chiuso con allegre cene a base di frutti di mare sulla spiaggia ed in barchette per gli abitanti nel quartiere della Loggia. Tra burle ed innocenti furti di bambini e di oggetti di vestiari o di ornamento, che si andavano a mettere in pegno e che poi gli interessati disimpegnavano, era consumato il giorno di S. Pietro in Vincoli: onde il motto che raccomandava di evitare liti il 1º di agosto.
'Ntra festi e FerragustuNun cci jiri si si' 'n disgustu
In baccanali simili a quelli dell'antica Calata di Baida nello scomparso medio evo, trascorrevano le quaranta ore nella grotta di S.a Rosalia (4 sett.), pretesto a [pg!18] chiassate di quanti fossero spensierati popolani, ed alle solite pompe del Senato, il quale vi si recava in portantina e vi veniva solennemente ricevuto dalla Collegiata dei canonici istituita dal Marchese Regalmici, che anche a S.a Rosalia volse le sue cure.
Di gradita consuetudine era una gita della Nobiltà, nella più sontuosa mise en scène, a Monreale per la vigilia della nascita di Maria: consuetudine la quale (facile cosa è il supporlo conoscendosi l'indole del nostro popolo) riusciva sommamente chiassosa per l'accorrervi della città tutta; come per la immediata ricorrenza della Esaltazione della Croce, della quale diremo alla fine del presente capitolo.
Quello spensierato dei re, o quel re degli spensierati che fu Ferdinando III, l'8 settembre del 1801 ebbe gran piacere di recarsi anche lui nella storica cittadina. Discesone, volle da una villa, forse quella di S.a Croce, già Velluti, godere sul Corso di Mezzo Monreale «il passaggio del pubblico, i bei tiri di cavalli e le corse dei barberi»16. Chi più contento di lui allora, dopo la recente nascita del futuro erede del trono, il figlio di Francesco I?17.
Una delle tre nobili compagnie, quella della Carità, soleva ogni anno, pel giorno sacro a S. Bartolomeo, [pg!19] apostolo, tenere una processione per compiere un atto di beneficenza. Vestiti del loro sacco, a due a due, quei confrati portavano ceste piene di camicie e di filacicche all'Ospedale grande e nuovo. Quivi giunti, toglievano a ciascun infermo la propria camicia, gli indossavano la nuova e gli donavano delle filacicche per le piaghe.
Il pietoso costume ci fa pensare al difetto che i poveri ammalati di chirurgia pativano di mezzi di medicatura18: e dovette essere tanto celebre da far nascere altro costume del ciclo nuziale, ora del tutto dimenticato come questo della processione. Le ragazze del popolo promesse spose, nel medesimo giorno di S. Bartolomeo, regalavano ai loro dami una piccolissima camicia ed una manata di filacicche. «Oh che volessero intendere, chiede scherzando un letterato, che dall'amore all'ospedale non è molta la distanza?»19 O non piuttosto, chiediamo noi, che si dovesse pensare operosamente agli infelici?
Senza confronti, come funzione religiosa, era la processione del Corpus Domini ai primi di giugno. Celebravasi di mattina, e si bruciava dal sole; un rescritto del Caracciolo la volle nelle ore pomeridiane (1782), e così fu fatto. Quanti soldati erano in Palermo, tutti in ordine di parata, stavano sotto le armi lungo le vie che il Divinissimo dovea percorrere. Dalla chiesa della [pg!20] Magione, dell'Ordine teutonico, alla Cattedrale, la soldatesca in doppia fila teneva in riga dietro di sè la folla nella via Porta di Termini, alla Fieravecchia, ai Cintorinai, alla Loggia, alla Bocceria, nel Cassaro, nella Strada Nuova. La cavalleria concorreva al buon ufficio di custodia, di ordine e di omaggio: ed avea appoggio nelle compagnie dei dragoni e dei granatieri. Il Generale, splendente di galloni e di armi, comandava tutti. Ov'era un balcone od una finestra, lì pendeva un arazzo, un drappo, un tappeto, un ornamento qualsiasi, e dietro o sopra erano donne ed uomini, attratti al consueto, immenso spettacolo, erano devoti o curiosi inginocchiati allo appressarsi dell'Ostia santa portata dal maggior dignitario del Duomo. La grande solennità esigeva l'intervento delle Autorità politiche e civili, e quindi della magistratura ufficiale. S. E. il Vicerè col Sacro Consiglio, il Senato con gli ufficiali nobili e la truppa pretoria, erano l'ammirazione di tutti; e di viva curiosità cittadina l'Eccellentissimo Pretore col suo giudice a latere e col suo ambito bastone di comando; giacchè in questo giorno, come in quello della Fiera di S.a Cristina, egli rappresentava l'alto grado di Capitan d'armi, Vicario Generale viceregio. Figurarsi quindi l'interesse del pubblico nel vederlo dalle truppe salutato con gli onori di Maresciallo di campo! E, come militare e sacra era la festa, così due ultime scene, militare l'una, sacra l'altra, la coronavano: erano queste, nel piano del Palazzo, l'assembramento di tutti i corpi dell'esercito compiuto a marcia forzata lungo le vie, fino a comporsi a mezza luna in parata di [pg!21] battaglia, e nella Cattedrale provvisoria (a Casa Professa) la benedizione del popolo20.
La festa dell'Assunta non era più quella d'una volta; pure serbava avanzi stupendi, che la rendevano una delle principali del calendario cittadino.
Il Marchese Caracciolo diede, come abbiam veduto, un colpo mortale alle Maestranze, che ne formavano la parte attiva: quindi dal 1783 in poi, ridotto il loro numero, ridotti si vedevano anche i loro cilii21.
Erano questi delle macchinette, rappresentanti scene della vita di santi, opere talvolta fini d'arte, portate a spalle da socî delle singole corporazioni; e prendevano il nome di cilii, dai colossali ceri che non solo esse ma anche le corporazioni maggiori dei farmacisti, dei medici, dei forensi, oltrechè il Clero ed il Senato, offerivano alla Madonna. La processione già di sera, fu imposta di giorno, ed anche per ciò perdette della sua gaiezza primitiva.
Lasciando le cerimonie che la ricorrenza avea di comune con altre dell'anno, non è da trascurarne una che rimase nelle costumanze pubbliche ed ufficiali: vogliam dire la visita alle carceri pubbliche della Vicaria. Per lungo volger di anni, anzi per secoli, la fece il Vicerè in gala, con cavalcata della Nobiltà e del corpo del Ministero e del Sacro Consiglio, in carrozze parate di fiocchi e in pompa tutta sovrana. Giunto alle [pg!22] prigioni, liberava carcerati, rimetteva, riduceva condanne, pagava anche per integrum debiti, faceva, insomma, tutto il bene che il cuore in armonia con le esigenze dello Stato gli consentissero. Ma appunto perchè ci andava spesso di mezzo la tasca, i Vicerè non erano sempre teneri di questa funzione: sicchè prendeva il loro posto il Capitan di Giustizia col Presidente della Gran Corte, e i rispettivi giudici e ministri fiscali delle loro corti, insieme con gli algozini armati di verghe e gli alabardieri di lance. Certo non era tutto: ma qualche cosa era, che nelle cause civili confortava di libertà molti infelici, graziati per virtù degli alti funzionarî.
Altro spettacolo le regate, che partivano dalla Arenella e giungevano alla Cala: lunghissimo tratto di mare che dava la misura delle forze fisiche e dell'agilità dei pescatori.
V'erano pure le corse dei cavalli, ripetizione di quelle di S.a Rosalia, per le quali il concorso della gente soperchiava qualunque spazio; v'erano cuccagne di mare e di terra per gare di giovani nel salire antenne verticalmente piantate, o nel percorrerne altre sporgenti sulla spiaggia, entrambe sparse di materia che le rendeva sdrucciolevoli. E v'erano altresì corse di fanciulli a piede libero, e corse di giovani insaccati o impastoiati, prove che suscitavano l'ilarità, ma che riuscivano talvolta pericolose.
In un pensiero, in un affetto si confondevano i cittadini tutti per la solennità della Immacolata.
Il 27 luglio del 1624, sotto l'incubo d'una pestilenza, [pg!23] il Pretore Vincenzo Del Bosco, Principe della Cattolica, avea convocato il popolo e proposto che riconoscesse Maria, pura del peccato originale, liberatrice della Città. Il popolo acclamò fervoroso, ed il Senato si obbligò ad un'annuale festa, la quale poi, sulla fine del secolo, assunse speciale carattere per il così detto voto sanguinario, giuramento formale del Senato medesimo di sostenere, anche a costo del proprio sangue, la verginità della Madre di Dio.
Di questo voto molti si occuparono pro e contro fuori Sicilia, e non benevolmente il Muratori; ma il Senato ed il Clero anch'esso giurò, senza versare una goccia di sangue, per quanto lo sostenesse o lo facesse sostenere a furia d'inchiostro, e rinnovava ogni anno, con costante fervore, la promessa.
Dopo un mese di pratiche divote, la sera del 7 dicembre, dentro le sue famose carrozze, circondato da paggi e da valletti con fiaccole accese, seguito dalle sue guardie, il Corpo senatorio si recava alla Chiesa di S. Francesco dei Chiodari, cioè di Assisi. La costumanza delle fiaccole, cominciata per necessità del tempo in cui la notturna illuminazione mancava, rimase come manifestazione di giubilo anche dopo gli eleganti fanali collocati nelle principali vie, e si associò a quella dei mazzuna, che anche noi abbiamo veduti fino a una trentina d'anni fa. Eran questi delle fascine di saracchio così colossali che a reggerne una ci volevano parecchi uomini: e tra le acclamazioni festose della folla si riducevano avanti la chiesa, vi stesse o no dentro la Rappresentanza della città. Allegri suoni [pg!24] di pifferi e di cornamuse, preludenti al prossimo Natale, e lancio di razzi, e sparo di moschetti riempivan di gioia i quartieri man mano che dai Cintorinai si riuscisse nel Cassaro e da questo, a destra ed a sinistra, s'imboccassero le vie più popolose.
La funzione del Vespro cantato era occasione alla tradizionale offerta delle cent'onze da parte del Magistrato civico. Sopra splendido vassoio il Pretore, salito sui gradini dell'altare, vuotava un sacco pieno di grosse monete d'argento, le quali rumorosamente cadendo suscitavano nei presenti un senso ineffabile di soddisfazione e di... desiderio: erano dugencinquanta scudi sonanti con le effigi di Carlo III e di Ferdinando IV, destinati al culto della chiesa.
Straordinariamente drammatico, al domani, lo spettacolo. I Gesuiti una volta, finchè ci furono, gli ecclesiastici, i chierici, gli scolari poi, quando i Gesuiti non c'erano più (1768-1805), processionando con granate in mano, venivano spazzando il Cassaro che la Madonna dovea percorrere.
Nella chiesa, con un cerimoniale che sarebbe stato delitto di leso privilegio il trascurare e che tutto studiavansi di osservare scrupolosamente, si passava al voto. Primo il Vicerè, genuflesso a piè dell'altare, confermava il giuramento; poi il Pretore ed il Senato: e l'uno dopo l'altro soscrivevano la formula del compiuto giuramento.
Assiso con regale dignità sopra un soglio, di fronte al Senato, il Vicerè medesimo teneva Cappello reale: assisteva alla messa e coprivasi il capo nel [pg!25] momento che riceveva l'incenso: prerogativa del Legato apostolico in Sicilia rappresentato dal Re, e pel Re da lui. Quella messa, in virtù di un breve pontificio, che faceva parte dei privilegi della ricorrenza, poteva celebrarsi fuori le ore canoniche.
E la processione si apriva coi soliti tamburi e si formava con le solite confraternite, con le solite corporazioni religiose, coi soliti corpi dei parroci, dei seminaristi dell'Arcivescovato, del Clero della Cattedrale: e, sul ferculo, l'artistico, prezioso simulacro d'argento della Madonna, coperto di gioielli, scintillante all'irreqieto tremolio delle fiammelle, lento nel muoversi, misurato nel fermarsi, raccoglieva la venerazione di centomila teste piegantisi riverenti, poichè ad inginocchiarsi ogni spazio mancava.
Maestoso anche qui il Vicerè, che, coi grandi dignitarî dello Stato, alla sacra immagine teneva dietro; maestoso col suo invidiabile toson d'oro, il Pretore, circondato dai Senatori, ed il Giustiziere con la sua Corte capitaniale, ed i magistrati, ed i nobili e quanti avessero carattere ufficiale. Mazzieri e servitori in livree sontuose, guardie pretoriane in vivide uniformi, soldati dagli alti berretti, dalle corte giacchettine, dalle larghe strisce di cuoio incrociantisi loro sul petto, dai grossi archibugi, completavano l'accompagnamento, civile e religioso insieme, come quello del Corpus Domini22.
Ma la festa non finiva qui. Per otto sere e notti [pg!26] consecutive i devoti, uomini e donne, in peduli od anche, secondo il voto fatto, a piedi ignudi, dalla chiesa della Madonna si recavano alla metropolitana recitando di continuo orazioni e rosari. Questa pratica chiamavasi viaggio: e, quantunque compiuta dai singoli fedeli col maggior raccoglimento, pure riusciva delle più gradite per tutti. Il Cassaro rosseggiava di mazzuna e di torce a vento; i pifferai coprivano col loro suono il mormorio indistinto dei recitanti le preci. Avvolti nei tradizionali mantelli o nelle grandi fasce di lana, i venditori ambulanti gridavano: Mmiscu, petrafènnula e zammù!... Zammùu!... liquori e dolci del mese di Natale, che mettevano a prova le più forti dentature e le digestioni più vigorose23.
Torniamo ora un poco indietro nel calendario per sorprendere la maggior solennità dell'anno palermitano, vogliam dire il Festino di S.a Rosalia.
Descrivere quella festività, è un far cosa superflua come il «raccontare i cinque giorni del Festino» secondo il notissimo adagio siciliano per esso nato.
Chi non la conosce? Chi, pur non conoscendola per tradizione, non ne ha letto delle descrizioni di viaggiatori che la videro o ne sentirono a parlare? Brydone, il 21 maggio 1770, scriveva da Messina esser considerata a Palermo «lo spettacolo più bello d'Europa»; e quando la vide, ne scrisse con la massima [pg!27] accuratezza24. Houel nel 1776 ne diede le particolarità più minute ricordando che «per questa solennità si accorre a Palermo da ogni parte della Sicilia, del Regno di Napoli ed anche dell'Europa», e che «per lo meno la maggior parte dei forestieri che sono in Italia non lasciano di passare lo Stretto per godersela25. L'ab. de Saint-Non ne riportò, per mezzo dei suoi artisti, disegni fedelissimi, degni «dell'entusiasmo devoto, unico anzichè raro che egli trovò nel luglio del 178526; e Goethe, recatosi a visitare la madre e la sorella di Cagliostro nel quartiere dell'Albergaria, ebbe da esse raccomandato di tornare nei «giorni maravigliosi delle feste, non essendo possibile veder cosa più bella al mondo»27.
Lasciamo dunque gli spettacoli che le resero famose. Noi non ci fermeremo neanche a prendere una polizza d'un baiocco della Beneficiata che le precede e le segue. Noi non vedremo il carro trionfale salire dalla Marina a Porta Nuova, brillante ai raggi dall'ardente sole di luglio, e scendere da Porta Nuova alla Marina illuminato da mille torce sotto il cielo di quelle incantevoli sere. Noi non assisteremo alle [pg!28] emozionanti corse dei cavalli nel Cassaro, alla solenne Cappella reale nel Duomo, alla lunga processione delle cento confraternite, delle cento bare e cilii, degli ordini religiosi, e dell'urna con le reliquie della Patrona della Capitale. Lasciamola, quest'urna, a percorrere un anno l'una, un anno l'altra metà di Palermo; lasciamo che i monasteri aprano i loro parlatorî maggiori al Senato, o lo trattino di lauti rinfreschi e di dolci squisitissimi; che il Pretore dia nel Palazzo senatorio il consueto ricevimento, ed il Vicerè nel Palazzo reale e l'Arcivescovo nell'arcivescovile diano il loro. Il Principe Conte di S. Marco, il Duca di Cannizzaro, il Principe di Trabia, Pretori dei varî anni che si occupano, sanno bene come vadano trattati i nobili loro pari. Caramanico, da uomo di governo e di lettere, sa armonizzare la dignità di Vicerè con la squisitezza del cittadino colto, e Monsignor Sanseverino non dimentica che il primo prelato dell'Isola dev'essere anche perfetto cavaliere non pur coi cavalieri, ma anche con le dame recantisi nella sua residenza a godervi lo spettacolo del carro e del palio. Se per tre anni il suo successore, più fortunato di lui, e come Arcivescovo e come Presidente del Regno e Capitan generale delle armi, riceve tutt'altro che signorilmente, lasciamolo al giudizio severo che ne porta la città, la diocesi, il Regno, questo Don Filippo Lopez!
Ciò che delle feste è poco noto si riduce a certe particolarità, minime, se si vuole, ma piccanti.
E, per esempio, il Caracciolo non potè mai persuadersi [pg!29] che per festeggiare S.a Rosalia si dovessero impiegare cinque giorni; e se ne arrabbiava sempre, e all'appressarsi di luglio più che mai. Una volta, non potendola mandar giù, decretò che i cinque giorni si riducessero a tre. Fu una scintilla scoccata sulla polveriera: la polvere, asciutta da un pezzo, scoppiò; Senato e cittadinanza conturbati, protestarono gridando, ed uno dei tanti cartelli attaccati per le strade minacciava: o festa o testa! ma il Caracciolo rimase impassibile. Riuscito vano ogni tentativo, il Senato mandò al Re in Napoli un memoriale del Segretario del magistrato della città D. Emanuele La Placa, un vero prodigio di erudizione patria municipale. Le feste, diceva il memoriale, si son sempre fatte per cinque giorni; esse rispondono al sentimento religioso della città; danno lavoro agli artisti ed agli artigiani, guadagno ai commercianti, lustro alla Capitale, allietata da numero considerevole di regnicoli e di forestieri; errore il ridurle; necessario, invece, il mantenerle come pel passato.
Frattanto la trepidazione dei Palermitani cresceva ogni giorno più. Caracciolo, benchè sicuro del fatto suo, non senza inquietudine aspettava le sovrane risoluzioni: e col suo indispensabile occhialino, da uno dei grandi balconi del palazzo non si stancava di lanciare sguardi di fuoco sui passanti nella Piazza, napolitanescamente mormorando parole di sprezzo contro questi incoscienti del progresso filosofico d'oltralpe, indegni de' tempi.
Quando il suo decreto venne tacitamente abrogato, [pg!30] fu visto mordersi le labbra e giurare di farla costar cara al Pretore, ai Senatori, ai nobili, al Clero, ai commercianti, a tutte le classi di Palermo non risparmiando neppure Sua Maestà.
Se non che, il tempo di costruire il carro non c'era più, ed egli si veniva fregando le mani pensando che non se ne sarebbe fatto di nulla.
Vano pensiero! La festa si volle e si fece: si centuplicarono le braccia, si lavorò di giorno e di notte e nelle prime ore pomeridiane dell'11 luglio il carro saliva glorioso; e più glorioso ancora tornava la sera del 14 a Porta Felice; e giammai grida di popolo festante echeggiarono più alte, e l'autorità venne più arditamente bravata.
Il lato comico delle feste patronali fu sempre il corteo de' Contestabili del Senato. I tamburini battevano un colpo a destra, un colpo a sinistra sui due tamburi che essi portavano a cavallo; e la loro battuta, comicamente nota, suscitava ilarità e motteggi. Siffatti Contestabili, dai cappelli a tegoli e dai lunghi ed ampî mantelli abbandonati sul dorso dei ronzinanti, erano lo zimbello del monellume, che avrebbe creduto di non passare allegramente lo spettacolo senza tirarsi dietro con le redini gli sbonzolati quadrupedi.
Muli perquisiti per la città e le campagne tiravano la macchina gigantesca, ed alla loro bolsaggine ed allo scarso loro numero s'attribuivano sovente gl'insuccessi dell'andare e del ritornare di essa. Non fu mai mistero per nessuno che gl'impresarî del trasporto [pg!31] per guadagnare di più sulla somma convenuta ad hoc, accettassero qualunque mulo anche avariato, e ne impiegassero meno del necessario. Nel 1791 il Barone D. Giuseppe Malvica e varî ortolani imploravano da S. E. che non volesse obbligarli a prestare i loro animali per questo faticoso servizio28.
O per eccessiva sproporzione dello scafo, o pel pessimo lastricato del Cassaro, mal rispondevano i poveri animali alla solenne cerimonia. La macchina, sorpassante dalla cima le più alte terrazze della via, ora trasportava con sè una ringhiera, ora urtava contro il muro di un palazzo, ed ora sprofondava dall'un dei lati del mal basolato Corso. I ricordi di ruote sconquassate od uscite fuori dell'asse, di fermate d'interi giorni, abilmente poi superate per immani sforzi d'esperti marinai, son sempre vivi29.
Presso il Carro in movimento era un pandemonio: facchini che non lasciavano un minuto di vuotare buglioli d'acqua sugli affusti delle ruote in pericolo di prender fuoco per l'intenso attrito; giovinastri schiamazzanti alle manovre d'innaffiamento ond'essi rimanevano bagnati fradici; alabardieri che con le culatte dei loro scopettoni scacciavano la ragazzaglia audace e molesta; musicanti che sonavano e perdifiato; fiori pioventi dai balconi, dalle finestre, dai tetti, e battimani scroscianti ed evviva prolungate fino ad assordare. [pg!32]
Non men chiassose, nè men pericolose le corse, attrattiva magica, affascinante pel popolo specialmente delle campagne e dei comuni. Per quante precauzioni si prendessero ad evitar disgrazie, queste non mancavano mai. Lungo le catene del Cassaro, a destra ed a sinistra, per molto spazio, addossati a palazzi ed a botteghe sorgevano palchi per chi volesse sottrarsi agli urtoni della folla. Ai Quattro Canti, dal Palazzo Costantini al palazzo Jurato (Rudini), dal palazzo Guggino (Bordonaro) a S. Giuseppe dei Teatini, altri palchi ostruivano i due sbocchi della via Macqueda. A Porta Nuova i palchi si moltiplicavano sotto il bastione che è ora il quartiere de' Carabinieri, e la gente pullulava, formicolava sopra e di fronte a questo, in alto, sotto i portici, sulla terrazza, fin sopra il cupolino della Porta, dove bandiere ed orifiamme sventolavano.
Nella interminabile, ma non continua processione dell'ultima sera, la curiosità veniva stuzzicata dalla corsa dei pescatori della Kalsa e dallo intervento dei caprai: ragione, questo, di burle, che con allusioni menelaiche, suscitate dal ricordo di bestie cornute, punzecchiavano la congrega, mal sofferente gli amari motti. Laonde il Pretore, per evitare disordini, dovette proibire che la confratria partecipasse alla festa; e così la statua del protettore San Pasquale fu alcuna volta messa da canto30.
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Descrivendo la pericolosa corsa dei pescatori, Houel, che la vide, raccontava:
«Ciò che fissa di più gli sguardi del forestiere è la coppia sacra dei Santi Cosimo e Damiano, entrambi al naturale, entrambi dorati da capo a piedi, l'uno a lato dell'altro... Sono piantati su di una specie di barella a quattro aste in croce, sotto ciascuna delle quali stanno otto persone. Se non che, i trentadue uomini non portano le due statue d'un passo grave e maestoso, ma corrono a tutta lena gettando grida spaventevoli. Una grossa e lunga fune legata alla macchina, è tenuta da quante persone possono, poichè con la prestezza che corrono, se per poco si urtassero, la macchina rovescerebbero. Giunti in mezzo al Cassaro, con una celerità incredibile staccano la fune e fanno girare la macchina fino a restare sudati e trafelati. Per sostenerli in questo pio esercizio e rinfrescarli, un numero straordinario di ragazze e di donne li accompagnano, girano con essi e, agitando in aria i bordi dei grembiuli, soffiano a perdibraccia sui loro visi. Il giro cessa quando i portatori sono del tutto spossati, e mentre girano, tutti lanciano per aria berretti, cappelli e pezzuole e saltano attorno ad essi e gridano a più non posso: Viva i Santi Cosimo e Damiano! senza pensare che questi santi son morti da più secoli. Dopo un po' di sosta, riprendono i Santi, vi riattaccano la fune e si rimettono a correre come inseguiti»31.
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Tronchiamo senz'altro la rassegna ed usciamo un poco dalla città.
La celebre festa monrealese di maggio avea di tanto in tanto un'appendice non meno celebre, nella prima quindicina di settembre, per la Esaltazione della S. Croce: era la Dimostranza.
Che cosa fosse una dimostranza, nessuno vocabolario siciliano o italiano lo dice; ma nell'uso comune risponde ad una processione figurata, una sacra, simbolica rappresentazione muta. Essa percorreva le vie e le piazze principali d'una città o d'un comunello, fermandosi tutta o parte in dati posti a riprodurre con atti e gesti un fatto biblico o qualche episodio della vita di Gesù, e particolarmente la crocifissione; le vicende più drammatiche, più commoventi, d'un martire, d'un confessore, d'un santo, d'una santa patrona qualsiasi. Lo componevano centinaia di persone, attori da strapazzo, presi dalle più modeste classi del popolo, e soprattutto dai maestri e dai contadini, precedentemente addestrati da qualche ecclesiastico. Costui era insieme autore del dramma mimico da rappresentarsi, direttore della effimera compagnia, maestro e censore di tutte quelle teste, spesso tutt'altro che buone a dimostrare. Vestiva ciascuno il costume del personaggio che dovea raffigurare, altri da imperatore o da re, altri da sacerdote o da levita, altri da apostolo, da martire, da vergine; questi da centurione o da soldato, quegli da littore o da carnefice, con costumi quando splendidi e quando ordinarî, ma tutti a fogge antiche diverse da quelle d'oggidì. Procedevano a [pg!35] due, a quattro, alla spicciolata, a gruppi, fermandosi in luoghi designati a riprodurre scene del tale e tal'altro avvenimento sia della Scrittura, sia del Martirologio, sia, in generale, del Leggendario dei Santi. Nessuno parlava, e da qui la qualificazione di muta, ed anche di ideale (il popolo con un qui pro quo, che risponde alla grandezza e magnificenza della messa in iscena, pronunzia reale) applicata alla processione; dove però alcuni personaggi portavano scritti a lettere cubitali su cartelli, dei motti, titoli, nomi che servivano a chiarire chi fossero e che cosa volessero significare.
Una di queste ricorrenze si ebbe nel settembre del 1783: ne sappiamo qualche cosa perchè vi si recò un signore lombardo oramai noto ai nostri lettori, il Rezzonico, giunto allora per visitare la Sicilia. Sentiamo la sua relazione.
«La prima volta (10 sett.) vi andai solo, e la seconda (15) in compagnia della Principessa di Belvedere e dell'amabile sua figlia donna Giovannina [questa donna Giovannina è la Giovannella, la quale, uscita di recente da un monastero, si disponeva ad andare sposa al Principe di Paternò, Giovanni Luigi Moncada, e dovea poi far parlare tanto di sè nei circoli nobiliari palermitani], e della Duchessa di Montalto. Pranzammo in buona compagnia di circa 24 fra dame e cavalieri, nel palazzo del pubblico; ma il caldo era eccessivo. La gente accorsavi da Palermo era infinita e fu bellissimo spettacolo il vederla ire e tornare in la gran folla ed occupare tutte le vie e le rivolte sul [pg!36] monte, e formare vari gruppi intorno alle pubbliche fontane che ad ogni passo s'incontrano32. Chi a piè, chi a cavallo, chi sulle carrette, chi dentro le lettighe accorreva da ogni banda e sprezzava i caldissimi raggi del sole e l'incomodo polverio da tanti piedi d'uomini e di animali eccitato. Le carrozze poi, le mute, i birocci, e le canestre s'affoltavano d'ogni intorno e discendevano in lunghissime file che dalle porte di Palermo a quella di Monreale non erano discontinuate; laonde conveniva aspettarne lo sviluppo pazientemente»33.
La dimostranza, tutta popolare, concepita ed eseguita, come altre simili, per edificazione e svago della folla, non ebbe il plauso dell'illustre gentiluomo: e non poteva averlo, vivendo egli in mezzo a nobili e signori, e con principî severamente classici. Così il Rezzonico si lasciò andare a malinconiche riflessioni «sul bello dell'arte imitatrice e degli spettacoli, la cui perfezione indica più d'ogni altra cosa la cultura dello spirito e del cuore negli uomini assembrati».
Non importa però: lo spettacolo piacque a tutti, e tanto basta.
Dai punti principali del Vecchio Testamento, riferentisi alle tristi condizioni della Umanità pel peccato di Adamo, si passava a quelli del Nuovo, che mano [pg!37] mano conducevano alla Redenzione per opera del Dio-Uomo, venuto sulla terra a scontare la colpa del mondo. Il distacco tra gli uni e gli altri era notevole, e dove tra i primi, patriarchi e profeti si alternavano con le immagini dei fenomeni tellurici e meteorologici e delle entità astratte, tra i secondi la Passione coronava in forma tragica l'opera. Il simbolismo prevaleva «con molte prosopopee bizzarre come il Tremuoto, che gonfiando le guance e tirando gran calci e vibrando qua e là le braccia argomentavasi di figurare le desolazioni e i danni che reca ad incutere altrui spavento. La morte, la peste, l'idolatria, il peccato, la guerra altresì v'erano personificate».
La crocifissione svolgevasi crudamente realistica, e alcune circostanze di essa dovettero concorrere alla sgradita impressione ricevutane dal dotto visitatore.
Di più facile contentatura, Ferdinando III si divertì moltissimo della processione figurata del 4 maggio 1801, ripetuta nella medesima Monreale34.
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