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La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2 cover

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2

Chapter 21: CAP. XX.
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About This Book

A rich social chronicle of Palermo more than a century earlier, offering detailed descriptions of public festivals and carnival customs, theatrical and musical entertainments, popular and aristocratic celebrations, religious ceremonies and confraternities, monastic life and female religious profession, legal practices including courts, prisons, executions and the role of the executioner, outbreaks of famine and vagrancy, the press and public notices, medical practice and charitable care, learned societies and university life, schools and student customs, and practical appendices on weights and coinage; chapters combine vivid scene descriptions, institutional history, and anecdotal reports to reconstruct urban culture.

CAP. XX.

IL CONTE CAGLIOSTRO.

Mentre questi fatti di vita ordinaria si svolgevano tra noi, altri straordinarî e clamorosi ne avvenivano fuori per opera ed in persona d'un siciliano: Giuseppe Balsamo, che delle sue strepitose geste riempiva l'Europa tutta.

«Giuseppe Balsamo!... chi era costui?» potrebbe chiedersi con D. Abbondio del Manzoni il lettore non bene informato: e noi lo toglieremo di dubbio aggiungendo che Giuseppe Balsamo era il Conte Cagliostro.

La celebrità del personaggio ci dispensa da una presentazione in regola; ma il lettore, che forse anzi senza forse lo conosce con questo nome di guerra all'Estero, non saprà ciò che egli da semplice Balsamo fece in Palermo: e se così è, qualche cosa giova pur dirne, se non altro perchè dal fanciullo si giudichi il giovane e dal giovane l'uomo.

Quando le prime vaghe notizie del futuro Cagliostro cominciarono a giungere nell'Isola, tutti sapevano delle prime capestrerie di Peppino Balsamo. E [pg!329] come ignorarle se la madre di lui, D.a Felice Bracconeri, in compagnia della figliuola Giovanna, nella recondita via della Perciata a Ballarò, era di continuo commiserata dalle comari del vicinato, e nota agli abitanti dell'Albergaria?

La fuga dal Seminario di S. Rocco, nel quale avealo collocato lo zio materno Matteo, non era un mistero per nessuno. Bisognava chiudere gli occhi per non vedere le sue monellerie, turarsi le orecchie per non sentire le sgridate giornaliere della povera mamma.

Affidato poi al P. Generale dei Benfratelli e condotto da lui a Caltagirone, Peppino vi avea vestito l'abito di novizio (ricordiamoci che si era al tempo in cui i voti monastici si professavano a 16 anni); ma buttato poco dopo il collare sopra un fico, se n'era tornato bel bello a casa come se nulla fosse stato. — «Che hai fatto?...» gli aveva chiesto dolorosamente sorpresa la madre. — «Oh che volete che facessi?! rispondeva; se tutta la giornata lavoravo come un cane ad aiutare l'aromatario, ad assistere gli ammalati, ad imparar la medicina?... E vi par piccola pena quella di leggere sempre a refettorio la vita dei santi?...» Ma i padri Benfratelli, la Casa dei quali era di fronte alla Perciata, raccontavano cose d'inferno del tristanzuolo, e fra le altre questa: che leggendo appunto, secondo le regole dei religiosi, il leggendario dei santi, ai nomi delle sante vergini avea più volte in pieno refettorio sostituito nomi di donne pubbliche di Palermo! [pg!330]

Tant'è: ritornato in patria, qualche occupazione doveva egli procurarsela: e se la procurava accompagnandosi coi monelli di Ballarò o buttandosi a capofitto in mezzo a tutte le brighe degli scavezzacolli suoi pari. Quando incontrava birri a condurre carcerati, era per lui una vera festa lo slanciarsi loro addosso per liberare la preda. Gli atti di ribellione alla forza pubblica avevano in lui la maggiore attrattiva, in lui, nato e cresciuto nel quartiere più rissoso della Città, ed alle risse per indole inclinato.

Lo zio Matteo Bracconeri cercava tirarlo a buona strada: ma tutt'altro che rallegrarsi poteva dell'opera sua educativa, assediato da ricorsi e da recriminazioni per la riprovevole condotta del nipote: e quando un brutto giorno ebbe la ingrata sorpresa d'un furto di roba e di danaro a suo danno, attore il suo beneficiato, non è a dire come ne rimanesse deluso. Tuttavia, non sapeva abbandonarlo: ne vedeva l'ingegno pronto e versatile, la rapida intuizione, la percezione piuttosto unica che rara, la copia degli espedienti e la parola arguta e suggestiva, e deplorava che tante qualità cospirassero ad opere malvage. All'arte del disegno parendogli più che disposto, pensò avviarvelo, e trarne ragione di mutamento delle malsane inclinazioni. Peppino vi fece progressi; ed acquistò in essa tanta valentia che un giorno visto in casa della zia un ventaglio, vi ritrasse con sì fine naturalezza due mosche, che mai persona l'ebbe a trovare spiegato che non allungasse la mano per iscacciarle. [pg!331]

Ma ahimè! della buona arte si servì a perfide prove, ora contraffacendo biglietti d'entrata al teatro S.a Cecilia ed ora falsificando un testamento a favore d'un Marchese Maurigi ed a scapito d'un pio istituto: il che non gli fu disagevole insinuandosi nell'animo d'un notaio suo congiunto.

Il bisogno ogni dì crescente di denaro e le difficoltà di procurarsene, acuivano in lui l'ingegno esuberante di trovati sempre nuovi e sempre audaci. Un tale s'era innamorato d'una giovane, cugina del Balsamo; il Balsamo se ne accorse e ne prese argomento per iscroccargli danaro: guadagnossi la fiducia del malcapitato, e combinò una corrispondenza in regola tra lui e lei, che non sapeva nulla, e che per nulla al mondo avrebbe osato scrivere un biglietto. Il carteggio procedeva attivo, caloroso, e quando il momento parve alla ragazza, o meglio al Balsamo, opportuno, la innamorata chiese del danaro, che lo innamorato affrettossi a mandare; sicchè non pochi furono gli scudi che l'abile autore di siffatta commedia cavò di tasca al cieco amante, il quale nulla negava a lei, neanche un orologio ed altre minuterie.

E non basta.

Scopertosi l'inganno, egli proseguiva per la sdrucciolevole via. Il superiore d'una comunità religiosa avea bisogno d'assentarsi dal convento. Conoscendo il Balsamo buono ad ottenergli una licenza, interpose l'opera di lui: e la ottenne. La licenza era falsa ed il povero baggeo l'avea pagata profumatamente.

Questa ed altrettali bricconerie non passavano [pg!332] sempre inosservate, nè sempre impunite. Più volte D. Peppino cadde nelle grinfe della polizia, più volte venne sottoposto a processo; ma o che le prove difettassero, o che la furberia in lui fosse maggiore dell'avvedutezza della Corte Capitaniale, o che valide aderenze di congiunti neutralizzassero il rigore delle leggi, egli ne usciva sempre impunito, e forse innocente. Una però dovea riuscirgli fatale; e a ben darsene ragione, bisogna premettere una notizia che più tardi acquistò credito in Palermo, cioè che il Balsamo fosse uno stregone.

Si raccontava che un giorno essendo egli con alcuni suoi compagni, e volendo essi mettere ad esperimento codesta sua facoltà, gli avessero chiesto che cosa facesse in quell'istante una nota dama della Città. Egli, segnato senz'altro un quadrato per terra, vi passava nel centro le mani, e tosto, mirabile a dirsi! appariva nettamente delineata la figura della dama nell'attitudine di giocare a tresetti con tre suoi amici. Stupefatti ed increduli, i compagni mandano sull'istante a verificare la cosa al palazzo di lei, e trovano la dama nè più nè meno che aveano visto nell'inesplicabile quadrato.

Con questa fama, non è da maravigliare della dabbenaggine di un argentiere d'allora, certo Marano, i cui discendenti esercitano ancora l'arte della oreficeria. Costui aggiustando fede alla occulta scienza del giovane si lasciò per inganno carpire la somma di sessant'onze (L. 765). Assicuravalo il Balsamo di un tesoro da scoprirsi, un gran tesoro, nelle vicinanze [pg!333] di Palermo; difficile, ma sicuro esserne il possesso e, conseguitolo, immense le ricchezze. Entrambi si recano sul luogo indicato; Balsamo comincia le operazioni: tira linee, recita parole nere, invoca spiriti e dopo lunghe misteriose pratiche vede apparire molti diavoli (amici suoi tutti, camuffati da demonî) che prendono a bastonate l'ingenuo argentiere. È un momento difficile per costui, a tutt'altro preparato che a questo trattamento; il quale però, vistosi in così grossolana maniera ingannato, si affretta a richiamarsene all'autorità, e giura sanguinosa vendetta del volgare giuntatore.

Palermo non faceva più pel Balsamo, e Balsamo partiva a rotta di collo.

Queste ed altre furfanterie, delle quali devono serbare ricordo gli archivi della Corte Capitaniale e della Corte Criminale del tempo, bastano a far presumere quel che D. Peppino fosse per diventare. L'isolamento del paese e le difficoltà di moderarne gli effetti facevano perdere le tracce dirette di lui; ma le indirette, vaghe, anche labili, non mancavano, e forse potevano comporre i fili del grande ordito di menzogne per le quali resterà memorabile la vita di sì famoso imbroglione.

Il romanzo (giacchè si tratta d'una specie di romanzo, quasi incredibile) si apriva a Messina e si chiudeva a Roma: a Messina, con l'amicizia d'un poliglotta ed alchimista greco o spagnuolo, Altotas, che riusciva a formar drappi a mo' di seta con la canapa ed il lino; a Roma, con l'arresto e la carcerazione in [pg!334] S. Leo, ove, ultima di sue geste, era il tentato strangolamento d'un confessore, da lui, reo convinto e apparentemente pentito dei suoi misfatti, richiesto, col perfido intendimento di evadere vestendone la tonaca. In questa trentina d'anni, quanti ne correvano dal precipitoso abbandono di Palermo alla morte, fu una successione tumultuosa, convulsa di avventure, che sfuggono anche al più diligente indagatore.

Da Messina ad Alessandria d'Egitto, a Rodi, a Malta, a Napoli (bisogna vedere che cosa fece lì con due siciliani, l'uno più triste dell'altro!), a Roma, a Bergamo, a Genova, ad Antibo, a Barcellona, a Madrid, a Lisbona, a Londra, ogni genere di frodi e di ciurmerie egli perpetrava, cooperatrice non sempre volontaria Lorenza Feliciani, ragazza da lui sposata a Roma e con raffinato lenocinio da lui resa complice di sua spudorata condotta.

Da tutto egli traeva danaro: dalle conoscenze che procuravasi, dalle commendatizie di alti personaggi, da amicizie che improvvisava, da un'acqua da lui composta per ridar la freschezza della pelle alle donne, da una bevanda per far ringiovanire, da un segreto per la produzione dell'oro; e poi dagli studiati abbandoni della moglie e dalle concordate sorprese. Eppure, spendereccio com'egli era per indole e per calcolo, non avea danaro che gli bastasse. Nel volger di due o tre anni dicesi avesse consumato non meno di centomila scudi, entrati per illeciti guadagni nella sua borsa. Sua caratteristica, la improntitudine, sia che egli spacciasse rimedî empirici, sia che [pg!335] assumesse titoli nobiliari, sia che si circondasse del fastigio di gran signore pompeggiando di mode, di parrucchieri, di maestri da ballo.

Lasciato che la Lorenza diventasse in Parigi Madama Duplesir, se ne richiamava all'autorità personale del Re; e mentre Luigi XV ordinava la cattura, in S.a Pelagia, della infedele — artificiosamente infedele — donna, egli, il Balsamo, in uno dei tanti processi a suo carico sosteneva non esser mai dimorato in Parigi. Arrestato un po' dappertutto, tante ragioni trovava, spesso sacrilegamente giurate sul Vangelo o sul Crocifisso, e così valide, da trarsi d'impiccio: ed avea il coraggio di tornare nei medesimi luoghi ond'era sfuggito rasentando la galera.

La truffa all'argentiere Marano nol trattenne dal rivenire a Palermo (1773): ma il Marano, implacabile contro di lui, avutone sentore, e denunziatolo, lo fece mandare alla Vicaria. Allora si volle esumare il processo pel testamento Maurigi: e buon per lui che un alto signore intervenne in modo violento; se no, gli sarebbe finita molto tragicamente.

Questo signore, amico intimo del Balsamo e più che intimo della Lorenza, prese sotto la sua protezione il catturato. Riuscitigli infruttuosi gli espedienti per liberarlo, nell'anticamera del Presidente del tribunale aggrediva il pratocinatore dell'avversario del Balsamo, e, forte com'egli era e manesco e sfrenato di volontà e potente e ricco, lo buttò per terra, lo calpestò, e forse l'avrebbe finito senza l'interposizione del Presidente. Il quale, debole e pauroso, [pg!336] non seppe punire il colpevole e, per la pusillanimità delle parti contrarie, mandò libero l'imputato351.

Diedegli però lo sfratto: e madre e sorella, non si sa più se sorprese del nuovo esser di lui e delle vecchie abitudini loro, lo videro stavolta per sempre, partire non senza avergli prima la Giovanna prestato quattordici onze (L. 178,50), frutto di risparmî, che ahimè! non le furono più restituite!

Notizie di alternative incessanti di scrocconerie e di accuse, di ricchezze e di miserie, di trionfi e di cadute, di truffe e di guadagni, giungevano per via dei giornali esteri e di qualche viaggiatore in Palermo. Si raccontava dell'arte sua di convertire il mercurio in argento, d'indovinare i numeri del lotto, di possedere il lapis philosophorum. Si parlava dei suoi titoli, ora di Marchese Pellegrini (da lui già assunto prima del ritorno a Palermo), ora di Marchese d'Anna, ora di Marchese Balsam, ora di Conte Fenix, e finalmente e definitivamente di Conte Cagliostro. Con questo specioso nome la fama di lui corse per tutto e vinse le barriere degli stati d'Europa. Entrato nella Società dei Liberi Muratori, ne divenne maestro e riformatore. Molti, infiniti i seguaci e gli adepti, ciechi nel credere a prodigi che non vedevano e che nelle esaltate loro immaginazioni ingigantivano. Giammai una verità fu dato di sorprendere in bocca di lui; tutto menzogna, tutto finzione, tutto mistero: ed in questo avvolgendosi, non mai fece sapere dell'esser suo, [pg!337] della sua nascita, della sua patria, della sua età, dei suoi parenti.

Viaggiava quasi sempre in posta anche col seguito di più legni: servito da corrieri, camerieri, lacchè, in isplendide livree, pagate fino a 20 luigi l'una. Quartieri addobbati con fasto principesco, laute mense, vesti magnifiche per sè e la moglie, audacia di presenza, sussiego d'andamento gli crescevan credito di uomo straordinario, sì che il ritratto di lui spargevasi a migliaia di copie pertutto, e ventagli, ed anelli, e medaglioni, e bracciali lo rappresentavano in disegno, in pittura, in rilievo, in ismalto; e bronzi con la iscrizione Divo Cagliostro servivano di ornamento ai salotti signorili. Si disse che i suoi occhi di fuoco leggessero in fondo all'anima, e lo si ritenne padrone della scienza e di tutte le lingue d'Europa e d'Asia!

E questo è poco.

Spargendo a larghe mani favori e beneficî, operando per via d'imposture e per fortuna di caso guarigioni, parve dove angelo di beneficenza, dove iniziatore d'una religione rinnovatrice dei corpi e delle anime, dove un intermedio all'uomo ed a Dio. In mezza Europa, ignoranti e dotti, plebei e nobili, popoli e principi se ne contendevano la vista, la parola, il tocco, l'amicizia, l'opera; ma andando però o fermandosi successivamente in Lisbona, Cadice, Malta, Pietroburgo, La Aia, Bruxelles, Venezia, Varsavia, Francoforte, Strasburgo, Napoli, Bordeaux, Passy, Basilea, Brienne, Aix, Torino, Roveredo, Trento, lasciava [pg!338] dietro di sè come una striscia di imbrogli, di cabale, d'inganni, di furti. Non solo l'indole irrequieta ed avventuriera lo spingevano di città in città; ma anche le conseguenze delle sue perfide arti di tutto falsificare, spillando, rullando a man salva somme talvolta favolose. E diciamo a man salva, perchè arrestato una ventina di volte, ebbe sempre la singolare abilità di salvarsi, ora corrompendo carcerieri, ora giurando il falso, come quando, imputato d'aver preso parte all'inganno d'una collana di brillanti fatto alla Regina Maria Antonietta, e chiuso nella Bastiglia, veniva dal Parlamento per mancanza di prove liberato; fatto del quale son piene le gazzette del tempo e libri usciti sotto i nostri occhi352.

Sembra di assistere a scene fantastiche, e si è invece a fronte della più ributtante realtà: e si chiede stupefatti come mai tanto potesse avvenire con le restrizioni dei governi e sotto gli occhi di Argo delle diverse polizie d'allora.

Gli è che ovunque egli andasse l'opera sua veniva sempre diversamente giudicata dai diversi personaggi e ceti, quali sbalorditi alle sue inesplicabili guarigioni, quali incerti se in quella figura dozzinale albergasse un genio incompreso o lo spirito d'un basso ciurmadore, se un taumaturgo sommo o un cabalista volgare, un pensatore profondo o uno scaltrito improvvisatore di favole, se un grande riformatore del secolo [pg!339] o un essere esaltato dei successi fortuiti della sua vita vagabonda.

Quando all'aprile del 1787 il Goethe metteva piede in Palermo era fresca la Lettera al popolo francese del Cagliostro (Londra, 20 giugno 1786): e faceva il giro d'Europa la polemica tra questo e Monsieur Morand, che nel Corriere d'Europa strappava la maschera al sedicente Conte. E però una delle prime cose che fece fu la ricerca dei parenti dell'audace impostore. Quella ricerca fu la prima seriamente e spassionatamente condotta.

La buona e dolce madre di Giuseppe Balsamo con la figliuola Giovanna, vedove entrambe, avevano abbandonata la via della Perciata e si erano ritirate in via Terra delle Mosche vicino il Cassaro353. Quivi accompagnato da uno scritturale di un valente avvocato, le trovò Goethe, modeste, ignare della sorte dell'amato congiunto, impazienti di notizie di lui, che per sentita dire sapevan già divenuto un gran personaggio, segno a gravi persecuzioni ed a culto presso che divino: e la Giovanna, nelle sue grandi miserie, si rammaricava che Giuseppe, nel mar di ricchezze nel quale nuotava, si fosse dimenticato delle 14 onze da lei prestategli nell'ultima sua venuta a Palermo354.

[pg!340]

Avea ragione!

Cagliostro avea truffato centinaia di migliaia di scudi, senza mandarne uno alla santa vecchiarella della madre, alla sventurata sorella creditrice, che intristiva nella inopia con tre poveri figliuoli ed una disgraziata malaticcia che per carità teneva in casa.

Meno di tre anni dopo, il matricolato furfante, il Casanova della Sicilia, tentato dalla Lorenza, desiderosa di ritiro e di pace, rientrava in Roma. Fosse in lei stanchezza o paura, fosse debolezza o, come parrebbe, perfidia355, egli veniva arrestato e condotto nelle carceri del S. Uffizio al Castello S. Angelo. Molti conti avea da aggiustare col famoso Tribunale specialmente in materia di fede e di logge massoniche, ed il Tribunale, dopo un lungo processo, glieli fece pagare tutti fino all'ultimo.

Il processo fu reso di pubblica ragione a Roma, nella stamperia della Rev. Camera Apostolica, e tosto, a soddisfazione dei curiosi timorati, riprodotto in Palermo356. La Conversazione istruttiva ne dispensò per un buon mese ai suoi lettori.

[pg!341]

L'anno 1795, «l'eroe degli scellerati», come lo chiamarono gli avvocati di Madame la Mothe, moriva, come abbiam detto, d'accidente357: proprio cent'anni dopo (1695) che nella medesima fortezza, pei medesimi misfatti di lui e per opera della medesima Inquisizione esalava il suo maligno spirito il celebre impostore Giuseppe Borri!358.

[pg!342]