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La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2 cover

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2

Chapter 22: CAP. XXI.
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About This Book

A rich social chronicle of Palermo more than a century earlier, offering detailed descriptions of public festivals and carnival customs, theatrical and musical entertainments, popular and aristocratic celebrations, religious ceremonies and confraternities, monastic life and female religious profession, legal practices including courts, prisons, executions and the role of the executioner, outbreaks of famine and vagrancy, the press and public notices, medical practice and charitable care, learned societies and university life, schools and student customs, and practical appendices on weights and coinage; chapters combine vivid scene descriptions, institutional history, and anecdotal reports to reconstruct urban culture.

CAP. XXI.

L'AB. VELLA E LA SUA FAMOSA IMPOSTURA.

Non era ancora scomparso dalla scena del mondo tanto colosso di giunteria che un altro, meno famoso, faceva la sua apparizione a Palermo.

Stavolta la leggenda è più ristretta: ed il triste eroe ne è un prete. Giuseppe Balsamo da Palermo sceglieva a teatro delle sue brutte imprese l'Europa tutta; Giuseppe Vella da Malta svolgeva l'opra sua di falsificatore di codici e di creatore di favole nella sola Palermo: strana coincidenza di malvagità in un medesimo tempo e in un medesimo paese, tanto più strana in un periodo di non comune risveglio intellettuale.

Un giorno si vede a passeggiare per la città un sacerdote non prima conosciuto. Grave l'andare, studiati gli atti, affettata la pronunzia, bastardamente toscana la parola. Indi a non molto giunge da Napoli, sospinto da fortuna di venti, un Ambasciatore marocchino (17 dic. 1782). I due stranieri si avvicinano e s'intendono; e il sac. Giuseppe Vella (giacchè [pg!343] l'ignoto ecclesiastico si chiamava così) che col suo maltese riesce ad intendere ed a farsi intendere, si fa interprete di quello; e per incarico del Vicerè lo accompagna nella visita e nelle conversazioni per la Città. L'oscuro pretonzolo diventa subito illustre, e lo si comincia a credere un dotto arabista; ed egli, che neppur sa l'alfabeto arabo, s'atteggia a genio di quella lingua.

In una barca di corsari arenata nella spiaggia di Cefalù veniva trovato non so che libro turco. Vella in tutto sussiego lo esamina e lo dichiara un libro di tesori nascosti nei dintorni di quella città. Il codice invece parlava di sepolcri dei primi Califfi! Più tardi, all'apice della sua gloria e della sua lingua, i Canonici della Cappella Palatina lo pregavano d'un parere sopra un cofano con iscrizioni cufiche; ed il Vella lo sentenziava già ad uso di viatico, coi primi versi del Pange lingua in arabo. Ma poichè i Canonici gli facevano osservare il Pange lingua essere stato composto da S. Tommaso (sec. XIII) egli, correggendosi, lo affermava già consacrato alle reliquie dei Santi Apostoli. Il cofano invece era servito ad altri e ben diversi usi.

Mons. Airoldi, Giudice della Monarchia, amantissimo di cose sicule e delle vicende dei Mussulmani in Sicilia ricercatore premuroso, ma, perchè ignaro di Arabo, non fortunato, gli faceva allora domandare se si fosse mai imbattuto in alcun codice che portasse nome a quella dominazione tra noi: ed il Vella rispondeva uno averne veduto con l'Ambasciatore nella [pg!344] Biblioteca dei Benedettini di S. Martino, che narrava appunto della conquista musulmana dell'Isola; difficilissima però esserne la lettura, non che la intelligenza.

Alla insperata notizia l'Airoldi esulta, e sotto la sua personale responsabilità, ottiene in prestito dai monaci Benedettini il prezioso cimelio. Vella, eccitato a lavorarvi sopra, con l'obiettivo d'un largo premio, che per lui sarebbe l'Abbazia di S. Pancrazio, vi si consacra, com'egli dice, con ardore; ma in sostanza, con la flemma di chi perfidia a danno della verità.

E presenta le prime pagine. L'Airoldi va in visibilio; perchè vi trova nientemeno «un registro di tutte le lettere che dal principio della invasione araba in Sicilia aveano scritto di mano in mano gli Emiri prima a' Mulei dell'Africa Aglabiti e poi ai Sultani di Egitto Fatimiti, colle risposte di costoro. Per lo che queste lettere portavano in sè la fede della loro autenticità, e dimostrando l'amministrazione, le imprese, i politici regolamenti degli Arabi, formavano il diritto pubblico di quei tempi, ed erano secondo l'apparenza il più prezioso monumento della storia degli Arabi in Sicilia.»

Rozza quale l'uomo che la maneggiava la forma della traduzione: e questo grandemente concorreva ad accreditare l'autenticità del codice; giacchè il Vella, privo affatto di coltura, nessun sospettava capace di sofisticar l'originale, che nella traduzione orribilmente spropositata offeriva, secondo l'Airoldi, anzi secondo [pg!345] la comune opinione, una impronta nuova, la quale agli ignari di cose orientali poteva sembrare propria degli scrittori di quella razza.

L'Airoldi correggeva le sgrammaticature e prendeva per oro di coppella il contenuto del manoscritto. Aveva sognato una civiltà araba: e già la trovava nella nuova inattesa scoperta velliana. Le idee, le aspirazioni su quell'epoca, da lui espresse nei giornalieri conversari coi dotti frequentatori della sua casa, avevano nei nuovi testi addentellato e conferma. E non poteva essere diversamente se il Vella, partecipe ai geniali convegni, conosceva ormai i desiderî del buon Prelato, e creava a soddisfazione di lui un romanzo tutto immaginario.

E pensare che appunto per questa creazione il Vella veniva chiamato ad insegnare arabo nell'Accademia (Università) degli studî! e che, non conoscendone egli, come abbiam detto, neppure l'alfabeto, insegnava ai giovani i rudimenti della lingua maltese! E non è tutto: raccomandato dal March. Caracciolo, il neo professore otteneva dal monarca 1000 onze (L. 12750) per una missione scientifica nel Marocco, per la quale, accompagnato da tre suoi scolari, potesse raccogliere i materiali per la storia di Sicilia sotto i Musulmani.

Di tanto in tanto qualche nuvoletta sorgeva ad offuscare il sereno dell'anima di Mons. Airoldi. Quel nome, quella data, non sarebbero un errore di lettura? Ma il Vella, invitato a rileggere il testo di quel nome e di quella data, non avea nulla da rettificare, e sugli ordini sacri giurava che le cose erano proprio [pg!346] come avea detto lui. Avvalorava poi la lezione con nuovi codici arabi e con monete e lettere che egli con sempre nuove menzogne affermava ricevere da Fez, da quel medesimo Ambasciatore Marocchino Mohammed Ben Osman che egli avea accompagnato per Palermo, e che per lui era il provvido fornitore di carte e di documenti, il consigliere, l'amico, il fratello.

La traduzione, plaudenti i dotti che ne sentivano a parlare e gongolante di gioa l'Airoldi, procedeva a vele gonfie.

Ma ecco, quando nessuno se lo aspetta, un uomo di forte ingegno e di larga cultura levarsi a turbare tanta armonia di cuori e di voci. Rosario Gregorio sospetta la falsità del codice e la impostura del Vella: e con documenti e ragioni irrefragabili dimostra quanto dal vero siasi discostato il sedicente traduttore inventando date, fatti, luoghi, persone. L'Airoldi, che nel lavoro del Vella vede assicurato il suo monumento storico, ne rimane contrariato; sconcertato, ma non confuso nè vinto, il Vella. Il quale a nuovo suo titolo di gloria si affretta a metter fuori la sorprendente notizia della scoperta dei libri smarriti di Tito Livio, in uno di questi codici: scoperta che sa circondare di tanto mistero, da lasciare inquieti i letterati.

Allora l'Airoldi annunzia la stampa del primo foglio della traduzione: col quale si propone di render giudici del lavoro del Vella gli orientalisti oltramontani. Vella si vede perduto, e ricorre ad uno stratagemma tutto cagliostriano: mette le mani sul codice [pg!347] di S. Martino e lo interpola, lo altera, lo corrompe in guisa da non potersene più cavare costrutto di sorta. Il maggiore strazio è nelle prime pagine; e perchè non si possa scoprir la differenza dell'inchiostro recente della manomissione sull'inchiostro antico del testo originale, e le difficoltà portino la impossibilità di lettura, attacca sulle singole pagine una sottile pelle di battiloro. Così si tiene al sicuro. S'incide la prima facciata, che è una vera lettera del diavolo di Girgenti. I dotti convengono che testo e traduzione son barbari; e mentre alcuni ne mettono in dubbio l'autenticità, altri, e sono i più, dai difetti traggono fondamento alla sincerità del codice e del traduttore. Tychsen è di questi, e contro tutti sorge paladino del Vella. Sono col Gregorio, Simone Assemani, De Guignes, Barthélemy, Adler. All'Airoldi, manco a dirlo, va molto a sangue la opinione del Tychsen, che leva a cielo la perizia linguistica del Vella, battezzata per «incomparabile e quasi divina» (1787). Sotto il pseudonimo di de Veillant, nel quale sembra nascosto il Gregorio, esce in cattivo francese un'arditissima carica contro il saggio venuto in luce; tutti o quasi son contro il critico, e l'ambiente è saturo dello spirito arabico velliano. De Veillant è ritenuto un invidioso ignorante, e tra una velenosa risposta dello storico Di Blasi inneggiante al Vella, due lettere laudative del Tychsen al Torremuzza ed al Vella medesimo, pubblicate in Palermo (1788) e le deboli ma giudiziose controrisposte, le cose vanno tant'altre, che, prevalendo il giudizio dell'autorevole professore di [pg!348] Rostock, la impostura trionfa con la pubblicazione del primo volume del Codice diplomatico arabo di S. Martino delle Scale, e poi, mano mano di altri cinque, coi quali l'opera attinge alla sua fine359. Il Iº vol. porta una dedica a Ferdinando: il IIº, una a Maria Carolina; e in tutti e sei il verso di Lucrezio:

E tenebris tantis tam clarum extollere lumen.

Tychsen accoglie nel suo Elementare arabicum, come saggio di dialetto volgare mauro-siculo, l'apocrifa prefazione; Wahl ne prende ragione d'una storia e statistica degli Arabi in Sicilia; il Vescovo irlandese Woodward lo riassume in inglese, Sachard in francese. Canciani a Venezia, Carli a Milano riportano brani del Codice come reliquie preziose del medio evo; Rossi se ne serve a documento del suo diritto pubblico della Sicilia, Napoli Signorelli per fissare il grado di cultura siciliana ai tempi arabi. In Sicilia l'ab. Ferrara ne cava notizie di eruzioni etnee... non mai esistite, ed il sac. D'Angelo ne fa un estratto per un seminario di Messina. Ce n'è d'avanzo per cominciarne una traduzione latina; ma questa, col titolo di Codex diplomaticus Siciliae, arena al solo primo tomo.

L'Airoldi, soddisfatto di sè e del suo arabista, si riposa sui travagliati allori; e non si accorge di essere stato grossolanamente turlupinato! [pg!349]

Frattanto nessun premio giunge da Napoli al traduttore: non l'ambita abbazia, non la cantoria della Cappella Palatina, non la più volte implorata raccomandazione del Re al Gran Maestro dell'Ordine gerosolimitano per una Commenda di quell'ordine lungamente richiesta e sollecitata. Bisogna pur dire che gli uomini sono ingrati verso l'autore di un'opera così insigne!

Allora, vedendo fallire ogni vecchia e nuova speranza, egli volge la versatile mente al disegno d'un edificio, che tutta chiamerà a favor suo la Reggia di Napoli. Non ha egli felicemente compiuto un Consiglio di Sicilia per l'epoca araba, gloria dell'Airoldi e sua? Ora egli condurrà innanzi, a sua gloria esclusiva, un Consiglio di Egitto per l'epoca normanna. La materia è stata trovata: il mitico Ambasciatore del Marocco fornisce codici e documenti quanti ce ne vogliono. La forma è la solita epistolare, simile a quella del codice martiniano. L'argomento di vera, irrefutabile attualità: le prerogative e i diritti della Corona di Sicilia, tanto discussi nelle Corti di Napoli e di Palermo e nelle case signorili, e sostenuti a tutta oltranza nelle conversazioni del Circolo Airoldi.

Il nuovo codice, che dicesi arabo, è invece maltese; e mentre si spaccia copiato sull'originale di Fez, viene invece dall'attiva fabbrica del Vella. Nel Consiglio di Egitto sono largamente attribuite immense prerogative alla Corona nei tempi arabi; ed il traduttore nella sua dedicatoria al Re osserva che «i supremi diritti della regalia, non altrove quanto in questo [pg!350] codice ampiamente rilucono. Nè v'è dubbiezza storica che egli con le sue lettere ed in brevi parole non decida e richiari.» Nulla vi manca per solleticare la vanità di un sovrano e l'avidità di Ferdinando di Borbone; e quando l'audace imbroglione parte per Napoli ad umiliarlo ai piedi del trono, orientalmente prosternandosi con la fronte per terra ed offerendo a S. M. Siciliana un anello con lettere cufiche, che egli dice del Conte Ruggieri360, Ferdinando gli concede tutto quanto all'emulo del Casanova e di Cagliostro piace.

La pubblicazione del primo volume del Consiglio rivela che dieci anni di falsità e d'inganni non sono andati perduti: egli è già Abate di S. Pancrazio361.

Il Gregorio, fattosi già molto innanzi negli studî arabici, mostrava con l'ampia collezione Rerum arabicarum quanto valesse. Eppure alla sua solida scienza pochi prestavano omaggio, infanatichiti di quella bugiarda dell'Abate. Per poco che nel pomeriggio si andasse pel Cassaro, e si uscisse fuori Città, lo s'incontrava, il fortunato ciurmadore, nella sua nuova carrozza acquistata coi lauti beneficî reali, ricrearsi alla Marina ed alla Villa Giulia; e chi avea entratura nei palazzi magnatizî, lo vedea sedere a pranzi luculliani: molla dai nobili creduta potente per salvarsi da possibili deplorevoli conseguenze della pubblicazione del Consiglio di Egitto, demolitore dei diritti feudali a [pg!351] beneficio della regalità. E qua e là lo sentivano a vantarsi di una lettera del Pontefice, che gli raccomandava di aver cura della sua vista tanto compromessa dalle gravi fatiche sostenute.

Ma vengono presto i giorni neri!

Già il Conte di Stolberg al suo primo giungere a Palermo s'era stupito al racconto di tanta audacia; ma nello stupore avea confessato che solo un uomo di altissimo ingegno avrebbe potuto esser capace di tanto362. Ed avea ragione!

Richiamato dalla Corte a Palermo, dove per semplice diporto era stato nella scorsa primavera, il prof. Giuseppe Hager ritornava nella Capitale il 21 dicembre 1794. A spese del Re il bravo sinologo riceveva particolare incarico di studiare la questione dei due codici e di darne parere. Vella, che avea bravato per tanti anni gli avversarî, perdeva il coraggio e chiudevasi come smarrito in casa.

Hager chiede documenti all'uopo della sua missione: codici, stampe, manoscritti; ma Vella fa orecchie da mercante: e, datosi per infermo, crede giustificare il suo silenzio. Stretto dalle domande insistenti del perito, simula (8-9 genn. 1795) un furto di carte donde la sua rovina. Finge di ammalare dalla paura, di sputar sangue per tre giorni; prende il Viatico e si raccomanda per morto a Dio.

La misura è colma!

Il Vicerè caramanico è morto; succede Lopez Presidente [pg!352] del Regno: il teatro politico e morale si è improvvisamente mutato. Il Presidente Grassellini con un colpo di mano fa nottetempo assalire la casa del Vella, sequestrare le carte di lui, assicurare alla Giustizia la sua persona, a vista di due guardie. E qui si viene a sapere, un frate francescano maltese aver copiato mercè il compenso di 16 onze (L. 204) (e la copia, incredibile la grossolanità della impostura! in carta Fabiani di Genova) il presunto Codice del Consiglio di Egitto; avere il Vella da alcuni giorni bruciate carte e carte; una cassa piena averne messa al sicuro nell'abitazione di sua sorella, moglie di un certo Cutrera: simulazioni tutte il furto, la malattia, i gravi pericoli corsi; pretesto il Viatico.

Per un momento il turbine così foscamente addensatosi sul suo capo si arresta: e secondo alcuni minaccia, secondo altri promette di dileguarsi; giacchè un dispaccio del Segretario di Stato Simonetti chiama in Napoli il Vella: il che rianima i partigiani di costui. Ma un nuovo dispaccio di Acton toglie ogni speranza, e rincora gli avversarî. In una adunanza di cinque letterati, presieduta dal Marchese Dragonetti, Hager e Vella discutono dei due codici e della traduzione: e, siccome è partito preso che si debba schiacciare Hager ed esaltare il Vella, si conchiude luminosamente a favore di costui. Eppure tutti e cinque sono analfabeti in arabo!

Tornato a Napoli, il dotto orientalista dà il suo parere, che è una ragionata, incalzante, perentoria conferma della solennissima impostura. [pg!353]

Tutto questo raccontavano alla distanza di 28 anni il Dr. Hager e con minutezza di particolari Domenico Scinà, testimoni oculari, credibili in tutte le loro affermazioni363. Là dove questi dice che della traduzione si voleva tentarne una versione tedesca, egli mostra di non sapere che appunto quella versione fu fatta e che vide in parte la luce364: tanto si era lontani dal sospettare la misura della straordinaria furfanteria; e quando aggiunge che tutta la Città si divise in partiti; che «nelle conversazioni ed ovunque si parlava del Vella e dei codici arabici»; che «in ogni parte si altercava»; che «anche le signore vi pigliavan parte, e vi aveano tra noi Guelfi e Ghibellini», afferma cose più che vere.

Hager, infatti, raccontava che in Palermo, «per ben sei mesi l'argomento della conversazione giornaliera erano gl'inganni del Vella. Si sentivano donne a ragionare di codici normanni, di manoscritti martiniani e di lettere cufiche come se fossero tante diplomatiche. Quantunque non ne capissero sillaba, pure volevano parlarne e, quel che è più, darne giudizio. Presto si formarono due partiti; alcune sostenevano che Vella fosse innocente e che l'ingannatore fossi io; altri invece difendevano calorosamente me, ed in segreto mi dichiaravano di credere a tutto [pg!354] ciò che avevo detto io». E finiva con questa confessione un po' mondana: «Io mi curavo di tirare dalla mia le più giovani e le più belle, e non mi preoccupavo del malumore delle altre»365.

Dopo il severo verdetto di Hager, l'Ab. Vella affin di scampare dai rigori della Corte di Napoli, scriveva lettere giustificative della sua riprovevole condotta: parte scusando, parte confermando quel che di colpevole era nell'opera sua. Eppure, anche quelle lettere erano nuove menzogne e nuovi raggiri. La Corte si disponeva a dare all'Europa notizia di ciò che avea fatto per l'ingrato argomento; ma l'Airoldi, a cui, spettatrice l'Europa, veniva a crollare il grande edificio storico, chiedeva, non persuaso ancora, di appellarsi a giudice più competente di Hager.

Monsignor Germano Adami, Arcivescovo di Aleppo, greco melchita, col suo segretario Dakur, arabo autentico, veniva invitato ad un'ultima perizia in Palermo. A farla breve, il suo giudizio si compendiava nelle seguenti parole:

«Si rileva evidentemente essere questo codice (di S. Martino) interpolato e corrotto maliziosamente con linee e punti soprapposti di mano recente ed estera, specialmente sulla prima pagina, e col cassare totalmente le chiamate solite delle pagine per renderlo illegibile e così covrire l'impostura e la finzione della pretesa traduzione. Da varii periodi o parole sparse in questo codice, che sono sfuggite dalla maliziosa corruzione, si conosce evidentemente essere questo codice [pg!355] una collezione di varii autori musulmani contenente la nascita del loro profeta Maometto!...».

Del Consiglio di Egitto dice: «Essere una traduzione dalla lingua italiana in una lingua araba corrottissima, ed essere più gli errori grammaticali che le medesime parole, non essendovi alcuna concordanza di casi, di generi, di tempi e di persone». La materia tutta di sana pianta presa, manipolata, accomodata, inventata dall'Autore.

«La tela — esclama Hager — cadde e la lunga commedia ebbe fine!»

Sottoposto a processo, il Vella veniva condannato (1 febbr. 1796) a quindici anni di carcere ed alla confisca dei beni: pena adeguata a tanta tracotanza. Partigiani e adoratori dell'idolo dai piè di creta ammutolirono, incerti se egli fosse un reo o una vittima innocente della umana perfidia. Degli illustri contemporanei trionfava Gregorio Meli, che avea per tanti anni fatto all'amore con l'Abbazia di S. Pancrazio, dettava un'ingegnosa lirica ridendo della minzogna saracina366. L'Ab. Carì scaricava cinque corrosivi sonetti addosso al Vella ed alla Commissione anarabica giudicatrice di lingua araba. Villabianca, sdegnatissimo, voleva mandato il Vella alla forca, della quale apprestava egli medesimo il disegno367. Più tardi (1799) Hager rivelava tutto al mondo intero in [pg!356] una memoria uscita contemporaneamente, in due lingue368.

Un gran bene da tanta bruttura dovea però derivare alla Sicilia. Gli studî di arabo quasi sconosciuti o molto negletti tra noi, diventavano un corredo degli studi storici. Senza la cagliostreria del Vella non si sarebbero avute le ricerche del Gregorio, nè quelle del suo scolaro, Salv. Morso; e forse di mezzo secolo si sarebbe ritardato per noi la conoscenza di monumenti, codici, lapidi, monete di quella dominazione che è tanta parte della storia di Sicilia dovuta all'Amari.

La tradizione della scuola araba tra noi ha ora resa possibile la tarda ma sicura e definitiva deciferazione del genuino testo del codice martiniano, reso astruso e presso che indecifrabile dalla manomissione del famigerato falsario369; il quale non aveva vergogna di caricare sul Monastero di S. Martino trent'onze (L. 382,50) di spesa per la pelle da battiloro!370.

[pg!357]