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La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2 cover

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2

Chapter 27: CAP. XXVI.
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About This Book

A rich social chronicle of Palermo more than a century earlier, offering detailed descriptions of public festivals and carnival customs, theatrical and musical entertainments, popular and aristocratic celebrations, religious ceremonies and confraternities, monastic life and female religious profession, legal practices including courts, prisons, executions and the role of the executioner, outbreaks of famine and vagrancy, the press and public notices, medical practice and charitable care, learned societies and university life, schools and student customs, and practical appendices on weights and coinage; chapters combine vivid scene descriptions, institutional history, and anecdotal reports to reconstruct urban culture.

CAP. XXVI.

SCUOLE INFERIORI PUBBLICHE E PRIVATE, MASCHILI E FEMMINILI. CASTIGHI. MONELLERIE. USANZE VECCHIE E PRATICHE NUOVE.

D'altro ordine e con espedienti diversi l'insegnamento medio e inferiore.

Oggi si fanno distinzioni e sotto-distinzioni di scuole classiche e tecniche, professionali e normali. Allora non se ne facevan punto.

Le scuole che si dicevano normali, corrispondevano alle elementari; le altre, alle classiche. Non difficile, benchè non sempre comunemente accetto, il potere frequentare gl'insegnamenti; i quali per vecchio e nuovo istituto venivano, come vedremo, impartiti dai frati.

In ragione dei sessi e dei ceti, differenti fra loro erano le scuole, tanto pei ricchi quanto pei poveri, provvedendosi alla istruzione ed al mantenimento di esse coi beni dell'abolita Compagnia. Giammai in tempi di libertà furono impiegate più sapientemente e provvidamente [pg!425] le ricchezze: esempio che si sarebbe dovuto tener presente quando i beni provenienti dalle soppresse corporazioni religiose andarono quasi perduti per l'erario, non messi a profitto per centinaia di migliaia di Siciliani bisognosi.

Un decreto reale del 1779 aveva ordinato l'apertura di scuole pubbliche in tutte le case monastiche della Capitale. A questo decreto fu ottemperato nei principali conventi. Vi furono ricevuti i fanciulli della bassa gente, i quali vi imparavano a leggere, scrivere, far di conto, grammatica latina, catechismo: tutto gratuitamente. Ogni scuola avea due classi, l'una di lettura, scrittura e aritmetica volgare; l'altra di elementi grammaticali latini da non potersi spingere al di là delle prime regole di sintassi secondo l'unico Limen grammaticum. Spedita si voleva la lettura, chiara e grande la calligrafia, precise le regole, buoni gli esemplari dello scrivere; preferite le operazioni aritmetiche «più facili e brevi e più necessarie agli usi del popolo e degli artisti», cioè degli operai.

Con questo fu intendimento del Governo offrire ai frati i mezzi di uscire dall'ozio degradante che li consumava e di sollevarli a dignità di maestri.

Le lezioni duravano due ore la mattina, due ore dopo desinare. Un solo mese le vacanze, dal 4 ottobre al 4 novembre; vacanze settimanali, il mercoledì e tutte le feste di chiesa. Questo volevano le istruzioni di Mons. Airoldi, che sulle fraterie aveva la giurisdizione.

Secondo la diligenza ed il merito, i gradi e gli onori tra gli scolari. [pg!426]

Severamente proibiti i regali dei parenti ai maestri: vietato ai maestri il riceverne alcuno, chè menomata ne sarebbe potuta uscire la libertà loro con parzialità verso gli alunni. Nessuna lezione doveasi incominciare senza la invocazione del divino aiuto; nessuna finire senza un ringraziamento a Dio429.

Dieci anni dopo (1788) venivano introdotte in Palermo per opera di G. A. De Cosmi, ch'era andato a studiarle a Napoli presso i Celestini di Germania, le scuole normali. Le prime tre ebbero posto ai Crociferi, al Palazzo reale ed alla parrocchia di S. Antonio. Dicevasi la nuova istituzione di non esser proprio la tedesca; il De Cosmi avervi apportate tali modificazioni da mutarne lo stampo originale, anzi averne senz'altro snaturato lo scopo, ch'era quello di dirozzare ed istruire il popolo. Malgrado queste ed altrettanti dicerie, le scuole vennero prese d'assalto. Nei soli Crociferi si contarono fino a cento e più alunni. Quaranta frati siciliani, che col De Cosmi erano andati ad istruirsi nel nuovo metodo a Napoli, furono tutti collocati nell'Isola, paghi del modico loro salario: e De Cosmi ne tenne la Direzione generale in Palermo, così come la Deputazione superiore teneva quella dell'insegnamento alto: due direzioni indipendenti l'una dall'altra, dipendenti solo dal Governo430. Il solito leggere, scrivere, far di conto e l'indispensabile catechismo ne era la base. Il latino, ritenuto allora indispensabile a qualunque [pg!427] studente, e che per una assurdità non altrimenti s'insegnava che in lingua latina, era bandito; ma, sicuro del fatto suo, il De Cosmi volle fare esperimento del metodo anche con esso. Sorprendenti ne parvero i risultati, perchè in un solo anno poterono gli scolari spiegare le Favole di Fedro e le Vite di Cornelio e darne le ragioni grammaticali.

Si comprendono perciò i diversi pareri del momento intorno alle scuole normali, prese dove con sincero favore, dove con manifesta antipatia. I partigiani del vecchio, le videro come una ridicola novità, buone solo a gettar polvere agli occhi e fare spender denaro. Tra questi fu il Villabianca, che avendone voluto visitare una, quella del p. Caravecchia ai Crociferi, trovò i ragazzi a far la birba (23 sett. 1789); e non ci fu verso che si volesse ricredere, neanche dopo una visita che andò a fargli in casa il De Cosmi (1800)431.

D'altro lato gl'insegnanti privati videro per esse disertate le loro scolette: e doveva esser così se contro le loro a pagamento, le normali eran gratuite. La scuola d'un certo sac. Quattrocchi è l'esempio degli immediati effetti economici della nuova istituzione.

I Baroni, obbligati dal Governo ad istituirne a proprie spese nelle loro terre vassalle, fecero una opposizione così gagliarda, che il Re ne mosse loro, a mezzo del Vicerè, acerbo rimprovero.

Ci si consenta di tornare un poco indietro per osservare che la soppressione dei Gesuiti aiutò lo sviluppo [pg!428] dello insegnamento privato. Tra le scuole più note d'allora ce n'era una nel quartiere di Ballarò. Nel giorno che inaugurossi la nuova Biblioteca senatoriale (25 apr. 1775), il Vicerè volle entrare nella vicina chiesa di S. Michele Arcangelo per ricevere la benedizione. «Quivi fecero una vaga, deliziosa mostra li scolarelli di G. B. Romano, pedante, prete, che teneva scuola presso la detta chiesa, quali vestiti da soldati con armi e bandiere, formando uno squadrone di battaglia, fecero corte ed onore al Principe: e la banda degli strumentisti di questa truppa di ragazzetti accrebbe il brio e lo spirito di questa festa»432. Immaginiamo la gioia del p. Romano a questa funzione militare, e come dev'essere stato felice quando il Vicerè Marcantonio Colonna gli avrà sorriso e forse lo avrà ammesso a baciargli la mano. Certo i padri degli alunni ne piansero di tenerezza.

Di grado più elevato e più serio fu un'altra scuola del rione della Pietà, tenuta da un altro ecclesiastico e protetta dal Principe di Villabianca. Per molti e molti anni essa chiamò a grande concorso i fanciulli della classe civile, e fu in singolar favore della nobile. Del profitto degli alunni era dato pubblico, solenne saggio annuale, che si protraeva per due giorni interi. Vecchie carte di famiglia ci han conservato i programmi di questi saggi. In un angolo della piazza Vigliena veniva affisso un cartellone a penna corrispondente agli attuali placards a stampa. Quello dell'ottobre 1796 diceva così: [pg!429]

TRATTENIMENTO LETTERARIO
NELLA CASA DEL
SIG.R PRINCIPE DI
VILLAFRANCA.

Il programma invece era stampato e portava il titolo:

Prospetto di quanto si praticherà nell'esercizio letterario solito in ogni anno tenersi al fine degli studj dagli scolari del sacerdote D. Michele Castiglione, che ha la scuola dirimpetto il Convento di S. Agostino, dedicato all'Ill.mo sig. Duca Lucchesi distribuito in due giorni433.

Queste mostre erano dei veri avvenimenti pubblici. La parte più eletta della città v'interveniva e se ne piaceva, prodigando lodi al Precettore Castiglione, i cui alunni tanto profitto ricavavano. Interprete del comun plauso facevasi poeticamente P. Catinella434.

Se non che, una brutta occasione venne a togliere alla città questa tra le migliori, se non la migliore scuola privata. Perseguitato dai timori della recente rivoluzione di Francia e dagli effetti delle novità, Re Ferdinando in persona proibiva in Palermo negli istituti privati lo insegnamento delle scienze. Era per [pg!430] lui un partito efficace ad impedire la introduzione di teorie pericolose in iscuole che, fino a certo punto, si sottraevano al controllo governativo ed eran tenute, perchè frequentate dalla classe civile, le più facilmente inchinevoli alle fecondatrici dottrine dei novatori. P. Castiglione disubbidì: ed il Governo ne chiuse la scuola (27 marzo 1799)435 con sensibile danno della gioventù, che da quella ritraeva solido profitto.

L'argomento del quale ci occupiamo non è molto allettevole: e noi ci permettiamo d'interromperlo con un aneddoto un po' ameno.

Un maestro di scuola in Palermo, gran chiacchierone, ci vien presentato dall'ab. Antonino Galfo, siracusano, amico intimo del Metastasio, nel seguente arguto sonetto:

Un panormita Precettor, che spesso
Il pranzo, per ciarlar, lascia e la cena,
Sfogava nel ginnastico consesso
La sua loquace, inesiccabil vena.
 
Il segno alfin sonò, per cui concesso
È al misero fanciullo uscir di pena,
Nè si avvedea, che da le ciarle oppresso
Chi grattavasi il capo, e chi la schiena.
 
Manca intanto col sol, che ormai s'invola
Al dì la luce; ma non pria, che manchi
A quello o la materia, o la parola.
 
I putti allor di più ascoltarlo stanchi
L'un dopo l'altro uscirono di scuola,
Ed ei fu inteso a ragionar coi banchi.

[pg!431]

L'Ab. Galfo — lo diciamo a proposito del suo sonetto — non si rifiutò di pagare un tributo all'Arcadia del tempo, ed uno di questi pagamenti fu la descrizione della maniera onde «Nice invita Filano a bever seco la cioccolata»436, occasione eccellente per un'altra descrizione: la preparazione della deliziosa bevanda, che d'inverno e nelle ore nelle quali non era dalla moda consentito il sorbetto, veniva servita presso le migliori famiglie.

Sicchè la musa del tempo avea anche delle benemerenze culinarie.

Un seminario di nobili giovanetti avea prosperato in Monreale per opera di F. Murena. Questo seminario passò a Palermo, presso i padri Scolopi, che però dovettero cederlo al Governo e contentarsi di trasformarlo in istituto di ragazzi civili, ricevendo in compenso un annuo assegno di seicent'onze (Lire 7650).

Sorse così il «Collegio Real Ferdinando», tutto di aristocrazia provata con cent'anni almeno di nobiltà, sia di feudi, sia di nobili ufficî. Il Governo vi volle a sua disposizione venti posti, ma più generosamente del solito concedette sui beni gesuitici cinquemila scudi ogni anno. Se la retta annuale pei civili era di 24 onze, qui pei nobili fu di 40437. La istruzione loro impartita non poteva essere più larga e completa. Oggi [pg!432] stesso non si ha per la parte cavalleresca nulla di simile. Dalla grammatica inferiore e superiore si giungeva alle umane Lettere ed alla Rettorica: l'Aritmetica volgare si alternava con i primi rudimenti delle scienze. Per lungo volger d'anni v'insegnò francese un francese autentico, Mr. l'abbé Jacques Richard; disegno, Fr. Sozzi. La scherma, impartita da un San Malato d'allora, il Maestro Trombetta, si variava col maneggio dei cavalli, ed il violino con gli strumenti da fiato e col ballo438. Fino a sessanta ragazzi fornivano così la loro educazione: ma quanti uscivano educati a retti principî? I casati onde provenivano, quella convivenza, giovevole ad impregnar di fumi l'ambiente, le periodiche visite di certe famiglie, non sempre concorrevano a preparar bene giovanotti che nella vita privata e nella pubblica doveano portare la impronta della elevata loro origine e della insigne cultura avuta. I buoni esempî non difettavano, nei quali la nobiltà del sangue veniva confermata dalla nobiltà delle opere; ma non iscarse erano le riuscite infelici: e questo libro malauguratamente ne offre esempî dolorosi.

Oggi per opera di benemerite persone nostrane e forestiere prospera in Palermo una caritatevole «Società siciliana umanitaria per la Infanzia abbandonata». Questa istituzione non è nuova. Nell'agosto [pg!433] del 1781 una «Casa d'Educazione per la gente bassa» veniva aperta proprio ai fanciulli poveri, abbandonati dai loro genitori ed agli orfani. Quella benemerita Casa venne in parte costruita, in parte accomodata ad ospizio. Per provvedimento sovrano, sopra i beni dei Gesuiti non meno di ottanta fanciulli vi furono raccolti, vestiti, nudriti, ammaestrati alla lettura, alla scrittura, all'abaco, al disegno. Più tardi questa casa si aprì a quanti potessero pagare vent'onze all'anno. Quando si pensi che il piano di questa istituzione fu concepito e proposto dal Sergio, non si ha ragione di maravigliare dei buoni risultati di esso439.

Frattanto, antichi istituti beneficavano i fanciulli dispersi, che, distinti in bianchi e in turchini, venivano ospitati ed istruiti nel seminario di S. Rocco e in quello del Buon Pastore. Ma coi dispersi erano anche i figli delle persone civili, che pagavano una annuale retta.

Qualche notizia degli istituti femminili e della istruzione ed educazione che in essi impartivasi è necessaria.

I soliti tre quarti di nobiltà si esigevano per le donzelle del recente R. Educandario Carolino: e nei primi del sec. XIX fu grave scandalo l'ammissione d'una fanciulla alla cui famiglia mancava uno o due di quei quarti. Che importava che potessero pagare cinquant'onze (L. 637) e magari il doppio della retta [pg!434] quando non c'era quel titolo essenziale? Nè importava che le cinquant'onze non si potessero pagare, perchè alle ristrette fortune provvedevano posti di regia erezione.

Completa eravi la istruzione, e tale da non restare molto addietro alla presente. Lì erano «tutte le scuole di leggere, di ben formare il carattere (calligrafia), di aritmetica, di lingua latina, di lingua francese, di geografia, di storia e di musica». Lì «maestre fisse di lavorar calzette (che scandalo ai dì nostri l'insegnar la calzetta ad una ragazza!), di cucire alla francese, di ricamare e in bianco e in oro o argento, ed in colorito a fiori, di travagliar merletto o di filo o di seta o d'oro ed argento, e di tutte insomma le manifatture femminili». Monsieur Bernard era il modello della più fine pronunzia del francese che insegnava; pronunzia tenuta sempre di conto, e perfezionata per la viva voce delle suore salesiane (governatrice, suora Lionetti) e di tre cameriere francesi, addette con un'altra del paese alle venti educande ordinarie. Severi i divieti di oggetti di lusso e di moda, chè irresistibile era per questi la inclinazione delle fanciulle. Ma, al contrario, non adatti alla buona educazione del corpo e dello spirito i lauti pasti giornalieri440; i quali preludevano a quelli che ad istruzione finita sarebbero esse andate a trovare nelle loro case.

[pg!435]

Buone le istituzioni dei collegi di Maria, intesi, secondo la Regola del Card. Corradini, «al gratuito insegnamento delle ragazze nei lavori donneschi, nella istruzione letteraria elementare, nell'aritmetica, nonchè nella educazione morale, nella cristiana religione», come diceva il Iº articolo del Collegio della Sapienza (1740), modellato su quello della Carità all'Olivella (1721).

E non si cerchi altro dopo il molto che davano questi eccellenti seminari di educazione femminile. Ovunque si andasse per la città, in qualsivoglia ritiro o reclusorio femminile volesse penetrarsi per osservarvi la istruzione che vi s'impartiva — dove se ne impartiva, — non si sarebbe trovato se non una parte appena di quello onde i Collegi di Maria largheggiavano.

Houel trovò caratteristica la trascuranza, sovente volontaria, della istruzione delle fanciulle anche più elette nei piccoli paesi di provincia, e racconta un aneddoto del quale fu testimonio in Girgenti.

«Io, dice Houel, andavo spesso in casa del Barone.... dove intervenivano molti titolati. Un giorno sorse un dubbio circa la maniera di scrivere una parola italiana: e poichè nessuno si trovava in grado di scioglierlo, ne fu chiesto a due distintissime signorine della compagnia; le quali con aria di gran soddisfazione risposero che non sapevano leggere. E perchè? perchè altrimenti avrebbero potuto comunicare con gli uomini. Un canonico, sopravvenuto, giustificò l'uso, bastando solo che le donne sapessero recitare le [pg!436] loro preghiere col rosario. Tutti mi parvero dell'avviso del canonico»441.

Certo non si andava tant'oltre da coloro che volevano intendere alla educazione delle figliuole: ma chi scrive queste pagine conobbe prima del 1860 signore egregie, le quali sapevano leggere ma non sapevano scrivere, perchè il leggere soltanto era stato consentito dai loro genitori: e potremmo fare i nomi di tre di esse, le quali furtivamente avevano imparato a scribacchiare sogguardando una loro sorella destinata ad un Collegio di Maria, nelle ore che un maestro di scuola veniva a darle lezioni in casa.

Non sempre la istruzione andava in armonia con la educazione, la quale a cagione dei difetti del tempo difettava anch'essa. T. Natale osservò che tra noi non si conosceva «il vero e retto metodo di educare i nostri figliuoli onde divenissero buoni ed utili membri della Società»: ed attribuì il male alla insufficienza delle persone che educavano e al non proporzionare l'educazione loro alla condizione delle persone in particolare, e in generale a quella del paese442.

Siamo sempre alle solite recriminazioni ed ai soliti rimpianti!

Quando si guarda ai castighi che allora s'infliggevano a coloro che venivano meno ai doveri di studio e di disciplina, non si ha diritto di dubitare di questa osservazione. [pg!437]

Parecchi assiomi popolari giunti a noi fanno fede delle teorie educative d'una volta. Si diceva che i fanciulli imparano a leggere non per il maestro, ma per via delle sferzate443; e ripetevasi per sentita dire il verso del Veneziano:

La ferla 'nsigna littri, nomi e verbi.

La sferza era il dio della istruzione, e fuori di essa impossibile sperar bene.

Certo queste teorie non nacquero nel settecento; ma nel settecento correvano, formando, diremo così, il catechismo di certi maestri e di certe famiglie.

Comuni i castighi di obbrobrio pei negligenti: la solita mitra di cartone con un somaro dipintovi sopra pei fanciulli delle scuole inferiori; un cencio rosso buttato sulle spalle ed una canna in mano per quelli delle superiori, dalla Umanità in poi. Ci era, come al tempo dei Gesuiti, la gridata d'un giovane di bella voce, ordinata dal maestro perchè tutti sapessero che il tal dei tali non voleva studiare, e perchè egli cangiasse vita. Questa gridata cominciava e finiva con l'intercalare: Studeat! Studeat! e tutte le classi facevano silenzio per sentire di chi si parlasse.

Non meno comuni le spalmate, inflitte quando dal maestro, quando, per non iscomodarsi lui, da un uomo ad hoc, che si diceva bidello, ed era un vero aguzzino: due, quattro, sei, otto, sempre in numero pari alternando nel paziente i colpi sulla mano destra e sulla sinistra. C'erano i cavalli. Uno scolare aitante e vigoroso [pg!438] della persona, o un aiuto del bidello, era chiamato a caricarsi addosso il gastigando, ed il maestro, o chi per lui, gli appioppava su quel di Roma delle sferzate, per le quali il miserello scalciava e gridava a perdifiato (se era un bel tomo, taceva): ed il cavallo tentennava alle scosse.

Quando la colpa esigeva maggior pena, c'era il pubblico esempio: tutti gli scolari di tutte le classi, in un atrio, messi in quadrato, assistevano al cavallo come i soldati d'oggi alla degradazione d'un loro camerata indegno.

Il Buon Pastore era l'istituto scolastico dove la mitezza era bandita; i regolamenti, in tutto il significato, eran disumani. Nelle trasgressioni, dalle palmate e dai cavalli si andava al digiuno in pane ed acqua, dal digiuno al carcere, dal carcere ai ceppi. I ceppi peraltro erano l'argomento più comunemente usato nei seminari, negli istituti di educazione e perfino nei conventi. Ad un alunno orfano che fuggisse dal Buon Pastore, appena ripreso, veniva applicata la pena di quindici giorni di ergastolo e di venti sferzate al giorno; alla prima recidiva era aggiunto il digiuno; alla seconda, l'esilio con l'imbarco sul primo bastimento che facesse vela dal nostro porto444.

Ed il Cielo non avea fulmini per l'inventore di pena così scellerata?!...

Allorchè vi andò Rettore il Santacolomba, e vi trovò [pg!439] quelle tradizioni tiranniche, ne rimase tanto disgustato che non volle più saperne. Diceva egli: «Quando un ragazzo arrossisce, per me è punito. Quella tinta che si estende sul di lui volto, mostra il colore della virtù, e come questa non può far lega col vizio, così non ho alcun dubbio che rossore e ravvedimento camminano sempre in ottima compagnia: l'impegno del Rettore non dovrà esser quello di rendere infelice il figliuolo (del Buon Pastore), ma di ricuperarlo dolcemente emendato»445. E proscrisse quei crudeli trattamenti. Tuttavia nel 1832 i ceppi erano ancora parte della educazione cotidiana.

Anime gentili come il Santacolomba molte ne vantava il paese. L'Airoldi, p. e., nell'impartire le istruzioni ai superiori dei conventi per le scuole da aprirsi, facevasi eco di quelle anime raccomandando «fosse la disciplina scolastica mantenuta meglio per via della ragione, dell'amore e della vergogna che per quella dei castighi e delle sferzate, con che si suole l'animo abbassare e fare un abito vilissimo di durezza e di servitù». Una massima siciliana poi, che vale tant'oro, sentenziava:

Lu suverchiu castigari
Fa spissu 'mpijurari (peggiorare).

La disciplina, com'è da credere, con questi castighi non era sempre la migliore. Dove sono fanciulli sono anche monellerie: e le monellerie di quelle generazioni ci fanno ricordare non pur le birichinate sorprese dal [pg!440] Villabianca a' Crociferi, non pur le solite pallottole di carta e le burle alle spalle del maestro; ma altresì il chiasso e gli schiamazzi. Le scenate universitarie innanzi descritte danno una lontana idea dei non infrequenti disordini di certe scuole o di certe classi.

Di questo nessun cronista fa cenno, perchè sono appunto le cose ordinarie quelle che sfuggono a chi rileva le straordinarie. Ma gli archivî del Governo ne serbano documento e, che è notevole, anche fuori la Capitale. Nelle regie scuole di Trapani la Commissione suprema della Istruzione ed Educazione in Sicilia dovette occuparsi seriamente della indisciplinatezza di alunni divenuti assolutamente incorreggibili. Un rapporto ufficiale li dipinge insolenti, insubordinati. A capriccio salavano la scuola (facevanu Sicilia), a piacere stabilivano vacanze. Invitati a far circolo, sistema allora molto in voga per la ripetizione che precedeva la entrata in classe, sotto la direzione d'un compagno detto centurione, si rifiutavano; di esercizî letterarî non volevan sapere; e rimbaldendosi l'un l'altro scioperavano passeggiando per l'atrio e cantando canzoni446.

Affermare quindi che tutti studiassero, è menzogna. Come sempre e dappertutto, c'era chi studiava molto e chi non istudiava nè molto nè poco; ma, indizio notevole, i pochi libri da studio, anche sciupacchiati, religiosamente si conservavano. Sottolineiamo la [pg!441] parola pochi, perchè dai molti che ora s'infliggono a scolari ed a genitori dipende una parte dei mali dell'istruzione presente. In quei pochi libri, nella prima e nell'ultima pagina, gli alunni si affrettavano a scrivere di propria mano formole tradizionali che rivelavano l'attaccamento loro alla piccola proprietà447.

Mutati i tempi, con la guadagnata libertà, le cose radicalmente mutarono. Per interessi di autori e di editori, con grave danno delle famiglie di ristretta fortuna, i libri scolastici si cangiarono di anno in anno, con ingiustificabili sostituzioni.

Dove una volta si studiava per imparare, e dell'imparato dar pubbliche prove, venuto il 1860 si cominciò a sbadigliare sulle tesi che dovean servire agli esami, niente importando se si fosse appreso o no. Superati i quali, e lasciatasi la scuola, si barattano ora con pochi soldi i libri che dovrebbero costituire i cari ricordi dell'adolescenza. Con pochi soldi, diciamo, non perchè questi possano servire a bisogni della vita a soddisfazione di capricci di gioventù, ma per dispetto della ingrata materia e per avversione alla scuola, ragione di lunghi, angosciosi palpiti. Laonde si assiste allo scandaloso spettacolo di botteghe di compra-vendita di libri scolastici, rifiuto di stanchi [pg!442] vincitori di licenze tecniche, ginnasiali, liceali, o di bocciati, che non sapendo fare altro, poichè ad altro non sarebbero buoni, si danno al facile mestiere di giornalisti, insolentendo audacissimi contro gl'insegnanti che li han riprovati.

Nè lascerò di dir, perch'altri m'oda,

che le antiche sferzate di maestri irritabili e maneschi a scolari indisciplinati o riottosi vengono sostituite, poco dopo una bocciatura, con revolverate agli esaminatori, o violenti attentati alla propria vita: manifestazione morbosa, della quale tutti debbono ritenersi egualmente responsabili: governanti, insegnanti, famiglie e scolari. Che per malintesa avversione al passato, tutto di quello volle mettersi in bando, il cattivo ed il buono, rinunciandosi alla esperienza più volte secolare. Non si guardò alle condizioni speciali delle singole regioni, nè alla storia locale; e si fecero, disfecero, rifecero, per tornarsi a disfare, non sempre migliorando, leggi, regolamenti, programmi, la osservanza dei quali ridusse i maestri ad uomini senza libertà d'iniziativa, in lotta continua con la propria coscienza, agitata dalla severità di certe leggi, dallo stato d'animo di chi le applica e dagli effetti perniciosi di applicazioni inconsulte. Così fanciulli e giovani presero a odiare gli studî, e nei maestri videro, non già padri affettuosi e consiglieri sapienti, ma nemici senza cuore. Dall'esempio cristiano dei loro genitori di rado trassero ragione di rassegnarsi alle piccole contrarietà della vita, o di levarsi [pg!443] a considerazioni di morale evangelica; giacchè come non la udirono sempre dai loro educatori, così non sempre la trovarono in famiglia. E quando dopo di aver sorpreso in un loro maestro un gesto, un motto imprudente, legato ad una inconsulta allusione religiosa, tornarono in casa, e nei loro genitori, nei loro nonni trovarono gesti e motti ben diversi da quello, non seppero comprendere se la ragione fosse di costoro o del maestro medesimo, il quale, appunto perchè preposto ad istruire e ad educare, dovea saperne più dei genitori e dei nonni.

Di più direi, ma di men dir bisogna!

[pg!444]