WeRead Powered by ReaderPub
La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2 cover

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2

Chapter 4: CAP. III.
Open in WeRead

About This Book

A rich social chronicle of Palermo more than a century earlier, offering detailed descriptions of public festivals and carnival customs, theatrical and musical entertainments, popular and aristocratic celebrations, religious ceremonies and confraternities, monastic life and female religious profession, legal practices including courts, prisons, executions and the role of the executioner, outbreaks of famine and vagrancy, the press and public notices, medical practice and charitable care, learned societies and university life, schools and student customs, and practical appendices on weights and coinage; chapters combine vivid scene descriptions, institutional history, and anecdotal reports to reconstruct urban culture.

CAP. III.

I TEATRI E LE ARTISTE; I PARTIGIANI DI ESSE. LOTTE TRA IL S.a CECILIA ED IL S.a LUCIA.

Gli spettacoli teatrali, qualunque fosse la loro natura, costituirono sempre una delle passioni predominanti nei Palermitani; l'«opera però era sempre la più favorita»48 per la quale venivano sempre con periodiche esecuzioni aperti i teatri di S.a Cecilia e di S.a Caterina, i maggiori del tempo.

S.a Cecilia era della Unione dei Musici: e vi aveano palchi di loro proprietà sontuosamente addobbati la Marchesa di Regalmici, Caterina La Grua Talamanca e la Principessa del Cassaro, Maria Cristina Gaetani. Dopo la riforma che ne fu fatta sotto il Vicerè Principe di Caramanico, non mancava ad esso nulla per esser degno di accogliere l'aristocrazia siciliana con opere musicali eroiche, di stile di cappa e spada e qualche volta comiche. I signori ne eran contentissimi, [pg!53] anche perchè ne era stato tolto il pericoloso ingombro del tamburo in legno, sostituito con altro in muratura49.

Col S.a Cecilia, ma a certa rispettosa distanza, andava il S.a Caterina, o S.a Lucia; così chiamato per la vicinanza del Monastero di S.a Caterina e perchè apparteneva ai Marchesi di S.a Lucia Valguarnera, che vi aveano addossata la loro casa e da privato e domestico l'avean reso pubblico50.

Come più piccolo, non potea esso pretenderla alla magnificenza del fratello maggiore, ed avea ricordi non alti nelle rappresentazioni comiche di antichi artisti buffi, giunti fino a noi col titolo di Travaglini; onde il nome che ne serbò lungamente. Ma a volte, la elevatezza degli spettatori veniva quasi indistintamente condivisa da entrambi i teatri, dei quali il S.a Caterina offriva d'ordinario opere comiche.

Un giorno il Vicerè Caracciolo, scontento anche dei teatri, persuase i patrizî a costruirne di sana pianta uno nuovo fuori Porta Macqueda. Tra quei patrizî erano Senatori: e fu appunto il Senato l'interprete o esecutore dei desiderî di S. E. Si fece il disegno, si stabilì il luogo dell'edificio e fu anche detto più tardi [pg!54] che le somme occorrenti sarebbero state prese dai fondi amministrati dalla Deputazione per le strade di Sicilia51. Ma all'ultima ora, quando si trattò dell'attuazione, nessuno osò avventurare il Comune in una opera non creduta necessaria. Se non che, quod non fecerunt barbari fecerunt Barberini: ed i Barberini o barbarini furono gli allegri amministratori della città cent'anni dopo, quando demolirono quattro chiese e due monasteri per edificare un Teatro Massimo, proprio in quei medesimi paraggi nei quali fin gli spensierati signori del secolo XVIII non avevano avuto il coraggio di farlo.

Vicende dei tempi! Megalomania degli uomini!

Per Carnevale si aprivano non solo tutti e due i teatri, ma anche gli altri privati, permanenti ed occasionali, di Casa Abbate di Lungarini, del Marchese Roccaforte (a Mezzo Monreale), del Conservatorio degli Spersi turchini del Buompastore, del R. Convitto San Ferdinando, del Marchese di Salines Tommaso Chacon52.

Quell'uomo scrupoloso (!) che fu Ferdinando III un giorno s'accorse o venne informato che questi teatrini di famiglia non dovevano lasciarsi liberi di rappresentare [pg!55] quel che ai padroni piacesse: e con un dispaccio li volle sottoposti alla comune censura53: quasichè negli istituti di educazione si potessero rappresentare cose contro o il Governo, o la religione, o la morale!

Le più riputate compagnie d'Italia interpretavano drammi in musica e in prosa non prima qui uditi. Gustosissima la commedia musicale Giannina e Bernardone del Cimarosa, della quale nel 1784 si interessò personalmente il Caracciolo54, e che con grave errore si è detto essere stata la prima volta eseguita nel 1787 in Napoli55.

Per non dire degli anni anteriori alla ricostruzione del S.a Cecilia, costata tremila scudi, dal 1787 in poi, dame e cavalieri vi udirono, deliziandovisi, l'Ariarate del Tarchi, l'Arbace di Fr. Bianchi, l'Alceste del Portogeloclo, l'Amor contrastato (chi non ricorda questo celebre dramma in musica del Paisiello?), la Didone abbandonata, sul cui tema rivaleggiarono il palermitano Piticchio (1780), il massese Guglielmi (1785), il veneto Gazzaniga (1787), il pesarese Federici (1794), fino al Paisiello (1797); il Fanatico burlato del Cimarosa, l'Alzira di G. Niccolini56. E dame e cavalieri risero e lacrimarono (senza mai piangere) alle patetiche, attraentissime voci delle prime cantanti italiane e straniere Teresa Pogg (1789), Margherita Delicati e [pg!56] Marianna Vinci (1791), Anna Nara e Marianna Marioletti (1792 e 1794), Giuseppa Netlelet, Carolina Danti (1793), e Teresa Marioletti Blasi (1794) e Carolina Bassi e Caterina Fiorentino (1797) e Teresa Bertinotti e Carolina Miller (1799) e Carolina Scaramelli (1800)57.

Quando la musica veniva alternata con la prosa, e due compagnie si dividevano gli allori ed i quattrini del privilegiato teatro, la Morte di Carlo XII re di Svezia con altre tragedie dell'Alfieri vi ricompariva con sempre nuova simpatia, ed è notevole che in mezzo a tanta mollezza di costumi e svenevolezza maliziosa di operette serie e buffe potesse questa simpatia farsi strada e mantenersi in aperto contrasto con la natura dei componimenti tragici del sommo astigiano. Perchè, mentre le operette erano tessute d'intrecci strani, a base di pensieri e di affetti leziosi con linguaggio misuratamente appassionato, le tragedie dell'Alfieri si svolgevano con la massima semplicità d'intreccio, con la forza di pensieri magnanimi, con la robustezza, anche retorica, del linguaggio, con la frequente durezza dei versi.

La stagione classica era quella del Carnevale; ma vi erano anche altre stagioni dell'anno: e nel 1797 si principiò a gennaio e si finì a dicembre: un carnevale continuo: anno nei fasti del teatro in Palermo memorabile per i ridotti, gli svariati trattenimenti, gli artisti [pg!57] di cartello, la successione ininterrotta di rappresentazioni e per molte altre circostanze.

Il 28 gennaio andava in iscena col nuovo tenore Emanuele Caruso la Pietra simpatica del maestro di cappella palermitano D. Salvatore Palma58: e contemporaneamente, o quasi immediatamente dopo, parecchie opere musicali non eroiche, disimpegnate dalla Compagnia che dal primo suo buffo prendeva nome di Trabalza. La fiorentina Anna Andreozzi, prima donna, già nota e cara al paese, vi faceva miracoli d'arte, eguagliata qualche volta non superata mai dalla seconda donna Maddalena Menini.

Ecco la Quaresima con le sue penitenze e gli spettatori non erano ancor sazî di rappresentazioni. «Oh! pensavano essi, non sarebbe egli bello fare fermare, gli artisti in Palermo, ed eseguire opere sacre?». L'idea piacque e si espose all'Autorità politica ed ecclesiastica; la quale, poichè in assenza del Vicerè era accentrata nella persona dell'Arcivescovo Lopez, l'accolse benevolmente; ma sotto una condizione, cioè, che si dovesse stare strettamente alle opere sacre; che oratorio dovesse chiamarsi il teatro, e che al domani di una rappresentazione, lo spettatore dovesse andare a udir messa: fanciulleschi ripieghi, nei quali i nomi mal coonestavano le cose, e l'esercizio d'un atto religioso serviva di passaporto ad uno spettacolo mondano. [pg!58]

La Giuditta era tra le opere più accette59; il teatro fu sempre pieno zeppo, e «non vi fu sedia, gradetta o palco vuoto. Gli impresarî (Corrado Nicolaci Principe di Villadorata, Gaetano Campo ed altri) vi guadagnarono centinaia d'onze. Il teatro fu convertito in Oratorio e così chiamato, e chiesa e luogo sacro». L'esempio degli oratorî produsse effetto maraviglioso nel clero secolare e regolare. Poichè il teatro è stato convertito in chiesa — dissero molti — con sacri oratorî, perchè non si può andare anche a teatro per assistervi?... E poichè si assiste ad opere sacre, perchè non si può anche assistere ad opere profane?

Il ragionamento non faceva una grinza: ed ecco ecclesiastici d'ogni ordine accorrere al teatro. L'impresario, che non cercava di meglio, allargò la mano con opere musicali di giorno, per preti e regolari: «cosa, confessa il Villabianca, vergognosa, quasi sacrilega», spiegabile solo con «la mutazione dei tempi»60.

Scorsa con questi mezzucci la Quaresima, la passione del teatro diventò febbre. Dopo il sacro venne il profano. Pel maggio apparecchiossi, con un'altra compagnia, Il trionfo di Diana in costumi così scollacciati che la Nobiltà fuggì inorridita, e l'impresario, responsabile dello scandalo, fu mandato in carcere, donde potè uscire solo per intercessione di quei medesimi nobili che aveano ricorso contro di lui. Il dramma [pg!59] musicale fu ripresentato con radicale riforma di costumi61.

Così giungevasi alla estate, e con la compagnia Tassini si assisteva alla rappresentazione del Pimmalione di Bonifazio Asioli o del Sirotti in luglio, della Morte di Cleopatra del Nasolini in agosto: opera grandiosa, nella quale sul palcoscenico appariva un carro tirato da quattro cavalli; dei Tre eredi in settembre. Assunta la impresa da Pietro e Bartolomeo D'Affronti, ritornava il sempre desiderato Giuseppe Trabalza con le sue lepidissime commedie per musica; ma la diva Andreozzi non compariva, e in sua vece veniva la Cecilia Bolognesi, che nei Puntigli per equivoco del Fioravanti62 faceva le parti di Bettina figlia di D. Fronimo, mentre Ludovico Brizzi rappresentava D. Eugenio, amante prima di Dorina, poi di Bettina. Così proseguivasi sino alla fine con l'Astuto in amore, che dopo due esecuzioni doveva mettersi da parte; con la Donna sensibile di Giacomo Tritto e con altre opere, tutte a lode anche del maestro di cappella D. Giuseppe Bracci, stato abilmente al cembalo, dei pittori delle scene D. Filippo Ferreri, D. Vincenzo Vulturi e D. Baldassare Pace, ed anche un po' del vestiarista D. Gaspare Siragusa, che fu il Settimo Cane del secolo XVIII.

Noi rivedremo tra poco l'Andreozzi nella Vergine del Sole del Cimarosa, ed intanto proseguiamo la nostra rapida descrizione. [pg!60]

Al S.a Lucia non si faceva da meno: e dove negli anni anteriori le opere comiche in musica vi avevano attirato uditori e spettatori, amici incondizionati, o con la Teresa Corisoli della compagnia comica Pinetti (1794), o con l'Agata Rubini (1795 e 1801), nel 1797 era una sequela di opere comiche e tragiche nuove per esso. Il Carnevale di gennaio e febbraio aveva una ripresa in autunno col Pirro re d'Epiro del Zingarelli, con La Serva padrona e con gli Zingari in fiera del Paisiello; e nel Carnevale seguente, passato clamoroso per gli applausi riscossi dalla prima donna Anna Davì o Davya piemontese, la quale, benchè attempatella, nella Zenobia in Palmira di Pasquale Anfossi cantava con grazia ed eccellenza singolare. Onde il Meli, attempatello anche lui, improvvisava la odicina intitolata:

Li Grazj.
 
Sai, bella Veneri,
Sai tu pirchì
Li Grazj currinu
A la Davì?
 
Pri fari vidiri
Chi ad idda sta
Rendiri amabili
Qualunque età;
 
E chi tu propria
Tu stissa tu,
S'iddi ti lassanu
Nun cunti cchiù63.

Lucrezia Nicodemi nell'anno successivo non ebbe per la Finta amante del Paisiello i versi di un Meli; ma [pg!61] portò via i regali di parecchi giovani ed il cuore di più d'un adoratore: storia vecchia, e pratica sempre nuova!

Noi non abbiamo tempo di fermarci sulle opere musicali che si eseguivano tra noi; ma se per un momento potessimo farlo, ne vedremmo ogni tanto una siciliana o di Siciliani. Tutte o quasi tutte venivano da fuori e per lo più da Napoli, la cui scuola primeggiava, e donde il passaggio a Palermo era come una tappa geografica naturale. A Palermo facevan capo, come una volta le opere del Pergolese e dello Scarlatti, i recenti lavori del Paisiello, del Cimarosa, del Guglielmi; e le fresche ed eterne loro ispirazioni giocondavano una società che li comprendeva e li sentiva.

Nel resto però le opere teatrali erano melodrammi artificiosi, dai temi obbligati, dagl'intrecci unitipici, dalle situazioni imbarazzanti, dagli amori apparentemente divisi a più aspiranti, dai cuori a pani di zucchero, dalle sinfonie solo buone a solleticare senza commuovere, a pungere senza penetrare, a vellicare senza premere, a muovere a sdilinquimenti senza eccitare ad un fremito.

I partiti in teatro turbavano sovente la calma della rappresentazione, il godimento dello spettacolo, l'ordine della città.

«Nei primi tempi della mia età, racconta il Villabianca, fiorirono al Travaglini... la Turcotta con la Manfrè. Queste due donne attrassero talmente alcuni nobili che essi prendendosi a partito arrivarono a profondervi delle migliaia con molto danno delle loro [pg!62] famiglie. Profittando di queste gare, le due donne tornarono a casa con le tasche piene d'oro e argento palermitano. Giunse a tal segno la loro follia che per distinguersi gli uni dagli altri nella possanza di partitarî, feronsi leciti pubblicamente di portare in petto pendenti, dei nastri vermiglio e verde, le amorose insegne del gelsomino e dell'ancora non altrimenti che fossero state divise onorevoli dì ordini cavallereschi».

Più tardi, avvenne un vero scandalo per altre due donne del S.a Cecilia, protette da due gruppi contrarî, accalorati nell'ammirazione della mimica di esse, le quali gareggiando si contendevano il primato nell'arte di Europa; onde ebbero luogo scandalose ragazzate dei parteggiatori64.

In questo tempo (1778) era al S.a Cecilia la più grande artista d'Italia, madama la Gabriella, detta la Cochetta. Non si sa come anche lei fosse entrata nella briga, lei donna di alto merito e di sconfinato orgoglio; fatto è che ci entrò. E di essa si racconta che in una sera del Carnevale 1771, essendosi rifiutata di cantare, il Capitano di Giustizia, stimando metterla a dovere col mandarla in carcere, n'ebbe in risposta: Piuttosto piangere mi posson fare che cantare65.

[pg!63]

Questo è nulla a petto di quello che accadeva molto più tardi con l'Andreozzi.

Siamo nello scorcio del 1797 e nei primordî del 1798. Il partitario (impresario) Toti fa andare sulle scene del S.a Cecilia la nuova opera Vergine del Sole del Cimarosa con questa prima donna seria. Ma c'è in Palermo la prima donna buffa, Cecilia Bolognesi, alla quale il Capitano della città Principe di Torremuzza ha assegnato il grado e le mansioni di seconda donna. Offesa nell'amor proprio, essa riesce per via di aderenze a prendere parte alla rappresentazione vestita da Alonso. È una vittoria, questa della Bolognesi, che però non basta a soddisfare gli amici di lei, mentre lascia scontenta la Andreozzi e sconcertati i suoi partigiani. Le due artiste sono al colmo della rabbia, e i loro sostenitori, l'un contro l'altro armato, s'attendono al varco. La prima sera è sfavorevole all'Andreozzi; i suoi ammiratori vengono sopraffatti da quelli della Bolognesi. Il Principe di Torremuzza ordina la sospensione dello spettacolo; il pubblico se ne impermalisce, e al riaprirsi del teatro, senza tanti complimenti, conferma la sua opposizione; onde la Andreozzi, perduta la pazienza, gli rende un certo saluto retrospettivo che fa andare su tutte le furie lo spazientito pubblico. Dalle parole si passa ai fatti; dai fischi e dagli urli ai limoni ed ai gozzi di polli pieni d'acqua. Gli avversarî non la vogliono più sul palcoscenico: gli amici non possono più far nulla per lei; ed il Capitano, con indicibile risentimento della Nobiltà, che all'indecente saluto aspetta una [pg!64] ammenda, fa abbassare la tela. E che cosa dovrebbe egli fare il Torremuzza? — «Mandarla alla Carboniera!» gridano i più. — «Lasciarla stare!» dicono i meno. Si vuol trovare un accomodamento, e non si trova. Si cerca invano di fare sbollire la collera degli offesi. E se non fosse per l'alto ufficiale di giustizia Leone, che, capito il dietroscena di questa commedia, mostra i denti, chi sa dove si andrebbe a finire! Il paglietta ha ordinato l'esecuzione d'un'altra opera con la sola Bolognesi; ha fatto catturare due parrucchieri, e, a capo di alcuni giorni, ha permesso, con pace di tutti, la rappresentazione della Vergine del Sole: pace ottenuta in una maniera semplicissima: facendo circondare il teatro da sbirraglia e da truppa sotto il comando del brigadiere svizzero Xiudi. L'impresario Toti, che pel danno che gli è venuto dalla chiusura del teatro, ha messo sossopra tutte le autorità, tira un gran sospirone66.

Ora chi sono essi questi parrucchieri, e perchè catturati?

Cherchez la femme, se la femme non si vede anche troppo.

Perchè, è da sapere che la Andreozzi ha una certa amicizia col Pretore, ed il Pretore, che le vuole un gran bene, poco curante dalla sua alta dignità e del suo stato civile, la colma di regali, e le passa cinquant'onze al mese e la carrozza di casa sua ogni giorno, [pg!65] con quanto dolore della Pretoressa e scandalo de' Palermitani, si può immaginare...

A proposito di che si richiama l'aperta protezione accordata dal Vicerè Caracciolo (febbraio del 1782) alla cantante Marina Balducci, che egli avea conosciuta a Parigi; e si rifà la storia dei suoi inviti a pranzo e dei mormorii che destò nei nobili la presenza di una commensale rotta alla facile vita delle scene67.

L'Arcivescovo e Presidente del Regno Lopez potrebbe metter fine allo scandalo, ma non volendo guastarsi col Pretore, ha legate le mani al Capitano, lasciando per tal modo crescere in arroganza la turbolenta artista. Contro di lei, come contro la sua rivale, pare sia stata ordita una congiura tra la Principessa di Belvedere, Caterina Del Bosco e la Duchessa di Montalbo, Marianna Ramondetta: congiura alla quale non sarebbe stata estranea la Capitanessa Maria Castello, Principessa di Torremuzza, interessata la parte sua a favore del marito. Ed ecco come c'entrano i due arrestati. I parrucchieri delle prime due dame sarebbero stati gli intermediarî ad esse ed ai più accaniti partigiani delle due artiste, e la loro cattura è stata seguita da quella del nobilotto Ignazio Costantino, che presto rivedremo. Il Governo ha fatto ingiungere alle tre dame di astenersi dall'andare a teatro; ma alcuni dicono di averle viste tutte e tre insieme nei palchi; e Pasquino, seccato dell'imbroglio e della temporanea sospensione dello spettacolo, si lascia andare [pg!66] a questo debole sfogo:

Montalbo, Ramondetta e Belvedere
Han privato il teatro del piacere.

Alla Andreozzi, prima e dopo i tumulti, son piovuti dai palchi dei suoi ammiratori sonetti e canzoni: composizioni, come di consueto, al di sotto del mediocre. Tra tutte ve n'è una d'un benedettino cassinese, P. Bernardo Rossi, aio dei figli del Principe di Trabia, il quale nasconde la sua mondanità sotto il semi-anagramma di Luigi Dorisse: Egli «in atto di vero ossequio» così incomincia la sua ode:

Ecco già canta: uditela
Oh come alterna il fiato
Seguito dalle Grazie
A rapir l'alme usato!
 
L'alata voce ed agile
In mille giri ondeggia,
Ora con volo rapido
Quale usignol gorgheggia;
 
Ora di luce eterea
Cinta dall'alto scende,
E con bell'arte insolita
I cuor' di gioia accende68.

Contemporaneamente v'è chi canta le lodi di Maddalena Ammonini, prima donna assoluta del S.a Lucia; ed un tal Salvatore Pino ha il coraggio di offrirle un epigramma latino, che essa, s'intende, non avrà neanche guardato, ed un Giovanni Corifeo, pseudonimo, un sonetto, confortante nelle recenti lotte degli invidiosi, [pg!67] poi

Che dalla ruota e dal martel cadente,
Mentre soffre l'acciar colpi ed offese,
E più fino diventa e più lucente69.

Ogni nuova compagnia di prosa o di musica che giungesse era un avvenimento che suscitava nuovi ardori nell'animo dei nostri giovanotti. Come prima, così dopo, essi non sapevano nascondere la loro passione: e comiche e cantanti e ballerine ricevevano gl'isolani adoratori come avevano ricevuto quelli, forse meno ardenti, perchè men privi di cosiffatti incontri, di Terraferma. Meli vide nella passeggiata della Marina questi ganzerini, che perdevano la testa appena incontrassero una sacerdotessa di Tersicore; e

Beati primi

esclamava in una meschina poesia,

Ch'ànnu ddu brazzu!
Cu quali sfrazzu!
Si purtirà!

E in un'altra migliore:

Tutta la sò limosina
Pri li cumidianti,
Pirchì su boni e santi
Nè sannu diri no70

Anche gli uomini serî e i grandi dignitarî di Stato non andavano esenti da cosiffatte debolezze. Nel 1799 l'Ambasciatore russo Puskin, alla Corte di Napoli in Palermo, marito della Contessa de Bruce, si accendeva [pg!68] per la bellissima cantante Miller, ed intrattenevasi volentieri con lei, alla cui abitazione si faceva precedere dal suo cacciatore: sistema non nuovo, perchè ordinariamente tenuto dal Re71, cacciatore d'ogni genere anche dopo sgradevoli sorprese.

Le gelosie, che non eran troppo forti tra mariti e mogli, divenivano ardenti tra gli uomini e le artiste, e spingevano quelli a sconsigliati passi, che reclamavano l'intervento della polizia. Il nobile Diego Sansone guastavasi un po' clamorosamente con una ballerina, e veniva chiuso nella Colombaia di Trapani; Placido Bonanno dei Principi di Linguaglossa, cavaliere gerosolimitano, poco cavallerescamente correva dietro ad una donna della Compagnia comica, e commetteva per essa tante discolerie da essere relegato in Siracusa72. Più grosse quelle di un signore, il cui titolo marchionale oggi due casati si contendono, e di Filippo Cordova Marchesino della Giostra. Costoro, o ingelositi del primo ballerino di S.a Cecilia, o contrariati dalla sua opposizione e dalle sue pretese, per certi loro innamoramenti teatrali si decidevano ad una buona lezione. Di notte lo facevan sorprendere da lor gente e gli facevano aggiustare delle bastonate da orbo; in seguito alle quali per ordine immediato e de mandato venivano chiusi, questi, il Marchesino, nel Castello di Siracusa; quegli, che alla fin [pg!69] fine, perchè trascinato dall'amico, avea sorbito a beneficio altrui l'amaro senza aver gustato il dolce, nel Castello di Milazzo.

V'eran poi gli eterni disturbatori de' teatri, tanto cari a certi codiciai moderni, nati fatti per proteggere i birbanti; ma la polizia del tempo, senza permesso nè ordine di nessuno, metteva loro addosso le mani e li mandava al Castello. Il giovane Marchese Costantino, capo di codesti sconsigliati nel 1797, informi. Qualche volta la polizia non bastava, e doveva ricorrersi ad un buon nerbo di truppa, e non per una sera soltanto!73.

Ed ora passiamo ad altro ordine di cose teatrali.

Le relazioni tra i due teatri erano quanto di più brutto possa immaginarsi. Il S.a Cecilia tirava sempre a deprimere il S.a Lucia: ed il S.a Lucia, insidiato, colpito ad ogni istante, reagiva con vigile energia. Gli è che l'uno si vedeva leso dall'altro: e Governo e privati non sapevano dissimulare la loro predilezione pel S.a Cecilia, convegno favorito dell'alta cittadinanza, al quale tutto si permetteva, fino alle cose più lontane dalla giustizia e dalla equità. E la buona Marchesa di S.a Lucia, Valguarnera Gentile, che era sola nell'amministrare il patrimonio della famiglia e quindi il suo teatro, e che non poteva contare sulla cooperazione degli scioperati figliuoli, mai [pg!70] non si stancava di chiedere la denegata giustizia, di lamentare diritti conculcati, di sventare trame contro la sua esistenza economica.

Le si voleva impedire di tenere aperto il teatro quando era aperto quello di S.a Cecilia, e non si teneva conto del regio dispaccio del 1746, che imponeva restassero «ambi li teatri senza distinzione aperti» correndo «egualmente la fortuna»; e poichè a pochi mesi di distanza erasi dimenticata la precedente sentenza dell'autorità: che «ogni impresario è libero; niuno attenta sul diritto dell'altro, nè cerca, nè ottiene tampoco proibitiva» (4 luglio 1792), lo impresario Giuseppe Azzalli per la Marchesa invocava a favor suo, presso il Sovrano, quella sentenza (21 ott. 1793).

La questione rimaneva sempre insoluta; anzi s'inaspriva volendosi al S.a Lucia vietare opere sacre e serie in Quaresima. Giacchè, dice un sovrano rescritto del 1793, richiamato dalla parte avversa, queste opere si prestano alle scurrilità. «Una cosa sola può concedersi: la esecuzione degli oratorî; ma gli oratorî non si fanno altro che a S.a Cecilia; perciò il S.a Lucia non ha ragion di dolersi».

Così alla ingiustizia si aggiungevan le beffe! (14 febbr. 1797): e si mettevano in non cale esempî contrarî all'affermazione, come quello della concessione ad altra impresaria del S.a Lucia, Teresa Consoli (9 febbr. 1795), la quale però, perchè giovane, poteva aver avuto mezzi più persuasivi della vecchia Marchesa.

Le sopraffazioni non si rimanevano qui. Un nuovo [pg!71] impresario dianzi citato, Andrea Toti, forte delle alte protezioni ceciliane, chiedeva (20 maggio 1797) la proibizione delle opere in musica al S.a Lucia. La Marchesa se ne appellava al solito Capitan Giustiziere, il Conte S. Marco, il quale non poteva darle torto; ma tra il sì ed il no, era il parere contrario, cioè che due teatri in musica non potevano stare, tanto che uno di essi era stato per varî anni senza musica74: risposta che non dice nulla ed ha tutta l'aria di dar ragione alle due parti, mentre non ne dà a nessuna. Toti non s'acquetava, e rivolgendosi al Re, tesseva un po' di storia delle condizioni teatrali del tempo. «In S.a Lucia — osservava — si è sempre rappresentato la prosa (bugia smentita dalle notizie sopra riferite). A S.a Cecilia, dove io ho preso la impresa per due anni, e che è il maggior teatro, si è sempre rappresentato la musica. Io, credendomi unico per le opere in musica, mi caricai di doppia compagnia, per opere serie e buffe. L'impresario non può calcolare sull'intervento dei forestieri, ma solamente deve sostenersi con quella poca nobiltà che rimane in Palermo, e con pochi individui del mezzo ceto, in guisa chè in tutte le sere non si vedono altri in teatro che le stesse persone. Se in un paese situato in questa maniera si apre un altro teatro di musica, sarebbe lo stesso che in quindici giorni serrarsi l'uno e l'altro con positivo svantaggio del pubblico, che resterebbe privo dell'onesto divertimento del teatro» (2 giugno 1797).

[pg!72]

Stavolta il Re non poteva riconoscere un diritto proibitivo anche nelle opere da rappresentarsi; ma l'autorità locale, mortificata del ricorso, se la legava al dito e a breve scadenza se ne prendeva la rivalsa.

Siamo alla sera del 31 ottobre 1798, e deve andare in iscena la nuova opera buffa: Il Cartesiano fanatico del Tritto con la Nicodemi, prima donna. Il cartello della Piazza Vigliena annunzia il cominciamento ad un'ora di notte, consueta dell'opera. A quell'ora appunto il teatro ha principio. Il colto pubblico di dame e cavalieri manifesta il suo mal'animo verso la Nicodemi, e protesta che non vuol saperne, altro che per udire o riudire la Semiramide75. Al Capitan Giustiziere, Principe Carlo Gir. Castello, non par vero di cogliere la palla al balzo: e manda in carcere il messo ed il palchettiere. Ma come c'entrano questi disgraziati? chiede la Marchesa di S.a Lucia al Vicerè; ed il Capitan Giustiziere, che ha commesso un vero abuso di potere, posto tra l'uscio ed il muro, mendica per giustificarsi i più futili argomenti, e nasconde l'avversione al teatro di piazza S.a Caterina con questa magrissima scusa: A rispetto del digiuno, nelle vigilie, di estate si suole aprire il teatro a un'ora di notte; ma d'inverno non è così: le sere, le notti son lunghe, ed il pubblico non vuol esser congedato dal teatro presto. «Il moto che nelle vie cagiona il ritorno della [pg!73] gente dal teatro, tien desti i cittadini e rompe molti disegni nella città popolosa»76. Il messo ed il palchettiere — aggiunge — vennero subito rilasciati in libertà; ed in prova manda un certificato del carceriere capo della Vicaria, uno spagnuolo con quattro o cinque nomi e cognomi.

Un'altra per suggello dei due pesi e delle due misure nei due teatri.

Mentre ristrettissimo era il numero dei posti gratuiti ai quali obbligavasi il S.a Cecilia, illimitato era invece quello imposto al S.a Lucia. Noi non ne sapremmo forse nulla se la stanca proprietaria non l'avesse rotta con le camorre del tempo. Essendo Presidente del Regno il tante volte ricordato Arcivescovo Lopez, la Marchesa ricorreva a lui implorando la riduzione dei posti ch'ella, in un teatro piccolo come il suo, doveva mettere a disposizione delle Autorità e del personale ai servigi di esse. Facciamone la lista:

Palchettone di mezzo al Vicerè;
Due palchi per la paggeria e servitù:
Palco pel capitano della guardia;
Palco per la servitù di lui:
Palco pel capitano di Giustizia;
Palco per la sua servitù.

Posti in platea:

Sedia pel vice-Capitano di Giustizia;
[pg!74]
Sedia per l'Aiutante reale del Vicerè;
Sedia pel primo portiere della R. Segreteria77.

In mezzo a questo arruffio d'impresarî del S.a Cecilia e di impresarî e proprietarî del S.a Lucia, una cosa si vede chiara: che coloro i quali si occupavano di affari teatrali non nuotavano in un mare di ricchezze. La città era sempre la stessa, la popolazione sempre una, non accresciuta mai da forestieri, che sogliono portare un contingente di frequentatori dei pubblici spettacoli. Ai teatri andavano i due ceti principali: il nobile ed il civile, e con essi a grande stento poteva riuscirsi, quando vi si riusciva, a francar le spese per parte di coloro che assumevano la impresa della stagione. I piati che abbiamo visti partire quando dal piano di S.a Cecilia, quando da quello di S.a Caterina, accusano insistentemente questo difetto. Avveniva, in conclusione, quel che avviene sempre: si voleva assicurata parte della spesa; e, non potendosi al Comune, peraltro impoverito, si ricorreva all'aristocrazia dei titoli, che al far dei conti rappresentava sovente l'aristocrazia del denaro. E poi non dobbiamo dimenticare che se il S.a Lucia avea pesi gravi, non men gravi ne avea il S.a Cecilia; tra i quali per gl'impresarî quello di dovere per un anno dugent'onze all'Unione dei Musici, che solo a questa condizione poteva, secondo i vecchi Capitoli, cedere il teatro78.

[pg!75]

Il 18 novembre 1793 il Principe di Trabia, che rivedremo nell'esercizio delle sue funzioni di Capitan Giustiziere della Città79, facea sapere che Cosimo Morelli nel dicembre dell'anno precedente aveva offerto per l'anno teatrale 1793-94 del S.a Cecilia spettacoli serî e buffi, balli e non so che altro, a patto che gli si assicurassero mille ducati di regalo e novemila altri ducati pei soli palchi. Il Principe da uomo liberale e generoso pagò di suo i mille ducati80.

Dieci anni prima (1782), con l'attrattiva dei successi ottenuti dalla Marina Balducci, avevano assunta l'impresa per le opere in musica della stagione, sessanta avvocati, sicurissimi di lauti guadagni. Al tirar dei conti, ci perdettero 10.000 scudi, cioè sessant'onze (L. 755) l'uno!

A tanto danno continuo, invincibile si cercavano rimedî, e si giunse alla concessione, chiesta ed ottenuta dal Duca di Belmurgo, Capitan Giustiziere, al Re, di «una festa di ballo, o sia ridotto comunale per dare un divertimento al popolo e formare nell'istesso tempo un fondo da potersi sostenere con decenza l'anzidetto teatro», concessione forse unica in tutto il secolo81, la quale dovette scandalizzare certuni, non abituati a veder l'infimo ceto profanare il tempio degli svaghi pei ceti superiori. Ma questo ed altri espedienti riuscirono infruttuosi.

Malgrado i partiti, malgrado i litigi continui e le [pg!76] altre miserie che abbiam dovuto purtroppo lamentare nei teatri della città, questi non sembravano indegni d'una Capitale. Il tedesco Hager ne diede un giudizio che deve rispondere perfettamente alla realtà se concorda con quello datone poco dopo dall'inglese Galt, testimonio oculare anche lui pel corso di tre anni.

«I due teatri di Palermo sono entrambi occupati dalle compagnie che di anno in anno circolano per l'Italia con nuovi cantanti, ballerine ed attori. Nessun arlecchino offende coi suoi scherzi le orecchie degli elevati spettatori, nessuna facezia la dignità del pubblico italiano. Rappresentazioni estetiche han soppiantato i lazzi, e caratteri perfetti a poco a poco le burle dei tempi passati.

«I prezzi d'entrata sono mitissimi. Costumi, orchestra, decorazioni non sono, è vero, da mettere a paragone di quelli del Teatro nazionale di Vienna o delle scene di Londra e di Parigi, ma in Palermo son forse migliori che in altre città popolose e ricche d'Europa. Gli artisti medesimi mettono bene in caricatura le parti dei rigidi Inglesi, dei piacevoli Francesi e dei Tedeschi. Io vidi a Palermo, l'una dopo l'altra, quattro rappresentazioni: Arianna di Nasso, Curzio, Coriolano innanzi la sua patria, l'Origine dello specchio»82.

E Galt, con particolari del tutto nuovi, raccontava agl'Inglesi che in Palermo gli spettatori più astuti portavano in tasca dei punteruoli, che, entrando in teatro, piantavano dietro le spalliere delle sedie innanzi a loro come per caviglie per appendervi i cappelli. [pg!77] A nessuna donna era permesso sedere in platea. I servitori della Impresa aveano cura di fornire, nei palchi, agli spettatori che ne richiedessero, sorbetti: e chi ne aveva la privativa (la privativa anche qui!), sorbetti in platea. Nessun obbligo all'artista, ripetutamente, anche fragorosamente applaudito, di ripetere la canzone, la cabaletta, il duetto richiesto, salvo che il Capitan Giustiziere, credendolo conveniente, con un cenno all'attore od all'attrice non l'ordinasse.

Per tal modo, tutto procedeva regolarmente83.

In mezzo a tante e sì strane vicende, noi siamo giunti alla soglia del secolo XIX, sulla quale dobbiamo arrestarci. Il varcarla ci obbligherebbe a seguire la fortuna dei due teatri anche nel nuovo secolo.

Il tanto combattuto S.a Lucia, nel 1809, sotto gli auspici della non lieta Regina, si trasformava, e da essa prendeva il titolo di Real Carolino, e dopo il 1860 di Bellini, col quale, imperturbabile e tranquillo, accoglie artisti di alto valore e cittadini d'ogni ceto; mentre il S.a Cecilia non è più che un nome, un nome sopravvissuto ai disastri finanziarî tra i quali è stato trascinato e travolto. L'eco fragorosa dei suoi solenni trionfi è stata soffocata dai piati della Compagnia dei musici e dai lamenti dello Spedale di S. Saverio; e nei palchi ove rifulsero ammalianti le più belle dame della Nobiltà del Regno domina triste, malinconico il silenzio, rotto soltanto dallo stridìo di luridi rosicchianti e dal sordo rumore del tarlo, che lavora, lavora a compiere l'opera devastatrice del tempo e.... degli uomini. [pg!78]