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La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2 cover

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2

Chapter 6: CAP. V.
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About This Book

A rich social chronicle of Palermo more than a century earlier, offering detailed descriptions of public festivals and carnival customs, theatrical and musical entertainments, popular and aristocratic celebrations, religious ceremonies and confraternities, monastic life and female religious profession, legal practices including courts, prisons, executions and the role of the executioner, outbreaks of famine and vagrancy, the press and public notices, medical practice and charitable care, learned societies and university life, schools and student customs, and practical appendices on weights and coinage; chapters combine vivid scene descriptions, institutional history, and anecdotal reports to reconstruct urban culture.

CAP. V.

I MUSICI E LA LORO UNIONE. MUSICATE, ORATORII, CANTATE, DIALOGHI.

La passione pel teatro derivava in parte dalla passione per la musica, come in tutta l'Isola così nella Capitale.

Antica era in Palermo la Unione dei Musici (1679), fratellanza alla quale erano ascritti quanti «come strumentarii», o come cantanti, o come maestri, coltivassero l'arte dei suoni.

La chiesetta di essi, dedicata a S.a Cecilia, loro patrona, scompariva al sorgere del teatro di questo nome (1693), destinato alle opere musicali. Da quella Unione si direbbe partito il movimento artistico di questo genere in Sicilia; ad essa mettevano capo le esecuzioni musicali profane e sacre, di camera e di chiesa, pubbliche e private, dalle più modeste alle più solenni. Nel settecento i migliori componenti della Unione venivano dal Conservatorio del Buompastore. [pg!97]

In virtù di una bolla pontificia una metà dei fanciulli di questo Ospizio si consacravano alla musica vocale e strumentale, ed eran facili a distinguersi per una specie di lunga veste e per un mantello di panno turchino, che li copriva; onde il titolo di turchini.

Ogni anno, la mattina dell'11 luglio, usava dagli alunni cantare pel Cassaro in onore di S.a Rosalia un inno composto da uno di loro, e con questo canoro spettacolo s'inaugurava il festino. Giuseppe Licalsi e Carlo Mellino (1785), Raffaele Pepi (1786), Leonardo Giliberto (1788), Michele Rocco (1793), Domenico Spadafora e Raffaele Russo (1795-1797), Ignazio Taranto (1796) sono tra quelli che nello scorcio del secolo musicarono codesti inni, ispirati da gentile sentimento di devozione e forse da un po' di vanità.

Ma altri e più noti legarono i loro nomi all'annuale omaggio; e la lista è onorevole per l'arte in Sicilia. Vi sono Giuseppe Amendola, prescelto a scrivere la messa solenne pei funeri del Vicerè Caramanico (1795); Giuseppe Calcara, che più tardi, nella trasformazione del teatro S.a Lucia, musicò un'opera del Carolino; Michele Desimone, che rivestì di note (1799) un coro di Siciliani per la venuta dei Reali in Palermo, e quel Giulio Sarmiento, vice-Maestro della Cattedrale, che al S.a Cecilia si affermò con l'arguta sua opera i Tre Eugenj. Il favore del pubblico accompagnava sempre Salvatore di Palma, autore della pietra simpatica. Francesco Vermiglio, Maestro di Cappella straordinario del Senato, godeva non immeritata [pg!98] fama; e si levavano sopra tutti per opere illustri ed eminenti ufficî Michele Mantellone, che con l'Ezio (1777), la Semiramide (1785), la Troja distrutta (1778), l'Armida (1786) fece ammirare all'estero il genio musicale della sua Palermo; e, sopra di lui Francesco Piticchio, che, ricco degli allori raccolti in Dresda con gli Amanti alla prova (1784); con la Didone abbandonata (1786), in Brunswick; con Il Bertoldo (1787) qui pure passava ai servizî di S. M., mentre Benedetto Baldi, nell'aureola del suo valore artistico, conseguiva l'invidiabile onore di Maestro di cappella di Lady Hamilton; onde poteva nella palazzina De Gregorio al Molo quasi ogni giorno contemplare le grazie largite a lei dalla natura e la potenza onde la facea grande l'amor cieco e non incolpevole di Lord Nelson.

Semenzaio di musicisti, il Conservatorio trovava ragione di sviluppo e di continuato incremento nelle funzioni religiose, nelle cantate profane, nelle feste nobiliari e nelle popolari. La vita fiorentissima degli ordini religiosi portava con sè una lunga sequela di quasi giornaliere funzioni chiesiastiche, fonte di non laute ma sicure mercedi. Frequentissimi gli oratorî e gl'inni per santi e per sante, nei quali poeti, compositori, sonatori, cantanti, tutti avean da guadagnare; periodiche le commemorazioni di avvenimenti sacri, festeggiamenti per celebrazioni di pietose leggende; incessanti le monacazioni e le professioni di voti nei monasteri: e in questi e nei conventi e nelle confraternite vespri e messe cantate, funerali [pg!99] e tedeum. È stato rilevato che nella sola Messina ben centocinquanta giorni dell'anno erano feste patronali104.

Non lasciamo andare senza qualche parola gli oratorî. Le tipografie ne stampavano e ristampavano sempre. Per la sola Congregazione di S. Filippo Neri c'è una ricca collezione del Solli, stata messa abilmente a profitto a larghi intervalli105. Per tal modo, il vecchio, dopo il silenzio di alcuni anni, ricompariva come nuovo, e Il trionfo di Giuditta davasi la mano con Il trionfo della Religione; La morte di Assalonne con La morte di Saulle o con La morte di Sansone, Sisara con Sedecia, Abramo con Giacobbe, e l'uno e l'altro con Atalia. La Passione di N. S. G. Cristo, «poesia dell'Abbate Pietro Metastasio romano», commoveva nella «musica del sig. Giovanni Paisiello, Maestro di cappella napolitano»; i Pellegrini del sepolcro di N. S. «del sig. D. Stefano Benedetto Pallavicini» con quelli «del celebre sig. D. Giovanni Rodolfo Hasse, detto il Sansone». Raffaele Russo, il Guglielmi, Federici creavano quando buone quando mediocri note su poesie del Pallavicini e del Metastasio, del cesenate Fattiboni, del siciliano Gaetano Salamone e di altri di minor conto. Il Piticchio stesso, [pg!100] non ostante l'alta sua posizione artistica ed economica, non negava l'opera sua, perchè i compensi dei padri Filippini dell'Olivella facevano gola a chicchessia.

Il dramma ora sempre diviso in due parti per due giorni diversi. Chi ne legga oggi con attenzione qualcuno, vi scoprirà forse uno strano accomodamento a musica anteriore. In uno il poeta confessa di avere ridotto «i sentimenti di un dramma profano per cui era composta la musica ad un oratorio sacro»106: delittuoso stratagemma non unico nè raro.

L'omaggio che rendevano alla Santa gli alunni del Buompastore lo rendevano egualmente i musicisti adulti della Unione: omaggio compartito in frequenti cantate o sinfonie secondo le fermate nel Cassaro, e chiuso con la generale comunione che essi andavano a prendere alla Cattedrale. Siamo alla vecchia frottola, nome che parrebbe non doversi intendere come canzone piuttosto volgare, ma in significato diverso stando almeno all'uso che se ne facevano. Un diarista, annunziando la funzione, scriveva: «12 luglio 1779. La flotta dei musici andò a farsi la comunione al Duomo dando luogo a diverse cantate o sinfonie» 11 luglio 1780: «flotta dei musici della Unione di S. Cecilia per il Cassaro»107: donde il sospetto che non [pg!101] si tratti di una frottola poetica, ma di una frotta, di una moltitudine, di persone che andavano cantando un inno, una canzoncina. I Capitoli della Unione però nell'indicare questo espresso dovere, volevano che tutti li virtuosi musici così cantanti come strumentarj di tasto, d'arco e di fiato e maestri di cappella abbiano da intervenire all'offerta... cantando e suonando la frottola, ripieno da cantarsi nei luoghi designandi dal Superiore»108.

Agli eruditi la spiegazione d'un vocabolo, che in conclusione potrebbe aver avuto due significati.

Guardando qualche vecchio disegno della piazza Ottagona o Vigliena nella ricorrenza di eccezionali solennità, si scorgono quattro palchetti gremiti di virtuosi. I disegni illustrano i testi e ne sono alla lor volta illustrati: e i testi appunto descrivono gli artisti, altri a sonare ed altri a cantare incessantemente. Ne abbiamo per la entrata di Carlo III (1735); ne abbiamo per le feste di S.a Rosalia; e di molto prima (1711), ne abbiamo per la vittoria di Filippo V di Spagna sopra l'esercito degli alleati. Un poeta siciliano italianizzando cantava:

Nell'ottangula piazza insemi accampa
Di canora assemblea quattru parchetti
Remora duci in cui cu' passa inciampa109

[pg!102]

Certo non eran sirene incantatrici questi cantanti, ma confermavano la inclinazione loro alla melodia ed il largo esercizio dei cultori di essa. Come poi il lettore potrà vedere verso la fine di questo capitolo, molti signori facevano della scelta musica di componimenti lirici e drammatici nelle loro ville e nei loro palazzi.

Con siffatti mezzi molteplici ed utili a dar da vivacchiare, il mestiere di virtuoso, messo in dubbia luce dal vieto motto: musici et cantores miserrime vivunt, rendeva qualche piccola cosa. I salarî annuali erano un'irrisione; e basta dire che per le messe cantate di S. Rocco e di S. Sebastiano il Senato pagava tre onze e due tarì, e «per l'associo del Divinissimo il giorno del Corpus Domini» quattr'onze e dodici110; ma tanti pochi fanno molto, e ciò basta perchè i musicisti crescessero a dismisura.

Il Santacolomba, Direttore del Conservatorio, vedeva ogni giorno un caffè d'allora nella Piazza Vigliena, «frequentato soverchiamente da questi fertili professori» e ne avrebbe voluto scemato il numero111.

L'ultima riforma dei Capitoli dell'Unione dei Musici (1762) si vede soscritta da 104 confrati, oltre dieci altri aggregati posteriormente. Un esemplare di questi Capitoli, appartenente alla Unione medesima, ha delle annotazioni sulle quali occorre fermarsi un [pg!103] momento112. Parecchi confrati erano sacerdoti, forse organisti, od anche cantanti di chiesa. Alcuni aveano lasciato la Sicilia e non si sa per quali regioni d'Europa vagassero. Uno, Ippolito Papania, trapanese, sonatore d'organo e di violino, bandito, andava ramingando fuori regno. Longevi non pochi di essi, morti uno ad 86 anni (D. Francesco Lanza), uno ad oltre 90 (D. Giuseppe Sardella), uno a 100 (D. Giuseppe Biundo). Farà certo meraviglia il sapersi di quattro cantanti (D. Giovanni Anghirelli, probabilmente non siciliano, D. Girolamo Spina, D. Agostino Dulena, D. Saverio Scivoli), spadoni. La notizia, non nuova affatto per la Sicilia, viene da fonte ufficiale, e non ammette dubbio. Anzi è detto che uno di questi quattro, lo Scivoli, occupava l'alto ufficio di Unito maggiore, cioè di Superiore, e che dei suoi sciagurati consorti in spadoneria, non uno ebbe lunga vita, essendo tutti morti giovanissimi, dai 24 ai 30 anni di età. Quando poi si sappia che tra i cantanti erano delle voci femminili di sopranini e contralti, ci vuol poco a supporre la esistenza di quei disgraziati; i quali peraltro venivano ufficialmente ammessi dalle antiche Costituzioni del Conservatorio del Buon Pastore113, e rimasero in un motto di dispregio, divenuto oramai storico114.

Questi confrati per altro, in virtù del riconoscimento [pg!104] della loro Unione da parte di tutti i Vicerè succedutisi dal 1679 alla fine del sec. XVIII, aveano obblighi e diritti che fanno pensare al altre corporazioni del tempo. Se prima pagavano onza una e tt. 18 di entrata e tarì 3 il mese, ora, nello scorcio del secolo, per le comuni strettezze ne pagavano 9 di entrata e tre carlini di contribuzione. Possedevano gioie, argento, coltre, stendardo, e ne facevano sfoggio negli accompagnamenti funebri. Ammalati, se non eran debitori verso la Compagnia, avean diritto alla assistenza sanitaria, a quella dei loro infermieri, ad un sussidio temporaneo. Per le vie non potevano associare altri cadaveri fuori di quelli dei loro confrati, sotto la pena fortissima di 30 onze di multa. Alle spese occorrenti per l'annuale oratorio in onore della protettrice S.a Cecilia potevano far fronte con gli introiti del Teatro di loro proprietà, come a quelli per la offerta di S.a Rosalia con gli «introiti delli lucri d'organi ed orchestra»115.

Privilegio, se non singolare, raro, quello del Foro proprio, rappresentato dall'Auditore generale, abilitato a decidere «così per l'osservanza dei Capitoli come per l'occorrenza di tutti i virtuosi musici accollati in detta Unione tanto attive quanto passive»116.

La Calata dei Musici, rimpetto la fontana Pretoria, [pg!105] sul Cassaro, luogo di convegno ordinario, era tuttodì piena di siffatti virtuosi. Vi avresti incontrato maestri valenti di musica e soprani, contralti, tenori, e bravi strumentisti e strimpellatori della peggiore specie, ai quali, dal più al meno, erano familiari l'oboe ed il violino, il fagotto e la tromba, il flauto ed il corno di caccia, la chitarra francese, il mandolino ed il contrabbasso, oltre l'immancabile organo ed il prediletto cembalo117.

Con la venuta del reggimento degli Svizzeri di Jauk si videro per la prima volta i piattini di metallo, certi particolari tamburi e timpani e triangoli, e ne fu lieta occasione una sontuosissima festa del Principe di Resuttano (1769)118. Questi strumenti di recente introduzione aveano chi sapesse maestrevolmente maneggiarli ed ingrossavano la falange dei sonatori nelle orchestre e nelle bande. Se poi il Senato non si risolveva ad aggiungere neanche uno ai dieci musici ordinarî della guardia pretoria, non fa nulla: altri istituti aveano di che vantarsi di nuovi strumentisti.

La musica del teatrino senatorio nella Marina dal giorno di S. Giovanni (24 giugno) alla Esaltazione della S.a Croce (14 settembre) per tutte le sere di estate ricreava ogni buon palermitano119.

[pg!106]

Per alcuni anni tra una sonata e l'altra del teatrino, la Domenica, ve n'era sul mare, in un gozzo carico di sonatori da fiato, che con dolce lentezza solcava le acque d'argento come barca di fate in un lago incantato. La chiamavano notturna, e ne rendevano illimitata lode al senatore Barone Calvello, delegato per la musica cittadina120. Nella Villa Giulia altra banda musicale, già nota ai nostri lettori, per legato perpetuo del Principe di Paternò attirava uditori appassionati, come nelle sere d'estate donne ed uomini non invitati da nessuno s'abbandonavano al canto di deliziose ariette121.

E alla Villa Giulia e alla Marina il numero dei sonatori accrescevasi mano mano che si entrava e progrediva nel nuovo secolo. In poco volger d'anni eran già ventiquattro: direttore il Vermiglio, che pezzi proprî e del Piticchio non cessava di regalare ai sempre numerosi uditori. Più in qua, tra un pezzo e l'altro si canteranno, con accompagnamento di mandolini e di chitarre, le solite canzonette siciliane. La gente [pg!107] seria d'oggi rimarrà scandalizzata della profanazione del palchetto municipale per via di queste canzonette dialettali; ma i nostri nonni non ne rimanevano niente impressionati: anzi ci si divertivano come ricreazione naturale e paesana. Nelle grandi feste pubbliche l'intervento di questa banda musicale sarà sempre salutato con plauso, e non vi mancherà il quartetto a corda (violino, violoncello, viola, contrabbasso) nelle ricorrenze ecclesiastiche più solenni.

Per questo beninteso amore all'arte dei suoni molte case signorili tenevano per propria ricreazione un'orchestra. La Resuttano era di queste: perchè il Principe nudriva un gusto squisito d'arte, come una intelligente predilezione per le lettere.

Altri patrizî eccellevano in cosiffatto gusto: e si ricordano a titolo di lode Carlo Cottone di Castelnuovo, Girolamo Grifeo di Partanna, Gian Luigi di Paternò, Pietro Lanza di Trabia ed altri maggiorenti della Nobiltà.

Nei palazzi, continua era l'eco di dialoghi e di cantate, occupazione geniale di maestri abilissimi e di dilettanti esperti. I salotti della più eletta cittadinanza risonavano della miglior musica del tempo, canto e pianoforte, sovente con accompagnamento dei soli strumenti obbligati ad arco, disimpegnati anche dagli alunni del Conservatorio del Buompastore. Il signor Hager non potè mai dimenticare in Vienna le nostre chitarre ed i nostri mandolini. Graditi sempre gli autori più illustri. Piticchio si alternava con Alessandro Scarlatti, Zingarelli con Guglielmi, Paisiello [pg!108] con Cimarosa. Via via che la musica piegava a forme nuove, le più intelligenti famiglie si affrettavano ad accoglierle. Ogni repertorio privato si arricchiva di arie e di madrigali, di canzonette e di romanze, produzione manoscritta che si diffondeva per copie, tenute poco men che originali. Le molteplici vicende delle famiglie hanno disperso tanto tesoro di studio; ma sopravvivono parecchie centinaia di volumi nella Biblioteca del R. Conservatorio di Musica.

Non era artista di canto o di strumento che non trovasse ammiratori e protettori. Un violinista celebre, venuto di Terraferma, col pagamento di tre tarì a persona dentro il refettorio del convento della Gancia diede un'accademia e potè contare sopra un introito netto di trent'onze. Chi avrebbe sognato allora che per accademie simili si sarebbe pagato un giorno sette volte di più!

Un Giuseppe Calcagni cantante, al S.a Cecilia allietava con un trattenimento di arie, rondeaux, concerto di strumenti, duetti, ecc.122. Altri ed altri ancora trovavano accoglienze oneste e liete; sì che Antonio Solli veneziano, impareggiabile sonatore di violino per le corti d'Europa, negli ultimi anni di sua vita sceglieva Palermo come sua seconda patria, «non indegno di stare accanto al maggior sonatore d'arpone che si fosse mai sentito», il palermitano Michele Barbici, di cui dopo il 1769 «si sonarono in Napoli o altrove con gran plauso i trii ed i quartetti»123.

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