CAP. VII.
QUARESIMALI E QUARESIMALISTI. ESERCIZI SPIRITUALI.
Ed entrava la Quaresima col treno formidabile delle sue prediche.
Il funebre momento era il primo passo verso la reazione ai baccanali. Sulle fronti belle, forse fino a poche ore innanzi sfiorate da ardenti, furtivi baci, cadeva la grigia cenere ad iniziare un periodo di moleste resipiscenze, pausa per alcuni, eternità per altri, soliti a giocondarsi della vita allegra.
Da cento pulpiti, per cento bocche, con pertinacia di sciupata rettorica si lanciavano sugli ascoltatori parole blande e voci roventi, a coprir l'eco tuttora indistinta degli urli dei passati giorni. E le mani si agitavano irrequiete, ora energiche nell'accusare, ora calme nel discutere, ora stringenti nel persuadere, sicure nel promettere e fiduciose nello sperare.
La severità dei richiami poteva, è vero, determinare a rigori corporali; ai quali però la fiacchezza di perseveranza toglieva ogni carattere di profonda convinzione. Come soffocati, recenti ardori intiepidivano; [pg!120] desiderî indiscreti tacevano, ed un senso di misticismo nasceva talora nell'animo di chi meditava: e la meditazione era agitazione di spirito irrequieto, non lontana dal finire in vera, ma effimera contrizione.
Ma noi viaggiamo per un campo fantastico, dal quale, per indole nostra e per la natura schiettamente oggettiva di questo lavoro, ci siam tenuti lontani. Proseguiamo invece per via di fatti la vita dei nostri bisnonni.
Preoccupazione costante, ed insieme occupazione gradita, era quella del quaresimale nella chiesa madre, la quale, come il lettore sa, nell'ultimo ventennio del secolo era provvisoriamente a Casa Professa.
Il Senato non trascurava mai di fare, con la intesa del Capitolo e dell'Arcivescovo, la nomina del quaresimalista, nomina ordinariamente anticipata di otto anni sulla data della recita del quaresimale. Nel 1782 P. D. Felice Testa della Congregazione dei Celestini veniva eletto pel 1790; nel 1783, P. D. Pietro Rottigni somasco pel 1791; nel 1784, P. Alberto Tozzi dei Predicatori pel 1792, e via discorrendo.
Gli è che Palermo, città di primo ordine, Capitale del Regno di Sicilia, dovea pensare bene a chi affidar così grave compito; e chi dovea disimpegnarlo non poteva essere il primo venuto, o l'ultimo arrivato. Palermo avea persone che intendevano, uditorio intelligente e di gusto, che non si contentava, nè poteva contentarsi di chicchessia. Nei suoi pergami eran saliti in ogni tempo i principali oratori d'Italia, chiamati dall'autorità del Senato, allettati dalla riputazione [pg!121] che ad essi veniva dall'eservi saliti, dicitori di merito incontestabile.
V'era poi una ragione considerevole per la oculatezza da mettersi nella scelta: il paragone con i quaresimalisti di altre chiese, nelle quali usava ammirare veri campioni della sacra eloquenza. Il pubblico accorreva alle due chiese come a due teatri: e voleva giudicare de auditu e de visu dell'uno e dell'altro.
Certo non era il quaresimalista d'una parrocchia privilegiata che poteva imporre soggezione. Questo, nominato bensì dal Senato, era un oratore di secondo o di terz'ordine: e solo le deliberazioni del civico consesso ne serbano ricordo. Quelli che davan da fare erano invece i Domenicani ed i Filippini, i quali al predicatore ufficiale della metropolitana contrapponevano i migliori loro soggetti; e se non li avevano del proprio ordine, li facevan venire da altri del clero regolare e secolare pur di averli e di gareggiare. Tanto lusso obbligava a spese, ed i frati Domenicani ed i padri dell'Oratorio di S. Filippo Neri le facevano per superarsi tra loro.
Anche le monache si volevano mettere in evidenza, ed entravano nella gara: quelle della Martorana specialmente, alle quali tornava graditissimo il trionfo del loro quaresimalista sull'altro del Duomo, come qualche volta ai Teatini di S. Giuseppe dovevano tornare d'infinito piacere i trionfi oratorî della loro chiesa.
Non ostante le mal celate velleità del primato nel genere, due chiese soltanto se lo palleggiavano contrastando anno per anno: la Cattedrale e l'Olivella! [pg!122]
La fama precorreva pomposa i loro predicatori. I devoti, gli habitués, accorrevano numerosissimi ad ascoltarli; volevano studiarne la mimica e la parola, la scienza e l'ingegno, far dei confronti. Il loro giudizio veniva ripetuto per la Città, nelle conversazioni e nei caffè; e la curiosità, come nasceva negli assenti, così acuivasi in coloro che gli aveano uditi e non se n'erano formato un concetto a modo loro. Il pro ed il contro traducevasi in favore e in disfavore dei discussi oratori, dei quali ben a ragione il proverbio siciliano: Tinta dda matri c'havi lu figghiu pridicaturi! compiange le genitrici; giacchè non v'è persona che più dei banditori della parola di Dio sia maltrattata da quelli che meno la intendono. Alla simpatia o all'antipatia del pubblico varie circostanze concorrevano tutte più o meno forti: la nazione del predicatore l'ordine a cui apparteneva, le sue relazioni con qualche reputata famiglia del paese, e poi le doti intrinseche e più le esteriori di lui. Laonde accadeva il medesimo che agli artisti da teatro, fatti segno di calorosi applausi e di tacite disapprovazioni. Nel 1785 un genovese che predicava nella chiesa dell'Olivella soppiantava un napoletano al Duomo; dove anche l'anno seguente un altro soccombeva a quello della medesima Olivella. Nel 1787 la logomachia sostenevasi tra di valenti Domenicani, come tra due altri mediocrissimi del medesimo ordine nel novantacinque e nel novantasei. Il sac. Gaetano Burlò nella chiesa di S. Giuseppe superava di gran lunga i suoi emuli; di che fu un gran discorrere fino a vedersi anche i meno intemperanti [pg!123] tra gli spensierati giudici da caffè bisticciarsi nelle assemblee e nelle riunioni. Si era pensato in tempo debito (1791) a P. Pietro Rottigni dei padri Somaschi; ma all'ultima ora, dopo sette anni dalla nomina, egli mandava scusandosi di non poter venire. Fu una indelicatezza imperdonabile, che fece andare su tutte le furie il signor Pretore ed il nobile Senato. Che cosa poteva quindi fare P. Matteo Aceto, invitato improvvisamente, poco prima della Quaresima? Si erano messi gli occhi sul P. Teresio da S. Cirillo, e se n'era fatta la elezione; ma avvicinandosi il 1794 egli se n'era andato all'altro mondo, e fu fortuna che P. Gaspare da Gesù, carmelitano scalzo, accettasse il tardivo e gravoso ufficio, e più, che lo compiesse con una certa lode.
Al giunger dei Reali in Palermo, l'intervento loro alle sacre concioni assumeva carattere di pubblica dimostrazione a favore del P. Domenico Maria Sances dei Domenicani. Egli predicava al Duomo, cioè al Gesù, Casa Professa, mentre all'Olivella predicava un nizzardo. Che pronunzia infranciosata quella del nizzardo! Ed era mai possibile che col vento fortunale spirante dalla Francia, riuscisse gradita quella pronunzia?
Ed ecco il Re e la Regina recarsi tre volte la settimana a sentire il Sances. Maria Carolina ne era addirittura entusiasta, e per riflesso, tutte le dame di Palermo. A quaresimale finito, lo invitava al Palazzo e regalavagli una forte somma in monete d'oro ed una tabacchiera del valore di dugent'onze (L. 2550)!, poco [pg!124] più del doppio, quasi il triplo, del compenso solito a darsi dal Senato al suo oratore ufficiale quando egli era forestiere130. Lo spirito d'indifferenza religiosa dell'antico pupillo del Tanucci avea già subito l'influsso della politica e della sventura. La esperienza avea gettata molta acqua sul fuoco dei primi anni del suo regno: e corte e chiesa si erano in lui strette in amplesso assai più forte che non si potesse sospettare appena egli era uscito di minorità. Il giovine principe nel 1768 aveva arditamente espulso i Gesuiti, anche cadenti ed infermi; il vecchio Re nel 1805 doveva richiamarli: e gli stemmi della Compagnia di Gesù, stati sollecitamente atterrati, dovevano venir ricomposti e rimessi in onore. Laonde il cronista Villabianca, a chiudersi del sec. XVIII, per la Quaresima del 1800 poteva non senza una tal quale malizietta scrivere: «Li primi ad esercitare la religiosa osservanza di sentir la predica dei sani giorni furono li Sovrani con tutta la R. Famiglia; con che avendosi (sic) essi passato allegramente nello scorso baccanale, procurano ora far bene alle loro anime nei giorni di penitenza e fare insieme i lor doveri di principi nell'edificare i popoli col loro santo cristiano esempio»131.
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Strano, scomposto accozzo di profano e di sacro, di scettico e di bigotto, di ridancione e di geremiaco, questo degenerato figlio di Carlo III, che divertivasi e sospirava, che ogni maniera di caccia e di pesca lecita e non lecita alternava con le noiose cure dello Stato; e che, mentre per non dare ombra alla Regina si asteneva dal visitare i monasteri, dove con le attraenti bellezze muliebri della Capitale si sarebbe potuto guastare la testa, divertivasi con Donna Teresa Fasone; la quale poi, in un giorno di malumore, per un inatteso regalo di cattivo genere, dovea egli disterrare e mandare a domicilio forzato in Castelvetrano!
Il quaresimale del Duomo non era il solo ciclo di prediche di cui si occupasse il Senato. Ad altri cicli consimili e a non pochi panegirici doveva annualmente questo pensare tanto per la metropolitana quanto per le parrocchie, sulle quali, come è risaputo, avea ed ha diritto di patronato. Per le tre Rogazioni precedenti l'Ascensione invitava soggetti di valore indiscutibile. Le Rogazioni erano le processioni alle quali nessuna corporazione monastica doveva mancare; sicchè le prediche che le coronavano, dovendosi pronunziare innanzi ai monaci ed ai frati della città ed agli ecclesiastici più in onore, facevano «tremar le vene e i polsi» ai più valenti. Chi non conosce il P. Reggente Domenico Danè, poeta ingegnoso ed elegante, sostegno dell'ordine di S. Francesco di Paola? Ebbene: fu lui uno degli oratori; e con lui in varî anni D. Fr. Ruffo, dottore in sacra teologia, i cappuccini P. Giuseppe Alfonso e P. Fra Camillo da Palermo, il crocifero [pg!126] P. Camillo Fuscia, il teatino P. D. Em. Oneto, il carmelitano P. Lettore Niccolò Aiello, lo scolopio P. Fr. Cusenza ed i preti Bonomo, Puccio, Barresi, Fernandez, Camarda, Calderone, Agalbato, Miraglia, Giunta e D. Giuseppe Trofolino.
Trofolino?... Oh! questo sacerdote non fu solo un buon predicatore, ma anche un fervoroso operaio della chiesa. Se il lettore non ne sa altro, si ricordi almeno essere egli stato l'autore della giaculatoria che dopo la benedizione del Divinissimo si recita ogni dì nelle chiese.
Fa mestieri di trascriverla?
Eccola quale egli la compose e l'Arcivescovo del tempo l'approvò (1779):
Adoramu umiliatiLa santissima Trinitati;Adoramu ogni momentuLu santissimu Sacramentu;E lodata sempre siaLa purissima Maria!
Adesso il pietoso lettore sa che questa canzonetta conta la bellezza di centoventicinque anni di età.
Il fiore dei panegiristi del tempo era adibito anch'esso a celebrare, oltre le tre Rogazioni, S. Sebastiano e S. Agata, per conto del Comune, che dal 1575 avea fatto voto di festeggiarli come protettori e patroni della Città, e S.a Rosalia, la graziosa verginella palermitana, il genio tutelare a cui la Città medesima come ad àncora di speranza, a tavola di naufragio, a porto di salute ricorse sempre con fede nei giorni più tristi per essa. [pg!127]
Poco meno che mezzo secolo addietro, fra il 1850 ed il 1860, le Rogazioni aveano già perduto l'antico lustro, e S. Sebastiano le simpatie che lo avean
. . . . . . . . fatto degnoDi tanto onore . . . . . .
Chi scrive queste pagine ricorda le ultime processioni commemorative delle due ricorrenze, dove non più gli ordini monastici tutti, ma solo pochi loro rappresentanti con gonfalone e croce intervenivano, rari nantes in gurgite vasto, scarsi componenti una breve fila di frati, appena notabili nelle grandi vie da percorrere, non sai se mortificati di essere in sì poco numero, o infastiditi dell'ora dello spettacolo, che li distraeva dalle consuete occupazioni.
Il quaresimale prosegue sempre lo stesso a cura del Municipio e col favore inalterato del pubblico, che ora si rivolge a quello dell'Olivella,132 ora si accentra tutto sull'altro, secondo il giudizio degl'intendenti, le relazioni degli amici, la mimica degli uditori più autorevoli, i quali coi più lievi movimenti del capo, o con l'aggrottar delle ciglia, o col contrarre delle labbra, talora decidono del merito dell'oratore e formano presso il servum pecus degli ascoltatori la così detta pubblica opinione.
Nella Quaresima erano di obbligo alcuni giorni di meditazione in esercizî spirituali. Tutte le chiese di secolari e di regolari accoglievan fedeli d'ambo i sessi; ma v'era un luogo esclusivamente destinato a questo [pg!128] devoto ufficio, la «Casa degli esercizî», fondata dai preti di S. Carlo Borromeo; e v'era anche la congrega del Fervore (1765), promossa ed aiutata da quell'uomo di santa vita che fu Mons. D. Isidoro del Castillo dei marchesi di S. Isidoro, provvidenza del quartiere dell'Albergaria, del quale fu parroco attivissimo. Lì, nella Casa, erano lunghi corridoi con camerette da una parte e dall'altra per coloro che vi si recassero, una magnifica cappella, un ampio e lungo refettorio e qualcos'altro per la pace dello spirito. Per nove giorni di seguito, nobili e civili vi si ritiravano per attendere alla riforma del loro costume ed all'acquisto della cristiana virtù133. Favorito da clausura volontaria (e sovente involontaria) era il raccoglimento di coloro i quali, per devozione sincera o, come non di rado accadeva, per ostentazione, vi entravano. La Curia arcivescovile li conosceva uno per uno, e rilasciava loro un attestato di questo compiuto dovere, come tutte le parrocchie rilasciavano quello del precetto pasquale. Li conosceva la Polizia e sapeva tenerli in conto come di buoni cattolici così di sudditi fedeli. Li conosceva anche il Senato, nei cui archivi se ne conservavano alcune volte i nomi e i documenti, perchè l'autorità comunale consentisse la costruzione di certi ripari necessarî ad impedire ai passanti di turbare il religioso ritiro134.
Luogo consimile pel conforto dell'anima sua aveva [pg!129] una volta scelto il Vicerè Fogliani (1767): la Quinta Casa al Molo, con la predicazione del gesuita P. Sansone; ma non avea voluto esser solo, e «di casa in casa con un suo creato avea mandato invitando tutti i nobili della città.» Ecco il suo nodiglio:
«Il Vicerè la riverisce, e avendo risoluto di andare a fare li Esercizj di S. Ignazio nella quinta Casa, la esorta e prega a volere con la sua pietà tenergli compagnia in questo santo ritiramento, e gliene averà obligazione, oltre il merito che ella si farà col signore Iddio. Questa fatta di esercizj, composta di soli nobili, comincierà la sera del lunedì 23 corrente marzo, e terminerà la mattina del giorno primo di aprile.
Ve ne sarà in appresso una seconda, composta di nobili e mercadanti, la quale comincierà la sera del lunedì 6 aprile, e terminerà la mattina del mercoledì santo. Si compiaccia però avvisar per tempo con suo biglietto in risposta a quale delle due potrà intervenire, non dubitandosi che per questi pochi giorni lascerà ogni altro affare per occuparsi di quello solo, che tanto importa all'anima sua».
Il tono della chiusura non ammetteva dubbio sull'accettazione. «Fatevi gli esercizj spirituali (diceva con belle parole il Vicerè): e dichiarate se volete farli coi nobili ora, o coi nobili e coi mercanti più tardi.».
Non si ha il numero dei signori invitati con questa circolare; ma si sa che in compagnia di S. E. furono quaranta persone probabilmente dell'alta aristocrazia135.
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Vicende della vita!... Questa Quinta Casa dovea vent'anni dopo (1786) convertirsi in R. Casa di correzione pei figli discoli e per le mogli scorrette!
Nel 1799, nel medesimo mese di marzo del suo antico Vicerè, Ferdinando III con Carolina e tutta la Corte, assisteva dentro la Cappella Palatina ad esercizî simili a quelli che abbiamo cennati136: e furono giorni di grande sacrificio pel Sovrano, che non uscì, non fiatò e, tanto per parere, tenne silenzio da certosino.
Quello che per gli uomini alla Quinta Casa, avveniva per le donne nel Ritiro delle figlie della Carità sotto nome di Filippone. «Nel corso quaresimale si ricevevano per nove giorni dame e donne civili e zitelle e povere per farvi gli esercizi spirituali di S. Ignazio di Lojola in santo ritiro, delle quali le prime pagavano una certa somma per lo trattamento del pranzo, della cena e di quanto altro bisognava».
Così diceva un articolo del Ragguaglio del pio luogo: «e da questo santo Stabilimento non è stato poco il vantaggio che in questa città se ne è riportato,» aggiungeva un erudito137.
E come non v'era chiesa (e la pratica è sempre in pieno vigore anche oggi, specialmente nelle parrocchie, negli oratorî, nei monasteri, nelle case di educazione, ecc.) nella quale, per età e quasi per classe sociale, gli esercizî di Quaresima non si ripetessero per [pg!131] gli uomini, così non v'era e non v'è chiesa nella quale dove per nobili dame, dove per modeste signore e dove per umili donnicciuole, e per ragazze e madri di famiglia, quattro giorni almeno non venissero a questo consacrati. Le diverse partite di esercizî supponevano ed ammettevano uditori diversi: e nessun altro di sesso, di età, di condizione differente. Cominciavano (ripetiamo, che l'uso è sempre vivo) nelle ultime ore del giorno e finivano di sera. Istruzione e Meditazione impartivasi quando da un solo, quando da due sacerdoti. Quasi sempre amena la istruzione: e se per poco si scorre l'Utile col Dolce del P. Casalicchio, al quale i predicatori ordinariamente attingevano138, si comprende bene perchè uomini e donne, vecchi e fanciulli, vi si divertissero; ma la meditazione era una vera penitenza; quella sul purgatorio e, peggio ancora, l'altra sull'inferno, un supplizio. Una di queste prediche pel rumore che fece, dovea restar proverbiale, e merita un ricordo.
Era appunto di Quaresima, e nella chiesa di S. Maria delle Grazie, detta della Gància, alla quale è attaccato il relativo convento dei frati Osservanti, si compievano i soliti esercizî per le popolane della Kalsa. Toccava oramai la meditazione sull'inferno: e si era voluto renderla efficacissima rappresentando al vivo le pene dei dannati. Nel meglio, quando cioè il [pg!132] predicatore si accalorava nel descriverle, si sente un orrendo scroscio di catene, e pietosi lamenti di uomini, e raccapriccianti urli di demonî, e fracassi assordanti, e bagliori sinistri di fiammate, che rompeano, rendendola più penosa, la oscurità della chiesa. Immaginiamo il terrore delle donne! Quale più, quale meno, tutte si misero a piangere, a singhiozzare implorando pietà e misericordia, a gridare come ossesse; le più pronte si precipitarono verso la porta fuggendo; molte si svennero, alcune tramortirono. A tanto scompiglio accorsero i vicini, e con essi la Polizia: e sentendo la cosa, non poterono trattenere le più matte risate.
La frase popolare Finiri a 'nfernu di Gància attesta il tragicomico aneddoto139.
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